3* ' k -i)»^ É .*H !i^^ VH. ^-. >^^^ -< H * V;- M.«; «.-^-^ BODDETTINO DELLA SOCIETÀ DI NATURALISTI BOLLETTINO DELLA lETA DI NATURALIST iiv ivA^i^or^i VOLUME XXIV (SERIE II, VOL. IV) 1910 Oon 3 ta^T-ole (Pubblicato il 30 maggio 1911) NAPOLI R. 3TABIL1MKNT0 TIPOGRAFICO FRANCESCO GIANNINI & FIGLI Strada Cisterna dell'Olio 1911 'lgiQ8 e stputtupa del corpo ovale del DsLctyiopius citri e del coppo vePde MVApMs brassìcae li nota preliminare sulla simbiosi ereditaria jC\^ „ . del socio Dr. Umberto Pierantoni ; '"^ '^ '^'9-%. <'^ (Tornata del 6 febbraio 1910) Il Berlese in un suo lavoro pubblicato il 1893 sui Dady- lopiits^ esaminando la organizzazione interna di questi còccidi fermò la sua attenzione su di un vistoso organo, che trovasi sotto r intestino, verso la parete ventrale della cavità del corpo e clie egli chiamò, per la forma che assume, corpo ovale, notando essere costituito da cellule « dilatate per infiltramento di grasso », non aventi alcuna relazione con gli organi circostanti. Nel suo breve cenno il Berlese non dà alcuna interpretazione al curioso or- gano, né altre osservazioni sono venute, che io mi sappia, ad ac- crescere la conoscenza dell' organo in quistione. Ad esso io stesso ebbi occasione di accennare in una mia precedente nota ^) in cui, descrivendo in forma preliminare le costanti vicende di speciali corpuscoli, che interpretavo quali blastomiceti simbiotici, attraverso le uova, l'embrione ed alcuni organi dell' Jcer?/« adulta, formulavo la previsione che anche il corpo ovale di Dadylopiiis potesse corrispondere agli organi a blastomiceti d'Icerya. Questa mia supposizione ha trovato piena conferma in una serie di speciali osservazioni compiute al fine di dare all'organo in qui- stione il suo reale valore. A tale scopo, come nel caso d' Jcer^a, mi son servito specialmente dello studio delle uova e degli em- brioni di Dadylopius, nonché dell'organo ovale degli adulti, e, in maniera del tutto provvisoria, della coltura in gelatina di parti- celle ottenute con la dissociazione delle cellule del detto organo appena estratto dal corpo degli animali viventi. Espongo qui ^) L' erigine di alcuni organi d' Icerya purchasi e la simbiosi ereditaria. Boll. Soc. Naturai. Napoli, anno 1909, voi. XXIII, pag. 147. — 2 — l)rov(UiR'nt(! l'd in torma dol tulio preliminarii i principali risul- tati dello mie osservazioni od osperionz(\ Le cellule che costituiscono il corpo ovale di'H' adulto, ac- conciamente trattato e colorato, mostrano un contenuto constituito da numerosissimi corpuscoli di forma ])iù o meno allungata e rivestiti di membrana. Questi corpuscoli non sono sparsi uni- formemente in tutta la massa di ciascuna cellula, ma sono raggruppati mediante membranelle involgenti in sferulo. In cia- scuna cellula sono contenuto dieci o dodici di tali sferule, fittamente stipate le une accanto alle altre in modo da riempirne, formando una sola massa compatta, tutto il protoplasma, e circondando il nucleo, che scorgesi al centro di ciascuna cellula notevolmente compresso da ogni parte e deformato dalle sferule. Tutto 1' or- gano è involto in una membrana epiteliale, fatta da minutissime cellule appiattite. Le cellule interno si scorgono sposso in istato di attiva riproduzione cariocinetica. Le cellule più prossimo alla superficie del corpo ovale mostrano spesso le sferule ripione di corpuscoli più grandi, ed appaiono turgescenti e con membrana in disfacimento. Le sferule contenute in dette cellule divengono cosi libere nella cavità del corpo. Per tal modo esse pervengono facilmente a contatto con le uova dei grappoli ovarici contenuto in essa cavità, le quali a completa maturità sessuale, per il loro numero elevato, si addossano sul corpo ovale, e lo comprimono deformandolo. Come è noto, le uova dei Dadylo'pnis, come quelle degli altri còccidi, sono fornite al polo anteriore di un gruppo di cellule nutrici, che per mezzo di un cordone sono in relazione col vitello dell' oocito. Le sferule ripiene di corpuscoli, liberatesi dalle cel- lule dol corpo ovale e pervenute nella cavità del corpo, pene- trano nel plasma delle cellule nutrici degli oociti in istato di avanzato accrescimento, in numero di circa venti, ed ivi stazionano raccolte presso il limite fra queste e l'uovo, fino a che il plasma delle cellule stesse non sia quasi esaurito e quindi l'oocito giunto a completo accrescimento. Allora le sferule, seguendo la medesima via che ha seguito il plasma delle nutrici (cioè lungo il percorso del cordone nutritivo), penetrano nel vitello dell'uovo, e vi costi- tuiscono una massa sferica, che viene ravvolta in un sottilissimo strato di plasma condensato a mo' di membrana: entro questa massa sono chiaramente visibili le sforule ripiene di corpuscoli innanzi descritte. Durante le prime fasi della vita embrionale (segmentazione, formazione del blastoderma e della striscia em- brionale) la massa in parola viene ravvolta da cellule, che si insinuano — 3 — anche fra le sferule contenute in essa, o migra intanto dal polo anteriore al posteriore (vegetativo) ed ivi resta durante buona parte della vita dell'embrione; indi si sposta verso il dorso dell'em- brione e resta inclusa, col rovesciamento che prelude alla forma- zione della larva, nella cavità del corpo, occupando proprio il posto che nell'adulto ha il corpo ovale, al quale le cellule che hanno circondata e compenetrata la massa danno origine, mentre le sferule ripiene di corpuscoli, moltiplicandosi, costituiscono il contenuto del protoplasma delle cellule di esso corpo. Come si vede, qui si ha un caso analogo a quello dell' 1- cerya^ ma la massa polare invece di formarsi al polo posteriore per penetrazione dei corpuscoli attraverso il follicolo ed il micro- pilo, come in Icerya, ha al contrario origine al polo anteriore, pe- netrando i corpuscoli attraverso le cellule nutrici per la via stessa che segue il plasma di nutrizione. Inoltre, i corpuscoli, invece di essere liberi, come in Icerya^ sono raccolti in gruppi od am- massi sferici e come tali si rinvengono in ogni fase delle loro migrazioni. Che si tratti anche qui di microrganismi a me non par dub- bio, sia per la forma e per gli indizii di attività riproduttiva che i corpuscoli mostrano nei preparati, sia perchè le colture di essi mi hanno dato colonie di individui liberi ed in filamenti non dis- simili per forma da quelli ottenuti da Icerya^ sebbene assai più sottili (come, del resto, più sottili di quelli d^Icerya sono anche i corpuscoli). Ma la prevalenza della forma allungata e bacillare che si nota nei corpuscoli mi fa restare ancora in dubbio se riconoscere anche in questo caso dei blastomiceti o se, piutto- sto, non si tratti di batterli; nel qual caso ci troveremmo di fronte a veri corpuscoli di Blochman che, come Mercier ha dimostrato, nella Blatta sono dei veri batterli. È tuttavia anche qui da mettere in evidenza che in questo nuovo interessante caso non si tratta di una casuale simbiosi o di un passeggiero adattamento, ma di un fatto costante, che ho riscontrato in centinaia di uova e di Dactylopius adulti, perve- nutimi da diversi luoghi : ritengo perciò che il corpo ovale, mediante il suo contenuto, debba avere un ben determinato uf- ficio nella economia del Dactylophis; ufficio allo stato dei fatti difficile a precisarsi, ma che niente esclude possa anche qui essere in relazione con la maniera di nutrirsi di questi animali ^). ^) V. lavoro citato, pag. 150. — 4 — Nella notii precodonto prevedevo che oltre al corpo ovale di Duci [jìopius anche il corpo verde degli afidi potesse corrisponde- re agli organi a blastomiceti cVIccrija. Per quel che riguarda gli afidi posso fin da ora confermare clic il corpo V(3r(le in Aphis brasfiicae risulta a])punto costituito tanto nell'cml)rione che nel- l'adulto da cellule ricolme di corpuscoli saccaromicetiformi, che estratti dal corpo vivono e si moltiplicano attivamente in ge- latina zuccherata, ciò clic fa supporre possa trattarsi di bla- stomiceti. Le vicende di questi corpuscoli nell' uovo e nell' embrione, come possono rilevarsi in parte dallo studio sulla generazione degli afidi pubblicato fin dal 1870-72 dal Balbiani (Ann. Se. Nat. Tomo XV), sono nell'embrione assai simili a quelle della massa polare d' Icerya e di Dadylojìius da me descritte. È tuttavia da notare l'erronea interpretazione che il Balbiani dà a detta massa, che del resto egli non riesce a seguire nel suo in- tero sviluppo: egli perciò non trovando nessuna relazione fra essa ed il corpo verde, che egli stesso aveva descritto negli afidi adulti (1866), la interpreta come l'elemento maschile di un ipote- tico apparecchio ermafroditico dell'afide, in cui i corpuscoli sa- rebbero le cellule maschili fecondatrici. Interpretazione che, giu- stificata solo da una certa analogia con la maniera e la precocità di produzione embrionale degli organi sessuali femminili, ha reso possibile la erronea veduta del Balbiani, che esistessero fra gli afidi forme ermafrodite. Le mie ricerche adunque oltre a mettere in rilievo l'esistenza costante e la evoluzione di ben definiti e caratteristici micror- ganismi simbiotici in determinati organi degli insetti, nonché a seguirne le vicende ereditarie nelle successive generazioni, giun- gono a stabilire la perfetta omologia fra i corpi a blastomiceti dell' Icerya, il corpo ovale del Daclylopiiis e il corpo verde degli afidi; omologia stabilita tanto su dati di posizione e di struttura (trattandosi sempre di ammassi cellulari posti nella cavità del corpo e rivestiti da involucri epiteliai'i) quanto su dati embrio- logici, essendo, salvo diiferenze di dettaglio, sempre identiche le vicende embrionali e l'origine di questi organi dalla massa polare. Fra non molto sarò in grado di illustrare con maggiori det- tagli, in un lavoro fornito di tavole, i fatti brevemente esposti in questa e nella precedente nota preliminare sulla simbiosi ere- ditaria. Napoli, Istituto Zoologico della R. Università, Geiuiaio 1910. Di due casi di morsicatura di Vipera NOTA del socio Gesualdo Police (Tornata del 6 febbraio 1910) Verso la fine del 1908 comunicai le considerazioni intorno ad un caso di morte per il morso di una Vipera melanica nelle province meridionali d' Italia ^). Discutendo il caso, fra le varie quistioni, fui condotto ad occuparmi sia di quella riguardante la stagione nella quale la morsicatura riesce più pericolosa, sia di quella clie tratta della frequenza delle morti per avvelenamento da Vipera nel mezzogiorno d'Italia Due casi, dei quali ho avuto cognizione durante il 1909, mi permettono di porgere un contributo di fatti ad entrambe le qui- stioni : 1.0 caso. — È accaduto a Baone (Colli Euganei). Di esso mi fu dato cortesemente notizia dal Prof. Davide Carazzi della E,. Università di Padova. Gliene porgo qui i miei ringraziamenti. Il 20 Aprile 1909 fu ricoverata d'urgenza nell'ospedale ci- vico di Padova una contadina G. P. di anni 26, nubile, di Baone. Il giorno precedente ella era stata morsicata da una Vipera alla prima falange, parte dorsale, del dito medio della mano destra. Presentava leggiera tumefazione e dolore all' avambraccio. L'animale morsicatore, ucciso e portato in esame al prof. Ca- razzi , venne da questi determinato per la Vipera aspis : esem- plare di medie dimensioni, certo adulto. Le conseguenze di questa morsicatura furono di nessuna importanza. Dietro impacco di acqua vegeto-minerale e iniezioni ') PoLiCE, G. — Di un caso di morte per il morso di una Vipera melanica nelle province napoletane. Boll. Soc. Naturalisti Napoli, Voi. 22, 1908. — e — occitanti, l' indomani era scomparsa la leggiera reazione localo od il dolore. La morsicata uscì quindi dall'ospedale completamente guarita, avendo provato soltanto una gran paura. 2.° caso. — E accaduto a Mugnano del Cardinale in provincia di Avellino. Appresi la notizia dai giornali e ne chiesi particolari al Sin- daco locale; questi incaricò della risposta il dottor P. Bianco, ufficiale sanitario di quel comune, che gentilmente volle accon- tentarmi con ampli particolari. Ringrazio entrambi. Il 30 luglio 1909, un giovane ventinovenne M. M., di agiata condizione, di costituzione fisica non robustissima, ma tale da permettergli di recarsi quasi tutti i giorni a caccia in montagna, andava con un suo amico in una contrada detta Litto (montagna boscosa) per appostarvi la rete. Volendo soddisfare un bisogno, mentre si accingeva ad accovacciarsi sbottonandosi i calzoni, fu morsicato da una Vipera alla regione interna della radice della coscia destra. Col suo stesso fucile uccise l'animale, indi chiamò in aiuto il compagno di caccia, che s'era allontanato da lui. Il compagno sopraggiunse dopo una quindicina di minuti e cercò di causticare la ferita prodotta dal morso con la bacchetta di ferro del fucile arroventata al fuoco di sterpi raccolti. Subito dopo l'M. M. fu preso da malessere generale, accompagnato da vomito e diarrea, e da prostrazione tale che il compagno per condurlo in paese dovette caricarselo sulle spalle per buon tratto di strada, finché non incontrò alcuni contadini che lo aiutarono. Giunti in paese ricorsero alle cure del medico, ma nonostante queste fossero state pronte, continuò il vomito giallo-verdognolo con dolori gastrici, che andarono man mano aumentando fino a che l'ammalato non cadde in preda ad un vero delirio e fu preso da uno stato convulsivo con perdita completa della coscienza e midriasi delle due pupille. I polsi andarono gradatamente dimi- nuendo e, nonostante le iniezioni eccitanti praticate, l'ammalato andò sempre peggiorando ; la sua temperatura sali a 4:0o2, indi mori per paralisi, alla distanza di sette ore dalla morsicatura. Suir influenza della stagione nella quale viene fatta la morsica- tura sull'efficacia dell'avvelenamento scrisse I'Albertoni ^), appog- giando le sue deduzioni con esperienze di laboratorio, nelle quali 1) Albertoni, P. — Sull'azione del veleno della Vipera. — Lo sperimentale T. 44, 187'J. - 7 - faceva morsicare da Vipere, in varie epoche, degli animali. Egli mostrò cosi che il veleno iniettato pel morso della Vipera è pres- soché innocuo nel mese di aprile e che la sua potenza comincia a manifestarsi in maggio per crescere nei mesi successivi. Dei due casi da me qui esposti, l'animale che ha morsicato a Baone in Aprile è un esemplare adulto, come ha potuto os- servare il prof. Carazzi, quindi è da escludersi che la sua mor- sicatura abbia potuto dare lievi conseguenze per la giovane età, come si può interpretare pel caso capitato al Costa ^); piuttosto, in conferma delle esperienze di laboratorio dell' Albeetoni, i lievi effetti da essa prodotti coincidono con l'epoca nella quale il ve- leno è stato riscontrato meno efficace. Viceversa, le conseguenza della morsicatura nel caso di Mu- gnano del Cardinale, stanno a mostrare come in luglio si hanno effetti gravissimi. Né si può obbiettare che il ritardo delle cure in questo secondo caso, dato il tempo che ha dovuto passare fino al trasporto in paese, abbia potuto renderne le condizioni più gravi rispetto a quello di Baone, in quanto anche in questo, prima di avere le cure necessarie, la morsicata dovette essere trasportata da Baone a Padova, ed i fenomeni furono sempre lievissimi, mentre nel caso di Mugnano del Cardinale assunsero forma gravissima fin da pochi momenti dopo la morsicatura. Mi pare quindi che le esperienze dell' Albertoni sugli ani- mali vengano confermate dai casi capitati nell' uomo e venuti a mia conoscenza: nel mese di aprile la morsicatura della Vi- pera (almeno della Vipera aspis) non produce fenomeni di av- velenamento di grave entità, come prova il caso di Baone ; assume forma grave nei mesi seguenti: in maggio, come mostra il caso della morsicatura della Vipera melanica da me in altro lavoro descritto ^), in luglio come per il caso di Mugnano del Cardinale del quale ho qui parlato. Il caso di Mugnano del Cardinale è il secondo caso di morte per morsicatura di Vipera, che nel giro di pochi mesi è capitato a mia conoscenza nella stessa provincia; visto che anche quello della Vipera melanica capitò in provincia di Avellino (Serino). Ciò sta a provare che anche nelle province meridionali queste morti non sono rare; e se si tien conto che questi due casi sono ^) Costa A.— Sugli effetti del veleno della Vipera sull' uomo. Rend. R. Acc. Se. Napoli (1), Voi 21, 1882. 2) V. lav. cit. — 8 - stati appresi per pura combinazione (il primo, quello di Serino, perchè si trattava di una Vipera nera non mai vista fino allora e portata all'Istituto Zoologico perchè creduta un altro serpente; il secondo, perchè essendo il morsicato figlio di persona di ri- guardo nel comune, la notizia fu i-iportata dai giornali), c'è da credere che molti altri ne resteranno ignorati. Ciò avvalora l'opinione da me espressa in altro lavoro ^), quando cioè considerai come troppo ottimiste le considerazioni del Costa (che è stato il solo che abbia parlato di Vipere nel- l'Italia meridionale) a proposito della poca entità delle conse- guenze della morsicatura della Vipera. Questo suo concetto è stato diffuso da lui, dalla cattedra tenuta per tanti anni, nelle classi colte, specie di medici, che cosi danno poco importanza alla mor- sicatura del serpente in parola, nonostante il popolo abbia gran paura di esso ^). A me pare che la rarità delle morti per morsicatura di Vi- pera nelle provincie del mezzogiorno sia un pregiudizio, il quale nuoce nel senso di non far ben premunirsi contro inconvenienti del genere; mentre alcune misure precauzionali meriterebbero di essere ben diffuse e ben conosciute da tutti, specialmente nelle stagioni in cui la morsicatura riesce più pericolosa non solo per gli uomini, ma anche per gli animali (specie buoi e cani), i quali con maggiore faciltà vanno incontro ad essere morsicati dalle Vipere. Napoli, Istituto zoologico della R. Università. — Gennaio 1910. 1) PoLicE G. — lav. cit., pag. 113. 2) Questa nota era gicà alle stampe allorché ho avuto notizia di altri due casi di morte per morsicatura di Vipera nelle province nostre. Un primo caso avvenuto alcuni anni fa, a Positano, nella persona di un bambino. Un secondo caso avvenuto recentemente (negli ultimi giorni dell'Aprile 1910) a Ripabottoni (Molise) in persona di una guardia municipale. Ciò sempre a conferma di quanto qui sostengo. L' IDROGRAFIA DELL'AGRO TELESINO IVO ne A. del socio Vincenzo GAururER < (Tornata dal 17 aprile 1910) Nell'Agro Telesino si riscontrano 33 sorgenti di acque dolci e minerali, distinte nel modo seguente : Sorgenti Solfuree Carboniche . . N. 23 » Alcaline .... » 3 » Dolci . . . . . ». 7 Di queste, 29 (cioè 19 solfuree, 3 alcaline e 7 dolci) efflui- scono dalla base del monte Pugliano, lungo una linea diretta da E a 0, mentre le altre 4 solfuree emergono più a valle, a circa 300 m. dalla base del detto monte. Le 19 sorgenti solfuree formano 2 gruppi. Uno, denominato Olivella o Jacobelli, si compone di 3 grosse sorgenti, che sono racchiuse in un recinto di un antico stabilimento diruto, e l'altro composto di 16 sorgenti di diversa portata si trova nello Sta- bilimento Balneare di Telese. Alle solfuree, e propriamente a questo secondo gruppo, fanno seguito le sorgenti alcaline e dopo quelle dolci, delle quali ulti- me, due assieme alle alcaline sgorgano nel recinto dell'anzidetto stabilimento, e cinque, di cui tre grandi, più ad occidente, for- mano il fiume Grassano affluente del Calore. Delle 16 sorgenti solfuree dello stabilimento di Telese sol- tanto sei sono più importanti per volume e sono contraddistinte da nome speciale, e cioè: Pera, Goccioloni, Buvette, Garibaldi, S. Lucia Imbottigliamento e S, Lucia Bagni. Le altre 10 più piccole, che sorgono dopo l'ultima grande sorgente della S. Lucia Bagni, scaricano le loro acque nel canale collettore delle anzidette sorgenti S. Lucia e non hanno nome speciale. Le 4 sorgenti solfuree che si riscontrano più a valle si chia- mano una S. Stefano e le altre Bove. — 10 — La costituzione gGolo(]^ica (loH'Agro Tulosino, a partirò dalla ]>iaiia (li Anioiosi al punto di contluoiiza del Calore col Volturno, lino al torrente Seueto, risulta dall'alto al basso di un mantello tli materiali vulcanici più o meno incoerenti, dovuti ai vulcani Flegrei, mantello non uniformemente esteso su tutta la località, e poi di uno strato di travertino di spessore variabile, al di sotto del quale si ritrovano i terreni eocenici e più sotto il calcare do- lomitico. Il travertino è di colore grigiastro, ma dalla sinistra del Grassano fino al torrente Seneto presenta colore giallastro nella parte superiore e grigiastro nella parte inferiore. Il travertino fu deposto dalle acque calcarifere provenienti dagli alti monti del Matese , le quali formavano un vasto lago che occupava tutta la zona che si estende dalle ultime propag- gini del Matese ai monti di Solopaca. Quando il fiume Calore ebbe scavato il suo letto nella parte più depressa della pianura ricoverta dall'acqua, aprendosi lo sbocco al mare, il lago si prosciugò. Rimasero cosi allo scoverto delle cavità circolari più o meno grandi, veri imbuti, le cui pareti son fatte da calcare dolomitico, riempite d'acqua, dando luogo a stagni e laghetti, dei quali ancora oggi se ne riscontra uno accosto alla strada ferrata, chiamato lago di Telese. Grli altri più piccoli come gli stagni sono stati prosciugati per ragione di bonifica, ed oggi ancora si veggono alcune cavità circolari all' asciutto , massime lungo il viale che dallo stabilimento mena alla stazione ferro- viaria. Posteriormente questa vallata per l'azione erosiva del Calore verso S. e del Volturno verso 0. subi un lento spostamento dal- l'alto al basso; spostamento che nei tempi posteriori e quando l'at- tività dei vulcani flegrei andava diminuendo , si accentuò sem- pre più, per cui nella parte più declive degli strati calcarei di M. Pugliano verso S. 0. vennero fuori le acque dolci, che dettero origine al Grassano. Questa regione non fu sede di conflagrazioni vulcaniche e malamente furono ritenuti per crateri le cavità imbutiformi che si veggono alla sommità del M. Pugliano, giacché non sono altro che sprofondamenti di caverne nel calcare dolomitico di cui si compone il detto monte. Pure in epoche diverse ed anche molto tempo dopo che i vicini Campi Flegrei erano diventati sede di una vita animale e vegetale rigogliosa e si andavano popolando lungo le spiagge, questa contrada fu sede di frequenti movimenti del suolo, uno dei quali, poco dopo del 1000 dell'Era Cristiana, molto violento, — 11 — determinò il definitivo assetto della pianura telesina e si ebbe una linea di frattura diretta da E. a 0, lungo la base del M. Pagliano, donde scaturirono le acque minerali, linea che raggiunse le acque dolci del Grassano. Il travertino deposto dalle acque calcarifere quando forma- rono il lago, nel successivo abbassamento della vallata e più ancora durante i movimenti tellurici, subi numerose fratture, ed attraverso di queste e nei meati di esso si fece strada parte - I-i - iK'ir;iciiu;L(K'llii surgeliti iniiicrali, iluUniuiuMiulosi una laida latente, e si ebbe deposito di zolfo nel travertino grigio, e di qui le due qualità accennate a principio e che dimostrano chiaramente come le sorgenti solfureo siono posteriori allo acque calcarifere del lago preistorico. Questa falda latente si appalesa nelle depressioni del terreno o si ritrova sonìpre che si procede ad escavazioni; è lattiginosa per la decomposizione dell' idrogeno solforato, che in rare bollicine si sviluppa dalla superficie, e seguendo il declivio della pianura verso il fiume va ad alimentare, in parte assieme alle acque di pioggia, sotterraneamente il lago di Tolese,in parto si porta al fiume. Dall'accennata linea di frattura assieme alle acque solfuree vien fuori una grande quantità di anidride carbonica, la quale, oltre a concorrere alla maggiore mineralizzazione di queste sor- genti, sciogliendosi in parte in esse, per cui le acque di Telese sono Solfuree Carboniche, si sprigiona anche in vari punti del terreno, dando luogo a mofete. La grande quantità di gas che si sprigiona attraverso le acque solfuree e dal suolo , dimostra ch'esso non proviene dalla decomposizione dei calcari dei monti, i quali non esisterebbero più, ma viene da grandi profondità, attraverso la frattura determinatasi per le ragioni dette innanzi. E qui cade acconcio il dire che le acque solfuree, come i gas, sono dotati di radioattività indotta, come dimostrai in altro la- voro presentato alla R. Accademia Medico-chirurgica ^). Tutte le sorgenti dell'Agro Telesino offrono una mineraliz- zazione che va diminuendo a misura che le sorgenti da E. vanno verso 0., ossia dalle solfuree alle dolci. E le stesse solfuree of- frono una mineralizzazione decrescente a misura che si accostano alla zona delle acque dolci. Infatti le acque solfuree dalle quantità di residuo che la- sciano a ISO^» si possono dividere in 2 gruppi: 1) Acque che danno più di 2 gr. per 1000 ce. e sono le sor- genti divella, Pera, Goccioloni, Buvette, S. Lucia Imbottiglia- mento, S. Lucia Bagni e Garibaldi. 2) Acque che danno un residuo inferiore a 2 grammi per 1000 ce. e sono le sorgenti minori N. 1, 2, 3, 4, 5, G e 8 lungo il canale S. Lucia nello stabilimento balneare e la S. Stefano fuori di esso. Le acque alcaline carboniche che vengono dopo le solfuree, sempre lungo l'accennata linea di frattura, danno un residuo de- 1) La radioattività nelle acquo minerali ed il meccanismo di azione. Nota preventiva. Atti della K. Are. Mcd. Cliir. di Najxdi. N. 1. 1908. — 13 — crescentu a misura che tlalla zona delle solturee si accosta a quella delle acquo dolci. Infatti, la sorgente Cerro dà il residuo di gr. 0, 905 e quelle contrassegnate coi N. 7, 9 e 10 del canale S Lucia danno gr. 0,8145, gr. 0,835 e gr. 0,82 per 1000 ce. Le acque dolci, per lo quali si esegui un'unica determina- zione su di un campione preso nel fiume Grassano ove si ver- sano tutte, danno un residuo di gr. 0,54 per 1000 ce. Anche per la temperatura, come per i residui, si nota che essa decresce a misura che da E. si va ad 0. . Sorgenti solfuree Temperatura NOME DELLA SORGENTE . , 7^-— Ambiente acqua Olivella 23» C. 20° C Pera • • 23o,5 21° Goccioloni . . . . . . 25° 21° Buvette » 20" Garibaldi » 20° S. Lucia Imbottigliamento . . . 24° 20° » Bagni » 19° N. 1 » iSo » 2 » 17° » 3 » 160,5 » 4 • » 16° » 5 » 16° » 6 » 15° Sorgenti alcaline N. 7 Cerro 24° U l-l» » y » 110,2 » '•» » U° » 10 » 140 Grassano Sorgenti dolci 25° C 110,5 La diminuzione di temperatura da E. a 0. dimostra, come pel residuo, che verso occidente 1' acqua dolce si mescola alle acque solfuree ed alle alcaline in proporzione variabile; come la temperatura delle solfuree più elevata delle dolci dimostra che quelle hanno un decorso sotterraneo più profondo e che il mi- - 14 — scuffilo avvienti verso la estromità dei calcari fratturati per 1' in- contro di filetti di acqua di varia composizione. Tutte queste sorgenti presentano uno stesso regime. La di- minuzione della portata comincia a Settembre e giunge a Gennaio alla massima magra. Dalla fine di Febbraio comincia ad aumen- tare il volume ed a fine Giugno — principio di Luglio — si verifica la massima piena^ che si mantiene fin verso la fine di Agosto. Però, mentre le sorgenti di acqua dolce non disseccano mai, delle minerali, sopratutto le solfuree, nel periodo della magra alcune disseccano del tutto, ed in Aprile, quando il maggior nu- mero di esse ha un aumento sensibile nella portata, quelle non sempre danno una quantità di acqua tale da poter essere mi- surata. Sicché le acque solfuree dell'Agro Telesino per il loro regime sono in maggior numero perenni e poche sono temporanee^ ma- lamente ritenute per intermittenti, giacché per dirsi tali lo sgorgo dell'acqua dovrebbe verificarsi sempre dopo un periodo costante e limitato di riposo ed indipendentemente dai periodi piovosi con quelli di siccità del bacino imbrifero. Intorno alla provenienza delle acque che scaturiscono nel- l'Agro Telesino esistono opinioni diverse. Ij'Ing. Zoppi, Capo della Divisione Idraulica al Ministero di A. 1. C, ritiene che le sole acque dolci provengono dal lago Matese, mentre che le acque minerali provvengono dai monti so- vrastanti Sepino e Morcone. L' Ing: Cassetti del R. Comitato Geologico ^) ritiene invece che il lago Matese alimenti le abbondanti sorgenti che sgorgono presso l'abitato di Piedimonte di Alife e quelle presso Bojano e danno origine al Biferno, senza parlare del Grassano, che per l'Ing. Zoppi avrebbe invece origine dal detto Lago. Ora, se si osserva attentamente la stratificazione del massiccio del Matese, si rileva che gli strati di calcari dolomitici e di do- lomia che costituiscono la base sulla quale poggiano i calcari cretacei, pendono a partire dal M. Miletto verso S. S. E,, come scorgesi nei Monti Monaco di Gioja, M. Acero, Rocca del Canale, S. Salvatore e M. Pugliano, i quali ultimi, quantunque a prima vista sembrerebbero non far parte del massiccio, perché divisi dal torrente Titerno, sono invece geologicamente e tettonicamente la continuazione del Matese verso mezzogiorno. E gli stessi strati J) M. Cassetti, Appunti geologici sul Matese. Boll. B. Coni. Geol. d' Italia 1893. — 15 — calcari cretacei soprastanti, urgoniani e turoniani, decorrono in perfetta concordanza con i calcari sottostanti , per cui o l' idro- grafia del Telesino ripete la sua origine da altro bacino, o se è il versante meridionale del Matese e propriamente il lago che dà origine alle acque dolci, non vi è dubbio che debba dare origine anche a quelle minerali. Il lago del Matese appartiene alla categoria dei laghi car- sici. Trovasi a 1007 m. s, m. ed ha, come la valle in cui è con- tenuto, forma ellittica col maggiore asse da NO a SE., lungo poco più di 4 chilometri. La sua ampiezza varia a seconda della magra e della piena e per la diversa altezza della valle che circonda il lago. Infatti a S. e ad 0. e per circa 2 eh. a N. la valle trovasi a 1007 m. s. m., poi per la presenza di un piccolo colle che si avanza trasversalmente in essa ove il lago si restringe, la quota sale a 1008 per ridiscendere a 1007 ad E. e congiungersi col lato di mezzogiorno. Ad 0. appena dopo la sponda del lago, il terreno sale, per cui anche nel periodo di massima piena l'acqua si estende soltanto per pochi metri ; ad E. invece dopo più di 200 m. dalla sponda la quota sale a 1009 m., altezza massima a cui arriva l'acqua del lago. Nel periodo della massima piena che si verifica in maggio, dopo lo scioglimento delle nevi del M. Miletto, il livello del lago si eleva di circa 2 m. fino a raggiungere la quota 1009 m., per cui occupa tutte le terre che lo circondano a Sud, a Nord e ad Est e lambisce in moltissimi punti i monti calcarei nei quali, come diremo, si perde l'acqua. In questo periodo 1' ampiezza del lago appare grandissima, avendo una superficie di poco più di 5 km^, mentre che nel periodo di magra le acque ritirandosi, il lago si riduce a poco più della metà, portandosi il suo livello a 1007 m. Nel periodo di magra tutte le terre circostanti rimangono allo scoverto dando luogo a pantani, ed appaiono numerose buche o inghiottitoi di grandezza variabile, nascosti quasi tutte da ve- getazione palustre, nelle quali, quando il lago dilaga, l'acqua sfugge con movimento vorticoso. Oltre a queste buche piccole vi sono tre grandi cavità imbutiformi, una a S. 0. alla base di M. Raspato e due a S. E. sotto il colle di Prete Morto. Il più grande dei tre, chiamato fosso Caporale^ segnato anche sulla carta topografica militare, trovasi alla base di una depres- sione fra il colle di Prete Morto a sinistra e la Serra Valle dei Ladri a destra. Ha la profondità di circa 10 metri e nel periodo della magra, quando è asciutto, vi crescono delle erbe, al disotto delle quali si vede il fondo costituito da calcare dolomitico fran- - 1(5 — tumato, indizio chiaro di una caverna sprofondata. L'altra cavità poco discosta dal fosso anzidetto, senza nome, trovasi proprio sotto il collo di Prete Morto e dista dal lago più di 200 m. e vi arriva l'acqua mediante un canale naturale nascosto in gran parte da canneti. Questa cavità e un poco più ampia della pre- cedente, ma meno profonda e contiene acqua in tutto l'anno, che le perviene dal lago. I calcari del detto collo sono fratturati in corrispondenza della cavità e presentano le testate libere, por cui l'acqua penetra negli strati calcarei e si avverte distintamente lo scorrere di un ruscello nello interno. La terza cavità a S. 0., anche senza nome speciale, trovasi alla base del M. Raspato e dista circa 4 m. dalla sponda del lago. Essa è più piccola delle due precedenti, ma l'acqua vi ar- riva e subito sparisce, dando luogo ad un vortice grandissimo per eifetto del quale l'acqua spumeggia. Questo lago è alimentato dalle acque di pioggia e dalle novi provenienti dal M. Miletto e dai monti minori che hanno il displuvio verso mezzogiorno e certamente da numerose sorgenti che sgorgano sia dal fondo, sia dalle pareti, provenienti dal- l'acqua assorbita dai detti monti, giacché se cosi non fosse, il lago dovrebbe disseccare durante la siccità estiva, sia per evapo- razione, sia per le notevoli perdite che subisce non solo nelle tre cavità indicate, ma per tutte le buche e fori che esistono nelle terre all'intorno, specie verso S-E. Ora, se si considera che il regimo delle acque solfuree per rispetto alla piena ed alla magra è perfettamente identico a quello dello acque dolci e che le uno e le altre risentono il mo- mento della piena e della magra circa 2 mesi dopo che si ve- rifica l'aumento o la diminuzione del volume di acqua del lago, e si considera che lo sole acquo solfuree danno un volume di 500 litri a 1", come fu determinato dal citato Ing. Zoppi, por cui non potrebbero trovare la loro alimentazione nella superficie dei monti calcarei più prossimi, come il prelodato Ingegnere riconosce, si deve ammettere che unico sia il bacino di alimentazione e questo essere il lago Matese. Ma un'osservazione da me fatta nell'autunno od al principio dell'inverno del decorso anno toglie ogni dubbio sulla quistione. L'anno scorso una Società industriale avente per scopo la utilizzazione delle acque del lago per forza motrice, per impedire la dispersione dell'acqua negli inghiottitoi accennati, praticò dogli sbarramenti provvisori lungo la sponda meridionale, ed in corri- spondenza dei due fossi alla base di M. Raspato e del colle di — 17 — Prete-morto, i quali, come abbiamo detto, sono alimentati anche nei periodo della magra, vennero poste delle saracinesche. Queste furono abbassate per 20 giorni, ed il 25 Agosto fu- rono aperte, lasciando libero il deflusso dell'acqua negli accennati inghiottitoi. A Telese erasi notato che la magra nelle sorgenti era co- minciata prima del solito e si era pronunziata sensibilmente anche nelle principali sorgenti solfuree. Nella prima quindicina di Novembre, circa 2 mesi dopo l'a- pertura delle saracinesche , quando, secondo il solito, li magra avrebbe dovuta essere maggiore, si notò un sensibile aumento nella portata di tutte le sorgenti. Essendosi constantemente osservato che le sorgenti di Telese, minerali e non, risentono l'influenza delle acque meteoriche che cadono sulla parte alta del Matese , dopo circa 2 mesi o poco più, niun dubbio rimane sulla provenienza delle acque dell'Agro Telesino. Intorno a una Laboiilbeniacea nuova per l'Italia (TrenomycGS histophtoriis Chatton et Picard) DEL Socio Giulio Thinchieri (Tornata del 17 aprile IDIO) Verso la fine del 1907, il chiarissimo prof. Fr. Sav. Monti- celli, Direttore dell'Istituto zoologico della R. Università di Na- poli, inviava, per esame, alla Direzione dell'Istituto botanico al- cuni esemplari di Menopon pallidum Nitzsch — il comune pidoc- chio delle galline — sui quali l'osservazione microscopica rivelava la presenza di certe strane produzioni, che le ricerche già com- piute in proposito escludevano fossero di natura animale. Gli individui del Mallofago in discorso erano stati raccolti, tempo prima, dal laureando in Scienze naturali, signor E. Ar- mena nte, su di una gallina insieme ad altre tenuta in Laboratorio. Incaricato dello studio del materiale ricevuto, non mi fu difficile riconoscere nelle accennate produzioni un assai cospicuo rappresentante delle Laboulbeniacee, vale a dire di quella sin- goiar famiglia di funghi, ospiti quasi esclusivamente degli insetti e ritenuti già siccome forme animali, che vengono ormai inclusi nella classe degli Ascomiceti, della quale, anzi, secondo un recente prospetto di classificazione ^), il primo ordine è costituito proprio dalle Laboulbeniales. A debole ingrandimento, il fungo m'era apparso come rap- presentato da tante appendici del tutto incolori, di duplice forma e di grandezza diversa, che, riunite per lo più in piccoli ciuffi aventi una disposizione quasi raggiata, sembravano aderire ap- pena al corpo del Menopon, specie in corrispondenza dei punti *) P. A. Saccardo e 6. B. Traverso, Sulla disposizione e nomenclatura' da seguirsi nella Flora italica cryptogama, Bull, della Soc. bot. ital., anno 1907, p. 25, Firenze, 1907. — 19 — d'articolazione del medesimo. E alcuni degli insetti esaminati sopportavano un buon numero di tali ciaffetti e altri, invece, ne erano presso che totalmente sprovvisti. A ben più interessanti risultati mi conduceva in breve lo studio approfondito della Laboulbeniacea in questione. Infatti, per tacer del resto, con esso giungevo, innanzi tutto, ad accer- tare la spiccata dioecìa del micete, il che giovava a spiegare la duplicità di forma da questo presentata; inoltre, 1' attitudine sua al parassitismo vero e proprio , grazie a un mirabile e com- plesso apparato d'assorbimento penetrante largamente a traverso i punti d'articolazione — per lor natura dotati di minor resi- stenza — nell'interno del Menopon, ma che, agendo sopra il corpo adiposo dell'insetto, non pare, anche a giudicare dalle condizioni dei rimanenti organi, molto nocivo per l'ospite; e rilevavo, al- tresì, r esistenza, cosi fra gli anteridii che i periteci, di un par- ticolar organo bicellulare, d'incerta funzione e che ricorda, per la forma, le teleutospore di alcune Puccinia. Dall'attenta disamina di questi e degli altri molti e pecu- liari caratteri del micete, riferentisi in special modo agli organi suoi riproduttori — sia maschili che femminili — e ai rispettivi interessanti stadii di sviluppo, essendo passato al confronto della Laboulbeniacea con le numerose e svariate entità, fino allora de- scritte e figurate, sopra tutto per merito di E. Thaxter ^), il noto specialista americano, fui tosto portato a concludere come dalle forme già conosciute la mia differisse così profondamente da poter, a buon diritto, costituire il tipo di un nuovo genere e di una nuova specie. E in vero, prese in esame le diagnosi di tutti i generi del gruppo sino a quel momento entrati nel dominio della scienza, appena due di essi , istituiti dello stesso Thaxter '^) coi nomi di 1) R. Thaxter, Contribution towards a monograph of the Laboulbeniaceae, Mera, of the Am. Acad. of Arts and Sci., Voi. XII, pp. 189-429, Plates I-XXVI, Cambridge, December 1896. Id., Preliminarìj diagnoses of new species of Laboulbeniaceae, I., Proc. of the Am. Acad. of Arts and Sci., Voi. XXXV, pp. 153-209, Boston, December 1899; IL, Loc.cit., Voi. XXXV, pp. 409-450, Aprii 1900; III., Loc. cit., Voi. XXXVI, pp. 397-414, March 1901; IV., Loc. cit., Voi. XXXVII, pp. 21-45, Jane 1901; V., Loc. cit., Voi. XXXVUI, pp. 9-67, June 1902; VI., Loc. cit.. Voi. XLI, pp. 303-318, July 1905. 2) Id., Contribution , ecc., Loc, cit., pp. 264-268, Piate IV, figs. 12-18 e Piate V, figs. 1-16. Id., PreUminary diagnoses, ecc., II., Loc. cit., pp. 409-411; III., Loc. cit., pp. 410 414; V., Loc. cit., pp. 9-10; VI., Loc. cit., pp. 303-304- — 20 — UihiorpJioìni/ces o Dhneromi/ces, presentavano una corta affinità (li caratteri con la forma ch'io avevo fatto ogo^etto di studio. Ma si trattava, ripeto, soltanto di (jualche analogia, che, del re- sto, le specie appartenenti ai generi sopra citati e di recente più ampiamente illustrate nella seconda parte della monografia del Thaxtkr ^), come pure le altre forme, in parte nuove, in quest'ultima comprese o da altri autori pubblicate, si distinguono assai bene dalla Laboulbeniacea da me studiata per tutto un insieme di particolari molto salienti e decisivi. Desideroso in ogni modo di saper confermata 1' esattezza delle mie osservazioni dal giudizio autorevolissimo del micologo americano, mi affrettavo ad inviargli all' uopo una porzione del materiale die avevo disponibile, facendogli insieme conoscere la denominazione che intendevo dare all' entità in discorso ; od il Thaxter {iti Ut.) si compiaceva, indi a qualche tempo, d' in- formarmi che in realtà della forma da me comunicatagli non era stata ancor data alcuna pubblica descrizione. Or mentre io stavo per render noto il fatto, ebbi sentore che alcunché di simile al micete da me posseduto era stato os- servato, proprio in quel torno di tempo, anche in Francia. In una breve comunicazione presentata da Chatton e Picard ^) al- l'Accademia delle Scienze di Parigi veniva sommariamente de- scritta, come nuovo genere e nuova specie, sotto il nome di Tre- nomyces histophtorus , una Laboulbeniacea trovata , a Banyuls- sur - Mer (Pyrénées-Or.) , endoparassita del Menopon pallidum Nitzsch. e del Goniocotes ahdominalis P., ospiti entrambi delle comuni galline. Nella lettura della succinta Nota dei due Autori francesi es- sendomi sorto il dubbio che la forma da essi descritta non dif- ferisse da quella che io avevo studiato, credetti conveniente di so- spendere la mia pubblicazione al riguardo, nell'attesa del lavoro particolareggiato e illustrato da tavole che il Picard, a cui m'ero rivolto, mi annunziava gentilmente {in Ut.) avrebbe veduto in breve la luce. 1) R. Thaxter, Contribution. ecc., Parfc II, Loc. cit. Voi. XITI, pp. 210-247, Plates XXVIII, figs. 1-17 e XXIX, figs. 1-18, Cambridge, June 1908. 2) E. Chatton et F. Picard, Sur une Lahoulhéniacée : Trenomyces histo- phtorus n. /;., n. sp., endoparduite des Poux fMenopon pallidum Nitzsch et Gonio" cotes abdominali.s P.) de in Poule domcsliquc, Compt. rend. hebdom. des séanc. de TAcad. des Se. par MM. Ics Secret, perpét., t. CXLVI, pp. 201-203, Paris, 1908- — 21 — Comparsa alla metà del settembre scorso l' attesa Memoria definitiva^), della quale tuttavia solo molto più tardi potei prender visione, constatai clie, in realtà, la mia Laboulbeniacea corri- spondeva esattamente al Trenomyces hidophtorus. Del che ricevevo anche cortese conferma dal Thaxter {in lit.)^ il quale mi comu- nicava altresì che il micete era stato frattanto ritrovato pur in Germania. Ciò posto, non starò a riportare qui le diagnosi del fungo, cosi generica che specifica, già date da Chatton e Picard nel loro secondo lavoro ^). Io mi limiterò pertanto a segnalare come nuovo per la flora micologica d'Italia il Trenomyces histophtorus. E il fatto per sé stesso è degno di nota. Le interessanti Laboulbeniacee, descritte e figurate in vario tempo da autori italiani, quali Berlese ^), Cavara ■*) e Baccarini ^), e che vanno sotto i nomi di Laboulhenia armillaris Berlese, Ri- ckia Wasmannd Cavara, Laboulhenia Napoleonis Baccarini e Rìia- chomyces Berlesiana Baccarini, sono di origine straniera e più precisamente sono state raccolte nelle seguenti località: Paraguay, Linz am Rhein, Luxemburg e Australia, oltre che su ospiti di- versi dal Menopon pallidum. Di entità italiane, o perchè trovate per la prima volta su nostri materiali di studio o perchè altrimenti note anche del nostro paese, sebbene, a quanto pare, non tutte con sicurezza, se ne contavano finora — se io non erro -appena dodici, pur esse viventi su altri ospiti che non il Menopon. E sono, queste, secondo l'ordine di enumerazione di recente adottato dal Thaxter *^): 1) E. Chatton et F. Picard, Contrihution à V étude systématique et biologique des Laboulbéniacées: Trenomyces histoplitorus Chatton et Picard, endoparasite des poux de la poule domestique, Bull, de la Soc. myc. de France pour le progr, et la diffus. des connais. relat. aux Champign., t XXV, pp. 14:7-170, pi. Vlf- VIII e 7 figg. nel testo, Paris, 1909. 2) Id. id., Contribution à Vétudc, ecc., Loc. cit., pp. 155-156. ^) A. N. Berlese, Rivista delle Laboulbeniacee e descrizione d'una nuova specie di questa famiglia, Malpighia, anno III, voi. Ili, pp. 44-60, tav. II, Genova, 1889. ■*) Fr. Cavara, Di una nuova Laboulbeniacea, Rickia Wasmanuii, nov. gen. e nov. spec., Loc. cit., anno XIII, voi. XUI, pp. 173-188, tav. VI, 1899. 5) P. Baccarini, Noterelle micologiche. Nuovo Giorn. bot. ital., nuova serie voi. XI, pp. 417-419, tav. IV, figg. 1-2, Firenze, 1904. 6) R. Thaxter, Contribution, ecc., Part.II, Loc. cit., pp. 330, 331,335-336, 338-339, 345-346, 352, 354, 366, 408, 4=12, Plates LIV, figs. 11 e 18, LXI, figs. 5-6, LXVI, figs. 9-10. - 22 — Lahoìdhonia fiusciculata Peyritscli, L. proliferuìis Thaxter '), L. vnlfjaris Fiìyrìisch^ L. suhterraìica Thaxter, L. molanaria Thaxter, L. Ophoni Thaxter, L. flagellata Peyrit.sch '-^j, L. Roiigetii Robin, L. cristata Tliaxtor, L. orientalis Thaxter var. italica Thaxter, L. divinali^ Thaxter e L. Oyrinidarum Thaxter. Numero, senza dubbio, esiguo, come esiguo in genere è quello delle altre Laboulbeniacee europee a noi note, ma che — dato V habitat specialissimo di siffatti vegetali — potrebbe essere lar- gamente accresciuto da una bene intesa, attiva cooperazione tra entomologi da un lato e micologi dall'altro. E poi da notarsi come le forme italiane sopra enumerate appartengan tutte al genere Laboulbenia Robin, il più ricco di specie, alla lor volta diffuse nei più diversi e lontani paesi. Ad esse viene ora ad aggiungersi il Trenomyces histophtorus che, scoperto — come ho detto in principio — qui in Napoli, co- stituisce, per l'Italia, il primo rappresentante di un genere dioico delle Laboulbeniacee ed è, inoltre, particolarmente caratteristico — secondo ho pur ricordato — per la sua evidente spiccata di- sposizione al parassitismo; del qual adattamento morfologico e biologico insieme — che risolve, nel caso singolo , la questione generale, ancora assai contraversa, del modo di nutrizione di tali funghi — non s'incontrano in tutto il gruppo, tra le varie centinaia di forme sino ad oggi conosciute, molti esempii, al par di questo, veramente sicuri ^). Dal E. Istituto botanico di Napoli, nel dicembre del 1909. 1) A proposito di questa specie e del Coleottero suo ospite, l'Autore (loc. cit., p. 331) scrive: « also on Chlacnius velutinus Duft. , from Italy? in the Florence collection [intendi: nella collezione entomologica del Museo di Storia Naturale fiorentino] ». 2) In riguardo a quest'altra forma — l'unica, che io sappia, già indicata anche per Napoli, essendo stata rinvenuta sul Pristonychus punctulatus Dej., quivi raccolto — nota il Thaxter (loc. cit., p. 345): « on Platyniis albipes Fabr., Florence?;.... on P. dorsalis Muli., Florence (?) ». 8) E. Chatton et F. Picakd, Contribution à Vétude, ecc., Loc. cit., pp. 163-168. Su le Relazioni delle Reali Accademie di Scienze di Napoli e dei Lincei di Roma sui terremoti Calabro-Siculi del 1783 e 1908 del socio Leonardo Ricciardi (Tornata del 17 aprile 1910) Il Prof. Pietro Blaserna, Presidente della Reale Accademia dei Lincei, fu incaricato di esporre al Presidente del Consiglio le vedute dell'Accademia relative all' immane disastro Calabro - Siculo del 28 dicembre 1908, e dalla sua lettera del 7 gennaio riporto i seguenti brani . I. « Senza voler entrare a discutere le diverse opinioni ed ipotesi che furono formulate da illustri geologi, sulla natura dei fenomeni vulcanici e tectonici in genere, e sulla conformazione dello Stretto di Messina in ispecie, la prima questione che si pre- senta, è di sapere che cosa sia realmente avvenuto in quello Stretto IL « La seconda questione è di carattere prettamente geolo- gico. Si domanda quali mutamenti siano avvenuti nella confor- mazione geologica di quelle disgraziate provincie. La Direzione del Servizio della Carta geologica dovrebbe unirsi al professore De Stefani di Firenze, il quale si è distinto nello studio geolo- gico delle Calabrie. Tali studii non devono rimanere disgiunti dalle indagini sui moti sismici avvenuti ». I suddetti periodi sono preceduti dalla seguente notizia co- municata dal socio De Stefani nella seduta del 3 gennaio 1909: « Due pregiudizii si affermano, che i fatti dimostrano ine- satti. L'uno, che il terreno scosso sia de' piìi recenti, mentre è proprio, all'incontrario, il più antico della penisola e di Sicilia e fra i più antichi d'Italia. L'altro pregiudizio è quello, che la re- gione sia in via di sprofondamento, mentre invece essa è proprio la regione d'Italia, nella quale il sollevamento è più recente, più certo e più evidente. Lo sprofondamento di cavità sotterranee e — 24 - l'asscst amento telloiiico .sono cimsc possibili; ma iiiuna prova, anzi nemmeno un indizio si ha, clie nel presente caso esse sieno vere. Piuttosto che cercare cause diiiicili, è logico attribuire il disastro alla causa stessa della vulcanicità: sono nelle Lipari molte die- cine di vulcani spenti recentissimi, e almeno due attivi. La quiete di questi vulcani e dell'Etna, che, poche settimane or sono, tentò una eruzione abortita, non è prova d'indipendenza del terremoto dalla vulcanicità; anzi, se uno dei vulcani delle Lipari fosse stato attivo, probabilmente non si sarebbe avuto il terremoto. Questo ha caratteri differenti da quello del 1904; la regione colpita risponde ad una ristrettissima e non lunga ellissi, rispondente circa allo Stretto, diretta da SO a NE. Probabilmente, l'attento studio fisico delle vibrazioni sismiche porterà a meglio determinare le cause, poiché certamente la natura delle medesime è diversa secondo che de- rivano dallo sprofondamento di una volta, causa da escludersi per ragioni profonde, o da spaccature più o meno lunghe, dipendenti da un ipotetico, cosi dotto, assestamento. Le vibrazioni che pro- ducono i terremoti Calabro-Siculi hanno piuttosto il carattere di vibrazioni di straordinaria rapidità ed energia, susseguenti ad una di quelle che gli scrittori di pirotecnica chiamavano detonazioni od esplosioni di primo grado: e sono effetto di reazioni subitanee, quale sarebbe l'accensione del fulminato di mercurio nei nostri laboratorii. Tali reazioni, secondo ogni verosimiglianza, hanno modo di verificarsi entro ai focolari vulcanici e in generale nel- r interno della terra, facilitate dall'aumento di temperatura che rapidamente innalza il valore assoluto della rapidità di reazione. Basterebbe a produrre simili fenomeni l'improvvisa trasformazione di grandi masse d'acqua in vapore. Quando la resistenza della roccia sia superiore al punto massimo della tensione, si deve avere un terremoto invece di una eruzione vulcanica, e l'energia del terremoto sarà proporzionale alla quantità di calorie entrate in azione ed alla forza viva sviluppata ». « L'urto meccanico, origine delle vibrazioni sismiche, ha avuto sede a poca profondità, in quelle rocce antichissime che formano appunto i Monti Peloritani e l'Aspromonte, e che formano anche il sottosuolo immediato delle Lipari. Il terremoto presente, come quelli passati della regione, ha prevalentemente prodotto la frana dei terreni superfciali alluvionali, recenti e pliocenici, sorretti dalle predette rocce cristalline, che costituiscono pure il fondo dello Stretto. Può darsi che questo franamento abbia prodotto lievissime variazioni nella batimetria della costa marittima adia- cente, però indipendentemente da qualsiasi sprofondamento o sol- — 25 — levamento della roccia cristallina in posto. Invero, da quanto si sa, la parte alta di Messina costruita sul terreno cristallino, è la sola che ha risentito meno danni, e lo stesso è avvenuto della parte alta di Reggio, costruita sopra terreno più saldo fuori del- l'alluvione recente ». Per mettere in evidenza con quanta serietà di proposito si accinse ai diversi lavori la R. Commissione presieduta dall'illustre Professore Blaserna, riporto il seguente periodo, che tolgo dalla relazione presentata dal Direttore P. Marzolo del R.» Istituto idrografico: « Degna di particolare attenzione è la diminuzione di fondali che si nota fuori dello stretto verso N ». « Le linee dei 200 e 300 metri appariscono ora molto più lontane, tanto dalla costa sicula che da quella calabra, di quello che non fossero nel 1877, e la curva dei 400 metri presso que- st' ultima costa ora più non esiste. « Ciò evidentemente rivela o un graduale sollevamento del fondo in quella località, oppure, ed è più probabile, un interra- mento dovuto a deposito di materie, dipendente dal gioco delle correnti ». In conclusione non si è constatato alcuna anomalia ne' ver- santi Calabro-Siculi dello stretto o è stato cosi leggero nel Porto di Reggio da potersi spiegare con lo scivolamento del terreno pog- giante sulla formazione cristallina. Siccome nella relazione del Prof. Torquato Taramelli, che fa parte della relazione generale del Prof. Blaserna, si parla di ter- remoti perimetrici, credo sia utile, per non generare equivoci, di riassumere subito cosa intese dire sull'argomento Antonio Stop- pani. Per la verità lo Stoppani indicò come regioni perimetriche quelle che si estendono all'ingiro, o sui lati delle zone vulca- niche ^). Parlando poi del terremoto vulcanico asserisce che non vi ha fenomeno di più facile spiegazione, poiché esso non è che l'imme- diata conseguenza dello svolgimento interno, quindi dello scoppio dei fluidi elastici, principalmente del vapore acqueo, primario fat- tore meccanico nei fenomeni eruttivi. Riferendosi poi ai teiTemoti perimetrici, scrisse che sono quasi i soli di cui siasi occupata la scienza: « Ripetendosi sovente nelle stesse località, e insistendovi talora degli anni interi » e sui quali la scienza possiede pochi documenti. Consultando difatti i trattati, ove si parla di terremoti ^) Trattato di Geologia, — 26 — si trova che (piasi tutto si riduco a ciò clic lasciarono scritto gli autori sui terremoti cIk^ desolarouo le Calabrie dal principio del 1783 lini) alla fino dal 178(3, e su quelli dell'America centrale, dei quali si occupa specialmente il Cosmos di Humboldt. A pag. 441: < L'idea che da sviluppo di aeriformi abbiano origine i terremoti perimetrici sarebbe confermata da un altro ordine di fenomeni ». A pag. 444: « Io ritengo infine, che la causa dei terremoti perimetrici è quella stessa da cui dipendono i terremoti vulca- nici. Salvo la diversità delle circostanze, i terremoti appartenenti alle due categorie (vulcanici e perimetrici) si identificano ». « Un terremoto, dice lo Stoppani, non sarebbe che l'effetto di una esplosione, intesa nel piìi largo senso della parola, per quel qualunque sviluppo di un vapore rinchiuso, sufficiente a mettere in moto l'ambiente. Potrebbe pertanto paragonarsi ad una mina, che, esaurendosi in alcuni casi con una semplice scossa del ter- reno circostante , può, in altri casi , produrre una vera esplo- sione ". A pag. 451 classifica i terremoti perimetrici come segue: « l.o perchè avvengono nelle regioni perimetriche, ossia circostanti ai distretti vulcanici; 2.» perchè abbracciano vaste estensioni; 3.0 perchè appaiono in genere indipendenti dalle eruzioni, o in ogni caso le precedono, cessando quando esse avvengono ». Da quanto ho riportato, lo Stoppani non ha confuso mai il vulcanismo col tettonismo, né credo abbia dato mai ragione ai tettonici di confondere i terremoti perimetrici col tettonismo, come è piaciuto al Taramelli di asserire. Infatti, egli che ha accennato alla relazione del Prof. Giovanni Di Stefano di Palermo sul ter- remoto Calabro -Siculo del 1894, perchè non fece cenno a quanto scrisse il Prof. Ricco nella sua relazione sulla stesso terremoto ^) che qui riporto? « Era opinione degli antichi geologi che nella Calabria vi fossero regioni vulcaniche, e specialmente nelle vicinanze di Santa Cristina d'Aspromonte. Il prof. De Cristo di Cittanova, comuni- candomi i suoi studi in proposito, mi ha ricordato tali opinioni, poi abbandonate dai geologi moderni, mi ha detto di aver visitati i luoghi e di avervi realmente riconosciuti prodotti vulcanici e 1) Relazione scientifica della Commissione incaricata dal R. Governo per lo studio sul terremoto del 16 novembre 1894 in Calabria e Sicilia. Ann. dell'ufficio Cent. Mei. e Geod. Italiano. — Ser. Seconda. Voi. XIX. Parte I. Roma. — 27 — tracce di crateri, ^) e di più mi ha consegnato un campione di scoria vulcanica fra i tanti da lui stesso raccolti: la quale scoria è ricercata , ed adoperata dai paesani per costruzione , special- mente delle volte, come si fa in tutti i paesi vulcanici. Io pre- sentai per esame quel saggio al prof. Gemmellaro ed al dottor Di Stefano, i quali vi riconobbero realmente una scoria basaltica o di lava antica ». « Di più, l'ing. E. Cortese ha trovato presso Palmi dei filoni basaltici, fatto confermato dal prof. Di Stefano; e appunto presso Palmi il prof. Palazzo ha constatata una anomalia nella intensità orizzontale del magnetismo terrestre, la quale diviene spiegabile colla presenza di rocce vulcaniche in quella località, ove prima non erano sospettate ». e Infine, conviene forse di non disprezzare completamente certi fatti riferiti da parecchie persone del tempo, e che sarebbero indizio di qualche cosa, come un' azione vulcanica nel grande terremoto del 1783. Si disse che a Rosarno uscirono dal suolo acque fangose scottanti: che a Palmi vi furono esalazioni in- fuocate. Si disse che nel maremoto di Scilla alcuni dei naufraghi trovarono le acque scottanti e taluno perfino ne riportò bruciature; pare anche si sieno trovate scorie galleggianti in mare , talché qualcuno opinò vi fosse stata una eruzione sottomarina fra Strom- boli e la Piana di Calabria ». « Sembrerebbe che questi fatti, racconti o opinioni, si colle- ghino nel dimostrare l'esistenza di prodotti vulcanici, e fors'anco di apparati vulcanici in Calabria, il che certamente sarebbe da mettersi in relazione coi terremoti di questo paese ». « Ma il collega prof. Di Stefano mi ha fatto presente che non si può escludere che le scorie basaltiche trovate presso Cit- tanova sieno state trasportate dalle correnti marine durante il Quaternario ed il Pliocene superiore, e che provengano dalle Eolie; poiché il prof. Carlo De Stefani dice di averne trovate anche nella Valle del Mesima, dal lato del promontorio Vaticano , ed il Seguenza padre e l' ing. Cortese hanno detto d'averne trovate ed il prof. G. Di Stefano ne ha osservate sopra Messina, al Monte dei Centri (Salice) nel Pliocene superiore marino ; e le scorie trovate in mare nel 1783 potrebbero avere la stessa origine. I basalti poi di Malpasso (Palmi, presso Capo Triari) sono troppo 1) Sarebbe interessante se il prof. De Cristo pubblicasse in quali località, oltre Palmi, rinvenne le rocce vulcaniche e gli avanzi di crateri, poiché solo cosi si potrebbero spiegare i terremoti policentrici. — 28 — antichi, cioè torziarii, costituiscono filoni nello rocce ci'istiilliuo e non hanno crateri; quindi qu«',irantico focolare estinto difficil- mente potrebbe avere relazione coi terremoti calabresi ». < Ad ogni modo sarebbe di grande interesse che la ricerca e lo studio di tracce di vulcanismo in Calabria fossero continuati fino a togliere ogni dubbio in proposito ». La prudente conclusione a cui è venuto il prof. A. Ricco, non gli ha impedito di asserire a pag. 249 : « Iti conchisione il terremoto del 1894 è una replica del terremoto del 1783 in pro- porzione fortunatamente molto minore », e a pag. 258: « Con- cludiamo dunque che in Calabria ed in Sicilia si ha coincidenza delle tre anomalie: della costituzione del suolo, della gravità, del magnetismo terrestre, e possiamo aggiungere pure la coincidenza di singolare sismicità ». Per quanto queste rigorose conclusioni, scaturite da osser- vazioni incontestabili, confermano completamente quanto io pub- blicai nel 1887 nei due lavori: < SuU' allineamento dei Vulcani italiani », e: « .... e non lasciano alcun dubbio sui centri vulcanici di Capo Passero, Val di Noto e Palmi e pure sulla singolare sismi- cità, specialmente in quella zona che comprende Messina, il gruppo delle Eolie, la Piana di Gioia Tauro e le Calabrie, pur tutta volta il prof. Giovanni Di Stefano, nella sua relazione: « Il Ter- remoto Calabro-Siculo del 1894 in rapporto con la tettonica e la costituzione del suolo » viene a conclusioni completamente opposte a quelle a cui venne il pof. Ricco, senza però manifestare sinceramente la sua prudente opinione, fatto secondo me , che deve avere influito non poco sul ritardo della pubblicazione fattasi soltanto dopo 15 anni dall'incarico ad essi affidato dal Ministro d'Agricoltura del tempo. Il prof. Di Stefano', premesso che: « siamo ancora lungi, malgrado tanti lavori, dall'avere una concezione tettonica non controversa dei monti cristallini siciliani e calabresi » si accinge ad indicare: « le relazioni tra gli scotimenti sismici e la costi- tuzione litologica del suolo ». L'A. asserisce che secondo le cause che producono i terre- moti possono distinguersi: a) di scoscendimento; h) vulcanici; e) orogenetici, e poi soggiunge, « nonostaìitc ci siano dei casi speciali in cui la netta separazione di queste due ultime categorie non riesca sempre possibile ». A pag. 332 si legge: e I terremoti tettonici o di dislocazione o orogenetici hanno caratteri propri e sopratutto un'area di pro- pagazione troppo grande, perchè possano essere prodotti da im- — 29 — pulsi eruttivi, i cui effetti sono limitati ». Per l'A. la teoria tet- tonica o orogenetica enunciata principalmente per opera di Dana, Suess e Heim, ha un fondamento indiscutibile di verità », e con- tinua: « Uno dei terreni il cui studio è servito in parte di base alla moderna dottrina sull'origine tettonica dei grandi terremoti è quello degli scotimenti sismici calabro-siculi; ma di esso si è esposta una concezione tettonica per vari lati inesatta ». Rias- sume i noti lavori del prof. E. Suess, specialmente: « Das Antilitz der Erde »; dichiara « convinzioni teoriche personali > le osser- vazioni dell'ing, E. Cortese; ripiglia la critica ai lavori del Suess e a pag. 330 conclude: « Per quanto riguarda la pretesa conca di sprofondamento delle Lipari, si può invece dimostrare che è una regione di sollevamento, come bene ha detto il prof. De Stefani >. Per combattere lo sprofondarsi dei frammenti della Tirrenide, della Sicilia e della Calabria, il prof. Di Stefano dice : « Le ano- malie positive della gravità nelle regioni tirreniche della Cala- bria e della Sicilia non rendono necessaria l'ipotesi di una terra già emersa che si sprofonda, quando ivi ce ne sono altre che emergono ». Dopo di aver demolito tutti gli argomenti di Suess soggiunse: « Le ipotesi del Suess e del mio valente amico Cortese debbono ridursi in confini più modesti ed essere accettate solo là dove ri- spondono ai fatti >. Il prof. Di Stefano (pag. 348) ammette che il terremoto del 16 novembre 1894 è stato una ripetizione di quello del 1783, ma con una intensità minore. Asserisce pure che da vari autori fu- rono indicati dei rapporti tra lo stato dello Stromboli ed i ter- remoti calabresi; ma a queste affermazioni manca qualunque ri- gore scientifico e si può asserire che finora ogni tentativo di mettere i grandi terremoti calabro-siculi in rapporto con lo stato delle isole Eolie è fallito. Quelle isole risentono invece gli effetti di quei disastrosi scotimenti. E superfluo aggiungere che nessuna relazione si è osservata tra il terremoto del 1894 e lo stato dei vulcani eolici o dell'Etna e del Vesuvio. Questo periodo è preceduto dal seguente, dal quale risulta che la sua fede nel tettonismo e nell'orogenismo è scossa : « Cer- tamente in una regione sismica posta, come quella calabro-sicula, sul perimetro dell'area vulcanica delle Eolie, non è facile il di- stinguere sempre se un terremoto dipenda da causa orogenetica 0 immediatamente da una vulcanica ». - 30 — Discute le relazioni tra vulcani e terremoti perimetrici e con- clude : « però delle relazioni non sempre esistono, in vari casi possono essere accidentali e in altri prodotte dal fatto che dei movimenti tettonici possono inliuire sui vulcani ». Il prof. Di Stefano per quanto incerto nel definire se un ter- remoto è vulcanico o tettonico, per altrettanto si addimostra in- transigente, ciò che lo porta alla intemperanza di linguaggio e ad esagerazioni, nel negare e nel constatare; ora tutto ciò com- promette la causa, fosse essa magari una tra le migliori: confu- ta ntlo la teoria degli sprofondamenti, ecco come si esprime : « Se si ammette l'esistenza di tale sprofondamento sol perchè non po- trebbe escludersi un movimento di compenso alla lenta emersione delle coste Calabro -sicule, si crea una nuova ipotesi, alquanto dif- ferente dalla prima , ma arbitraria. Non si tratta di vedere se un tal fatto è teoricamente possibile; ma se invece i dati di os- servazione raccolti neir Italia meridionale la rendono necessaria e la sostengono. Questo non ci pare il caso, se non si vogliono interpretare i fatti in modo inesatto e fantastico. Del resto non è dimostrato teoricamente che simili movimenti compensatori deb- bono sempre e per necessità avvenire. L' ipotesi della esistenza della Tirrenide nacque perchè furono creduti reali due fatti ine- sistenti, cioè 1' unilateralità dell' Appennino e il progressivo ab- bassamento dell'angolo NE della Sicilia; tolta da queste basi ori- ginarie resta solo il frutto dell'immaginazione ». Passo a riportare una serie di fatti osservati e controllati durante i terremoti calabro-siculi compresi nel periodo 1783-1908, per dimostrare che essi ripetono la causa dal vulcanismo, come da causa vulcanica furono determinati quelli della Nuova Ze- landa, del Giappone, dell' Anatolia, della Grecia , della Spagna, del Belutcistan, dell'Italia, in tutti i tempi, della California, com- presi, per quest' ultima contrada, quelli del 1857, 1868 e 1906, poiché furono localizzati sopra una grande frattura variabile in profondità. Ora, la meccanica elementarissima insegna che un corpo rigido urtato da un corpo, dal basso in alto , o si rompe nettameute nel punto percosso, lasciando che si irradiino le frat- ture in tutti i sensi, e per una variabile lunghezza, oppure si frattura con o senza sollevamento. Nelle disgraziate contrade calabro-sicule, come in molte pla- ghe^ del globo , le linee di massima sismicità e di massima vul- canicità sono troppo vicine e troppo parallelo tra loro per rite- nerle indipendenti. Abbandono la parie storica, ma riassumo ciò che han pensato dalla metà del secolo XIX al 1909, alcuni vul- — 31 - acnologi e sismologi. Lawthian Green verso la fine dello scorso secolo enunciò una teoria del vulcanismo e dei terremoti , di recente W. H. Hobbs ^) enumera quarautasette linee sismotet- toniche, tra le quali ve n'è una del reticolato, dove, secondo il geologo americano, i movimenti tettonici non sono ancora com- piuti e comprende la Calabria e la Sicilia. Cosi De Montessus de Ballore ^) occupandosi del seismo della California ammette egli pure che il terremoto del 1906, come i precedenti del 1857 e 1868 , furono provocati da movimenti tettonici e orogenetici. Al De Montessus sfuggi che quei terremoti e specialmente quello del 1906 furono registrati da quasi tutti gli Osservatori della Terra, ma che il danno fu sentito dai paesi più prossimi ai centri, e che fu distrutta quasi interamente la città di S. Francisco (Ca- lifornia) mentre a 40 Km. non si ebbe alcun danno. Il terremoto del 28 dicembre 1908 fu esso pure avvertito in tutto il globo e l'area disastrosa, quasi elittica, ha un diametro che supera i 40 Km. In quanto agli effetti disastrosi tutto dipende dal rapporto della potenza alla resistenza, non che dalle rocce, variabili dalle com- patte ai terreni sciolti. Ora se vi sono scienziati che attribuiscono il terremoto ad un fatto di assestamento oppure orogenetico, vi sono pure altri che ammettono che il terremoto s'a una mani- festazione diretta dei vulcani, pure se essi terremoti si manife- stino o provengano da vulcani che si trovano a grandi distanze. Scrisse Gatta che 1' attività endogena si mostra talvolta anche dove non esistono fratture apparenti, ma pure il geologo osser- vando minutamente le condizioni del suolo, non tarderà a rico- noscere qualche fenditura che andrà a far capo ad una vera scre- polatura vulcanica. Infine la maggioranza degli scienziati opina che le regioni più colpite siano quelle prossime ai mari od ai centri vulcanici estinti o attivi. Pel prof. G. Di Stefano i terremoti calabro-messinesi avven- gono su depressioni, emerse o sommerse, che non sono delle sin- clinali e che debbono necessariamente attribuirsi a varie fratture! esse rappresentano dunque delle linee di minore resistenza, e vi è da meravigliarsi che in tanti secoli dacché avvengono terre- moti le eruzioni sottomarine non abbiano lasciato mai in terra o in mare, come testimonianza, delle manifestazioni vulcaniche sicure. 1) Gerlands Beitiiige zur Geophysik, Bd. Vili, 1907. 2) Aunales de Géographie, 190!-», pag. Sii. — 32 — 11 prof. Alessandro Port-is scrisse il 3 gennaio 1901), a pro- posito del terremoto del 28 dicembre 1908, che: « in quella par- ticolare fase, entrambe le sponde del canale devonsi essere ina- bissate : la sponda Sicula di meno : forse solo da qualche centimetro a qualche millimetro; .... « il terremoto Calabro - siculo del 28 di- cembre 1908 è un terremoto tectonico; « Esso, col vulcanismo, non ha per nulla che fare ». (Dottor Alessandro Portis. Carità e Patria. Roma 1909). Si legge nelle storie e nei libri di scienza che nel 1783 si verificarono nelle terre Calabro -sicule investite dal terremoto i seguenti fenomeni : nei giorni che seguirono la catastrofe un gran numero di pesci, viventi di solito a grandi profondità , furono trovati asfissiati, cotti o mezzo morti nelle acque basse ovvero gettati sulla spiaggia. Identico fenomeno fu constatato dal dottor Belletti di Milano nelle vicinanze di Nizza in occasione del ter- remoto del 23 febbraio 1887 della Liguria, perchè quel mare come quello di Messina, abbonda di fauna abissale. Parimenti avvenne nelle Eolie in diverse epoche, e pure nelle vicinanze di Pantelleria nell' eruzione del 1891 , ed in Sicilia e Calabria, durante i terremoti del 1888 (Vulcano), 1905 e 1908. Questi fatti, come molti altri che riassumerò in seguito, provano in modo apodittico 1' azione del calore, che non potrà mai svi- lupparsi per sprofondamento. Neil' agosto del 1902, il Principe di Monaco , constatò che l'altipiano sottomarino delle Azzorre era stato abbandonato dai pesci e che un cavo telegrafico era rotto per fusione. Il capitano di una guarda-costa russo, nel novembre del 1902, riferi di aver trovato, verso le coste di Kamtchatka, galleggiante una enorme massa di pesci morti. Procedendo con una velocità di otto nodi l'ora, la nave impiegò due ore, per attraversare il banco, com- posto, per la massima parte, di salmoidi di tutte le specie. La massa errante copriva una superfìcie di circa 65000 metri qua- drati, a 50 Km. da tutte le terre. Si attribuì l'ecatombe, e non a torto, alla eruzione di un vulcano sottomarino sconosciuto. Da quanto ho riportato, emerge lampante che il Taramelli non condivide le opinioni del prof. Carlo De Stefani, che se mal non mi appongo dovrebbero essere almeno quelle del prof. Bla- serna, che, come presidente, affidò al De Stefani, e non al Ta- ramelli, l'incarico di scrivere la relazione geologica. Il prof. Taramelli nella sua relazione al Presidente Blaserna (pag. 90) si esprime come segue: « sicuri pur troppo che la sismi- cità di quella regione non sia certo esaurita , sibbene che pe- — 33 — riodìci assalti si debbano temerò laggiù da parte di quelle forze endogene, le quali, nel corso dei secoli, hanno cosi funestamente contribuito ad indebolire fisicamente e socialmente quelle disgra- ziate popolazioni,... »; e continua: (pag. 93) « Quasi ogni giorno suole vano gli egregi colleglli raccogliersi qualche ora per co- municarsi le osservazioni individuali, e per le eventuali discus- sioni che inevitabilmente venivano in campo, per quanto ognuno di noi si astenesse dal divagare nella ricerca teorica delle ca- gioni del disastro; le quali, comunque vogliansi concepire, si sot- traggono fatalmente ad ogni potere umano e costituiscono una caratteristica della regione da non dimenticarsi giammai » seerue : « Che la Calabria e i Monti Peloritani costituiscono una regione sismica con numerosi centri che si fanno vivi , talora isolatamente, talora a gruppi, oppure in serie che mano mano si sposta; che questa regione si presenti ad un tempo straordi- nariamente infranta, prima dal corrugamo ato orogenetico posteo- cenico, poscia dagli scorrimenti e dalle dislocazioni avvenute nei periodi Messiniano e Postpliocenico ; che questa disgraziata re- gione sia contigua a due importanti aree vulcaniche , delle Eolie e dell'Etna, sotto le quali ferve di continuo la elaborazione dei magma lavici; che per conseguenza i terremoti Calabro-Mes- sinesi rientrano in quella categoria che il nostro Stoppani, prima di ogni altro distinse col nome di perimetrici^ e che i moderni sismo- logi chiamano tecto vulcanici, tutto ciò entrava nelle idee con- divise da tutti i membri della sottocomissione (non mi pare veramente), rimaneva quindi il vivo desiderio di conoscere se la stessa iniziale, in un'area del diametro E. W. di circa 30 km. fosse stata accompagnata o seguita immediatamente da notevoli movimenti di massa, nelle terre emerse, oppure sotto il mare » . Il prof. Taramelli comincia a rivelarsi convinto netttmista o Werneriano, cosa che gli fa molto onore, poiché si addimostra sempre più tenacemente attaccato alla scuola che tutto faceva derivare dall' acqua. A pag. 94, dove, riassumendo il lavoro di Dolomieu sopra i terremoti della Calabria del 1783, riporta, e dice con ragione^ quanto scrisse Dolomieu, cioè: « io posso assi- curare, dopo un esame il più ponderato , e dopo le ricerche le più esatte, che in tutta questa parte della Calabria non si trova la menoma traccia di prodotto del fuoco ». Più avanti ancora dopo avere accennato alle fonti solfidriche presso Gioja e S. Eu- femia , non le ritiene in rapporto col vulcanismo ed aggiunge: < io insisto su questo oggetto per distruggere 1' opinione di co- loro, che suppongono esistere fuochi nascosti in queste provincie». 3 — 34 — Nota coiiu^ si fossero formato delle numerose e lunghe fratture, parallele all'orlo delle masse di terreni sabbiosi e di ghiaia: tan- toché < l'effetto generale del terremoto su questi terreni fu di rassettarli e produrre delle scarpate dove erano diruti pendii ». « Non occorre qui accennare alle considerazioni teoriche del Dolomieu, il quale considerava che la causa dei terremoti ca- labro-siculi si avesse a cercare in esplosioni di gas, che per sot- terranee caverne provenissero dal disotto dell'Etna. Egli e l'Hamil- ton si opposero ai fisici napoletani, che inclinavano ad attribuire quei terremoti ad una causa elettrica, che poi non sapevano precisare ». A pag. 105 il Taramelli cosi conclude: « Riterrei inutile il tentare qui una descrizione sommaria delle condizioni geologiche delle vicende dei sollevamenti ed abbassamenti avvenuti sulle sponde dello Stretto, dopoché è comparso lo scritto del prof. Di Stefano Giovanni di Palermo ^^, nel quale in modo insuperabile vengono segnati i tratti essenziali di tale storia geologica e sono discusse acutamente ed in base ad osservazioni originali le ipo- tesi avanzate dal Suess, dal Cortese e da altri ». Ora la dichiarazione del Blaserna mi ha ricordata 1' altra del segretario perpetuo della Reale Accademia delle Scienze di Napoli, prof. Michele Sarconi, estensore della relazione sul ter- remoto del 1783, dove tra le altre cose si legge che avrebbe mancato al suo dovere l'Instituto, « se da tale memorabile sven- tura non avesse preso argomento di dare una prova non equivoca di sua non inutile esistenza all' Europa spettatrice » (pag.X). « E a Coloro^ a' quali fu commessa cura cosi gelosa, venne con inviolabile legge non solo vietato 1' abbandonarsi alle seduzioni di qualunque delle tanti ipotesi, inventate sulle cause di cosi formidabile vertigine della natura (p. XI) > ; ma inculcato altresì lo sciogliersi totalmente dal partito di tutti i sistemi, che, quasi mostrando di sconoscerli tutti, nuU'altro far dovessero, che rac- corrò soli fatti.... ». Ciò mette pertanto nella più chiara evidenza il progresso dei tempi, tanto più che nella relazione presentata, mentre il Blaserna riporta le idee del prof. Carlo De Stefani, il quale disse: « Piuttosto che cercare cause difficili, é logico attribuire il disastro aWsi causa stessa della vulcanicità » (pag. 3), nella suc- cessiva pag. 117 della relazione del prof. Torquato Taramelli: sidU esame dei saggi di fondo nello stretto di Messina , riporta: ') Annali dell'Ufficio centrale Meterelogico e Geodinamico Italiano. Voi. XIX, Serie Seconda, p. 331. — 35 — < essendo che di tale argomento intende occuparsi l'egregio col- lega Carlo De Stefani >.... e poi a pag. 121 si leggo : « Osservo che i saggi microscopici non sono peranco terminati e che sul risultato di questi, che però non potrà modificare di molto quanto si è già constatato, verrà data ulteriore relazione ». Ma cosa si è già constatato ce lo dice il prof. Emilio Tac- coni, dopo l'esame sommario dei materiali estratti cogli scan- dagli eseguiti dalla Regia Marina nello stretto di Messina , nel 1» trimestre del 1909, come dal seguente periodo: « Dal rapido e sommario esame del materiale è emerso un fatto che credo non verrà modificato dal successivo studio completo, e cioè che nella costituzione dei depositi marini della zona esaminata non en- trano materiali vulcanici ». Chiude la sua relazione il Tacconi come segue: « Ritengo opportuno di avvertire nuovamente che la presente non è che una relazione sommaria, per cui viene presentata senza conclu- sioni, le quali per altro sarebbero attualmente affatto premature». Sembra pure a me prematura una discussione sulla presenza o assenza di elementi mineralogici provenienti da magma vul- canici, quali ad esempio il feldspato basico labradorite, ecc. e l'affrettata conclusione (pag. 124) dell'assenza di materiali vulca- nici, e la dichiarazione di non voler concludere. Sono costretto a richiamare 1' attenzione sulla relazione Tacconi perchè essa diede agio al Taramelli di predire che non potrà modificare di molto la constatazione fatta, ossia che il fenomeno non fu vul- canico ^). Nel mio lavoro: « 11 vulcanismo nel terremoto calabro-siculo del 28 dicembre 1908 » pubblicato nel voi. XXIII del nostro ij II prof. Taramelli, nel suo lavoro: « Sull'origine dello stretto di Mes- sina » pubblicato negli Atti della Società Italiana j)er il progresso delle Scienze, Roma 1910, a pag. 245 conclude come segue: « lo mantengo 1' opinione già espi'essa da valenti sismologi , che questi terremoti , pei quali lo Stoppani giustamente propose la categoria di perimetrici , sieno in stretta relazione coll'attività vulcanica attuale. Fosse pure questo un nesso assai indiretto, l'ec- cezionale gravità dei terremoti calabro-siculi non è dipendente dalle condi- zioni tectoniche più di quanto lo possa essere dai fenomeni, che si svolgono sotto all'Etna ed ai due vulcani delle Eolie ». Io che conservo la stessa fantasia vivace del 1887 (vedi Bollettino Uf- ficiale dell'Istruzione Pubblica del 1891, pag. 185) dico al prof. Taramelli che se il 28 dicembre 1908 non si fosse verificata una eruzione sottomarina nello Stretto di Messina, non si sarebbe avuto il maremoto, poiché questo fenomeno, come l'altro del terremoto o sismico, è l'efietto della stessa causa che non può essere che il vulcanismo. — 36 — BoUeUino, cercai di dimostrare che la causa doli' immane disa- stro doveva cercarsi noi vulcanismo, né oggi sono di differente opinione, tanto più che i principali fenomeni che precedono, ac- compagnano e seguono i fenomeni vulcanici, come, più di ogni altra cosa il riscaldamento dell'acqua sui versanti calabro-siculi, tanto contrastato, fu constatato dal dottor Stilo di Gallico e dal prof. Mazzarelli dell'Università di Messina ^). Ho atteso invano di leggere nella Relazione della Reale Com. qualche cosa sulle importanti osservazioni geologiche fatte dagli ingegneri Brunelli e Iona nella rimessa dei cavi nello stretto dopo il terremoto del 28 dicembre, tanto più che a me fu negato di leggere la relazione che essi presentarono al Ministro delle Poste e Telegrafi, come pure di avere un campione del materiale che causò le bruciacchiature ai cavi nello stretto. L'inesplicabile silenzio non può avere altro significato S9 non quello di voler ancora nascondere la causa che ha provo- cato tanti dolori e tanti danni alle derelitte contrade Calabro- Siculo. Cosi i vulcanologi e i tectonici che aspettavano i risultati delle analisi per sentirsi più forti nell'arcione della teoria accet- tata, son rimasti delusi: pure i profani e gli studiosi della difficile quanto trascurata materia aspettano fiduciosi la parola della scienza. Se ciò non avverrà, e non ne so comprendere la ragione, resterà per tutti quanto si legge neW Elettricista (Anno XVIII, S. II, voi. Vili, n. 4, Roma 15 febbraio 1909, p. 63) : « I guasti prodotti dal terremoto e dal maremoto sui cavi telefonici e tele- grafici dello stretto di Messina furono riparati, ed alcuni dovet- tero essere anche rimessi del tutto nuovi ». « I cavi tra il continente e l'isola sono sette. Tutti subirono gravi danni e tutti poterono essere riparati, meno uno, quello collocato nella parte più orientale dello stretto, verso capo Gal- lico, che dovette essere abbandonato ». « Il mare nello stretto ha una profondità media di 500 me- tri. Durante il cataclisma, il fondo del mare subì tali variazioni che il cavo rimase profondamente coperto sotto le arene ; tutto le potenti macchine della nave che procedeva ai lavori di ripa- razione non furono capaci di liberare e tirar fuori il cavo stesso, che fu cosi abbandonato ». ^) G. Mercaxu.— Contributo allo studio del terremoto Calabro-Messinese 1909. - 37 - « Fa notato, che i cavi estratti per le riparazioni e le sosti- tuzioni, presentavano tracce di bruciacchiature, ciò che farebbe pensare ad esplosioni di vulcani sottomarini; cosi pure durante la campagna furono raccolte altre interessanti osservazioni di carattere geologico. « I lavori erano diretti dall' ing. Brunelli, per lo Stato, e per la ditta Pirelli, dall' ing. Iona ». Ora una Reale Commissione che: « Si domanda quali muta- menti siano avvenuti nella conformazione geologica di quelle disgraziate provincie » e nella sua relazione non accenna nem- meno a quanto riferirono gl'ingg. Brunelli e Iona, lascia una grande lacuna, cosa che potrebbe rappresentare un grande sottin- teso scientifico o una grande generosità. Importante si è, e per la scienza e pel vero, che il Gro verno, liberato della Reale Com- missione, ha il dovere di rendere di ragione pubblica quella parte della relazione Brunelli-Iona, che può riguardare la scienza, e di fare analizzare chimicamente e petrografìcamente le sostanze che provocarono le bruciacchiature sui cavi dello stretto, e pubbli- care i risultati. Terremoto Calabro- Si culo del 1783. Scrisse Sarconi (a pagina 343) : « Ciò che universalmente però sentimmo riferire, si fu che l'acqua de' fonti in molte parti o si perdette del tutto, o rimase nel suo corso per qualche tempo intercettata. Per ciò, che poi si appartiene alle innovazioni del colore, del sapore, e dell'odore nelle medesime, è fuori di con- tesa che vi furono delle sensibili e lunghe alterazioni , e ciò in quasi tutte le acque, non escluse le stesse termali, e le minerali fredde ». Sarconi, convinto nettunista, come Taramelli ed altri, sempre che riusci trascurò di descrivere tutti i fenomeni vulcanici, e ad un certo punto per tenersi stretto alle idee assimilate nella scuola, non mancò di fare una guerra spietata alla ragione ed al senso, e piuttosto che smentire i suoi maestri, chiuse gli occhi per non vedere. Griordano Bruno fu felicissimo nella sua invettiva contro quelli che s'impancano a dottori, non perchè pensino col loro capo, ma perchè sanno a menadito ciò che pensavano gli altri, e ciò solo riconoscono vero che dal consenso del volgo è san- cito : vox popiili^ vox Dei, e li bollò come « servile pecorume, che — as- so tentasse di mettersi per nuove v'w, fallintlibo la meta ». (De immenso et Immutabili., HI, I). Ecco come si espresse il Sarconi a pag. 150: « In mezzo a tanti monumenti di materiali, non favorevoli alla fisica incendiaria, farà sorpresa il sentire che noi rinvenimmo tra' rottami della creta concava una 'pomice bella, e tutta intera ». Si domanda: fu mai questa pomice una produzione di fuoco, coeva alla na- scita, o al deposito de' testacei? Se fu tale, qual mano amica difese i testacei, e produsse la pomice? Fu mai la produzione della pomice posteriore al deposito de' testacei? Se ciò si pre- tendesse, saremmo sempre nella stessa difficoltà, che nasce dal vedere la totale integrità dei testacei, sui quali non appare orma anche minima di forza di fuoco. Potrà temersi che il Wood- vard e il Vallerio siensi ingannati nel credere che questi pori sieno una costante generazione di fuoco sotterraneo? Non po- tremo credere che in questo luogo fosse avvenuto, in remotis- simo tempo, ciò, che sì spesso avviene altrove, cioè che le po- mici tuttoché producansi, come si crede da naturalisti, nel fondo del mare da fuochi sotterranei, pure giunte che esse sieno alla superficie del mare stesso, errano lunghesso vagabonde, e com- pariscono in sito lontanissimo dal loro luogo d'origine, quivi de- poste, e gettate dalla forza dei venti e delle onde ? » « Noi non osiamo di decider nulla. Siamo semplici e fedeli relatori di ciò che abbiamo co' propri occhi osservato. Lasciamo a più coraggiosi ingegni il diritto di fare gl'interpreti della natura ». Gioacchino Pittar© di Borgia medico fisico scrisse « che dopo il terremoto del 28 marzo 1783 immediatamente si vide nell'aria, non molto lontana dalla superficie, una nuvola oscura, e densa, come si bruciassero all'intorno grandi foreste; durò questa qual- che tempo. In secondo luogo bisogna notare che la mina del tremoto del 28 par eh' abbia cominciato da ponente a levante, non o-ià da libeccio a mezzogiorno, come l'antecedente. L'accen- sione par che siasi fatta sopra le Montagne di Girifalco, e pro- priamente al Monte Covello, alla di cui falda v'è una fontana d'acqua minerale ». Non pochi cittadini degni di fede asserirono che a Rosarno uscirono dal suolo acque fangose scottanti ; che a Palmi vi fu- rono esalazioni infuocate; che nel maremoto di Scilla alcuni dei naufraghi trovarono le acque scottanti e taluno perfino ne riportò bruciature; furono raccolte scorie galleggianti in mare, talché — 39 — qualcuno suppose vi fosse stata una eruzione sottomarina fra Stromboli e la Piana di Calabria. Nel torrente Marro, presso Palmi, vi sono due sorgenti sol- forose a meno di un chilometro l'una dall'altra. Secondo l' ing. Cortese il dicco basaltico di Malopasso (Palmi) si approssima alle rocce analoghe dell'isola Lipari. Vivenzio riferì che alla marina di Bivona e di Pizzo nel 1783 il mare era tranquillo in vicinanza del lido, ma in lontananza invece si mostrava « in un fervore e bollimento insolito, benché senza alcun vento » talché alcuni pescatori furono costretti di far ritorno a terra. Avvenne presso Capo Rizzuto nella costa dell' E. un maremoto accompagnato da inondazione delle adiacenti spiagge. A Cutro, per la scossa del 6 febbraio, il mare retrocesse dal lido. A Scilla si vedea il mare, dopo il terribile maremoto, ad ogni quarto d'ora invadere la terra e poscia ritirarsi, e ciò nello spazio di 3 miglia circa. Cosi le scosse di terremoto a Mes- sina, secondo Gallo, dalle 19 ore del 5 febbraio fino a mezza- notte si ripeterono a meno di un quarto d'ora di distanza l'una dall'altra. All'altezza di Capo Vaticano, dopo pochi minuti dalla scossa, alcuni naviganti scorsero che le onde formavano due grandi cavalloni. Il dottore Pignatari scrisse che dopo la scossa a Roccella sul Jonio ed a Nicotera il mare si ritirò per inondare poi la costa per due o tre volte. Corrao riferi che una nave greca che si trovava presso Li- pari, durante la scossa del 7 febbraio e il maremoto, risenti la impressione di un urto terribile, come se avesse toccato fondo, senza però ricevere danno alcuno. G-rimaldi scrisse che durante le scosse del 6, 6 febbraio il mare all'imboccatura del canale di Messina tra la punta di Scilla e quella del Faro in un subito si gonfiò notabilmente e con una violenza incredibile allagò l'uno e l'altro lido , tirando seco nel suo veloce ritiro quanto v'era sopra i due lidi. A pag. 46 si legge che « Stromboli dopo il terremoto del 5 febbraio 1783 vomitò anche più del solito delle fiamme e si sentivano in Calabria muggiti del Monte ». Che : « in Messina si osservò un fenomeno notabile : prima della scossa delle ore 23 del giorno 8 febbraio, si vide nel canale alzare ima densa coloìina di vapori , che prese la direzione di Reggio >. Le acque minerali e sulfuree divennero più calde. - 40 - Nel Golfo di Terranova (Sicilia i duo Reali Sciahecchi furono investiti dall'aria scottante e puz/.oleutr , per l'acido solfidrico, ed assistettero ad un maremoto che durò pochi minuti. Riferi pure il Grimaldi che gli animali erano il sismometro più sicuro nelle Calabrie. A Tiriolo avvennero fenomeni elettrici , ma da per tutto si osservarono in gran numero de' fuochi fatui nell' aria. A Precacore : « da profonde fenditure usciva come un fu- maiuolo dal quale di tratto in tratto uscivano densi vapori », (Vi- venzio pag. 2'29). Stoppani (voi. 1, pag. 467) riferisce che : « Mofette, eruzioni di fango , fumo denso , fiamme accompagnarono i terremoti di Messina nel 1783 ». Riassumendo, nel 1783, dopo il terremoto del 5-6 febbraio, ve ne fu un secondo il giorno 7, ed un terzo il 28 marzo. Le scosse furono sussultorie, sempre precedute da rombi più o meno assordanti ; in alcune contrade durante il terremoto il suolo on- deggiava a sussulti, lanciando a considerevoli distanze colline o caseggiati , spesso le sabbie pei continui sussulti si muovevano in modo da sembrare un liquido bollente ; si sfasciavano monti; sparivano fiumi ; si formavano laghi , mentre spaventevoli deto- nazioni si udivano sotterra. Vi furono nelle Calabrie enormi scoscendimenti, frane, scor- rimenti, slittamenti , fratture nel terreno in tutti i sensi , più o meno profonde, eruzioni di fango, emissioni di vapori e di fiamme, riscaldamento delle acque, ecc. fenomeni, che hanno lasciato tracce ancora visibili in molte contrade Calabresi. Nella relazione sul terremoto del 1894 in Calabria il pro- fessore Ricco a pag. 249, nel riassumere le analogie e le differenze fra il terremoto del 1783 e quello del 1894 , ha scritto quanto segue : « Eruzioni vulcaniche corrispondenti al terremoto non ve ne furono, né nel 1783, né nel 1894 ». « Le sorgenti termali e minerali non fecero alcun mutamento in corrispondenza ai terremoti del 1783 e del 1894 ». « Agitazioni e maremoto probabilmente prodotto da frana nel 1783; semplice ondeggiamento del mare nel 1894, senza varia- zione permanente e notevole di livello ». A pag. 103 si legge : « Si dice che nella vicinanza delle fratture ed in prossimità dell'acqua del lago di Ganzirri si apri un foro da cui emanava vapor acqueo ». — 41 — « Nel primo tempo da queste fratture esalava odore d'uova fracide (acido solfidrico) e da alcune di esse usciva melma fetente e fumante ». « Si dice elle anche nel 1783 il Pantano Grande (Lago di Ganzirri) ebbe le sue rive fessurate ». A p. 105 : « Il piroscafo proveniente da Lipari, imboccando lo stretto neir istante della grande scossa provò un fortissimo sussulto : al momento si credette di aver dato in una secca, ma poi avendo visto contemporaneamente spegnersi la luce del Faro, si comprese trattarsi di terremoto ». A pag. 103 : « In un' altra casetta , presso Faro, è caduto il balcone, indicando movimento sussultorio ». A p. 106 : « A Milazzo la scossa delle ore 18,52 (1904) fu fortissima , sussultoria ed ondulatoria E. W Precedeva un, urlo 0 gridio, poi si sentivano dei colpi sordi Quattro o cinque giorni dopo il terremoto, vi fu movimento del mare, che si alzò di circa un metro, arrivando fino all'altezza della banchina ». Da quanto ho fedelmente riportato, risulta che i governi in Italia, di tutti i tempi, hanno fatto coscienziosamente il loro do- vere, poiché Ferdinando IV si rivolse , pel terremoto del 1783 alla Reale Accademia di Scienze, da lui fondata, perchè offris- sero gli umilissimi vassalli^ che la componevano, « ima prova non equivoca di sua non inutile esistenza all' Europa spettatrice », e la relazione principia col seguente periodo delle epistole del Pe- trarca : « Haec ego non legi, non audivi, sed oculis meis vidi ». E gli accademici napoletani, lasciarono a più coraggiosi in- gegni il diritto di fare gli interessi della natura ». Nel 1894 il Governo del tempo si rivolse a noti naturalisti perchè studiassero e riferissero sul terremoto Calabro-Siculo di quell'anno, ed il prof. Annibale Ricco a 116 anni di distanza raccomandò di fare altre ricerche, e fino a togliere ogni dubbio in proposito » (pag, 136).. Dalla relazione sul terremoto del 1908 presentata dalla Reale Commissione, i cui componenti sono i più eminenti scienziati ita- liani , si apprende che essi con elevato senso patriottico si mi- sero a disposizione del Governo per lo studio dell' immane di- sastro, e si rileva pure un'aperta contraddizione tra il prof. Carlo Di Stefano , il quale disse il 3 gennaio 1909 : « Piuttosto che cercare cause difficili , è logico attribuire il disastro alla causa stessa della vulcanicità ». ed il Prof. Torquato Taramelli che esclude la presenza di materiali vulcanici nello stretto (p. 121 e 124). — 42 — Ve (li [)iù, clic una [)l(!Ìa,(lc «li l)ciionioriti geologi italiani ammiso la coc.vità dello rocue cristallino Calabro-.Sicule o per con- seguenza puro di quelle del fondo dello stretto di Messina. In- fatti, successivamente io misi in evidenza la identità della loro composizione chimica. Intanto il prof. Taramelli ha scritto nella sua relazione (pag. 97) come segue : « Come non riesco a capire, senza ammettere almeno un periodo di emersione alla fine del pliocene o del Siciliano , come sia stato abraso il pliocene del fondo dello stretto, clic si siqjpone costituito da roccia cristallina » ^). Mentre il prof. Carlo De Stefani disse nella tornata del 3 gen- naio dell'Accademia dei Lincei, che : « L'urto meccanico, origine delle vibrazioni sismiche, ha avuto sede a poca profondità, in quelle rocce antichissime, che formavano appunto i Monti Pelo- ritani e 1' Aspromonte , e che formano anche il sottosuolo im- mediato delle Lipari » (p. 4). Emerge da quanto ho riportato che il prof. De Stefani di- chiara di essere convinto che la roccia sotto lo stretto è cristal- lina, mentre il prof. Taramelli asserisce che si siijìpone, quindi non lo sa e non 1' ammette , e pertanto ci troviamo allo statu quo ante. Infatti, la Reale Commissione , prima di rassegnare il suo mandato al Governo , ha formulato una serie di proposte , per un secondo periodo di studi, che a suo modo di vedere, « sono un indispensabile complemento dei lavori già eseguiti » (p. 84) Quindi... ai posteri 1' ardua sentenza ! Tutte le incertezze enumerate devono indubbiamente avere incoraggiato gli scienziati stranieri a considerare le Calabrie fuori tutte le leggi scientifiche, a segno da sentirsi autorizzato il Suess a ritenere quelle contrade, come per altre avevano fatto il Dana e l'Heim, come soggette a fenomeni di assestamento che elevare a scienza il tectonismo, che in quelle contrade non da che vedere. Recentemente il dottor Hobbs, che si è occupato del terre- moto 8 Settembre 1905 delle Calabrie, non tenne alcun conto dell'insieme dei fenomeni, ed in ciò imitò ì\ Suess che visitò le Calabrie dopo il terremoto del 1870. Fatto si è che il Suess enunciò la sua nota teoria, ed oggi Hobbs per ottenere nuovi lumi nello studio della struttura della crosta terrestre, ha rivolto ') Le quantità di silice riscontrate nelle rocce di: Messina 74,09 "/q; Aspro- monte 73,71; Lipari 74,10; Vulcano 74,52; Stretto 74,22 o/o; sono cifre che di- struggono tutte le supposizioni. — 43 — la sua attenzione sull'Italia meridionale. Asserisce Hobbs che la Calabria non è solo una regione di rocce cristalline, gettato in complesse ripiegature, ma ha chiaramente mostrato di essere in- tersecata da un gran numero di strati rotti. Questa sua asserzione, per chi ha letto la relazione Sarconi e la pubblicazione del Vivenzio, non produce alcuna impressione, poiché fin dal 1783 furono pubblicate delle tavole separate e riassuntive de' 215 laghi prodotti da' terremoti di quell'anno pubblicazioni e piante che misero in piena evidenza , non solo le fratture in tutti i sensi, ma pure che furono le scosse sus- sultorie che sovvertirono completamente il suolo ed il corso delle acque. Parimenti mi sorprende, come oltre i fenomeni, che riassumerò, verificatisi nei terremoti del 1870 e del 1905 , non si tenne nessun conto delle profonde fenditure di Precacore, e di Rosarno, dalle quali venne eruttato fango fumante, vapore acqueo ed acido solfidrico, specialmente dal Hobbs che studiò le linee o fratture vulcano-tettoniche dell'Italia, e dei fenomeni vulcanici sottomarini, studii che interpretati senza idee precon- cette gli avrebbero dovuto servire di grande ammaestramento. Poiché lo stesso Hobbs nella zona studiata in quella occasione: « include la Calabria, la Sicilia a Nord dell'Etna e ad Est di Naso e le isole Lipari, le quali regioni possono considerarsi come un'unica zona sismotettonica ». Fa il Dottor Hobbs molti sforzi per dimostrare: « la falsità della concezione del centro-teoria che non nacque da dati spe- rimentali, ma dalla preconcezione una volta generalmente seguita che i terremoti fossero intimamente dipendenti da forze vulcaniche ». Qui occorre dissipare subito un equivoco in cui è caduto Hobbs, nel senso che il Mallet nella pubblicazione sul terremoto napoletano del 1857, si espresse come segue: « l' intera dimen- sione orizzontale della cavità focale (il centro di Hobbs) era circa nove miglia geografiche » ^). In quanto alle fratture, che Hobbs chiama linee sismotetto- niche^ l'A. scrive che: « Le scosse sono talora cosi distruttive che è difficile determinare le linee di massima intensità; quindi ogni tentativo d'indicarle, unendo le località danneggiate, é malsicuro. Per fortuna non si riscontrano le stesse difficoltà nello studio delle scosse minori, le quali sono sensibili solo nei paesi di ele- vata sismicità ». ^) R. Mallet, Great napoletan eartheqiiake of 1857, vols. II. p, 303-306. London, 1862. _ 44 — « 11 significato tettonico di certo lineo venendo così stabilito, è naturalo ritenere che se esse sono il luogo di gravi danni al- l'epoca di un macrosismo, un movimento è avvenuto su di esse ». Io credo che a questo punto Hobbs avrebbe dovuto almeno accennare quali sono le nuove energie che rendono il tettonismo 0 r assestamento siissultorio, capace di lanciare massi a distanza, provocare eruzioni di sabbia, d'acqua, ecc. De Montessus de Ballore scrisse a Hobbs da Abbeville il 29 Maggio 1906 che i grandi terremoti arrecano danni lungo certe linee stabilite nella regione, nella zona sconvolta. « Sono esse delle linee epifocali di Harboe, per cosi dire, materializzate alla superfìcie e direttamente viste in movimento senza l'inter- mediario dell'osservazione delicata di un elemento necessario, il tempo ». « Ora queste linee di distruzione esclusive, sempre le stesse pei diversi terremoti d'una stessa contrada, corrispondono volta per volta alle dislocazioni e alle linee strutturali della topografia e della geologia della regione devastata. Tal'è, asserisce de Ballore, il risultato concreto del lavoro di Hobbs sui terremoti delle Ca- labrie e della Sicilia orientale ». Mentre nel Rendiconto della Classe di Scienze fisiche, ma- tematiche e naturali della Reale Accademia dei Lincei, per la seduta del 3 gennaio 1909, tra le altre cose riferite dal Socio Carlo De Stefani, si legge: « Probabilmente, l'attento studio fisico delle vibrazioni sismiche porterà a meglio determinare le cause, poiché certamente la natura delle medesime è diversa secondo che derivano dallo sprofondamento di una vòlta, causa da esclu- dersi per ragioni profonde, o da spaccature più o meno lunghe, dipendenti da un ipotetico, cosi detto, assestamento ». Se i signori sostenitori del tettonismo nella Calabria, invece di propalare e sostenere l'assurdo, si fossero degnati di fare due sezioni E. 0 e S. N dell'estremità Calabra, si sarebbero convinti che suir imbuto rovesciato o cono col vertice nelle profondità dello stretto, dove le rocce cristalline diedero asilo ai depositi terziari e quaternari, i buoni Calabresi edificarono città e paesi, quindi i voluti strati non possono essere rappresentati che dalle formazioni or ora citate, poggianti sopra un massiccio cristallino sia pure fenduto in tutti i sensi. Ciò esclude nel modo più assoluto che nelle tormentate terre Calabro-Sicule smottate in tutti i tempi dal vulcanismo , abbia avuto e abbia mai a che vedere il tettonismo. Poiché tutte le volte che il magma in quelle contrade urta la roccia cristallina - 45 — subaquea o subaerea le formazioni che vi sono sopr'essa adagiate, balleranno una ridda più o mena disastrosa, essendo essa subor- dinata alla intensità della scossa od alle esplosioni. Il De Ballore ha scritto: « On acceptera dono sans difficulté l'exactitude de la conclu- sion du geologue américan, a savoir que les tremblements de terre résultent des effortes de réajustement des blocs de la mar- quetrie terrestre qui tendent à reprendre leur état d'équilibre rompu per le jeu des forces géologiques. C'est en petit pour un pays partioulier ce qui se réalise au sein des grandes zones à remblements de terre, ou géosynclinaux , pour l'ensemble de la surface terrestre, et M. Hobbs a eu le mèrito de concrétiser par la pure observation ces voies nouvelles de la séismologie géolo- gique > (p. 297.). Pertanto bisogna tenere presente che il prof. Eduardo Suess scrisse egli pure al dottore W, E. Hobbs nel Marzo 1906: « che appunto perchè non v'è ancora accordo su tutte le concernenti questioni, acquista valore il giudizio di un uomo spregiudicato ». Ma ciò non vuol dire accettazione. Il De Ballore chiude la sua lunga lettera come segue: « In Calabria, Hobbs non ha fatto che interrogare i fatti; è il più bello elogio che si possa fare del suo studio di tettonica sismica: les théories passent, les observations restent ». Ammesso pure che le teorie sfumano e le osservazioni re- stano, ma qui è il caso di chiedere al de Ballore quali sono le osservazioni originali che ha fatto Hobbs ? Forse quelle di aver tirato tante linee sopra la prima carta geografica che gli è ca- pitata sotto mano, da non potersi leggere più neanche i nomi delle città e paesi, che popolano le nostre belle e generose terre? Oppure l'altra del de Ballore stesso che per indicare gli epicentri Calabro-Siculi ha ridotto la carta geografica di quelle contrade in una carta bibula ? De Ballore, sempre a proposito di Hobbs (p. 295) soggiunge: « Maintenant cette ètape (della nozione dell'epicentro) est fran- chie et pour l'étude particuliére d'un tremblement de terre il ne s'agirà plus, dans la plupart des cas, du mouvement en un point d'un accident géologique, ni méme d'un compartiment tout entier et par contrecoup de ses voisins, nouvelle conception dont M. Hobbs, ainsi qu'on va le voir plus loin, est un un des révelateurs ». — 46 — Terremoto Calabro - Siculo del 28 dicembre 1908. Nella mia modesta relazione sull'imuiane disastro, pubblicata nel voi. XXIII, pag. 119, degli atti della nostra Società, anno 1909, riassumo così i fenomeni : e Sbuffi di gas e sollevamento di masse d'acqua, mescolato a sostanze gassose nello stretto di Messina, qualche giorno prima doirorrenda notte; la luce abbagliante ^) che si vide da Patti, Ri- posto , Messina, Reggio Calabria, ecc. ; i rombi assordanti che precedevano le scosse, oppure si sentivano senza che si avvertis- sero terremoti; alle 5.20 ^), nell' ora fatale, le scosse precedute da boati, avvertite dai piroscafi che passavano in quell'ora nello stretto e dalle imbarcazioni che si trovavano nei porti di Mes- sina e di Reggio; il maremoto; 1' acqua calda ^) lanciata sulla spiaggia di Pellaro ^qualche superstite trascinato a mare trovava l'acqua più calda quando il movimento delle acque lo portava in fondo); l'acqua calda, che investi i soldati d'artiglieria tra le macerie del quartiere San Salvatore nella cittadella di Messina, 1) Lacroix.— La Montagne Pelée et ses éruptions. Paris 1894. « Au milieu de ce chaos de vapeurs, je vis d'innombrables étincelles électriques 2) Il dottor Eizzo nella relazione Blaserna sostiene alle 5h 20"! 27s. Ciò non può essere, perchè pure l'ora registrata a Casamicciola 5, 21, 15 va d'ac- cordo con quella di Valle di Pompei registrata a oh , 21ni , 14s. 3) Prof. G. Mercalli. — Contributo allo studio del terremoto Calabro-Mes- sinese del 28 Dicembre 1908. Napoli, 1909. A pag. 5 si legge: Il prof. Motta- reale dice: « Usciti all' aperto, egli e la sua signora, osservarono in cielo punti scintillanti perfettamente simili a stelle cadenti ». A pag. 7. A Bagnara il fattore dei signori Lupini: « vide come un cerchio di fuoco nell'aria ». A Messina il figlio del prof. Mazzarelli « vide una luce in cielo che gli parve una colonna di fuoco rossastro che venisse da SW. Anche le prime due 0 tre repliche furono immediatamente precedute da luce rossastra ». Anche altre persone di Messina dissero al prof. Mercalli di avere visto luce al momento della grande scossa. A Bova, la signora Pugliatti aiferma di avere visto come un bagliore durante la scossa. Il prof. B, Occhiuto assistente all'Osservatorio di Melito riferisce che « due persone, una di Sinopoli inf. e l'altra di Sinopoli sup., osservarono pure una specie di nube di fuoco in cielo immediatamente prima del terremoto ». A pag. 9 conclude Mercalli: « I fenomeni luminosi (il « lampo sismico ») non mancarono, ma furono molto meno sensibili che nell'S settembre 1905)». Questo fenomeno si ripete spesso in altre contrade del mondo; per non abu- sare in citiizioni riporto il seguente telegramma: Brest. (22 Marzo 1910) « La notte .scorsa una scossa violenta accompagnata da forti rumori è stata avver- tita nella penisola Grozon. Si crede che si tratti di un terremoto. Questo fe- nomeno è stato preceduto da una forte luce bluastra che illuminò il cielo ». A proposito dell'acqua calda il prof. Mercalli riporta a pag. 41 e 42: I — 47 — di Reggio 0 dintorni ^); l'acqua del maro dopo le ore otto, nel porto di Messina ancora tiepida; la trave di fuoco, ossia una stri- scia di luce repentina, apparsa nel cielo al momento dello stre- pitoso rombo avvertito nel mare alle 5'^ 20"^ del 28 dicembre; le bruciacchiature osservate nei cavi telegrafici e telefonici dello stretto di Messina; la moria dei pesci gettati sulle spiagge ca- labro-sicule ». La terribile scossa sussultoria registrata dal Tremometrografo Omeri dell' Osservatorio di Valle di Pompei a 5^^ 21"" 14^ indica che la velocità di propagazione in metri e per secondo è = 4047. Questo fenomeno della velocità non può essere impresso alle rocce che dal vulcanismo, come riferirò presto in altra mia comunicazione; quindi il tettonismo nelle Calabrie non ha niente che vedere. Come pure il terremoto Calabro-Siculo del 28 di- cembre, ha messo nella più lampante evidenza che in quelle contrade non vi sono formazioni geologiche o zone immuni; tutto fu rotto, sconquassato in tutti i sensi; come nou vi furono costru- zioni che resistettero al terribile urto sussultorio, alle fortissime esplosioni. La Reale Accademia dei Lincei, nella seduta del 3 gennaio 1909 fu di unanime parere che non si possa pensare a ricostruire le due città perdute, se non si esaminano prima una serie di que- stioni preliminari. Ed il Ministro d'Agricoltura il 22 genuaio, alla riunione plenaria della Reale Commissione, tra le altre cose disse. « I pubblici poteri soprattutto hanno sentito il dovere di pre- scrivere mezzi e regole tutelari per la difesa del domani, nelle regioni sismiche della più grande attività, nei punti dove sono perenni i focolari di scuotimento della debole crosta terrestre «. « Non si è arrivati finora, è vero, nel labirinto delle teorie sulle cause del fenomeno sovvertitore, a uno studio sistematico, che valga a fissarne la vera e propria natura, a distinguerne, come si fa per i temporali, i segni precursori. Ma le ricerche intorno « Dal dott. Stilo di Gallico iuf. seppi che una sorgente esistente nella parte nord del paese, a circa cento metri dalla spiaggia, aumentò notevolmente e si fece un poco più calda, dopo il terremoto; e si mantiene ancora attual- mente (luglio 1909) più abbondante, sebbene abbia ripreso la sua temperatura normale ». ^) Il Prof. Mazzarelli dell'Università di Messina m'informa che il 28 di- cembre, 4 o 5 ore dopo il terremoto, a Ganzirri, in terreno paludoso, vicino al lagiietto omonimo furono viste uscire con forza dal suolo masse d'acqua caldissima con fango e pomici. Poi per molto tempo continuarono getti di acqua fangosa simili a salse ». — 48 — ulhi disliil)uziono dolio aree sismicho hanno condotto alla com- pilaziono di ottimo carte, e permettono di conoscerò o di preci- sare dove si manifesti più frequente il fenomeno devastatore. Ed è ugualmonto approfondito il problema dell'edilizia sismica, in relaziono alle condizioni del suolo tormentato da secolari commo- vimenti tellurici ». « Queste ricerche furono compiute con mirabile cura dalla Commissiono incaricata di studiare il disastroso terremoto del 1894. I risultati di essi voi potrete esaminare nello pregevoli re- lazioni sismologica, tecnica, geologica e storica, raccolte nel vo- lume stampato a cura dell'ufficio Meteorologico ». Questa relazione a cui allude il Ministro venne clandestina- mente pubblicata dopo quindici anni e dopo la pubblicazione di W. E. Hobbs: The geotectonic aspects of Calabria ^) e contenente alcune carte, delle quali sono importanti pei tettonici quelle in- dicate col n.o 3 < Seismotectonic map of Calabria » e col n.» VI: « Map of arcthquake epicenters in Calabria and N. E. Sicily by count De Montessus de Ballore. Aprii. 1906 ». Pertanto credo sia utile dichiarare che nelle Calabrie manca solo la marqueterie come secondo de Ballore: « en un mot d'une des pièces de la marqueterie terrestre suivant l' heureuse oxpres- sion de de Lapparent » e credo di aver dimostrato nella mia re- lazione dello scorso anno, nella quale scrissi, e può leggersi a pag. 100: « che sotto lo stretto di Messina non vi sono stratifi- cazioni da rassettare, né credo che dopo 26 secoli (da Pitagora ai tempi nostri), tanto per dare una indicazione, aspettino ancora per rassettarsi i terreni del cenozoico superiore, miocene e pho- cene, e del neozoico (quaternario e recente), che si depositarono sulle pendici dei Peloritani e d'Aspromonte che guardano lo stretto ». Perciò non vi sono marqueteries, uè vi saranno mai sprofon- damenti. Relazione tra il vulcanismo ed il sismismo. Aristotele pensava: « che i vulcani sono, in certo regioni e in certe circostanze valvole di sicurezza contro i terremoti » poiché il filosofo di Stagira credeva « che la terra contenesse nelle viscere sorgenti di spirito e di fuoco agli occhi umani ascose, le quali hanno molti spiragli emissari del vapore e del 1) Beitrage zur Geophysik. VJII Band. 2. Heft. p. 293 Leipzig 1907. — 49 — fuoco, onde Lipari, l'Etna e le Eolio vomitarono ferree zolle in- fiammate ». Scrissero Humboldt, Scrope, Stoppani ed altri a questo pro- posito che la dipendenza sta sempre per rapporto alla causa ; l' indipendenza per rapporto alla contemporaneità. In ogni caso i terremoti precedono le eruzioni vulcaniclie, come l'effetto più immediato precede l'effetto meno immediato; ma il tempo che corre può essere lungo e può essere brevissimo, in modo che un effetto tenga dietro all'altro immediatamente. Gli esempi che si citano, per mostrare la vicendevole dipendenza tra i terremoti perimetrici e le eruzioni vulcaniche, non sono appunto che altret- tanti casi in cui il secondo effetto tenne dietro immediatamente al primo. In alcuni degli esempi si rileva un intervallo di tempo fra il terremoto e l'eruzione e sempre nel senso che questa è prece- duta da quello. In altri non si notano intervalli di tempo; ma può ritenersi che si tratti di un intervallo breve o quasi imper- cettibile. I vulcani furono già considerati da Aristotele, da Stoppani ed altri, come valvole di sicurezza; ed i fatti lo provano, poiché per essi trova sfogo quell'indomito magma che freme nelle viscere della terra, e tutta la porrebbe a soqquadro, quando non trovasse per qualche parte un'uscita. Mallet considerava un terremoto in una regione non vulcanica come un tentativo fallito di formare un vulcano; ed i fatti gli hanno dato ragione. Pertanto questo tentativo spesso non fallisce. Può darsi che i vapori, sviluppati anche lontani dagli orifizii vulcanici, li trovino poi, espandendosi tosto lateralmente, rompendo la debole saldatura dei grandi cre- pacci del geoide, e producendo l'eruzione. Nessuno ignora che l'Etna poche settimane prima del terri- bile terremoto del '28 dicembre 1908 fece un tentativo di eru- zione, altra eruzione aborti sul nascere nel 1909,' fino a che non ebbe luogo la imponente eruzione di questo Marzo 1910. Molti esempii potrei citare , ma siccome ho limitato le mie ricerche a due periodi memorabili per l' Italia , pei danni e le vittime, cioè ai due terribili terremoti Calabro-Siculi del 1783 e del 1908 , cosi passo a riassumere , il più che mi sarà possibile! i fenomeni presentati dall'Etna, dal Vesuvio e dalle Isole Eolie, senza citare nessun fenomeno eruttivo accaduto in quel di Sciac- ca, di Siculiana, di Pantelleria, ecc. Se non lo stesso giorno del terremoto del 1783 , durante l'anno e durante i terremoti che desolarono le Calabrie dal 1783 al 1786, il Vesuvio compi diverse eruzioni piuttosto leggere, ma 4 — 50 — r Etna iKil i7y7 diodo una formidabilo uruziono. IO erodo op- portuno ricordare che lo Skaptàr (Islanda) durante 1' eruzione del 1783 emise una quantità di lava calcolata a 600 milioni di metri cubi (Reclus) e che l'Asamayana (Giappone) entrò in eru- zione quasi contemporaneamente ai vulcani d'Islanda; emise lave e lapilli e seppellì 48 villaggi sotto le ceneri e lapilli, come pure il 27 febbraio 1783, tra il fragore di sotterraneo detonazioni av- veniva una eruzione di fango e di gas da una delle salse della penisola di Taman, in faccia a Kertsch. Sopra questo importante fatto e per molti altri ed il loro nesso dinamico di tutte le ma- nifestazioni vulcaniche fra loro, dirò presto la mia opinione in un lavoro: «Sul sismismo e la costituzione geofisica del nostro geoide». Nelle prossimità del dicco basaltico di Palmi nel 1783 vi furono esalazioni infuocate; il 21 gennaio 1909 giunse da Palmi il seguente telegramma : « Da un crepaccio della roccia in lo- calità Sirena , a circa 25 metri a picco sul mare, quasi a S. W. di Palmi , s' è sprigionato un fumo denso di gas solforoso ; questa località è stata visitata oggi dal giovane Borelli del Comitato Mantovano; furono riscontrate sulle rocce suddette forti emana- zioni; dal calore furono bruciati arbusti circostanti ». I tettonici si dettero un gran da fare per smentire 1' im- portante fatto, anzi per dare una spiegazione ricorsero ad una fantasticheria di Sainte Pierre , 1' autore di Faolo e Virginia , il quale considera i vulcani come vasti fuochi accesi sulle spiagge dell'Oceano, che dovevano purificare le acque dalle sostanze estra- nee che esse contengono. I vulcani, secondo lui, in principio si accesero per la fermentazione delle sostanze vegetali ed animali di cui la terra rimase coperta dopo il diluvio. Questi detriti, ac- cumulati alle basi delle montagne, si sarebbero accesi spontanea- mente in seguito alla fermentazione, in modo analogo a quello che verificasi spesso coi cumoli di fieno. Su per giù con le stesse espressioni alcuni improvvisati vulcanologi nel se -olo XX" in Italia hanno spiegato il fenomeno di Palmi e l'altro dell' acqua calda dei Ganzirri ! Le isole Eolie ed i terremoti Calabro - Siculi dal 1783 al 1908. Molto importante per la vulcanologia e per la sua intima connessione coi terremoti di quelle contrade è la constatata pre- senza di un dicco basaltico fatta daU'ing. Cortese ^) a Malpasso 1) Boll. Com. Geol. d' Italia, 1885 p. 61 e 1890 p. 337-166. - 51 — (Palmi). Secondo il solerte e diligente geologo : « potrebbe essere anche trapp terziario e collegarsi alle rocce analoghe dell' isola Lipari ». Dagli scrittori di epoche remote come da quelli dei tempi nostri si apprende che le isole Eolie parteciparono sempre in modo violento ai terremoti Calabro-Siculi. Per non sconfinare mi limito a quanto mi è riuscito di rac- cogliere nel periodo 1783-1908, Pietro Colletta a proposito del terribile terremoto del 1783 scrisse : « Etna e Stromboli più del solito vomitarono lave e materie ». Uno scienziato napoletano, di cui non si fa il nome, in un rapporto ufficiale al re di Napoli si espresse come segue sul ter- remoto del 1783 : « Il 5 febbraio, giorno funesto per Messina, a mezzogiorno e tre quarti si ebbero le prime scosse. Il terreno si abbassò in più luoghi ; in altri si videro uscire dal suolo lun- ghe fiamme che spandevano per l'aria un forte odore di bitume. Il mare, sollevandosi al disopra del suo livello ordinario, superò il porto e si rovesciò impetuosamente contro i palazzi sommer- gendo una grande estensione ». Nella Cronaca Reggina si legge che nel 1783 al 17 febbraio il Mongibello eruttò gran quantità di fuoco e pietre , ed il suo rimbombare si sentì per molti giorni. Pure il Vesuvio si mise in attività verso la metà di agosto 1783. L' abate Ferrara scrisse che i vulcani delle Eolie presero molta parte ai fatali tremuoti delle Calabrie e di Messina nel 1783. Pure Grimaldi confermò 1' attività delle isole Eolie, per quanto F Hamilton lo avesse messo in dubbio. infatti, per lo Stromboli il Ferrara affermò che il vulcano fu quasi sempre in straordinario travaglio ; molti giorni sembrò un toro infuriato che elevato sopra le onde spaventava con i suoi muggiti la sventurata Calabria e la vicina Sicilia. L' isola Vulcano lo accompagnò spesso : i suoi urli furono sempre terri- bili e immense le colonne di fumo e di fuoco. Altri scrittori concordemente asserirono che dopo il paros- sismo del 5 febbraio lo Stromboli aumentò i suoi fuochi , ed i rombi furono sentiti sui lidi di Calabria. Francesco Antonio Gri- maldi scrisse che : « La Piana, fu il luogo dove l'accensione sot- terranea produsse l'effetto più violento »; che le isole Eolie con Lipari e Stromboli non furono esenti da danni, e che lo Strom- boli dopo il terremoto del giorno 6 febbraio vomitò più del so- lito delle fiamme e si sentivano in Calabria i muggiti del Monte. Riferi pure che « in Messina si osservò un fenomeno notabile ; — 52 - prima dulia scossa si vide nel canale alzare una densa colonna di vapori, che prese la direzione di Reggio ». Cosi descrisse l'al- tro terremoto del 28 marzo 1783 : « verso l'ora una e 23 minuti d'Italia : un cupo rimbombo, un fragore sotterraneo precedette il terremoto, che fu giudicato più violento di quello del 5 feb- braio, tra i Golii di Squillace '} ad Oriente e Sant'Eufemia ad Occidente grandi fenditure con eruzioni di sabbia ed emissioni d'acqua con acido solfidrico: le acque solfuree e le acque minerali divennero più calde. La scossa fu avvertita nelle isole Eolie e fu più accentuata a Stromboli ». « Il Monte Etna vomitò anche in quei due mesi frequentemente delle fiamme ». (pag. 46). Dopo il 1783 da vulcani sottomarini e dalle fratture suba- quee, messe tra Stromboli e la costa tirrenica, ebbero origini ter- remoti di varia intensità, che investirono contemporaneamente le isole Eolie e le coste Calabro-Sicule. Jl terremoto del 1783 venne avvertito da tutti i centri abi- tati delle regione Etnea; fu molto forte pure a Milazzo. Nel terremoto di Calabria del 4 ottobre 1870, le acque dei ruscelli, dei pozzi e del fiume Orati crebbero di molto , e mo- straronsi calde e fumanti. Alcuni ruscelli perdettero il loro corso, altri lo raddoppiarono. Le fontane sorgive generalmente aumen- tarono quasi della metà, e rimasero torbide per lungo tempo. Le acque termo-minerali di Guardia Piemontese crebbero, sgorgando a guisa di torrente. Durante il terremoto le scosse e i vulcani di fango di S. Sisto a 12 Km. da Cosenza e di Torre del Ponte nella Sila Piccola, compirono una fortissima eruzione. Le scosse sussultorie accompagnate da rombi si avvertirono fino a tutto il mese di dicembre del 1870. Il Conti riferisce anche di una neb- bia polverosa di odor bituminoso negli istanti di maggiori con- vulsioni. Prima e dopo i terremoti del 16 novembre 1894 le isole Eolie non tacquero. Infatti il 16 marzo cominciò l'isola di Pan- telleria con una scossa sussultoria preceduta e accompagnata da rombi. Il 26 maggio si avvertirono frequenti scosse a Stromboli e conseguente ripresa dell' attività vulcanica dell' isola. Cosi il 29 1) Nelle segaeiiti profondità del golfo di Squillace, trovo indicato nella carta idrografica del Magnaglii, roccia. Di contro a Marina Sallio alla profon- dità di 24 metri ; a Torre diruta a m. 4o ; di contro Bosco Suverito a circa m. 9,5 ed a m. 24; alla punta di Capo Rizzato a m. 1(5 ; alla punta di Capo Le Castella a 5 m. ecc. — 53 - luglio od il 1 e 3 agosto si ebbero scosse sensibili all' Isola Sa- lina, a Filicuri o Lipari. Seguirono i sisinismi dell'Etna nell'ago- sto, la scossa sussultoria di Mineo e poi altre nella zona Etnea. Sulla costa tirrenica nelle Calabrie, specialmente tra Capo del Pezzo e Palmi, furono avvertite spesso scosse provenienti dal mare. Nei terremoti cominciati il 16 novembre 1894 le isole Eolie non tacquero. L' isola Filicuri e quella di Alicuri durante il pe- riodo in cui avvennero i terremoti avvertirono spesso scosse sus- sultorie che danneggiarono tutti gli edilizi. A Salina e Lipari pure il movimento fu fortissimo ed allo Stromboli i danni furono di maggiore entità, e la scossa delle ore 18.50, di circa 10 se- condi, fu accompagnata da forte rombo. Nel corso dell' anno lo Stromboli fu in discreta attività e nell'agosto emise tanto vapore da prendere la forma di pino. Il cav. Alberti, sottoprefetto di Palmi, vide al mezzodì del 16 novembre che il cratere emetteva un triplice pennacchio di fumo. Le isole Panaria e di Vulcano alle ore 18.50 furono fortemente scosse dal terremoto, avverten- dosi in tutte le isole Eolie un forte rombo. Nel 1905, una diecina di giorni prima dell'otto settembre si era osservato un risveglio nell'attività dello Stromboli, dove la scossa raggiunse l'ottavo grado della scala Mercalli, con rombi, boati e pioggia di ceneri e di lapilli, mentre a Lipari la scossa fu di IV grado. Riferì un capitano marittimo che passando da- vanti allo Stromboli , pochi minuti prima del terremoto si udi- rono forti boati. Il fanale di Torre di Faro si spense dopo una forte scossa accompagnata da un rombo straordinario. Certo si è che prima e dopo il detto terremoto fu constatata 1' attività del Vesuvio e dello Stromboli. L'area epicentrale del 1905 trovasi in prossimità del mare, e nelle regioni in cui fu disastrosissima la scossa si rinvengono tracce da una parte e dall'altra del golfo di Sant'Eufemia e pure del Ionio. Probabilmente il magma tentò di farsi strada lungo la frattura che indubbiamente esiste tra le falde del Monte Poro (golfo di Sant'Eufemia) fino al territorio di Martirano e di Ajello, poiché in questi due paesi la scossa raggiunse il X^ grado ed a Martirano la montagna si squarciò in più punti e ne scaturirono dei getti di acqua bollente. Alcuni contadini, nella Valle del Drago, nell'uscire all'aperto, atterriti dai movimenti del suolo e dai boati, videro erompere dal suolo, in tre punti diversi, dei grandi getti di fango, i quali si innalzavano fino all'altezza di circa un metro e mezzo e poi dilagavano all'intorno. Tutto il fondo del Vallone fu coperto di — 54 - fango, ad un'altezza media di circa 60 centimetri, poscia 1' eru- zione diminuì di intensità e in capo a duo o tre giorni quasi cessò. Il fango non era altro che una marna argillosa coutenente le conchiglie caratteristiche del pliocene, che affiora in diversi punti del Vallone del Drago. In altri punti delle Calabrie dalle fenditure del suolo venne eruttato fango ; fu più accentuata la eruzione di fango presso il confine fra i territorii di Montalto Uflugo e di S. Vincenzo la Costa (Cosenza). Quasi tutte le sor- genti termali crebbero di volume e anche di temperatura. A Ga- latro la temperatura delle sorgenti termali sali da 34° a 37<> C. Nelle vicinanze di Rosarno si formarono qua e là numerose e ampie fenditure nel terreno, dalle quali sgorgavano molte polle d'acqua che trascinavano sabbie, che si disposero intorno ad ogni getto formando tanti piccoli coni. A Girifalco (Catanzaro) , dove la scossa raggiunse il grado Vili, si osservarono fenomeni luminosi ed elettrici ; e le acque delle sorgenti del paese i5Ì intorbidarono. Pochi secondi prima della scossa cadde sopra una mano di un contadino una goccia d'acqua bollente, che gli produsse una forte ustione. Il Direttore dell'ospedale, che lo curò non seppe spiegarsi la causa di quel- l'ustione. A Borgia la scossa fu di IX» grado, ed a Caraffa fu di Vili» grado, preceduta e accompagnata da un rumore fortissimo, come quello che farebbe un treno percorrendo delle caverne. Prima e dopo si videro in cielo degli sprazzi luminosi. A San Floro, scossa di IX grado accompagnata da cupo rombo ; sul terreno profonde spaccature. In conclusione, il terremoto del 1905, che fu di eguale intensità sulla frattura che parte dal Golfo di S. Eu- femia (Tirreno) e si prolunga nel Golfo di Squillace (Ionio), di- mostra che r eruzione sottomarina avvenne nel Tirreno e nel Ionio, come nel 1783. Tale frattura da un lato si prolunga per Cosenza e dall'altro per Palmi, ciò dinota che vi sono fratture in tutti i sensi e che si irradiano da diversi punti ove il magma spesso ha tentato di farsi strada, in epoche remote come presso Palmi, e successivamente pure nelle profondità dei mari che ba- gnano le teiTe calabro-sicule. Il 10 settembre 1' Ufficio di meteorologia e geodinamica di Roma comunicò all' Agenzia Stefani : « La grande scossa delle ore 2 ^/4 dell'S corrente (1905), provocò rilevanti danni all' isola di Stromboli, e fu forte pure a Lipari >. Da Pizzo fu telegrafato il 10 settembre 1905 — « Strani fe- nomeni accompagnarono il terremoto. A Tiriolo è caduta una — 55 — pioggia di cenere. Inoltre il terremoto fu preceduto da fenomeni elettrici luminosi e da un momentaneo addentramento del mare nella costa per circa cinque metri. Presso la marina di Maida si disseccarono le fonti e si sollevarono le acque del fiume An- gitola ». A Sambiase (Nicastro) : Scossa di Vili grado. Al piede del massiccio di rocce verdi e calcari che costituiscono il Monte Re- ventino, sgorgano parecchie sorgenti termali sulfuree , le quali si gettano nel fiume dei detti Bagni, ove sorge un rinomato sta- bilimento di bagni termali, ora proprietà dei fratelli Cataldi. Le tre sorgenti, che sono particolarmente utilizzate nello stabilimento, avevano la temperatura di 39o,6 (sorgente Caronte), 37° (bagno medio) e 35» (acqua fresca della fontanina). Dopo il terremoto avevano rispettivamente la temperatura di 39<',8 39o,6 e 37". Tutte le sorgenti, anche quelle che si gettano nel fiume, creb- bero considerevolmente di portata , quando avvenne la scossa; più a valle sgorgò un vero torrente di acqua solfurea a 31**, e ancora più in basso un altro a 360,4. A Nicastro: scossa di Vili grado. La popolazione che si era riversata sulle piazze, vide distintamente diffusa in cielo, dalla parte del mar Tirreno una viva luce, la quale durò anche un po' di tempo dopo la scossa. Ed a Parghelia, la scossa di X grado fu preceduta da U7ia vivissima luce e poscia si udirono dei ter- ribili rumori sotterranei. A Piscopio la scossa fu cosi forte che il paese venne raso al suolo. Pure Monteleone: scossa di X grado, alcune frazioni vennero ridotte in un ammasso di macerie, nella campagna si produssero grandi crepacci nel terreno , ed alcuni videro, nel momento della scossa, un vivo lampo da parte dello Stromboli. A Montepaone (Catanzaro) furono osservati dei fenomeni luminosi e si udirono dei rumori sotterranei. Lo stesso a Tropea, prima della scossa si osservarono dei fenomeni luminosi in cielo e si intesero cupi rumori sotterranei. Si produssero anche delle notevoli fratture nel suolo. A Coseìiza scossa di Vili grado, preceduta da un fenomeno luminoso e da un cupo rombo. Nel paese Rose (Cosenza) la scossa di IX» grado produsse danni gravissimi e la maggior parte delle sorgenti si disseccarono. A Careri (Gerace) scossa di VII grado; fu da prima sussul- toria e poi ondulatoria, fu preceduta come da un acuto sibilo ed accompagnata da un forte rombo. Pure a Gioiosa Ionica , a Orotteria la scossa fu accompa- gnata da forti rombi. — 56 - A Reggio da persone degne di lede fu rilerilo elle alle ore 23 1/2 del giorno 7, volendo esse bore dell'aequa della così dotta fon- tana dei Pesci, che è abitualmente freschissima, la trovarono tie- pida, al punto da non potersi bere. Nella contrada GiiincJii rasente il mare, si aprirono molte fenditure, dalle quali sgorgarono acque torbido con sviluppo di acido solfidrico. A Venctico (Messina) prima della scossa ed anche dopo di essa vennero osservati dei fenomeni luminosi e si intese un forte rombo. Il 28 dicembre 1908 la terribile scossa superò per intensità tutte le precedenti e si intese in tutte le parti del globo. Nel- l'immane disastro, senza precedenti, Messina e Reggio, che ave- vano parzialmente resistito ai sussulti dei precedenti terremoti, nella fatale notte del 28 dicembre furono quasi rase al suolo, dove tut- tora giacciono come giganti fulminati. Le isole Eolie, nessuna esclusa, nelle quali le scosse furono fortissime, furono più danneggiate nel 1908 che nel 1894 e 1905. A cominciare da Ustica a finire a Stromboli, gli urti sussultorii furono non solo forti, ma tali da danneggiare tutti i fabbricati. I cavi telegrafici e telefonici interruppero le relazioni tra isole ed isole, e tra loro ed il continente. Risentirono maggiori danni dalle violenze delle scosse Lipari , Salina , Panaria , Filicudi e Stromboli. Nel mare tra Alicuri e Filicuri un' abortita eruzione sotto- marina provocò un forte terremoto il 16 marzo 1892, avvertito pure a Stromboli. In quanto all'attività dell'Etna e del Vesuvio nel dicembre 1908, il prof. Collotti di Catania scrisse nel gennaio 1909 che : « l'Etna ed il Vesuvio in questi ultimi tempi, simultaneamente oppure alternativamente, hanno mostrato una grande attività. Anche il giorno di Natale un lungo e denso pennacchio di va- pori si vedeva sul cratere del nostro Mongibello ». I maremoti sulle coste Calabro- Sicule dal 1783 al 1908 « Me primamente accolgano avanti ogni cosa le dolci muse e mi additino le vie del cielo e delle stelle e mi insegnino da che derivi il terremoto: e mi mostrino per quale forza si gon- fino i mari profondi, rotto ogni argine, e di nuovo nei loro limiti ritornino » cosi Virgilio delle Georgiche. — 57 — Prima di dire la mia opinione sulla genesi del maremoto, devo riferire che por aver raccolto il Sarconi, che alcuni credet- tero essere stata la rovina del Monte Baci 1' unica cagione del sovvertimento avvenuto in mare (pag. 334), non pochi scrittori moderni attribuiscono ancora alla caduta di frane o masse di rocce nel mare, il maremoto. Infatti il Ricco si espresse come segue intorno al maremoto del 1904 : « Agitazioni e maremoto probabilmente prodotto da frana nel 1783; semplice ondeggia- mento del mare nel 1894 ». Il Mercalli in una intervista pubblicata nel giornale « Il Giorno » il 30 dicembre 1908 rispose come segue sul maremoto: « Vuol dirmi professore, giacché ha parlato del maremoto, quali probabili cause possono averlo originato ? « I maremoti hanno, ordinariamente, la stessa origine dei ter- remoti , cioè dei franamenti che avvengono nelle viscere della terra. Qualche volta è un pezzo del fondo del mare che si spro- fonda, che si inabissa; l'acqua soprastante perde il suo punto di appoggio, riempie il vuoto fatto e l'acqua tutt'intorno si preci- pita violentemente a ristabilire l'equilibrio. Trattandosi di una massa fluida, questa, prima che lo stato normale sia ristabilito, oscilla ancora con una violenza proporzionale alla intensità del- l'impulso primo. Altre volte le cause del maremoto sono esogene, vengono cioè da fuori il mare. La frana di una roccia immensa, per esempio di un volume di migliaia di tonnellate, cadendo nel mare, specialmente in uno stretto o in uno specchio d'acqua in certo modo limitato, può produrre un vero maremoto. È quello che accadde nel 1783. Allora si ebbe il terremoto del 5 febbraio, e dopo circa dieci ore avvenne il maremoto. Un pezzo di roccia immenso, staccandosi dalla costa si inabissò nello stretto, solle- vando un'ondata enorme che ricadde sulla spiaggia facendo mille e duecento vittime. Ed è appunto questa la differenza tra il maremoto attuale e quello del 1783. Quello, come ho detto, avvenne parecchie ore dopo lo sconvolgimento tellurico ; adesso è avvenuto contemporaneamente. Ciò dimostra che esso è dovuto esclusivamente al movimento della costa, il quale, essendo stato abbastanza forte, ha finito con l'imprimere all'acqua una potente oscillazione, in seguito alla quale il mare ha invaso violentemente Messina. « Ma si è parlato di due epicentri; non potrebbe darsi che uno abbia originato il terremoto e l'altro il maremoto? « Potrebbe darsi benissimo ; potrebbe assere accaduto che il maremoto abbia avuto una origine propria, una origine a sé. — 58 — Furono quosto propalazioni, fondate su di un si dice^ raccolte noi 1783, clic mi indussero a scrivere nel giornale « 11 Giorno » di Napoli n. 41 dei 10 tel)l)rai(; 1909, un articolo sul maremoto nel quale dissi: < 11 recentissimo fenomeno causato da una eru- zione sottomarina e che completò la malefica opera di distruzione causata dal terremoto del 28 dicembre 1908, mi porge l'oppor- tunità di parlarne ». Successivamente mi occupai del maremoto a pag. 72 del mio lavoro: « Il vulcanismo nel terremoto Calabro- Siculo del 28 dicembre 1908 » e nella: « Esposizione dell'attività scientifica e didattica » pubblicazione richiesta dall'avviso di con- corso al posto di direttore dell'Osservatorio Vesuviano. Nel 1783, dopo la scossa del 5 febbraio, un prete di Scilla ricoveratosi sopra uno scoglio sulla spiaggia, ebbe la rara fortuna di assistere al maremoto che il Sarconi descrisse come segue a pag, 225: « Di fatto, ecco repente elevarsi, fremere, e conturbarsi il mare, e in un attimo crescere a segno, che quasi bollendo corse a riprendere non solo il letto, che abbandonato avea, ma orgo- gliosamente si estese ad occupare ben lunga parte della stessa sempre arida e lontana sponda. L'inondamento, e l'estensione de' flutti fu tale, che ad alcuni marinari, i quali trovavansi in su un battello arenato, convenne , per non perdersi, di reg- gersi e tenersi in guardia co' remi Ma quando tutto parea disposto al più disperato partito, di ratto si soffermò il bolli- mento delle onde; e, acquetandosi il mare », il prete abbandonò il pericoloso rifugio. Dunque il 5 febbraio il terremoto non aveva provocato nessun distacco di roccia, franamento o slittamento. < Alle ore 7 1/2 della notte del 7 febbraio, memoranda e fu- nesta, un orribile terremoto provocò tanto rivolgimento de' ter- reni, che una parte del gran monte Bacì precipitò con orribile fragore molta parte empi di ruine la superficie de' terreni, altra piombò di sbalzo nel sottoposto mare quando repente dopo pochi minuti ch'era cessato il terremoto, udissi un fremito^ e un secreto susurro , che approssimandosi dalV interno del mare^ lasciò gli animi in forse se il sibilo, e il tanto fragore, che si udiva (dai ricoverati sulle barche e in alcune capanne sulla spiaggia), fosse vento, che si destasse, o nuovo nunzio di altro tremoto « Un abisso di onde, che si rincalzavano con una rapidità inesprimibile, ove oltrepassando i legni, ove sommergendoli, e ove elevandoli, trascinò nel mortifero aperto seno del mare tutto » . Riferirono alcuni che l'acqua del mare era scottante ; altri videro fumo e fiamme ; altri raccolsero pesci abbandonati sulla spiaggia. — 59 — A pag. 234 si legge nella relazione Sarconi: « vi furono molti, a' quali piacque di attribuire a tutt'altra causa, cho alla forza del maremoto^ l'inondazione avvenuta. Costoro credettere che la rovina del Monte Baci era stata l'unica cagione del sov- vertimento avvenuto in mare ». Allora non si parlava di tettonismo o di assestamenti , ma i moderni tettonici sostengono che il riscaldamento del mare viene o fu provocato dall' urto della massa rocciosa caduta nel mare e che il tettonismo può provocare pure sviluppo di gas ! A Messina vi fu maremoto il 6 ed il 7 febbraio. Il 6 febbraio nello stesso fatale momento del terremoto si destò il maremoto, nel mare che bagna le sponde di Messina, di Reggio, del Cenidio e del Faro. Hamilton raccolse dall'ufficiale che comandava la for- tezza e che vi si trovava nell'ora fatale della scossa del 5 feb- braio: « che quel giorno ed i tre seguenti il mare era gonfio e ribolliva di una maniera straordinaria, con un rumore spavente- vole, nel mentre che le acque dell'altra parte del faro rimasero perfettamente in calma ». « Nella fervida e tumultuosa Cariddi, nelle rapide opposte cor- renti, e in tutto il volume delle acque le quali inondano tutto qual vasto distretto, si concepì un cosi valido, e formidabile scom- ponimento, che, come se una forza potentissima ne avesse percosso il centro, e scisso il seno per metà, il mare pria orribilmente av- vallandosi nel mezzo, e indi in rapidissime voraci spire ampia- mente nabissando , respinse per gli opposti lati l'onda inarcata; e con tale indicibile violenza ne sbalzò i flutti ripercossi, che trasci- nandoli a invadere e a superare tutta l'estensione del tranquillo letto del porto (Messina)... la strada si fendette e squarciossi in più punti profondamente... « si asserì che dalle fenditure si vi- dero prorompere fuori fiamme e scintille , ed empiersi l' aere di vapori bituminosi, e di zolfo (p. 273) ». « Il mare si disseccò dintorno a 20 palmi nel porto di Messina, e corse poi con tanto impeto verso la città che vi entrò fin dentro le porte (p. 340) » . Pure nel 1783 nel marzo, 7 e 28, nel mare Jonio avvennero maremoti che furono cosi descritti dal padre Trombi (Sarconi p. 306): « Al giorno 7 di marzo nel golfo di Squillace , e pro- priamente sotto il casale di Montauro nel luogo appellato la pietra grande, verso le ore 21 sentissi uscire dal mare un rim- bombo indicibile, che durò più di un'ora e mezza. Cessato essendo, ripigliò collo stesso fragore lo stupendo fremito alle ore tre della notte, e vi perseverò fino alle cinque. Alle ore nove poi segui una grande scossa che fu sensibilissima lungo quel littorale. « Un — 60 - miglio 0 mezzo lungi da Squillacc vi ò un ampio podere de' si- gnori Toti. Questo rimase pur lo spazio di trenta tumulate, o circa, inondato, e posto sott'acqua, senza apparire donde l'acqua fosse sgorgata, salvo il caso di essere emersa dal seno della terra >. Vivenzio (voi. II, pag. 236) riporta che gli scrisse A. Fasano che al 7 febbraio 1783 , all'ora della scossa (le 22) < il Jonio che bagna il lido di Stilo si elevò colle sue onde in una scala di un' altezza smisurata , e spaventevole talmente, che gli Stiloti guardandola dalla distanza di sopra miglia quattro, ed elevata più di una sesta parte di miglio, se ne atterrirono assai più del terremoto del cinque febbraio: imperocché per la faccia che quella scala di mare presentava alla loro vista, temevano che, sbalzan- dosi sul loro territorio, l'avrebbe tutto circondato e desolato ». Alla marina di Bivona e di Pizzo il mare era tranquillo in vicinanza del lido, ma in lontananza invece si mostrava: < in un fervore e bollimento insolito, benché senza alcun vento » talché alcuni pescatori furono costretti a far ritorno a terra (Vivenzio, voi. I, p. 159-160) ». « Avvenne presso Capo Rizzuto nella costa E, circa le 15 ore, un maremoto accompagnato da inondazione. A Cutro durante la scossa del 5 febbraio il mare ritirossi dal lido. A Roccella sul Jonio ed a Nicotera, il 28 marzo 1783, il mare si ritirò per inondare poi la costa per due o tre volte. Vivenzio (voi. II, p. 234) riporta pure che il 7 gennaio 1784 presso Roccella vi fu altro maremoto e verso il Faro la sera del 19 gennaio. Rombi e boati precedettero, accompagnarono o seguirono i maremoti ed i terremoti Calabro - Siculi , fenomeni che insieme agli altri di cui ho fatto cenno costituiscono la caratteristica delle eruzioni sottomarine; fenomeni e rumori che secondo Hobbs sono prodotti dall'assestamento o dal: « lento adattamento dei blocchi orografici e dalla conseguente produzione di vibrazioni entro la loro zona marginale » p. 232. Nel 1797 durante i terremoti Cu- mani si ripetettero gli stessi fenomeni di Messina e di Calabria del 1783. Il 17 settembre 1806 a 37^, 7' di lat. e 20° 2' di long, ossia a 24 miglia NE 74 N di Zante ed a 30 miglia ENE delle isole Strofadi, il capitano di una nave, a undici ore del mattino vide uscire da mare, a poca distanza dal bastimento, una colonna di catrame di circa un piede di diametro, la quale si espanse sulla superficie dell'acqua esalando un odore forte e riflettendo i raggi del sole. — Bi- ll 29 novembre 1810. Violenta scossa in maro, al sud del capo Matapan, la quale durò un minuto e mezzo. Il terremoto fu avvertito pure a Malta, Messina, ecc. Il 1» gennaio 1817. Terremoto in mare presso Zante. Nel 1818 eruzione d'acqua calda a Catania , terremoto ad Acireale, Nicolosi. Nel 1820 un capitano mercantile fu investito da un maremoto nelle vicinanze dell'isola Leucadia (Santa Maura). Nel 1831 di contro a Sciacca, dopo una serie di fenomeni derivanti dall'attività vulcanica già manifestatasi nel 1632 presso il banco Nerita improvvisamente si formò 1' isola Ferdinandea che scomparve dopo pochi mesi. Il capitano Trafiletti che co- mandava un brigantino riferi che una colonna d'acqua alta 60 piedi si sollevava dal mare con forza meravigliosa e vi rimase per alcuni minuti lanciando spruzzi da ogni parte e poi ricadde nell'atto che da essa svolgevasi una immensa nube di fumo. Il fenomeno della lanciata d' acqua si ripeteva coli' intervallo di 15, 20, 30 minuti. Un altro capitano siciliano narrò di aver ve- duto sollevarsi dal mare una colonna d'acqua dell'altezza di 80 piedi e del perimetro di 800 braccia : poi sali una colonna di fumo alta cuxa 800 piedi. Il 1832 terremoto a Cotrone (Calabria), Messina. Il 12 luglio 1835 un'ora prima di una forte scossa N-S av- venuta a Zante alle 10,55 a., la superficie del mare, al sud del capo Vasilicò, apparve tinta d'un colore rossastro, simile a quello del catrame, ed esalava un forte odore acido. Nel luglio 1843 due scosse consecutive in mare a 35 miglia ad ovest dell'estremità occidentale di Candia, risentite da un ba- stimento inglese da guerra in una traversata da Smirne a Malta: furono accompagnate da un sordo rumore, proveniente da S. E., che sembrava passare sotto il bastimento. La sonda, gettata im- mediatamente, non trovò fondo a 292 metri* Il 28 luglio ed il 1» agosto 1835 vi fu maremoto a Malta. Nel giorno 29 novembre 1843, mentre una nave veleggiava presso le isole Strofadi a 37°, 9' di lat. ed a 20», 46' di long, E, cioè alla distanza di 30' dal capo di Cheri e di 15' dal capo Strofadi, l'equipaggio avverti in mare uno strano ribollimento; intanto dall'acqua torbida e calda si sollevavano vapori con forte odore di bitume. Calato lo scandaglio in quel punto, non si trovò fondo a 15 o 16 passi (Issel). Nel 1836, aprile 24 ore 6, preceduta da rombo avvenne una tremenda scossa con maremoto cjie s'inoltrò per più di 20 metri di contro Corigliano. — 62 — Il 17 luglio 1844 nel Mediterraneo, a 36° 40' 36"dilat. N ed a 13" 14 ' 311 " lung. E da Greenvvioh , il capitano inglese comandante la Vittoria, vide, durante una burrasca, globi di fuoco che uscivano dal mare e spandevano a grande distanza odore solfureo, cenere e sabbia. Alle 9,30 p. del 18 giugno 1845 nel Mediterraneo , a 360 40' 66" lat. N ed a 13» 44' 36" long, (da G) la nave inglese Vittoria provò una violenta scossa, sebbene in quel momento il tempo fosse perfettamente calmo. Bentosto si sparsero nell'aria emanazioni solforose talmente forti che a malapena la gente del- l'equipaggio poteva respirare. La nave riportò qualche avaria in seguito all' inatteso urto; e dopo aver preso il largo, l'equipaggio vide tre immensi globi di fuoco lanciati dal seno delie acque e visibili per 6 minuti. Nel 1846 dal 4 al 5 ottobre un capitano mercantile, tro- vandosi nel mare di Seculiana (Girgenti) a 7 miglia dalla costa, osservò da lungi un grande splendore, che a tutta prima giudicò proveniente da qualche battello incendiato. Con la intenzione di prestargli soccorso, gli si avvicinò; ma con grande sorpresa e terrore, vide inalzarsi dal mare un' im- mensa quantità di fumo, dal cui seno venivano lanciati globi incandescenti, che cadevano con orribile fracasso a grande di- stanza. Nel 1846 teiTemoto a Malta. Nel 1854, il 12 febbraio terre- moto Calabro-Siculo violentissimo con intenso rombo a Cosenza. Nel 1865 verso la metà di luglio, tra il capo Mataiìan e l'isola Cerigo, apparizione di una nuova punta rocciosa a metri 3,65 sotto il pelo dell'acqua, la cui presenza era annunciata da un cambiamento di colore alla superficie del mare. Il 2 novembre 1870, maremoto nel mare Jonio e nel mare Tirreno, il quale produsse grandi avarie. Il terremoto sussultorio di Cosenza (9 marzo, 5 ottobre 1870) e conseguente riscaldamento delle acque ed emissioni di va.pori. Altro terremoto a Catanzaro il giorno 11 aprile e nei successivi giorni a Palmi , Rossano, Corigliano, Longobuco, ecc. Repliche fortissime sussultorio con rombi fino a tutto dicembre. Nel 1871 fortissimo terremoto nella Sila (Calabria). Un altro breve parossismo sottomarino avvenne nel Tirreno nel marzo 1880 in mezzo alle isole Sanguinarie all' entrata del porto di Ajaccio e non durò che un'ora. L' eruzione produceva un ribollimento che riempiva il mare di un grande ammasso di alghe ed altre sostanze, mentre nell'aria si diffondevano vapori — 63 - solforosi. In questo stesso anno furono avvertiti terremoti con rombi a Ventotene (Ponza), Ischia e Procida. Il 5 febbraio 1882, eruzione gassosa sottomarina dirimpetto alla costa dell'Etolia. Nel luglio 1883 terremoto a Casamicciola. Nei mesi di febbraio, marzo e luglio violenta eruzione allo Strom- boli e nelle Eolie. Nel 1884 terremoto in Andalusia e nelle Eolie. Il 17 agosto 1886 i passeggieri di un piroscafo inglese, navigando tra Candia e Malta a 50 miglia di distanza dal capo Matapan, videro uscire dal mare un vulcano di 40 metri di altezza e 10 di larghezza che vomitava fiamme e fumo. Alle ore 11,30 p. del 27 agosto dello stesso anno il capitano del vapore maltese La Vallette, proveniente da Alessandretta e diretto a Malta, trovandosi alla lat. 38°, 16' e long. 21° 25 E, ossia distante 50 miglia S W dal capo Matapan, sentì tutto ad un tratto una fortissima scossa di maremoto, che fece tremare tutto il legno per circa 11 minuti. A mezzanotte , ad W. nella latitudine 36° 17' N e longitudine 21° 27 E, osservò alla sua destra come una massa di fumo denso e nero , che a guisa di cono s'innalzava perpendicolarmente sull'orizzonte e che ad in- tervalli assumeva un colore rossiccio. Alle ore 10, a. del giorno successivo si osservarono nel mare diverse strisce lunghe circa un quarto di miglio in direzione N. S. di color giallo oscuro, che figuravano come bassi fondi. Pure durante la notte del 27 agosto 1886 il capitano del bringantino-goletta italiano Matilde, aRa. lat, 36° 49' e long. 19° 50' avverti un forte maremoto con grande spavento di tutto l'equipaggio. La rotta era WS TT e lo stato dell'atmosfera era soffocante. Il movimento parve N E-S We durò circa 80 secondi. L' impressione provata fu come se il naviglio , nel modo come tremava, si fosse convertito in vapore ad elica. Gli stessi fenomeni si ripetettero durante l'eruzione comin- ciata nel 1866 nel gruppo dell'arcipelago Santorino. Attorno alla nuova isola Griorgio I, il mare aveva la temperatura di -f- 50" C. Il 23 febbraio 1887 terremoto in Liguria provocato da una eruzione sottomarina. Alcuni capitani mercantili avvertirono scosse e sussulti. Nel marzo a Zante e Cefalonia. Il 21 agosto 1888, riferirono i giornali di Messina che alle ore 11 ^/2 di sera av- venne nn insolito violento moto di acque nel tranquillo porto di quella città, tanto che alcuni bastimenti, non poche barche e le baracche per i bagni costruite con legname, ebbero a patire avarie. In quell'epoca era in grande eruzione l'isola Vulcano (Eolie) e spesso a Messina si avvertirono dagli abitanti, o furono — 64 — avvertite dagli apparecchi sismici dell'Osservatorio, scosse di ter- remoto, che nel gruppo dolio Eolio invoco gli apparecchi non registrarono. Spesso avviene che l'acqua del maro che circonda Lipari o il tratto Vulcano e Panaria, si riscaldi o ribollisca a segno da liquefare la cera, la pece, da sollevarsi a grande altezza e da mostrare a galla pesci cotti. Da epoche remote nelle prossimità dell'isola Salina (Eolie) avvengono fenomeni interessantissimi a cui veramente io non potetti mai assistere, ma che le persone più autorevoli di Salina e di Lij)ari descrivono con una vivacità tutta siciliana. In mozzo al mare in un punto che chiamano « la fossa » nei mesi estivi incominciano a svilupparsi delle bollicine gassose, ma ad intervalli si ha considerevole sviluppo gassoso, che lancia l'acqua con vio- lenza e ad una considerevole altezza. Spesso poi accompagnano i gas sostanze fangose che intorbidano il mare, e molte alghe. Al cattivo odore dovuto al sollevamento degli ammassi organici sottomarini non è estraneo l'acido solfìdrico. A Lipari mi assicu- rarono che alla fossa o « Sconcasse » questo fenomeno avviene diverse volte durante l'anno, quattro o cinque volte. In questa specie di esperienza da gabinetto io vedo la genesi del maremoto, genesi confermata dalle ricerche sull'azione degli esplosivi sull'acqua del mare, poiché mettono in evidenza come si comportano le masse acquee in presenza di un considerevole sviluppo di gas, nell'atto dello scoppio dei ginnoti, delle torpedini od altri esplodenti fatti scoppiare a diverse profondità. Durante il periodo sismico Calabro-Siculo del 1889, furono avvertite a Messina una ventina di scosse nei mesi di febbraio e marzo. Nei primi mesi del 1889 Vulcano delle Eolie dava luogo senza interruzione a violentissimo esplosioni. Il signor Galimi, tornando da Vulcano a Lipari , vide alla punta S. Francesco e alla distanza di circa 4 miglia un innalzamento momentaneo di acqua come se fosse una eruzione gassosa sottomarina ; alle 17,38 ne osservò un altro più verso terra; alle 17,40 Vulcano diede una fortissima eruzione con abbondante getto di grossi projetti (30 novembre) e di cenere con scariche elettriche. Il 29 novembre alcuni marinai, trovandosi in mare sulla barca < Bilancella Gennarino », si videro esposti a grave pericolo, poichò traversando verso le 15 in vicinanza della punta Luccia ad Oriente di Vulcano, furono improvvisamente sorpresi da un energico bollore di acque per un' area di circa 50 metri di dia- — 65 — metro; il movimento delle acque fu così energico che poco mancò non fossero rovesciati con la barca. Fortunatamente il fenomeno cessò dopo pochi minuti dal suo principio, e durante questo breve tempo comparvero galleggianti in quell'area di mare molti pezzi di pomice. Durante quel parossismo fu constatato un notevole solleva- mento del fondo del mare che, misurato dal personale che rimise il cavo rotto, sarebbe risultato di 221 piedi inglesi. Il coman- dante del piroscafo, che metteva il cordone , volle pure esperi- mentare il grado di calore del suolo nel sito di rialzaniento, ma lo trovò di soli gradi 12 ^/2 G. Nelle Eolie vi fu altra eruzione sottomarina nel 1891 con rottura del cavo Panaria-Stromboli. Il 26 gennaio 1891 fortissimo parossismo allo Stromboli ed il 27 giugno 1891 intense manife- stazioni a Salina (Eolie). Durante l'eruzione sottomarina di Pantelleria, 16-26 ottobre 1891, vi fu bagliore vivissimo, forti boati, maremoti, emissione di fumo e poi getti di vapori e d'acqua, e bombe esplosive sca- gliate in alto e pure moria di pesci e riscaldamento del mare con sviluppo di acido solfidrico. Durante il mese di novembre 1892 vi furono segnalazioni sismiche nella Calabria ed in Sicilia, nelle Eolie si ruppero tre cavi per causa vulcanica. Il 16 marzo 1892, nel mare tra Alicuri e Pilicuri avvenne eruzione con terremoto: avvertito pure a Strom- boli e nelle altre isole Eoliche. Il 28 dicembre 1892 1' emissione della lava nell' atrio del Cavallo cominciò ad aumentare e continuò il parossismo Ve- suviano per qualche tempo. Alle 2,10 a. del 29 gennaio 1893 lo Stromboli compì una violentissima eruzione. Il terremoto fu avvertito pure a Pilicuri e nelle altre isole Eoliche. A Zante nel 1893 dopo un periodo sismico cominciato nel- l'agosto 1892, il 31 gennaio, il 17 aprile e poi successivamente vi furono scosse disastrose di terremoto precedute da rombi, con sussulti della durata di 12 secondi. In non pochi pozzi scema- rono le acque. A Clarenza, in terra ferma, non solo sentirono la scossa, ma avvertirono il rombo e da un abitante fu visto nello stesso momento un bagliore nella direzione di Linzi (S. S. W.) Il piccolo veliero Madonna Mangana, di 200 tonnellate, pro- veniente da Costantinopoli, trovandosi la mattina del 31 gennaio nei paraggi di Zante, provò pel terremoto come un urto assai forte. Un'altra nave, quantunque, piìi vicina all'isola, subì nel 5 — 66 — momento sbasso oscillazioin3 più l«!<^i;(!ra. Il tonomeno fu del pari ayvortiU), a l)oido nelle barche, nelle acquo di Clareuza. Riferì il prof. Mitzopulos che certi pescatori, i quali si tro- vavano al momento della catastrofe presso l'isolotto di Maratonisi, avrebbero veduto pietre coperte di alghe sbalzate dal fondo ma- rina sulla riva. A Cheri la terribile scossa fu verticale e pro- dusse scempio di fabbricati. Tutti sono d'accordo, a Zante, nel dichiarare che i fragorosi rombi si odono di preferenza nel mez- zogiorno, cioè verso le paludi di Cheri. Il dottor Agamennone riferì che il 2 febbraio 1893 alle ore 2,30 a. vi fu maremoto risentito dal piroscafo Gottardo^ della Na- vigazione Italiana, alla lat. 37." 38 N ed alla long. 20. o 47 E da Gr. Ojie il 16 marzo mentre la nave da guerra inglese Werner si trovava nei paraggi del capo Malica^ gli ufficiali e l'equipaggio videro scaturire dal mare una sfera incandescente, la quale dopo di essersi sollevata ad una certa altezza, cominciò a scendere ; quindi, avendo battuto sulla murata del bastimento, cadde in mare e scomparve. Alle 11,40 p. del 18 aprile fu avvertito un lieve maremoto, con mare calmo, risentito dal piroscafo Principe Amedeo della Navigazione Italiana, presso Oxia^ all'imboccatura del golfo di Patrasso, tanto che il capitano temè di aver inve- stito nelle secche della Scrofa. Manco a farlo a posta sul piro- scafo si trovavano due tettonisti, il Prof. Issel e il Dottor i^ga- mennone di ritorno in Italia, i quali erano stati mandati dal Ministero di Agricoltura e Commercio a studiare i fenomeni si- snaici di Zante durante il 1893 ^). Verso le due del mattino del l'' . febbraio , certo Eustapio Ciafona, padrone di un trabaccolo, stava sulla calata del porto osservando il tempo (che era assai tranquillo) quando prima della forte oscillazione vide verso S un lampo, il quale pareva assur- gere dal mare al di là del Monte Scopòs. Altre persone assicu- rarono d'aver veduto, dalla parte meridionale dell'isola, prodursi un lampo in un punto prossimo all'isolotto Pelusio, nello stesso momento. Nel comune di Messogeo, si sparse dopo detta sccssa odore di acido solfidrico. 11 De Biase che descrisse la disastrosa scossa di Zante del 17 aprile 1903, accenna a rumori sotterranei, a scosse sussultorie e ondulatorie, e afferma che alle 7,4 a. si udì un terribile boato ') A. Issel e G. Agamennone. — Intorno ai fenomeni sismici osservati nell'Isola di Zante durante il 1893. Annali dell' Uff. Cen. e Geod. Serie se- conda, Voi. XV. Parte I. 1893, p. 67. Roma 1894. — 67 — e che nel porto < il maro si sollevò circa un metro leggendo orribilmente, e ^/4 d'ora dopo si mostrava ancora agitato. Di più il terremoto fu inteso con paura entro le navi ». Il Superiore del convento delle isole Strofadi, ritornando da Zante e ritrovandosi al momento della scossa a circa 16 misflia dalla costa meridionale di quest'isola, vide il mare, il quale era stato fino allora tranquillo, diventare ad un tratto agitatissimo tanto che il piccolo naviglio corse pericolo di capovolgersi. Pareva che le acque si movessero in una specie di vortice, sollevate di parecchi metri. Un istante prima della scossa, un impiegato del cimitero, che stava colà intento a lavorare, vide sollevarsi verso Laganà una specie di vapore e, nella stessa parte, gli apparve un lampo; subito dopo udì il rombo che precedette l'oscillazione. Altri, se- condo De Biasi, affermarono di aver osservato vapore levarsi verso il Monto Scopòs la vigilia del terremoto. In molti pozzi della pianura diminuì o venne a mancare l'acqua. Nel camposanto, le cime degli alberi toccarono quasi terra. In altre epoche fu constatata l'emissione di vapore acqueo e si videro sgorgare dal suolo pollo d'acqua calda. Notò il dottor Agamennone che durante il parossismo che agitò la Morea ed atterrò Vostizza il 23 agosto 1817, le acque marine si riscaldarono a segno, presso quella città, che i 'pescatori si scottavano immergen- dovi le mani. Ometto l'elenco di tutti i maremoti i quali spesso provoca- rono perdite di bastimenti, perchè non mi sono proposto di farne la statistica. Rudolph riferisce a causo vulcaniche i 333 terremoti sotto- marini da lui riportati nel suo noto lavoro. Come il Milne ^) ri- portando i particolari di 255 interruzioni di cavi sottomarini, dell'intera rete del nostro pianeta , sostiene 1' ipotesi , accettabi- lissima, che dei terremoti sottomarini avvertiti a bordo dei bat- telli in alto mare, o come tremiti, o come scosse violente, molti, e perchè non tutti?, siano di origine vulcanica. Conclude che avvengono molti terremoti che scuotono l'intero globo. Il 29 luglio e 3 agosto 1904 vi furono intense manifesta- zioni a Salina e nelle altre isole Eoliche. Pure a Lampedusa. Nel 1894 il 16 novembre altro terremoto Calabro-Siculo, e durante il seismo avvennero nel mare di Messina fenomeni no- 1) Sub Oceanie changes. — fi8 — tevoli che riassumo: forte sussulto avvertito sul piroscafo postale provouiente da Lipari , mentre imboccava lo stretto ; fenomeni simili notati dai barcaiuoli presso Pellaro; ribollimento dell'acqua presso Scilla, Punta del Pezzo e Lafijo di Ganzirri; ^i^uasti di reti presso Cannitello e Capo Vaticano; moto ondoso irregolare nello stretto. In quasi tutti i paesi colpiti dal terremoto del 1894 la scossa fu sussultoria, preceduta e accompagnata da rombi; da sviluppo di acido solfidrico ; dalla consueta comparsa di fiammelle, connt fuochi fatui (oppido Mamertina); dalla solita scomparsa o dimi- nuzione di acqua, con intorbidamento e riscaldamento; marcnnolo a Rocculla Ionica; vista di una luco in alto a N. E. da Trisilico. Il terremoto del 1894 fu forte pure nelle isole Eoliche. A Strom- boli, a Salina vi fui'ono parossismi pure nel 1896 e 1897 ed a Rometta (Sicilia) il 13 agosto 1898 il terremoto fu fortissimo, avvertito pure a Messina, ecc. Altro terremoto a Filicuri il 30 giugno 1899. Nel terremoto Calabro-Siculo del 7 settembre 1905: la go- letta Marietta B. comandata dal Capitano Nicola di Donna, era partita da Tropea col suo carico e poco prima delle 3 si trovava fra la Calabria e lo Stromboli, alla distanza di circa 20 miglia da quest'ultimo. Il mare era quieto e la notte tranquilla: ad un tratto la goletta si fermò, come se avesse urtato in uno scoglio o in qualche gran banco di sabbia. Poscia cominciò ad agitarsi e a sussultare: le alberature scricchiolavano e i fianchi della nave sembravano doversi sfasciare da un momento all'altro. La scena spaventosa durò circa 5 minuti, dopo i quali la goletta riprese a filare. A Scalea, Pizzo, Cannitello, spiaggia di Menteleone, riferirono i marinai che le acque del mare essendo prima tranquillissime, d'improvviso gonfiarono invadendo le spiagge per altri 30 metri, sollevandosi di circa sei metri sulle scogliere, e spingendo entro terra a circa sei metri dalla spiaggia una barca peschereccia. Il Prof. Luigi Palazzi disse che il maremoto del 1906 fu un fenomeno concomitante col terremoto e venne registrato dai ma- reografi di Napoli, della Sardegna, di Civitavecchia, ecc. Pure nel 1905 il cavo talegrafico che congiunge Milazzo con l'isola di Lipari venne spezzato dal movimento sismico e la rottura avvenne a ^/o della distanza da Milazzo a Lipari , alla profondità di 1300 metri. Il signor E. Eggington, rappresentante della Compagnia In- glese che esegui la riparazione del cavo , riferi che il capo di — 69 — esso verso Milazzo fu trovato subito e l'altro capo si dovette ri- pescare por 17 ore, essendo sepolto dal fango. Nella ricordata mia pubblicazione sul terremoto 28 dicembre 1908 accennai all' altro terremoto del 1907 e descrissi il mare- moto del 28 dicembre 1908 e del 1" luglio 1909; stralcio ora dai miei appunti che il 2 gennaio L909 vi fu una scossa di terremoto violentissima, seguita da rombi formidabili, tanto che nel porto di Messina i vapori Campania e Lombardia furono sollevati di due metri. Ecco altri due telegrammi in proposito: « Reggio Ca- labria, 17 marzo 1909. Giunge notizia che a Pellaro , stanotte, alle ore due, fu avvertita una sensibile scossa sussultoria preceduta da rombo. Nello stesso momento un brigantino, che navigava a circa trecento metri dalla costa, fu spinto sulla spiaggia ». < Reggio Calabria, 18 marzo, ore 11,25. Ieri, nelle prime ore del mattino, verso Pellaro avveniva un maremoto preceduto da un forte boato e da una sensibile scossa sussultoria di terremoto >. « La popolazione, allarmata, si rifugiò verso le campagne soprastanti. Durante il maremoto , un brigantino , Caterina M. che proveniva da Porto Empedocle, fu buttato sulla s^naggia da circa 300 metri da mezzo al mare. Fortunatamente 1' equipaggio s'è salvato. Si sta procedendo al disincaglio di questo veliero ». Altro che tottonismo e assettamento ! Tutte le regioni vulcaniche del mediteraneo vanno soggette a movimenti macro e microsismici subaerei e submarini, i quali si ripetono da epoche immemorabili. Infatti, dopo l'immane disa- stro Calabro-Siculo, terremoti e maremoti si ebbero nella Spagna, neir Algeria ed in Francia nel 1909 ed in quest' ultima nello scorso mese di marzo 1910. Fenomeno di propagazione di moto attraverso i mari. Non v'è dubbio che una è la causa che produce i maremoti, sieno essi modesti come quelli dello « Sconcasse » (Eolie) o ce- lebri come quelli del G-iappone (Simoda) del 1854, del Perù (A- rica) dal 1868 e d'Iquiqua del 1877, dello stretto di Messina, di Lisbona (1755), del Chili, del Cile. Il dinamismo imprime tanta energia alle onde che se lungo il loro percorso (spesso compiono il giro del globo) incontrano piroscafi o vanno a cozzare contro le isole coralline o vulcaniche oppure contro promontorii, li dan- neggiano, li sommergono, li abbattono. Altro è il movimento e la velocità impressa al mare dal maremoto propriamente detto che può essere provocato da un istantaneo, enorme sviluppo di — 70 - gas da crateri sottomarini o da fonditure (comprendo pure la dissociazione dell'acqua, provocata dall' incontro negli abissi del magma arroventato col mare), altro è il fenomeno avvenuto nel Karakatoa (stretto della Sonda) nel 1883. Le ricerche di Marsigli , di von Badie, di Hochstrettcu-, di Grenitz, di Hilganl, dei fratelli Weber, dui Princip(3 di Mf)nac() ed altri ci offrono molti dati. Passo a fare qualche considerazione, non possedendo per ora tanti elementi da venire ad una conclusioiu; che abbia la par- venza d'una teoria. Certo si è che pure l'acqua, come la terra, risente gli effetti dei sussulti provocati dal vulcanismo, e perciò il movimento dell'acqua può essere verticale (rigonfiamento, gotti d'acqua); longitudinale od ondulatorio. Riferirò presto nel mio la- voro « Sul Sismismo e la genesi del nostro geoide >, che lo onde dei terremoti si propagano con una velocità variabilissima nelle rocce; per ora dobbiamo accontentarci dei risultati che passo ad esporre nei seguenti specchietti, augurandomi che gli oceanografi con le loro ricerche possano riempire una lacuna che indubbia- mente ci porterà alla conclusione, come altra volta ho provato, che se uno è il vulcanismo ossia la causa, cosi uno dev'essere 1' effetto, sia che si manifesti nel mezzo ana, terra o acqua. Ecco il risultato delle ricerche fatte sul maremoto di Arica (Perù) del 13 agosto 1868. strada seguita dall'onda. Distanza in mi- Durata in Velocità in mi- Velocità in glia marine. ore. glia e ora. metri e ora. Arica— Conquinibo 720 2 360 677,800 > —Goral (Valdivia) 1421 7 203 376,665 » —Isola Samoa 7390 16,li 0-2ni 319 591,745 » —Isole Chatam 5520 15,b 19"» 360 667,800 . —Isole Ofaro (Tubuaij 4057 ll.Mlm 362 671,510 > —Isole Sandwich (Honolulu) 5680 12,li 37m 442 819,910 » — N. Gallas del Sud (New Castle) 7380 12,h 30 611 1,133,405 Da questi pochi dati qualcuno subito volle trarne delle dedu- zioni piuttosto precipitate, facendo questo ragionamento: se la ve- locità impressa al mare dal maremoto di Arica gli consenti di percorrere 7390 miglia marine in 16^» , 02"^, per giungere a Samoa, mentre la marea impiega 16 ore per lo stesso percorso, le onde si propagano a grandi distanze con uguale velocità. Sembrava che confermasse l'enunciato, il fatto che le onde del maremoto da Arica a Honululu (isole Sandwich) impiegarono 12*^ , 37™, mentre — 71 — la marea ne impiega 13. Ma l'osservatore non tenne presente che altro è il numero delle ore e ben altra cosa sono le miglia marine. Infatti, è vero che le onde da Arica all'isola Samoa percorsero 7390 miglia marine in ore 16,0'2, ma la velocità in miglia e oro è uguale a 319 miglia, che moltiplicate per metri 1855 ci dà la velocità in metri e ore= 591,745 , mentre da Arica ad Honolulu sono 5580 miglia marine, che percorse in oro 12,37 danno una velocità in miglia uguale a 442 e in metri e per ora 819,910 per i 23 mi- nuti di differenza, che corrispondono a metri 314,295 , v'è una bella dilì'eranza. V'è inoltro che il terremoto di Arica non spiegò tutta la sua energia nel movimento impresso al mare, poiché nel 1884 il 22 dicembre a Madera e nelle Azzorre, nell'Atlantico il mare per una distanza di 545 miglia marino impiegò 14 minuti, ebbe una velocità, cioè di quasi 42 miglia marine in un minuto, che corrispon- dono a 1295 metri in un secondo. Uosì volendo confrontare la ve- locità Arica-Isola Samoa per ore alla precedente si ha 164 metri per secondo, o l'altra Arica-New (Jastle per metri e secondi, 315. Queste due ultime cifre 164 e 315 sono ancora lontane dalla velocità che il dinamismo del maremoto può imprimerò all' acqua^ poiché nell'Atlantico il massimo raggiunse la velocità di 1 miglio marino in 1 secondo, ossia metri 1855 per secondo, velocità che finora l'attrazione lunisolare ^) o il vento sono molto lontani dal- l'imprimere all'acqua ^). Durante l'eruzione del 27 agosto 1883 dell' isola Krakatoa da subaerea divenne submarina (la profondità non oltrepassava metri 200) poiché per lo sprofondamento della parte centrale ne segui una terribile esplosione, la quale lanciò nell'aria le rovine del -cratere , e l'acqua penetratavi determinò una spaventevole agitazione nel mare circostante, giungendo le onde, secondo Ver- beek, alle seguenti distanze: strada seguita dall'onda. Distanza in miglia marine. Durata in ore. Velocità in metri e ora Krakaloa-Négapatam 1944 8,20' 119 . -Porto di Galles 1705 7,29' 123 -Aden 3800 13,54' 141 -Isola di Francia 2950 9.54' 162 -Porto Elisabetta (Capo) 4730 13,45' 146 * -Banco Grange (Horn) 7700 10 200 -Socoa 11,700 27,55' 215 -Colon (Panama) 11,790 20,50' 294 1) G. H. Darwin: La marea ed i fenomeni concomitanti del Sistema So- lare. Torino, 1905. 2) I fratelli Weber sperimentarono che il movimento ondoso si propaga con una velocità di 60 K.m l'ora, cioè 167 metri per secondo. — 72 — Le ondti provocate dall'tjsplosiouo orano distanti l'una dal- l'altra «iOO metri, da cresta a cresta, alto 15 a 35 metri e com- pirono il giro del globo. Ora se confronto la velocità minima per ora e metri del maremoto di Arica clie è uguale a 376,562, con la minima del- l'esplosione di Krakatoa di metri 119, si rileva 1' enorme diife- renza; come pure, la massima velocità di Arica in metri per ora 6 = 1,133,505, mentre la massima di Krakatoa è di metri per ora 294, sicché viene riconfermata la significante differenza, stante che la velocità da Arica a New Castle è di metri 315 'per secondo, mentre la massima di Krakatoa è di metri 294 per ora. 11 Velain calcolò la quantità di energie contenute in una porzione della citata onda del Krakatoa, ad esempio lunga 200 metri e per una durata di 18 secondi, ed ottenne che corrispon- deva ad una forza di 1350 cavalli per metro quadrato. . Confrontando poi la velocità massima del maremoto di Arica con la velocità impressa dalla marea alle onde, che àel Medi- terraneo raggiungono l'altezza di 3 a 5 metri, nell'Atlantico da 8 a 13, negli oceani, secondo le asserzioni di vecchi naviganti, al Capo di Buona Speranza giungono a 15, 18, fino a 33 metri, ri- sulta chiaro che il dinamismo endogeno fa compiere alle onde del mare il giro del globo in minor tempo e con una maggior velocità, come nell'Atlantico ove fu di 1855 metri per secondo. Dai fatti esposti risulta lampante che gli effetti dinamici del maremoto e delle maree , dovuti 1' uno al vulcanismo , le altre all'attrazione luni-solare ed al vento , producono fenomeni alle volte fugacissimi, i maremoti, altre volte di una durata più o meno grande nelle maree, e poi il mare ritorna placido , tran- quillissimo; ciò prova che finita la causa termina l'effetto. . Non è così per le correnti calde marine che derivano, esse pure, da causa vulcanica, poiché il movimento è perenne per quanto va- riabile, e la velocità del Gulf-Stream oscilla di 5 a 10 Km. l'ora, ossia metri 1,4 o 2,8 al secondo. Di modo che resta stabilito che le eruzioni sottomarine danno luogo a fenomeni come quelli che cito a proposito di ciò che fu osservato a Santorino il 1° febbraio 1866: Una colonna di fiamme ■5 metri alta sopra una superficie di 15 metri quadrati. Il 4 febbraio nel punto ove il mare òoZ^iva con grande attività, a S. 0 di Nea, apparve una luce abbagliante e dopo sorse dal mare in mezzo alle onde un isolotto « Giorgio I. ». La nuova isola conteneva sulla superficie, detriti del fondo del mare, e pure un pezzo di carena di nave affondata, lungo 20 metri. La massa, una specie — 73 — di mammellone, di giorno nera, di notte era rossastra ed in qualche punto rossa. L' acqua del mare che circondava la nuova isola giungeva a 50° C. Dopo pochi giorni l'isola si trasformò in cra- tere ed entrò in eruzione subaerea. So questi fatti non mi fossero stati noti , e da anni, non avrei potuto scrivere il 1° gennaio 1909 la seguente lettera al giornale « Il Mattino » di Napoli: « Dai fatti, che ho potuto raccogliere e che mi riserbo rife- rire all'Accademia o in una conferenza pubblica, risulta che le catastrofi sono state provocate da un'abortita eruzione sottoma- rina: nell'atto che il dinamismo endogenico violentemente tentò manifestarsi nello stretto di Messina, provocò pure il maremoto, che investi più o meno intensamente la parte orientale della bella, quanto sventurata Sicilia e la generosa terra di Calabria > . « Non si presti orecchio all'assettamento tettonico, né tampoco agli epi o ipocentri; poiché se in epoche remote la Sicilia si di- staccò dal continente, fu per la violenza del dinamismo endo- genico e seguirono le formazioni vulcaniche dello Stromboli e delle isole Eolie «. Infatti, sapevo che nel diagramma del Tromometrografo Omeri dell'Osservatorio di Valle di Pompei la prima componente del 28 dicembre 1908 fu N-S alle ore 5, 21', 14" e che ad Ischia era stata registrata a ^ .^l 15 ^^ ^ Firenze alle 5,22 com'era stato registrato ad Osaka alla distanza di chilometri 12,678,792, de- terminai subito la velocità del terremoto ed ottenni: Messina-Ischia 4019 metri per secondo. Messina — Valle di Pompei, 4047 per secondo. Messina -Firenze 5900. Come pure, avendo appreso che ai mareografi del R. Arse- nale Marittimo di Napoli ed a quello di Casamicciola (Ischia) era stato registrato il maremoto 1908, calcolai la velocità im- pressa al mare ed ebbi le seguenti cifre : Messina — Napoli (Porto) velocità in metri ? Messina — Casamicciola (Ischia) velocità in metri 135 per se- condo. Rivolgo invito ai miei contradditori di indicarmi la sorgente delle energie del tettonismo o dell'assettamento a cui essi attri- buiscono l'immane disastro del 28 dicembre 1908 e di distrug- gere se possono con altrettanti fatti e cifre quanto io ho esposto; ma per la serietà d'Italia, che in vulcanologia e geologia man- tiene ancora il primato tra le nazioni più evolute del mondo, che si smetta il pettegolezzo e si finisca di perseguitare chi non — 74 — Ila altro scopo cho la ricorca della verità, e si tenga presento i|uant() il giorno 23 aprilo 1910, Teodoro Roosowolt disse; ncjlla c<)iifornnj5a tenuta alla Sorhoi/c ;i Parigi eln* : -• La pei'scoiizione è cattiva corno è cattivo l'odio». So un nuovo frate llai'io del- l'antica badia ili (Jorvo, chiod(}sse a me: < che cerchi? » rispon- derei come rispose Dante Alighieri: « pace », Cosa devo fare il Groverno dopo la coscienziosa od impar- ziale relaziono del prof. Blaserna, dalla cui rettitudine di illustre scienziato non si poteva aspettare di meno? Secondo me dovrebbe pubblicare delia relaziono degli ingegneri Bonolli e Tona tutto ciò che può riguardare la scienza od affidare il materiale che provocò la bruciacchiatura dei cavi al R. Ufficio Q-eologico Ita- liano di Roma per l'analisi chimica e petrografica; quindi pub- blicare i risultati ^). Non dovrebbe nominare altre commissioni scientifiche, uti- lizzando invece il danaro per soccorrere i poveri derelitti, poiché colà occorre pane e ricovero e non epicentri e aree sismiche. I fenomeni che hanno desolato la Calabria e la parte N E della Sicilia sono stati provocati dal vulcanismo, il quale, quando si manifesta con la violenza del 28 dicembre 1908 e 1 luglio 1909, non rispetta niente; quindi colà non vi sono aree immuni o ponti^ né direzioni, né rocce o sabbia e tanto meno fabbricati che resistano alle esplosioni o ai terribili sussulti. Tutto il ter- ritorio dei versanti calabro-siculi fu smottato, sconquassato, fen- 1) Avevo liberato alla stampa il presente lavoro, quando, in seguito a mia richiesta, ebbi dalla squisita cortesia di Sua Eccellenza Augusto Ciufìelli, Mi- nistro delle Poste e dei Telegrafi, le seguenti notizie. Mi è grato intanto di rendere pubblicamente le più sentite azioni di grazie al Ministro per la libe- ralità usatami nell'interesse della scienza. Ecco ora le notizie che risultano : « Su uno dei cavi si scorse una schiac- ciatura ». « Su di un altro cavo si trovarono molti fili di ferro dell' arma- tura estema rotti, in 3 giunture distante circa lOOO metri l'una dall'altra, con l'armatura scomposta come se il cavo fosse stato stirato e schiacciato: in altro punto la fasciatura appariva bruciata e più oltre si rinvenne il cavo intera- ramente rotto^ con l' armatura in buono stato, ma come se fosse stata strap- pata dal terremoto ». « Spiacemi di non poterle spedire il campione della sostanza che produsse la .suindicata bruciatura^ non risultando che sia stata a suo tempo conser- vato ». Le notizie aggiungono qualche cosa a quelle propalate in occasione della rimessa dei cavi e per me sono più che sufficienti per non togliere una parola a quanto dissi sulla eruzioìic sottomarina del 28 dicembre 1908. — 75 — duto; tutti gli edifizi furono danneggiati e per la massima parte abbattuti. Spettano al Governo le prudenti disposizioni por la rie- dificazione di Messina , di Reggio , di tutti i paesi che furono così crudelmente colpiti. La vulcanologia ha portato tutto il suo contributo scienti- fico per spiegare il fenomeno; al Governo di provvedere per l'in- segnamento nelle Università di questa scienza , più importante di quanto a prima vista sembra. Per ora sono sufficienti il Regio Ufficio Geologico di Roma , 1' Istituto Geografico di Firenze e Idrografico di Genova per completare il lavoro. Io, per me. da quarant'anni ho affrontato disagi e spese per l'affermazione del vero ed i miei lavori non hanno avuto bisogno di etichette o sigilli per essere discussi dagli scienziati di tutte le nazioni. Fac- ciano altrettanto gli scienziati, perchè la scienza non dev'essere mercanteggiata e se oligarchie cercano imporsi , presto o tardi il vero si fa strada. Sono orgoglioso di aver combattuto come meglio ho potuto 1' ipocrisia scientifica od il ciarlatanismo e di aver sbugiardato chi delle Calabrie voleva fare la sua California! Contributo allo studio dei Mallofagi Osservazioni sul Menopou pallidum del socio Euclide Ar menante (con la tavola I) (Tornata dell' li Marzo 10 IO) La sistematica dei Mallofagi è stata oggetto di molti lavori, quali quelli dello Schrodte, De Géek. Nitzch, Denny, Giebkl, CoiNDE, Melnikow, Piaget, Kònig, Simonetta, Picaglia, Packard, Cholodkovvshy, Neumasn, Kkllog, Shipley; pochi però sono coloro che ne hanno studiato la morfologia e la biologia : o solo inci- dentalmente come il GiEBicL, il Piaget, il Tasghknberg, lo Shipley, o più direttamente come il Melnikow, il Rudow, il Grossk, il FuLMEK, il Kellog, lo Snodgrass, il Wedl. Intrapresi lo studio dei Mallofagi, limitando per ora le mie v'\i:,Qr(À\(ì-àìMeno]ìon'paìlidiim (parassita del Galiiis domesticus)^ forni;) comune e frequente, che offriva perciò facile materiale di studio. Ciò mi ha porto l'occasione di fare delle osservazioni, che credo non prive d'interesse, delle quali espongo in questo mio lavoro solamente quelle riguardanti la costituzione dell'apparato boccale, il dimorfismo sessuale ed alcuni fatti della biologia. Apparato boccale. L'apparato boccale dei Mallofagi, in rapporto al loro genere di nutrizione, consistente in barbe di penne tagliuzzate, presenta una speciale costituzione e delle parti caratteristiche , intorno alle quali sono state elevate discussioni e controversie. Un concetto abbastanza confuso delle parti costituenti l'ap- parato boccale, sia rispetto alle loro omologie, sia rispetto alla funzionalità, fu dato dai primi autori che lo descrissero, quali il NiTscH, il Denny, il Melnikow, il Rudow, il Piaget, il Taschen- - 77 — BERG. Il primo ad esporre con chiarezza la costituzione e l'omo- ogia delle parti boccali fu il Grosse, seguito poi con maggiori dettagli dal Kellog e dallo Shipley. Ciononostante 1' interpre- tazione data da questi autori a quella parte dell' apparato boc- cale detta ipofaringe, sclerite esofageo o organo lirifor- me, e che è di grande importanza funzionale, non è esatta; ed è intorno ad essa principalmente che le mie osservazioni mi per- mettono di portare un nuovo contributo. Il Melnikow, non esattamente interpretando la costituzione delle parti boccali dei Mallofagi, venne alla conclusione che essi siano degl' Insetti succianti. Alle medesime conclusioni veniva il RuDow, che li avvicinava perciò agli Emittori. Benché il Grosse abbia perfettamente dimostrato essere l'ap- parato boccale dei Mallofagi masticatore, purtuttavia sono stato condotto ad occuparmi della quistione da un osservazione che mi è occorso di fare sul Meìiopon : una volta mi avvenne di tro- varne uno, che fortemente aderiva sul rachide di una penna, nel punto ove vi era un foro da cui vedovasi venir fuori una goccia di sangue. Osservai il contenuto intestinale di questo animale e non vi trovai traccia di sangue ; in seguito osservai il contenuto dell in- testino di molti altri individui senza rinvenirvi altro che brani di barbule di penne, mai alcuna traccia di sangue o residui di tessuti epiteliali. Ciò conferma quanto risulta dalla costituzione dell'apparato boccale, che è tipicamente masticatore, come si ri- leverà dalla descrizione che segue. Le parti dell'apparato boccale non si possono bene distin- guere, se non si acquista una certa pratica nella preparazione di esse. Per la dissociazione dei pezzi boccali mi son servito del- l'acqua di Javelle e della potassa caustica al 5 °/o, tenendovi gli animali nella prima por otto giorni e nella seconda per due. Debbo notare che mi son giovato molto bene della fissazione col liquido di Leuwen anche per le osservazioni dei pezzi boccali in sito, poiché l'acido picrico che tingeva l'Insetto in giallo mi dava agio di poter distinguere i diversi pezzi con sufficiente chiarezza. Però molte cose dell'apparato boccale le ho meglio viste sul vivo, perchè riesce più facile distinguere e notare i rapporti reciproci dei diversi pezzi, allorché essi sono in movi- mento. Rendevo più attivi i movimenti, permeglio seguirli, im- mergendo l'animale in acqua per asfissiarlo. — 78 — L'apertura bofcalo imbutiforme si apre noUa porzione antorionì rUiUa taccia voutralc dol caj^o. Autcriormuutc ossa è limitata dal la, l)l)ro su pc riorc (Fig. 1 Is) ad orlo regolare e circondato da numerosi poluzzi; poste- riormente è contornata dal lal)bro inferiore (Fig. 1 li,n). L'apparato boccale del Menopon pallidum è completo, cioè a diro comi)ronde tutto le parti che si riscontrano tipicamente nei Mallofagi, (puili il labbro superiore, le mandibole, le mascelle e il labbro inferiore, più quell'organo speciale in- dicato quale ipofaringe o organo 1 iriformo, che io mostrerò esser parte di quell'apparecchio che chiamo isopogomot ro. Labbro superiore. 11 labbro superiore (Fig. 1 Is) è una ripiegatura del mar- gine anteriore della superficie ventrale del capo; esso è sottile, membranoso e non molto ampio, come negli altri Fillotteridi; i suoi margini all'esterno e all' interno mostrano un is[)essimento chitinoso, su cui sono attaccate delle setole e dei peluzzi disposti in fila, ma non molto avvicinati fra loro. Come vedremo descri- vendo il modo di funzionare dell'apparato boccale, quest'organo non porge alcun contributo alla prensione delle barbule; esso nel Menopon deve considerarsi come semplice organo di adesione, che fissa l'apparato boccale, lasciando alle altro parti il compito di aiferrare e tagliare lo barbule. Mandibole. Le ma n di bolo, potenti mezzi per tagliare le barbule, sono dei forti pezzi chitinosi che visti in sito (Fig. 1 ml labl)ro inferiore [Fìg. 1. Un o Fig. 4) la ligula (Fig. 1 e 4, li) presenta due j)rotuberanze ricoperte di peluzzi: esse sono le glosse (Fig. 1 o 4, gl.y^ ai lati di queste, altro due protube- ranze su cui si articolano le paraglosse (Fig. 4 ;)^Z), anch'esse fittamente coperte di peluzzi. Posteriormente alla ligula, il men- tuui (Fig. 1 e 4, ?wn) si allunga dai due lati; anteriormente agli estremi di osso, si articolano i palpi labiali (Fig. 1 e 4, ^/6h Questi sono l'ostituiti da 4 articoli, tutti poco differenti fra loro, ciascuno fornito di radi peli; T ultimo articolo, di poco più lungo e slan- ciato e di forma cilindrica, porta un ciuffetto di peli tattili. Apparato isopogometrico. Fra le mascelle ed il labbro inferiore si riscontra un insieme di pezzi strettamente collegati fra loro, che si approfondano nel primo tratto del faringe, sono in connessione con l'apparato boccale e contribuiscono a formare il pavimento inferiore della faringe, costituendo ciò che io chiamo apparato isopogometrico. Questa è parte importantissima nel funzionamento dell'ap- parato boccale dei Mallofagi; i pezzi che la costituiscono non sono stati esattamente osservati ed interpretati, ed a tutti gli osservatori che mi hanno preceduto è sfuggito la notevole fun- zione di questo apparecchio. Distinguerò in esso le seguenti parti : a) un pezzo fondamentale: l'organo li riforme. b) un imbuto dentato. e) due pezzi basali. Organo libiforme (Fig. 5 oZ).— E la parte principale dell'ap- parecchio, di maggiori dimensioni e posto nel centro. Probabil- mente è quello che fu indicato come ipofaringe dal Rupow, che credette riconoscervi i caratteri di un organo succiante. Il Melnikow lo considerò come labbro inferiore e lo omologò ai pezzi succianti dei Pediculini, dal che dedusse che i Mallofagi fossero Insetti succianti. Il Grossk escludendo che si tratti di un organo succiante si limita a indicarlo (p. 540) « nur als eine chitinose Bildung der Schlundintima ». Il Kelloq in un primo lavoro (1) indica (|uesto pezzo an- ch'egli come labium, ma in un lavoro s(3guente (2) lo ritiene in- dipendente dal labbro, lo chiama sclerite esofageo e ne dà — Si- la descrizione principalmente per V Eurymetojìtis taiirus; anche egli con il GrROssE non ammette che esso sia un organo di succia- monto, perchè ha visto sempre nutrirsi di barbule i Mallofagi e non ha mai notato nello stomaco di essi altro che barbule. Lo Shipley, che ha disegnato questo sclerite esofageo in varii Mallofagi, lo chiama pel primo organo liriforme. Non entro in discussione sul valore morfologico di questo pezzo, convengo collo Shipley (pag. B14) che probabilmente esso possa corrispondere all'ipofaringe, ma le osservazioni fatte finora non sono sufficienti per una esatta interpretazione; tanto più che il Grosse (p. 540) ed il Kellog (p. 450) avrebbero riscontrato in altri Mallofagi un pezzo corrispondente per posizione alla vera ipofaringe degli altri Insetti. Le loro osservazioni però nean- che sono sufficienti a dimostrare queste omologie, per le quali sarebbe necessaria una indagine embriologica. Epperò io mi limito a chiamare con lo Shipley questo pezzo organo liriforme, proscindendo dal suo valore morfologico, mettendo qui soltanto in rilievo la sua importanza funzionale. L'organo liriforme del Menopon si articola dai due lati con le mandibole (Fig. 1 ol). In esso si distingue un corpo e due branche; il corpo (Fig. 5, col) visto dal dorso si pre- senta profondamente incavato, in modo che in esso si scorgono: una parete posteriore che si ripiega alquanto nel suo margine inferiore; due pareti laterali forate largamente in modo da co- stituire due anelli che danno inserzione a forti muscoli; una parete inferiore in cui si distinguono due aperture, una posteriore ellittica, lunga, con i bordi ispessiti, ed una anteriore più piccola circolare. Queste due aperture mostrano nell'interno della parete in- feriore del corpo dell' ipofaringe una gronda a fondo cieco. In una sezione longitudinale del Menopon (Fig. 6) si scorge bene questa gronda (Fig. 6 gol), che termina nello spessore della parete dell'organo liriforme. Anteriormente il corpo dell'organo in parola si continua biforcandosi a V, le cui branche (Fig. 5 hol) sono nella loro porzione posteriore cave, piene anteriormente, e si ter- minano con due superficie articolari, sulle quali si articolano i condili interni della mandibola, come ho già accennato. Pezzi basali. — Il Kellog (2) nota in Eurymetopus taurus (p. 449) che « Lying ventral to te sclerite (organo liriforme) are two structures wich appear to be glands, and are connected with it by a duct. » La superficie ventrale di, queste « glande-like stru- 6 — 82 — ctures » è convessa e la dorsale concava (p. 462). Ognuna di esse è rivestita di « a tliiu chitinous onvelope >. Dalla superliciu ven- trale dell' estremo posteriore « of the gland » parto un dotto che fondesi con quello dell'altro lato, formando un canale unico che va all'organo liriforme. « The free portion of the duct consi- stos of an inner chitinous tube continuous with that soldered to the glauds, but in addition to this there is an outer portion com- posed of a series of closely set, chitinous rings, surrounding the tube ». Ritrova queste glandole con i dotti in Ooniodes cervicornin (p. 466). Ne riscontra ancora assieme allo sclerite esofageo in tutti gli Ischinocera da lui osservati e in due individui del genere Amhlycera (p. 460). Egli chiama queste glandole nella spiegazione delle figuro « linguai gland ». Queste glandole con i dotti furono riscontrate molto sviluppate in Ooniodes dallo Shipley (p. 316^, che nota « Their ducts are cross-barred like a trachea ». Il Kellog dà un disegno di queste glandole a contorno ovale molto regolare per 1' Eurymetopus taurus (Plt. LXII fìg. 7 e 8); molto più irregolare è il contorno nei disegni dati dallo Shipley per il Goniodes tetraonis (Pls. XXXVI, fig. 6, Pls. XXXV^II fìg. 7 e Pls. XXXVIII fig. 8). Inoltre nei disegni di quest' ultimo le glaudule non presentano la convessità ammessa dal Kellog, ma appaiono completamente piane. Tanto meno vi ho riscontrato un contorno ovale e regolare nel Menopon, nel quale appariscono quadrangolari (Fig. 6 pò) e con l'orlo esterno ripiegato in dentro. Inoltre, nelle dissezioni essi si presentavano laminari ed abbastanza resistenti , non quali avrebbero dovuto essere se fossero stati rivestiti solo di un liev(; strato di chitina. Trattati con potassa conservavano la medesima resistenza. Nulla in essi mi faceva supporre la struttura di una gianduia. Visto però, che il Kellog medesimo afferma che esse sono rivestite di uno strato di chitina, ricorsi alle sezioni per as- sicurarmi della loro natura. I miei preparati, come mostra la Fig. 7, mi convinsero pienamente che in ogni caso qui non si tratta affatto di glandule, come hanno preteso il Kellog e lo Shipley, e che questi corpi si presentano in sezione come delle lamine chitinose, che io chiamo pezzi basali. I due cordoni (Fig. 6 td) che ad essi s'inseriscono, di natura assolu- tamente chitinosa anch'essi, non sono dotti glandolari, ma, come vedremo, soltanto dei tendini. Questi pezzi basali (Fig. 6 pb) nel Menopon si trovano fra l'organo liriforme e le mascelle. Sono lamine chitinose a contorno quadrangolare, concave dorsalmente e con l'orlo esterno ripiegato i — 83 — indietro. Nel loro margiue anteriore presentano una fenditura, che forma due lobi per ciascun pezzo; quasi nel punto di mezzo della loro superficie concava si osservano due bottoni, ai quali vanno ad attaccarsi due cordoncini chitinosi (Fig. 5 td) striati trasversal- mente come trachee, come ha notato lo Shipley (i voluti con- dotti dello volute glandule linguali). Questi cordoncini si riuni- scono in un tendine chitinoso unico, che va ad inserirsi al punto di sutura delle due branche dell'organo liriformo. Imbuto dentato. — Dai due tratti d'inserzione delle due branche del tendine suaccennato sorgono anche altri due cordoni chitinosi, che man mano si slargano in due lamine (Fig. 5 id) molto trasparenti, che internamente sono a margine curvo, al quale si inseriscono due ordini di denti chitinosi per ogni lato. Questi denti chitinosi sono rivolti verso l'esofago, in modo da formare una specie d'imbuto dentato, che termina presso l'organo 1 informe. Come vedremo quest'imbuto prende anch'esso parte al funzio- namento dell' isopogometro. Funzionamento delle parti boccali. Mi ha colpito il fatto di aver riscontrato nello stomaco del Menopon delle barbule tutte della medesima dimensione, tagliate come con un apparecchio di misura (Fig. 8 hr). Mettendo in relazione le conoscenze anatomiche acquistate con i fatti osservati sul vivo, dopo ripetute osservazioni ho potuto notare la parte che pigliano i varii pezzi nel funzionamento del- l'apparato boccale del Menopon., mostrando l'importanza di queste nell'introduzione delle barbule di penne e nello spezzettamento di esse. Il labbro superiore aderisce alla barba, fissando a questa la bocca. Il labbro inferiore ed i palpi labiali stanno in continuo moto di protrusione e di retrazione, palpando le varie barbule e fa- cendo come una cernita per scegliere quelle più sottili. Le mascelle prendono la barbula con la grande e robusta superficie delle due spazzole, che le ricoprono mediante continui movimenti di avanti e indietro e la introducono nell' interno della cavità boccale. Ivi trovano aperto l'imbuto dentato dell'isopogometro, que- sto imbuto credo che abbia funzione passiva, in quanto pare non serva ad altro che a far si che la barbula che viene spinta dalle mascelle, segua una determinata direzione. .„ 84 — L'organo liriforme durante l'introduzione del pelo nell'appa- rato boccale resta inclinato in posizione tale che le sue branche laterali sono abbassate (posizione indicata con la lettera a nello schema rappresentato dalla Fig. 9), ed il foro anteriore si trova nella direzione della barbula, che traversa l'imbuto dentato. Spinta dalle mascelle la barbula penetra nella cavita a fondo cieco tlella gronda dell'organo liriforme: quando la barbula urta contro il fondo, il Me7iopon cessa il movimento collo mascelle. Al- lora le mandibole incrociano le loro punte robuste e taglienti, e con un colpo, come una forbice, tagliano la barbula. Dopo tagliata la barbula l'organo liriforme si sposta, levando in alto le sue branche (posizione indicata con la lettera h nello schema rappresentato dalla Fig. 9), tirato dai muscoli che si tro- vano attaccati al margine delle branche medesime, cosi lascia libera l'apertura del faringe e permette alla barbula di passare neir esofago. Dopo di che l'organo liriforme ritorna al suo posto per l'a- zione del tendine chitinoso, che lo lega ai suoi pezzi basali. Ciò lascia evidentemente dedurre che l'organo liriforme è destinato a tagliare i segmenti di barbula da ingerire iu deter- minata misura, onde il nome di isopogometro (da Ti(à-]Oc, barba). L'apparecchio misuratore ora descritto, come si rileva dai di- segni dati dagli altri autori, si trova in tutte le specie di Menopon. ma finora non ora stato da alcuno esattamente descritto, né ri- conosciuto il suo modo di funzionare. Organo copulatore maschile. L' orificio esterno degli organi riproduttori maschili si trova sempre nella porzione anteriore del 9" segmento; da esso al mo- mento dell'accoppiamento fuoriesce l'organo copulatore. Questo comprende due parti : un pene tubulare ed un insieme di pezzi accessori chitinosi collaterali (peri fai lo) che coadiuvano il pene nell'accoppiamento. 11 Grosse pel Teirophtalmus cliilensis studia l'organo copulatore in sito, quando cioè le varie parti non sono tutte distese come allorché il pene é estroflesso. Egli dice soltanto che il pene è formato dal dotto eiaculatore, dalle glan- dole accessorie e dal pene propriamente detto, che ha una forma conica ingrossata anteriormente. Nel Menopon pallidnm l'apparecchio copulatore maschile, al- lorché non é estrotiesso, è visibile per trasparenza; però si scorge — 86 — molto confusamonte, perchè lo parti chitinose che lo costitascono nello stato di riposo sono sovrapposte. A me è riuscito una sola volta, durante le ripetute osserva- zioni, di vedere un pene estroflesso in un animale morto asfissiato: per quanti altri tentativi avessi fatto, mai mi è riuscito poter ot- tenere l'estroflessione del pene. I pezzi chitinosi che costituiscono il perifallo corrispondono ai pez/j del medesimo apparecchio ri- scontrato in altri Insetti. Gli apodemi di sostegno all'armatura copulatrice sono in numero di quattro, dei quali due (apodemi anteriori) (Fig. 12 alia) hanno una forma conica molto allungata. Questi sono im- mobili cosi nel pene estroflesso, come in quello retratto. Gli altri due (apodemi posteriori) (Fig. 12, app), molto lunghi, distinti fra loro, vanno ad articolarsi coi primi, e sono robusti nella loro porzione anteriore, ma presto si fondono in un pezzo unico, membranoso, che rimane ispessito solo al contorno, e su cui poggia il pene. Pezzo che sembra di guida al pene quando viene introdotto nella vagina; esso è mobile. Al di sopra degli apodemi si trovano altre due listerelle chi- tinose (Fig. 12, Ich)^ le quali vanno l'una incontro all'altra e pare servano di sostegno alla base del pene. In un piano inferiore si trova poi l'i pò fa Ilo (Fig. 12 i jp), rap- presentato da un pezzo unico anteriormente e che nella porzione posteriore si biforca in due robuste branche claviformi, longitu- dinalmente striate nella parte laterale. Tra le due branche dell' ipofallo vien fuori il ^jene (Fig. i2j)) che è cilindrico, all'estremità è rigonfio e leggermente ricurvo. Ancora in un piano superiore sta una lamina, che nella parte posteriore si allarga in una espansione semimembranosa, arro- tondata al margine, e punteggiata; essa è la membrana peri- fallica (Fig. 12 mprf), che ricopre il pene dalla parte supe- riore. Con l'estroflettersi del pene vengono fuori anche due liste chitinose laterali , che potrebbero distinguersi col nome di 1 i - sterelle parafalliche (Fig. 12 lprf\ che si articolano all'e- stremo anteriore degli apodemi posteriori. Organi copulatori accessorii femminili. Nella femmina 1' apertura anale (Fig. 11 an) sbocca al di- sotto della ripiegatura ventrale della chitina del nono urite. Questo P" nono urite porta ai lati due brevi appendici che potrebbero dirsi paravulve (Fig. 11 prò)] esse hauuo la forma di piccole alette — 86 — rotondeggiarti e sembra che siano destinate a favorire l'accop- piamento, in qiiMiito nella copula si dispon^rono in direziono delle due listurelle parat'alliclio, con le quali sembra si mettano in re- laziono. Così il masoliio terrebbe fermo l'addome della femmina du- rante la copulazione, oltreccliè col terzo paia di zampe, anche con le listerelle parafalliche. • Dimorfismo sessuale. Già da un esame superficiale e senza armare l'occhio di al- cuna lente si può distinguere il maschio dalla femmina per la forma generale del corpo, in rapporto all'ultimo segmento, in- quantocchè essendo questo nella femmina più lungo e ristretto (Fig. 11) tutto l'animale appare più lungo del maschio. Il capo nel maschio è più corto che nella femmina. Anche nella lunghezza del torace si osserva una piccolissima differenza, specialmente per il protorace che è più lungo nella femmina che nel maschio. Il mesa-metatorace poi nel suo margine libero è tutto contornato di peli, i quali sono, nella porzione posteriore, in numero di 12 nel maschio e avvicinati fra loro e di varia lunghezza, mentre nella femmina sono in numero di 10 e tutti della medesima lunghezza. Questo rapporto è costante. Le zampe del maschio sono più robuste di quelle della femmina. Il Grosse nota nel Tetrophtalmus una differenza tra le tibie delle tre paia di zampe del maschio e quelle della femmina; ma nel Menopon pallidnm le tibie sono delle medesime dimensioni e robustezza in tutti e due i sessi. I caratteri differenziali più importanti sono da notarsi nel- l'addome. L' addome ha forma ovale allungata ed è sessile. Il Grosse nel suo Tetrophtalmus chilensis (Menopon tetan), os- servò che nella femmina l'addome è costituito da 10 segmenti e nel maschio di 9. Guardando gli animali ventralmente, anche nel Menopon pallidum, l'addome della femmina sembra costituito da 10 segmenti; però, osservandoli dalla parte dorsale si conta lo stesso numero di uriti che nell'addome del maschio. Secondo le mie osservazioni, deve ritenersi quindi che il numero dei segmenti è lo stesso in tutti e due i sessi (9) e che il nono urite della femmina (Fig. 11) presenta ventralmente una ripie-' gatura che dà l'apparenza di un segmento a parte. I primi otto uriti sono della medesima lunghezza nel maschio e nella femmina e dorsalmente portano all'orlo posteriore ognuno una fila di peli, — 87 — costante iu numero per ogni urite. Il nono urite nella femmina porta per ogni lato un gruppo di setole molto lunghe, che sor- passano l'estremo dell'addome. Le corrispondenti setole del ma- schio sono molto brevi. Ai lati poi di ciascuno degli otto uriti anteriori in entrambi i sessi si osserva dorsalmente una setola lunghissima accompa- gnata da un' altra più piccola, tutte e due poste alla base delle stimme, mentre nella faccia ventrale di ciascun urite si notano, nella porzione media, delle setole inserite in due file, l'una fila anteriore all'altra; però nella parte mediana della faccia ventrale del 4» urite, mentre nella femmina vi sono due file di peli come negli altri uriti, nel maschio ve ne è una sola fila. Questi due gruppi di setole, assieme ad altri due gruppi che ho notati sulla super- ficie ventrale del femore del 3» paio di zampe, costituiscono un importante carattere specifico del Meìiopon pallidnm^ e l'ho vo- luto qui notare, perchè mi sorprende come esso sia sfuggito agli osservatori che hanno studiata la sistematica dei Mallofasfi. L'apertura anale in entrambi i sessi è terminale, mentre l'apertura genitale si trova dalla parte ventrale e nella femmina non molto distante dalla anale. Nel maschio l'ultimo anello è molto corto in paragone di quello della femmina e presenta marginalmente quattro lunghe setole (Fig. lOj. Nella femmina 1' ultimo anello oltre ad essere più lungo è anche molto ristretto; il suo margine posteriore è circondato da una corona di setole grosse, che all'estremità del- l'urite, in prossimità dell'apertura anale si fanno più lunghe. Nel maschio intorno al margine anteriore dell'apertura ge- nitale (Fig. 10 ag) si nota una serie di otto piccolissime setole, mentre il margine posteriore dell'ultimo urite presenta ventral- mente quattro lunghissime setole, due per ogni lato. Nella femmina invece (Fig. 11), anteriormente alla ripiegatura della cuticola al disopra dell'apertura genitale, si osservano due serie di peli; una serie anteriore di sei peli disposti ad arco e abbastanza lontani l'uno dall'altro, ed un'altra, posteriore, fatta di peli molto più piccoli e molto numerosi. Nella femmina, lungo l'orlo della ripiegatura che si forma nel mezzo del nono segmento, si trova una fitta serie di spine chi- tinose forti ma brevissime. — 88 — Note biologiche. l.o Aumonto in numoro dei Mojiovon in rapporto alla stagione od alle condizioni doU'animalo sul quale sono parassiti. Il Meìwpon pallidum mena vita puramente parassitaria: sul Gallus ilomesticus è la specie più frequente. Esso è più abbon- dante in estate, tanto da arrecare spesso gran noia all'ospite. Mi pare degno di nota il fatto che mentre in inverno riscontravo sul Oallns^ assieme al Meiiopon pallidum, anche due altre specie di Mallofagi ed in numero anche abbastanza rilevante, d'estate invece questi ultimi erano scarsi, quasi che i Meno])on, moltipli- candosi in gran numero, li avessero cacciati via. Pare che in casi patologici il numero dei Menopon, aumenti ancora di più, cosi in un Gallus che tenevo in esperimento e che si ammalò di un tumore alla regione pettorale , i Menopon in pochi giorni aumentarono in modo straordinario, localizzandosi specialmente nella regione affetta dal tumore. In casi normali però a me pare che il Menopon, se dà mo- lestia all'ospite pel prurito, non produce alcun danno essenziale. 2.0 Modo di camminare ed aderire agli oggetti le- vigati. Il Menopon si sorprende sempre immobile, occupato a ro- dere le barbule delle penne; però, allorché è disturbato, esso si muove e scappa rapidamente. Il suo modo di camminare è ca- ratteristico, in quanto pare come se scivolasse con grande svel- tezza sia sulle penne che sulla cute dell'animale. Esso ha una potente forza adesiva, che si sviluppa allorché si trova sulla superficie di oggetti levigati, come ad esempio il vetro, tanto che non si riesce a staccarlo se non dietro un re- lativo sforzo. Questa forza adesiva è dovuta agli organi di ade- sione posti nei tarsi. Come nel Tetrophtalmiis descritto dal Grosse, il tarso del M. pallidum (Fìg. 15) consta di due pezzi, che partono da un altro unico, chitinoso ed ispessito, il quale si articola con 1' estremo distale della tibia. Il primo pezzo é molto ridotto, ma si espande in un solo ampio lobo membranoso (Fig. 15 Iht), mentre nei Lioteidi si riscontrano due di questi lobi. Il secondo pezzo tarsale porta due uncini (Fig. 15 ut), che si articolano e si terminano ricurvi e leggermente ottusi; nella faccia interna di ciascun uncino, — 89 — lungo la linua mediana è inserita una piccola membrana, che non giunge allo estremo dell'uncino medesimo e si presenta tutta striata trasversalmente. In mezzo ai due uncini si inserisce sul secondo tarsale un piccolo pezzo cilindrico, lungo quanto gli uncini e dilatato all'estremo. Il lobo membranoso tarsale, dalle osservazioni dirette, risulta essere 1' organo principale con cui il Mallofago aderisce alla su- perficie levigata; però non escludo che probabilmente hanno an- cora funzioni adesive, sia la membranella posta lungo il secondo pezzo tarsale, sia la dilatazione terminale del cilindretto posto fra i due uncini, avendo visto che anch'essi si adagiano sempre sulla superficie levigata. Il Grosse ha visto pel Tetrophtalmus chilensis che anche il labbro superioro funziona da organo di adesione. Non ho argo- menti per sostenere il contrario, tanto più che ho visto questo organo funzionare analogamente per fissare la bocca sulle bar- buie, come ho già detto ; ma posso asserire, che da solo non può servire allo scopo per la seguente osservazione da me fatta : Ho staccato all' animale i lobi adesivi da tutte e sei le zampe ri- mettendolo poi su di un vetro, ma a questo più non aderiva come prima e cadeva con la massima faciltà allorché il vetro si capo- volgeva. 3.0 Accoppiamento, deposizione delle uova e uscita dei piccoli. Ho potuto notare che il Menopon si riproduce durante tutto r anno, ma d' inverno vengono deposte uova in molto minor numero, mentre lo sono abbondantemente in estate. Mi è qualche volta riuscito di colpire due Menopon accop- piati: il maschio si attacca dorsalmente alla femmina, accostando l'ultima porzione dell'addome e stringendola fortemente col terzo paio di zampe. • Nulla però mi è riuscito di vedere degli ulteriori particolari, poiché gli animali si staccavano appena disturbati. Le femmine de- pongono normalmente uova in gran quantità; queste sono avvilup- pate da un segreto, per mezzo del quale, riunite in gruppi, che varia- no da 10 a 60 uova, vengono attaccate alle barbe. Per la deposi- zione delle uovai Menopon scelgono preferibilmente le penne sottili della regione cedale, sebbene in altre parti del corpo anche mi fu dato di riscontrarne, specialmente sulle rettrici. L'uovo (Fig. 13) è allungato, ovale da un polo, conico dal- l' altro, ed abbastanza voluminoso; il guscio è chitinoso, di color — 90 — l)ianco. ItinrrrormunU! tonduntu A giallo. Esso è fornito di un opuruolo clic conis|)()ndc al polo conico. La superficie apicalu opcrcolarc dell'uovo [F'ig. 14) e incisa di arabeschi ariuonicamonte disognati ; il vertice del cono costituente l'opercolo porta un sottile prolungamento cilindrico, che ad un corto tratto leggermente si biforca, un ramo resta breve, a punta acuta, mentre l'altro si allunga ed assottiglia, torminandosi in un piccolissimo bottone. Questo prolungamento ha un movimento di oscillazione ogni qualvolta la larva si muove nell' interno del guscio. Il resto della superficie dell'uovo è completamento liscia. Lo uova si attaccano sempre per il ])olo ovoidale, su cui si ammassa la sostanza agglutinante segregata dall'animale; il polo conico resta libero. Per poter osservare la schiusa delle uova e misurare il tempo necessario per Io sviluppo completo dell' animale, presi diverse uova che erano state deposte di recente dallo insetto e le chiusi in una provetta otturata con un po' di cotone idrofilo, che mantenni ad una temperatura costante, cosi da seguire tutti gli stadii di sviluppo, dal momento della deposizione dell'uovo fino alla schiusa del piccolo Menopon^ costatando che il periodo di svi- luppo dura da 8 a 10 giorni. 11 piccolo Menopon vien fuori dall' uovo, nel quale ha già subito una prima muta , sollevando da sé stesso 1' opercolo ; il suo capo è molto grande, forse quasi quanto l' intero corpo e le sue tempie sorpassano in lunghezza quella dell'addome. Il torace presentasi come nell'adulto, cioè costituito da un prò torace ed un meso-metatorace. Le sue zampe, già robuste e munite di folte setole alla regione tarsale, portano, come nell'adulto, gli uncini ed i lobi tarsali; esse sono lunghissime rispetto all'animale, tanto da sorpassare in lunghezza l'addome. L'addome è coperto di numerose e lunghe setole; colle suc- cessive mute il numero delle setole va man mano riducendosi, e raggiunto lo stato adulto l'animale porta il numero determinato e costante di setole caratteristico della specie. Il dimorfismo sessuale appare in uno stadio molto avanzato dello sviluppo del Menopon, dopo la riduzione del numero delle setole, colla seconda muta, quando i piccoli cominciano gradata- mente ad assumere la forma e l'aspetto degli adulti. In questo stadio l'ultimo anello addominale, mentre nel maschio resta come era nel giovane , nella femmina si determina come uno strozzamento, che fa sembrare l'ultimo anello diviso in due. — 91 — Ho potuto riscontrare sul corpo del Menopoti un fungo pa- rassita, il quale manda le sue ife a mo' di ciuflfo nello spazio compreso tra un urite e l' altro. Questo fungo fu studiato dal Prof. Trinchieri, coadiutore nell' Orto botanico, il quale ha po- tuto osservare, come prossimamente renderà noto per la stampa, in questo Bollettino, ohe si tratta di una Lahoidbeniacea nuova per l' Italia e che anzi nell'epoca nella quale fu da me riscontrata rappresentava un genere ed una specie nuova. Riconoscente, ora debbo porgere i più sentiti ringraziamenti al Prof. Monticelli, il quale fu verso di me largo di aiuto e di consigli paterni. Speciali ringraziamenti debbo poi al Prof. Po- LiCE, che mi ha particolarmente assistito ed aiutato, sia nel con- durre a termine le mie osservazioni, sia nella compilazione di questo mio lavoro. Dall' Istituto Zoologico della R. Università. — Napoli, Marzo 1910. — 92 — LAVORI CITATI 1003. Choloiikow.sky N. — Zar Morphologie der Pediculiden: Z. Anz. 27 Hil. pai/. Ì2(K 1855). CoiNDK I. P. — Notes pour servir à l'histoire des epizoiques. De- scriptioiis de quelquea cspèoes nouvelles appartenaiifc aiix genres . Dochophonis, Nirmtis. Lij}euriis, ecc.: Bull. Soc. imp. ualur. Moscou. Tome S2., P. 2, pay. il8 1 77H. Dk Gkkk, C. — Mémoires pour servir à 1' histoire des Insectes: Voi. ò, 7. 1842. Dknny, H. — Monographia Anoplurorum Britanniae or, An essay on the british species of parassitic insects : London. lUOH. FuLMKK Lkop. — Beitrage zar Kenntniss des Herzens der Mallophagen: Z. Anz. 29 Bd pag. 619. 190(ì. — — Das Ruckengefàss der Mallopliagen: 4rc7t. 200/. /'«.s/. Univ. Wien. Z. Sfai. 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Bd. 17. pag. 173. - 94 — SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA LETTERE COMUNI A TUTTE LE FIGURE (U/m — apertura genitale maschile. an — antenne. ap — apoilema d'articolazione delle mandibole. apn — apodemi anteriori dell'apparecchio copulatore. apan — apertura anale. apyf — apertura genitale femminile app — apodemi posteriori dell'apparecchio copulatore. boi — branche dell'organo liritbrme. br — barbule. bt — bottone d'inserzione dei tendini dell' isopogometro ca — capo. col — corpo dell'organo liritbrme. gì — glosse. gls — glandule salivari. 90 — gozzo. gol — gronda dell'organo liriforme. id — imbuto dentato. Ibt — lobo membranoso del tarso. Ich — listerelle chitinose della base del pene. li — ligula. Un — labbro inferiore. Iprf — listerelle parafaUiche. Is — labbro superiore. md — mandibole. mn — mentum. mprf '— membrana perifalUca. P — pene. pb — pezzi basali. pgi — paraglosse. plb — palpi labiali. prv — paravulva. ol — organo liriforme. td — tendini chitinosi. ut — uncini tarsali. Fig. 1 — Apparato boccale del Afennpon pnllidum in sito; visto dal lato ven- trale. (Per non complicare il disegno ho smesso di disegnare al margine del labbro superiore) x 230. » 2 — Mandibola x 3B0. » 3 — Mascella x 3B0. » 4 — Labbro inferiore x 200. » 5 — Apparecchio isopogometrico nel suo insieme x 360. > 6 — Sezione sagittale del capo attraverso l'organo liriforme, per mostrare la gronda e la posizione dell'organo in sito x 350. — 95 — Fig. 7 — Sezione trasversa che passa per i pezzi basali, le due branche del- l'organo liriforme ed il tendine chitinoso mediano x noo. » 8 — Capo portante attaccato parte del tubo digerente dissecato, si ve- dono le barbule tagliate della medesima dimensione nell' eso- fago e nel gozzo x 65. » 9 — Schema costruito sui dati delle sezioni sagittali, per mostrare le due differenti posizioni dell'organo liriforme nel funzionamento del isopogometro. » 10 — Ultimi tre segmenti addominali del maschio x 115. » 11 — Ultimi due segmenti addominali della femmina x 115. » 12 — Apparecchio copulatora maschile x 350. » 13 — Uovo X 67. » 14 — Opercolo x 115. » 15 — Estremità tarsale x 200. Sul modo d' insepirsi delle libre della Zoniila di ZInn sulla capsula anteriope del cpistalllno neir ncctiin umano NOTA PREIilMINARR del socio E. AoiuIìAR (con la tav. II) (Tornata del 12 Magp^io 1910) Riserbanclomi di svolo^ero ampiamente quanto prima quest'ar- gomento e di dare la descrizione particolareggiata del modo come le fibre zonulari s'inseriscono sulla capsula del cristallino, non solo nell'occhio umano ma anche in altri animali (cavallo, bue, cane, coniglio, pollo, ecc.), mi limito per ora a dare un breve cenno sulla inserzione di queste fibre sulla cristalloide anteriore del- l'uomo. Per compiere nel miglior modo questa osservazione ho ado- perato una tecnica molto semplice per quanto d'esecuzione molto delicata e paziente, quale era richiesta dalla necessità, d'isolare la capsula anteriore nella sua totalità, senza interrompere la con- tinuazione della medesima con le fibre della zonula del Zinn. Fissato l'occhio, proveniente da cadavere e nel maggior pos- sibile stato di freschez;?a, in liquido di Mtiller o in formaldeide al 4 o/o e fatto il passaggio in alcool a 40°, 70<>, 96», dividevo il bulbo in due metà con taglio trasversale. Messa là parte ante- riore di esso in una vaschetta con alcool ordinario, toglievo il vitreo con una pinza e con una forbicina tagliavo all'ingiro re- tina, coroide e sclera fino all'ora serrata. Indi distaccavo accu- ratamente r involucro sclero-corneale e asportavo con molta de- licatezza dalla parte anteriore del corpo ciliare l'iride, lasciando cosi sospesa la lente ai processi ciliari mediante le fibre zonulari. Fissavo in seguito la lente con un ago dalla superficie posteriore e con un affilato coltellino da cataratta o con un ago lanceolato recidevo all'intorno, quasi ad un millimetro di distanza dall'equa- tore della lente, la capsula posteriore. Con molta pazienza e con — 97 — la maggiore delicatezza estraevo pian piano con una sottile pin- zetta le fibre lenticolari, finché la capsula della lente non restasse pressoché trasparente. Passato il preparato in acqua, lo mettevo in una vaschetta contenente la soluzione del Weigert per la colorazione elettiva delle fibre elastiche e nella quale lo lasciavo stare per 24 ore; indi 1<^ passavo in alcool ordinario per decolorare il tessuto fon- damentale, fino a che il preparato non cedeva più colore. Ri- sciacquato poi abbondantemente in acqua distillata, chiudevo il preparato in glicerina neutra, evitando l'inclusione in balsamo, perchè nei passaggi in alcool assoluto e in xilolo assai facilmente si rompe la capsula e si raggrinzano troppo le fibre. Una elegante e rapida colorazione delle fibre zonulari l'ho avuta usando una speciale ematossilina ferrica, che l' egregio prof. De Lieto-Vollaro, dopo lunghe ricerche, riuscì ad ottenere per la colorazione delle cellule della cornea; ed accenno a questo metodo perchè oltre ad aversi eleganti preparati della zonula del Zinn, si ottiene in pari tempo la colorazione degli elementi cel- lulari dei vari tessuti compresi nel preparato ^). Descrizione del preparato. Ad occhio nudo si vede la zona circolare anteriore del corpo ciliare dentellata per i processi ciliari, nel di cui campo si stende una membrana trasparente, cioè la capsula anteriore del cristal- lino. Alla periferia di questa spicca una zona anulare di color rosso viola, dovuta alla colorazione delle fibre col liquido di Weigert. Osservando il preparato a piccolo ingrandimento con uno stativo Zeiss da preparazione, in modo da abbracciarne tutto il campo, vediamo un' elegante zona raggiata di fascetti di fibre che occupa in giro quasi i '^/s del diametro capsulare. Queste fibre in gran numero hanno origine dalla corona ciliaris e gittandosi sulla capsula, alcune, più brevi, s'inseriscono sfioccandosi presso il margine; le altre, più lunghe, terminano la loro inserzione quasi al quarto superiore del raggio capsulare. A forte ingrandimento (Zeiss ^^J si osserva molto bene il modo di comportarsi delle fibre zonulari. 1) De Lieto Vollaro A. — Di un imovo procediwento di tecnica per la co- lorazione nucleare e protoplasmatica delle cellule della cornea propria. (Archivio di Ottalmologia, anno XVII, 1909-1910. Napoli). 7 — 98 — Dai processi ciliari e dagli avvallamenti fra essi compresi si veggono originarsi dei robusti fascetti di fibre, varianti per numero e per lunghezza. I più brevi si arrestano sfioccandosi presso il margine della capsula, mandando però delle fibrille più lunghe che vanno ad inserirsi più in basso. I fascetti più lunghi cominciano a divi- dersi e a sfibrarsi a misura che dalla estremità dei pmcessi ci- liari si avanzano sulla capsula. Si osserva che a livello dell'orlo capsulare, dove già hanno preso inserzione le fibre più corte, il fascio principale si risolve in due, tre, quattro fascetti, i quali sfioccandosi ad angoli più o meno acuti e a diversa altezza si gittano sulla capsula e secondo diversi piani, data la convessità della superficie della capsula lenticolare. Infine verso la loro ter- minazione le fibre zonulari si sfioccano completamente e pren- dono inserzione sulla capsula quasi tutte allo stesso livello, come può vedersi nella fotografia del preparato (Ingr. 10 ^j^ diam.). Per dare un'idea più esatta del modo come si comporta un fascette di fibre zonulari sulla cristalloide, possiamo prendere ad esempio un pennellino di vajo a peli molto lunghi, la cui estremità sia tagliata assai obliquamente. Appoggiamolo con il tratto obliquo sulla superficie curva di una lente biconvessa, su cui sia stata spalmata della gomma, in modo che i peluzzi più corti con-i- spondano al margine della lente. Sollevando leggermente il pen- nellino vedremo che i peli più lunghi avranno contratto aderenza verso la porzione paracentrale, i più corti verso la periferia e fia questi due limiti troveremo inseriti tutti gli altri peluzzi in or- dine decrescente di lunghezza. Cosi sul cristallino dell'uomo e di altri animali esaminati si comportano le fibre zonulari; anzi negli altri preparati da me fatti (bue, cane, ecc.) riesce più evidente questa disposizione per la maggiore convessità del cristallino. Nei diversi preparati esaminati quello dell'uomo eccelle sopra gli altri per la elegante disposizione delle fibre, per il loro nu- mero stragrande e per la loro lunghezza, e ciò è da presumersi sia in rapporto con le proprietà accomodative, che l'occhio umano in sommo grado possiede. Dall' Istituto di Clinica Oculistica della R. Università di Napoli diretto dal Prof. A. Angelucci. SALVATORE LO BIANCO (n. 10 Giugno 1860, m. 9 Aprile 1910) • COMMEMORAZIONE FATTA dal socio Federico Raffaele nell'apposita tornata del 22 maggio 1910 A voi, che conosceste Salvatore Lo Bianco, sembrerà, ne son certo, come sembra a me, quasi inverosimile, che egli, pieno di tanto vigore di vita quanto non riusciamo a metterne insieme noi tutti, sia caduto per non più rialzarsi; che quella rigogliosa tenace fibra sia stata d'un colpo spezzata come una fragilissima cosa. Raramente, invero, accade d'imbattersi in una cosi esube- rante natura, in un organismo cosi agile , cosi duttile, cosi ela- stico; in una parola, cosi vivo, quale fu quello del nostro amico. La coscienza di queste singolari facoltà infondeva in lui una continua gagliarda gioia di vivere, che propagandosi intorno a lui suscitava le energie dei più fiacchi e i sorrisi dei più ma- linconici. La vita di Salvatore Lo Bianco si svolse in apparenza piana, semplice, eguale; ma fu pure quasi miracolosa ; fu , vorrei dire, un miracolo continuo, che, appunto perchè continuo, non parve miracolo. Questo ch'io dico non sembrerà una esagerazione a voi che sapete come il piccolo Turillo, entrato a 14 anni ultimo servi- torello nella Stazione Zoologica, ne era divenuto il primo e più importante personaggio , e così alto posto aveva raggiunto nel regno dei biologi, che da ogni parte del mondo s' è levato un grido di dolore per la sua morte, che lascia, a giudizio di tutti, un incolmabile vuoto. Quest' ardita ascensione fu compiuta senza strepito, senza sforzo apparente, come una tranquilla passeggiata - 100 — su per una via piana ; gli ostacoli furono superati così som- plicoraente, che nessuno se ne accorso. Ma mentre il Lo Bianco sembrava camminare con gli altri, egli tutti oltrepassava. L'incontro del Dolirn col piccolo Turillo, al momento in cui il soe:no del geniale naturalista cominciava a divenire realtà nella bella casa bianca, uscita allora dalle acque del nostro Golfo come per opera d'incantesimo, fu veramente provvidenziale e segnò un' epoca nella Storia della Stazione Zoologica ; i fati benigni che arrisero all'ardita impresa del Dohrn certo lo prepararono. Se il Dohrn avesse bandito un concorso internazionale per tio- var l'uomo che gli era sopra ogni altro necessario, perchè lu^Wu Stazione Zoologica il suo alito creatore potesse trasformarsi in vita rigogliosa e feconda , egli non avrebbe potuto trovar di meglio di quel ragazzetto, che la sua buona stella gli fece iu- contrai-e sull'uscio di casa. Due esistenze incerte cominciavano allora ad affacciarsi al mondo in due organismi dotati di eccezionali facoltà di espan- sione: la Stazione Zoologica e il piccolo Turillo. E può ben dirsi che l'evoluzione d'entrambi procedette di pari passo come ma- nifestazione d'un unico impulso dato dalla volontà creatrice di Antonio Dohrn. Senza il Dohrn, non si sarebbe forse mai schiusa a Salvatore Lo Bianco la via ch'egli cosi trionfalmente percorse; ma senza Salvatore Lo Bianco io non credo che il Dohrn avrebbe potuto fare egualmente della Stazione Zoologica quella mirabile fucina di lavoro biologico, che ha riscossa la universale ammi- razione. Questi due uomini singolari, che una fortunata combinazione aveva messi insieme , animati da uno stesso amore per l' opera cui dedicarono tutta la loro poderosa attività, ebbero sempre r uno per l' altro un profondo sentimento di gratitudine. Del suo affetto veramente paterno il Dohrn diede al suo Salvatore prove non dubbie , e, riposta in lui la piena fiducia ch'egli meritava, gli lasciò completa libertà d'azione e d'iniziativa, favorendo con sollecita cura il graduale svolgersi delle preziose qualità di lui, e preoccupandosi costantemente di migliorarne la posizione inorale e materiale. Il Lo Bianco, dal canto suo, salito cosi in alto, per virtù propria, trattato alla pari e con sentimenti di sincera ammira- zione e deferenza dai più eminenti scienziati e dai più illustri personaggi, fatto segno a distinzioni e omaggi da ogni parte, non dimenticò un sol momento il suo debito verso colui che gli aveva stesa la maiio nei primi passi ed ebbe, fino al suo ultimo — 101 — respiro, pel Dohrn e per la Staziono Zoologica, una illimitata devo- zione. La quale, a chi ben la conobbe, illuminò di bellissima luce la figura, morale del nostro compianto amico, inspirandogli quel jjrofondo nobilissimo sentimento di dovere, per cui egli volle consacrare tutto sé stesso all'opera immortale del suo benefattore. Il 25 marzo 1909 ricevetti dal Lo Bianco una lettera con queste parole: « Ho voluto scrivervi subito perchè dalle vostre lettere mi sono accorto che non siete affatto informato delle condizioni molto gravi del prof. Dohrn. Figuratevi che da circa un paio di settimane siamo preoccupatissimi, perchè ogni tanto il povero uomo ha degli attacchi asmatici così forti, che non si sa mai se ne esce vivo o morto. < L'altra sera ad esempio ne ha avuto uno che è durato circa 4 ore ! Il cuore è molto debole ed i medici non danno alcuna speranza. « Caro professore, ho proprio una piaga sul cuore ! vederlo sof- frire talmente da chiedere lui stesso che venga la triste fine è uno strazio per chi lo ha visto per tanti anni così energico e pieno di salute!... « All'occasione cercate di scrivere una lettera al D.r Rinaldo Dohrn , incoraggiandolo nel difficile periodo , che attraversa; il poveretto è molto accasciato e addolorato ». Sei mesi più tardi , la temuta catastrofe avvenne. Quando giunse da Monaco la dolorosa notizia, ero col Lo Bianco accanto al giovine Rinaldo Dohrn; e piangemmo con lui l'uomo sommo, che anche noi aveva trattati come figli. Nel muto profondo dolore del Lo Bianco, ebbi una nuova prova del culto, fatto di tene- rezza e ammirazione, ch'egli aveva nel suo cuore dedicato ad An- tonio Dohrn. E fin dai primi momenti del suo lutto, Rinaldo Dohrn, nel- l'assumere la direzione della Stazione Zoologica, potè sperimen- tare quali valide e volenterose mani gli si stendevano con affetto fraterno per aiutarlo nel difficile compito. Il culto, che il Lo Bianco ebbe per il Dohrn vivo, ei l'ebbe per la memoria di lui: e con rinnovato ardore centuplicò le sue forze, perchè la vita della Sta- zione Zoologica continuasse inalterata. Egli rimaneva saldo al suo posto come un buon nocchiero nella tempesta. Ma anche lui doveva essere di lì a poco travolto! E quando, sulla bara appena chiusa , Rinaldo Dohrn , con voce rotta dal pianto, diede l'estremo saluto alla salma di Sal- vatore Lo Bianco, nelle simpatiche affettuose parole sgorgategli — 102 — dal cuore, vibrò certo la grande anima del padre suo, venuta a ringraziare per l'ultima volta il fedele amico, l' infaticabile col- laboratore. Il piccolo Turillo arrivava nella novissima Stazione Zoolo- gica con un ben povero bagaglio di conoscenze; egli appena aveva superata la scuola tecnica, e la sua mente era presso che tabula rasa. Ma una grande avidità di sapere lo incitava ; e subito i suoi occhi curiosi e penetranti si diedero a frugare ogni più ri- posto cantuccio del nuovo mondo, che si apriva davanti a loro. Egli era una di quello nature privilegiate, dotato di possenti meccanismi interni, che, una volta ricevuto un impulso, lo cen- tuplicano e, quando si mettono in moto, non si arrestano a mezza strada. Nel manoscritto della Storia della Stazione; zoologica , che il Dohrn aveva cominciato a scrivere negli ultimi anni della sua vita e che purtroppo la morte gli vietò di continuare, trovo questo primo cenno intorno al nostro Salvatore. « Il compito di raccogliere notizie sulla ecologia della fauna del golfo, di conservare gli animali marini per fornire ai singoli studiosi, ai laboratorii, ai Musei zoologici d'altri paesi il mate- riale raccolto dalla Stazione zoologica, venne affidato a due gio- vani tedeschi; lo Schmidtlein e il D.'" A. Miiller » — < Ambedue cominciarono un lavoro, che più tardi » scrive il Dohrn « doveva raggiungere vaste proporzioni, quando fosse capitato in mani adatte. Le mani e la mente, che ci volevano, già erano al ser- vizio della Stazione zoologica all'epoca del Muller e dello Schmidt- lein; ma erano ancor troppo giovani e inesperte per mettersi efficacemente all'opera. Esse appartenevano al tìglio del mio por- tinaio del Palazzo Torlonia, Salvatore Lo Bianco, che allora tutti chiamavano Turillo ». < Il padre di questo ragazzo venne un giorno da me per chie- dermi se mai potessi dare al quattordicenne figliuolo un posti- cino nella Stazione zoologica. < Il ragazzo aveva frequentato fino allora le scuole, dimo- strando una gran passione per lo studio; era tempo oramai che si avviasse a un mestiere; e il padre sarebbe stato ben lieto s'io avessi voluto prenderlo con me. Io aveva spesso veduto quel ragazzo in portineria, intento a leggere, a scrivere o a scara- bocchiar disegni; quasi mai in ozio. — 103 — 1 Lo presi perciò volentieri, promettendogli un piccolo salario e adibendolo al servizio dei naturalisti, che venivano a lavorare nelle Stazione zoologica; egli doveva faro la pulizia delle stanze e delle tavole da lavoro, e, quando questo servizio era finito, aiu- tare il Dr. MùUer nella conservazione degli animali. Il Miiller si sforzava di trovare più perfetti mezzi di conservazione e, seb- bene le sue condizioni di salute non gli permettessero un lavoro assiduo, andava già realizzando notevoli progressi, che il Turillo seguiva con grande attenzione, adoperandosi poi a ripetere per conto suo le manipulazioni >. E cosi bene egli seppe rendersi pa- drone dei varii metodi, che, alla morte del Miiller, il Dohrn gli affidò il reparto della conservazione. « Cosi » conclude il Dohrn « questa potè, com'è noto in tutto il mondo zoologico, raggiungere una perfezione fino allora ignota ». Il Lo Bianco , infatti , sebbene non avesse nessuna cono- scenza della chimica, a forza di provare e riprovare, con perse- verante pazienza, aiutato dalla sua eccezionale attitudine a os- servare e a comparare, animato da una baldanzosa fede nel suc- cesso, riuscì a perfezionare alcuni metodi, e a scoprirne dei nuovi. Basti ricordare fra questi il processo per la conservazione dei Sifonofori, che, in mancanza di meglio, avevano figurato fino a quel tempo nei musei sotto forma di modelli di vetro o di gelatina. Grazie alla instancabile attività del Lo Bianco, l'espor- tazione delle collezioni di animali marini andò aumentando d'anno in anno; e mentre i musei e i laboratorii di Zoologia si arricchivano delle ammirevoli preparazioni, la fama dell'Istituto biologico napoletano volava oltre i monti e i mari nelle più lon- tane plaghe. Le conoscenze di zoologia che il piccolo Turillo possedeva quando entrò nella Stazione zoologica non erano molto più pro- fonde di quelle ch'egli aveva della chimica. Ma il suo occhio scru- tatore andò a poco a poco familiarizzandosi con le innumerevoli forme della fauna del nostro golfo, delle quali egli divenne in- superato conoscitore. Arnoldo Lang, il noto zoologo di Zurigo, il vecchio amico del caro estinto e mio, che per un non breve periodo di tempo fu assiduo e graditissimo nostro commensale nelle frugali cola- zioni, già occupava intorno al 1875 un posto, di assistente nella Stazione zoologica. Ecco come egli , in un recente articolo ne- crologico , ricorda i primi tempi del piccolo Turillo nella Sta- zione: « lo scrivente si rallegrava della speciale inclinazione del vivace e svegliato ragazzo, che cercava di sodisfare la insazia- - 104 — bile aviilità di sapore, profittando d' ogni breve riposo del suo umile lavoro, d'ogni fuggevole contatto coi naturalisti al cui ser- vizio egli era destinato ». < Più d'una volta avvenne ch'egli, pieno di sgomento, s'af- frettasse a nascondersi sotto al tavolo del « dottore Svizzero » nel sentir risonare il passo del temuto direttore ». « L'assiduità e la buona voglia con cui ilTurillo disimpegnava il suo còm})ito; la pazienza e l;i sagacia con cui egli scopriva e riconosceva i piccoli animali marini, mi furono » dice il Lang « cosi utili nelle mie ricerche scientifiche, ch'io non credetti mai di sdebitarmi verso di lui in maniera adeguata , dedicandomi, quando avevamo finito il lavoro della giornata, con lezioni pri- vate di lingue moderne e di storia naturale, a migliorare e com- pletare la insufficiente preparazione da lui ricevuta nella scuola » . Io conobbi il Lo Bianco nel 1884, quando egli , in un de- cennio circa, già aveva raggiunta una posizione eminente nella Stazione Zoologica; e, sotto la sua guida sapiente gli esperti pe- scatori raccoglievano quotidianamente per i naturalisti ospiti della Stazione i tesori del mare, e un piccolo manipolo di giovani vo- lenterosi, diretto da lui, applicando i suoi metodi, era intento da mane a sera a conservare gli animali del golfo e a spedirli in ogni parte del mondo. Rotetti allora e nei lunghi anni che poi ebbi la ventura di passare accanto a lui, cui ben presto mi legarono vincoli di non mai smentita amicizia, vedere in atto la mirabile, continua, insaziabile bramosia di apprendere, che fin dai suoi primi anni aveva colpito il Lang. E mi fu svelata la segreta fonte di quella stupefacente coltura acquistata fuori d'ogni scuola e senz'alcun metodo didattico. Egli non trascurava nessuna occasione per istruirsi ; da ogni persona traeva qualche ammaestramento; seguiva con amoroso interesse le ricerche di tutti coloro che lavoravano nella Sta- zione Zoologica, impossessandosi dei varii problemi zoologici, di- scùtendoli, aiutando con tutte le sue forze e con vero intelletto d'amore le ricerche di ciascuno. Né tralasciava di allargare la sua coltura in ogni direzione. Ricorderò sempre con piacere, e non senza un malinconico rimpianto, i tempi della nostra giovi- nezza; le lunghe chiacchierate, in cui egli talvolta mi obbligava a sciorinare un po' del sapere ufficiale, faticosamente acquistato sui banchi di scuola! — 105 — Una volta p. es. dedicammo assiduamente, per molte settima- ne, un'ora e più al «giorno a leggere e commontare i « Primi prin- cipii » dello Spencer. — E nei molti anni passati a lavorare l'uno accanto l'altro, non vi fu quasi giorno senza qualche animata discussione su argomenti varii e non soltanto di biologia. La conversazione col Lo Bianco mi riusciva assai piacevole e interessante. Nelle più ardue questioni, anche quando, rischian- dosi in acque poco note, fuori del suo mare, dov'era sicuro pilota, navigava un po' alla ventura, tanto lo soccorreva il suo finis- simo intuito, che egli poteva quasi sempre evitare le secche e mantenersi a galla. Sempre pronto, del resto, a riconoscere la propria ignoranza , era egli prontissimo a impossessarsi dei con- cetti nuovi por lui. Così, fin che visse il nostro Salvatore, durò un continuo scambio d'idee e di notizie fra lui e la innumerevole e vana falange dei naturalisti, che venivano nella Stazione Zoologica a scrutare i misteri della vita. E questo scambio fu certamente non ultimo fra i fattori di progresso scientifico, che si debbono all'opera creata da Antonio Dohrn. Quello che il Lang scrive di sé stesso è il sentimento di tutti coloro, che per più d'un trentennio frequentarono a scopo di studio la Stazione Zoologica: essi non potranno mai sdebitarsi dei be- nefici ricevuti da Salvatore Lo Bianco. La gratitudine e la stima, che tutti, grandi e piccoli, illustri scienziati e modesti ricercatori ebbero per Lui, si manifestarono in più d' una occasione durante la vita del Lo Bianco. Quando egli cominciò a pubblicare alcuni risultati delle os- servazioni intorno alla biologia degli animali marini, con cosi assidue e intelligenti cure accumulate, Salvatore Trinchese, che, come gli altri, fu compreso di ammirazione per questo natura- lista formatosi a contatto diretto con la natura, interpretando il sentimento di tutti, gli fece concedere la laurea in Scienze naturali honoris causa, dall'Università di Napoli. Così il piccolo Turillo, ch'era a poco a poco diventato Salvatore, e poi il « Si- gnor Lo Bianco », divenne dottore; e mai titolo accademico fu più inusitatamente e brillantemente conquistato, né più giustamente meritato. Questo primo segno di riconoscimento ufficiale delle bene- merenze del nostro Lo Bianco, fu seguito da altri e molti, che Sovrani, Governi, Accademie lo colmarono di distinzioni e ono- - 106 - rificenz^'^ì. Ma più t'l<»(|unnt(! tnstim(niianz;:i duU'altissima universale stima riri'n^li ;ivi(;i saputo coutpùstarsi s )M<) li; iumimcrc.voli (jon- (lo^lianzii })ui'V(.)iiulc da o<^iii parto dol inondo alla do.solata fa- miglia o alla Staziono Zoologica dopo la sua morto. Colpisco sopra tutto la concordanza con cui i più diversi uomini doi piìi diversi paesi esprimono la loro ammirazione, il loro affetto, la loro gra- titudine, per l'uomo singolare, esaltando, con unanime consenso, gì' ineslimal)ili servizii ch'Egli rose alle Scienze biologiche. Il nostro Lo Bianco, nella sua laboriosissima vita, non si contentò di fornire il materiale pei loro studi! a legioni di ri- cercatori ; di arricchire musei e laboratori con le bellissime col- lezioni di animali marini; di dedicare le sue amorevoli cure al- l'Acquario, che grazie alla sua sapiente direzione riscosse l'am- mirazione di visitatori sempre più numerosi e acquistò fama mondiale; egli seppe anche essere efficacissimo maestro e abile ricercatore. È noto che il Dohrn ebbe l'idea geniale di utilizzare le navi delle marine da guerra per 1' esplorazione biologica dei mari, e stipulò col nostro Ministero della .Marina e con i Governi di varii Stati Europei, speciali contratti, in virtù dei quali alcuni ufficiali e medici di marina vennero a imparare nella Stazione zoologica i metodi di pesca e di conservazione degli animali marini. Come istruttore fu scelto naturalmente il Lo Bianco, il quale in corsi accelerati, che di solito duravano pochi mesi, non soltanto largì ai suoi allievi i tesori delle sue conoscenze e della sua espe- rienza, ma seppe trasfondere in loro il suo entusiasmo per le ri- cerche biologiche. Tenenti di vascello e medici della marina ita- liana, tedesca, spagnuola, russa, si succedettero per varii anni nella Stazione zoologica, gareggiando di zelo nell' apprendere i segreti della vita del mare da colui che non aveva avuti maestri. Tutti conoscono gli ottimi eifetti della iniziativa presa dal Dohrn; primo fra gli allievi del Lo Bianco, anche in ordine di tempo, fu Gaetano Chierchia, ora ammiraglio, il quale im- barcato in qualità di tenente di vascello sulla R. Corvetta Vettor Pisani, che dal 1882 al 1885, al comando di Giuseppe Palumbo, 1) Fa insignito di varii ordini cavallerv-schi, e cioè: Cavaliere della Corona d'Italia, Cav. Uff. dei SS. Maurizio e Lazzaro, di S. Anna di E.ubsia, della Corona di Prussia, d'Isabella la Cattolica e del Merito navale di Spagna, ecc. Fu socio di varie Accademie e Società : dei Lincei, del R. Istituto d'In- coraggiamento di Napoli, della Società imperiale Zoologica di Vienna, e di altre. — 107 — compi un viaggio di circumnavigazione , fece onore a sé e al maestrO; riportando in patria una collezione di animali marini, raccolti nelle più diverso regioni e profondità. Vennero poi gì' italiani , Colombo , Acton , D.' Tacchetti, Dj Oliva, gli spagnuoli Borja, Navarrete , Anglade e tedeschi e russi, e più d'uno di costoro, profittando degl'insegnamenti del Maestro, rese ottimi servi^'.ii alle scienze biologiche e alle indu- strie marittime. Tutti rimasero affezionatissimi al Lo Bianco, di cui hanno serbata costante e grata memoria. In maniera non meno interessante si manifestò le multiforme attività del Lo Bianco nel campo della ricerca. Nel 1888 egli pubblicò per la prima volta le « Notizie biologiche riguardanti specialmente il periodo di maturità sessuale degli animali del Golfo di Napoli », nelle quali mise a disposizione degli studiosi la ricca mèsse d' informazioni raccolte con lunghi anni di pa- zienti ininterrotte metodiche osservazioni quotidiane. Una seconda edizione comparve nel 1899, accresciuta di molte nuove osserva- zioni continuate per un altro decennio ; e una terza lo scorso anno con altre aggiunte. Altro inestimabile servizio egli rese ai naturalisti col pub- blicare i « Metodi usati nella Stazione zoologica per la conserva- zione degli animali marini ». Un fortunato incontro diede poi modo al Lo Bianco di esten- dere le sue ricerche alle regioni abissali del Mediterraneo, per la cui esplorazione la Stazione zoologica non disponeva di mezzi suf- ficienti. Il noto ricchissimo re dei cannoni, F. A. Krupp, ebbe va- ghezza di dedicare i momenti di riposo, che gli concedevano le gravi occupazioni della grandiosa impresa industriale, allo studio della zoologia marina e si rivolse al Dohrn , suo amico, perchè lo aiutasse a sodisfare questo suo desiderio. Il Dohrn intui subito qual vantaggio potrebbero ricavare gli studii di biologia marina se si riuscisse a rendere fruttifero questo inconsueto capriccio d' un milionario. L'operatore capace di trasformare l'energia po- tenziale della ricchezza in forza viva a beneficio della scienza fu subito trovato. Anche questa volta il Lo Bianco dimostrò di essere l'uomo adatto. Il capriccio del Krupp, irradiato dal fecondo entusiasmo del nostro Salvatore, ben presto divenne passione; i due uomini, cosi diversi, s'intesero a meraviglia e, animati entrambi da un nobile disinteresse, misero l'uno le ricchezze e la buona volontà, l'altro i tesori della sua mente e della sua esperienza a disposizione della biologia marina. — 108 — In (lue snccossive caiupa^^iu!, la jiriiiia fatta nel 1901 nelle vicinanzt? di ('apri col piccolo yaclii M. In conclusione, dal lavoro dell'egregio socio Ricciardi non risulta che i due tremuoti della Calabria, del 1783 e 1908, sieno stati causati da eruzioni di vulcani sottomarini; che anzi i fatti da lui riportati non fanno che aumentare la confusione, che esiste ancora intorno alla genesi dei terremoti. I Una nuova sofisticazione dell'olio di ulive del socio A. Cutolo (Tornata del 14 luglio 1910) Da un commerciante di olio di ulive, che spesso si reca da me per consigli inerenti a i suoi affari, mi fu presentato un campione di olio, che egli riteneva sospetto, ma nel quale, con la degustazione, non riusciva a scoprire alcun sapore caratteristico degli olii di semi estranei, che vengono, di solito, adoperati per le sofisticazioni nella nostra regione. L'olio in discussione, difatti, si presentava di aspetto lim- pido, di colore giallo e di odore e sapore di olio di ulive. Per vedere con quale tipo di olio avevo da fare, eseguii, innanzi tutto, la mia reazione cromatica, ^) con acido nitrico e gelatina; ebbi la sorpresa di notare che, aggiungendo il reattivo, a freddo, si otteneva una colorazione rossa di tutta la massa deU'olio. La stessa colorazione si otteneva aggiungendo, all'olio in esame, qualunque altro acido minerale. Pigliai nota del fenomeno e continuai la reazione, riscal- dando. A misura che lo sviluppo di vapori nitrosi agiva su l' olio, la colorazione rossa andava diminuendo sino ad ottenere una rea- zione finale negativa per olii di semi estranei a l'ulivo. Fu notevole solo una schiuma abbondante, fenomeno che avviene, però, sempre che si esegue la mia reazione con olii so- fisticati con olio di ricini. Nonostante questa reazione generale negativa, volli eseguire le reazioni particolari caratteristiche delle principali specie, per ricercare cioè: olio di cotone, di sesamo, di colza, di ricini e di arachide. >) fìollctfino della Società di Naturalisti in Napoli, Anno XV, Voi. XV, 1901. — 118 — Solo la ricerca di quest'ultimo mi dette l'occasione disco- prire la frode. Da alcuni anni eseguo la ricerca dell'olio di arachide nell'olio di ulive, col metodo seguente: In un grosso tubo da saggio, faccio bollire, a fuoco diretto, 1 ce. di olio sospetto con 10 ce. di soluzione di potassa al 5 °/o , in alcool a 96". A saponificazione completa, raffreddo verso 14p. Quando è presente l'olio di arachide, si ottiene il precipitato cristallino di arachidato potassico. La reazione è, certamente, sensibile con olii che contengano anche solo 6°/o di olio di arachide, ed è perciò sufficiente per la vigilanza annonaria; una sofisticazione con quantità minori non s'incontra nella pratica ordinaria e, d'altra parte, non darebbe nessun rendimento mercantile. Neil' eseguire, dunque, tale reazione su l'olio in questione non mi fu possibile ottenere la saponificazione completa; per quanti tentativi avessi fatto, sia cambiando il grado dell'alcool ed il titolo della potassa, sia riscaldando, più o meno a lungo a fuoco diretto, a bagno di acqua bollente, a ricadere. Si produsse, invece, una intensa colorazione gialla della so- luzione potassica che, separata, diveniva rosea, intorbidandosi, per aggiunta di acidi in lieve accesso. Questi due fatti : la incompleta saponificazione dell' olio e la colorazione della potassa, messi in rapporto anche con la colorazione rossa che forniva l'olio, per aggiunta di acidi minerali a freddo, mi convinsero ohe la sofisticazione fosse dovuta a la presenza di un olio minerale e che nella miscela dovesse tro- varsi una sostanza colorante artificiale. E difatti, trattando 1' olio con parte uguale di acido solforico concentrato ottenni, sebbene dopo 24 ore e centrifugando, la separazione di uno straterello di olio minerale, a la superficie della emulsione nera formatasi. La reazione di Schulze , con soluzione benzolica di acido picrico, mi dette risultato negativo. Credetti opportuno di completare l'analisi dell'olio deter- minandone le principali costanti, che sono riportate nella co- lonna II della Tavola. Per la determinazione della sostanza colorante artificiale mi servii dei metodi ordinarii, adoperati per la ricerca dei colori del burro, ottenendo sempre risultati negativi. — 119 — Risultati positivi ottenni, invece, adoperando il metodo tro- vato da Vetere e da me ^), per la ricerca della metil-azo-dime- til-anilina. Circa 5 ce. di grasso sospetto si agitano con altrettanto acido cloridrico al 10 ^jo. Questo, separato dal grasso, resta colo- rato in rosso cremisi, più o meno vivo. Il liquido acido, cosi otte- nuto, reso alcalino con ammoniaca, assume colorazione gialla. La soluzione ammoniacale, dibattuta con etere, cede a questo solvente la sostanza colorante. Facendo bollire, d'altra parte, la stessa soluzione ammoniacale con qualche filo di lana bianca, si fissa il colore giallo. Le lane, cosi tinte, trattate con acido solforico concentrato danno una soluzione gialla che, per diluzione con acqua, diventa rossa. Trattate invece con potassa si colorano in giallo più intenso. Eseguita la ricerca su l' olio, ottenni risultati identici , e, d' altra parte, trattando l' olio con alcool di 96° potetti estrarre tutto il colore, in modo da poter ripetere sul residuo della so- luzione alcoolica le reazioni specifiche. Provata cosi in modo evidente la sofisticazione, con olio mine- rale colorato con metil-azo-dimetil-anilina, pregai lo stesso com- merciante di procurarmi , con ogni sforzo, il prodotto originale adoperato per la sofisticazione, a lo scopo di conoscerne le ca- ratteristiche. Egli ebbe l'abilità di trovarne un campione di circa 30 ce. sul quale potetti fare le indagini che seguono: Trattasi di un olio di aspetto limpido, colorito in giallo do- rato, inodore e quasi insipido. Ho detto quasi insipido perchè, insistendo nella degustazione, si arriva a scoprire un lievissimo sapore di olio minerale; ma non potrei afi'ermare se ciò sia di- pendente dal mio gusto esercitato, perchè altri non lo sentiva, o da una specie di prevenzione subbiettiva, naturale in questi saggi organolettici. Ripetuti i saggi cromatici generali^ non ebbi alcuna reazione caratteristica. Le costanti fisiche e chimiche, che determinai, sono riportate nella colonna III della Tavola. La ricerca della materia colorante mi dette risultati identici a quelli esposti preceden- temente. Ora quale è il mezzo rapido per scoprire la frode ? A lo stato attuale il sospetto della sofisticazione si acquista subito : eseguendo la mia reazione, o quella di Brulle, la colora- zione rossa a freddo rivela la frode. ») Boll. Società di Naturalisti in Napoli, Anno XVII. voi. XVII, 1903. — 120 — Ma (|uauflo questa mia Nota sarà pubblicata, certamento l'olio non sarà più colorito ^) ed allora, ottenendosi le reazioni ge- nerali negative, la sofisticazione potrebbe sfuggire. Bisogna, perciò, utilizzare i due dati caratteristici : l'indice di rifrazione alto e la saponificazione incompleta. Non bisogna, dunque, trascurare l'osservazione al refrattomi;- tro di tutti gli olii in esame, ed, ottenuto un indice alto e le rea- zioni cromatiche negative, bisogna fare, senz' altro, la prova di saponificazione, sufficiente a scoprire la frode che ho denunziata, che, dal punto di vista dell'igiene alimentare, ha un'importanza, su la quale credo inutile insistere. Tavola dei risultati analitici Olio di ulive 1 Olio sofisticato II Olio minerale UI Indice di rifrazione (Zeiss a 26°). . Grado termico Numero di saponificazione .... » » jodo 62-63 44 192-195 80-83 64,6 33,5 148 60,8 72,6 4, 0 2,9 Napoli, Laboratorio chimico municipale, Luglio 1910. *) Mentre questa mia Nota era in corso di stampa ho avuto occasione di trovare un prodotto incolore, con le stesse costanti fisiche e chimiche, messo in commercio con il nome di ulivina. Il sismismo, il vulcanismo e la costituzione geoflsica del geoide del socio Leonardo Ricciardi (Tornata del 9 giugno 1910) In uno dei manoscritti di Angelo Secchi si legge che « lo studio dei terremoti è entrato in questi ultimi anni in una fase novella mediante lo studio dei terremoti microscopici. Da questo si aspetta la risposta della corrispondenza delle stazioni lontane, che potranno dar luce alla soluzione del problema. Il lavoro di questa fase interna ben studiata ci servirà di chiave alla spie- gazione della costituzione del nostro geoide ». Uno dei benemeriti nostri tra gli studiosi di sismologia, ri- masto ignorato, è un ftiodesto orologiaio, Domenico Salsano, che teneva bottega al largo del Gesù, il quale nella metà del se- colo XVIII si era proposto la « registrazione dei moti della Terra » . Per riescire all'intento ideò un pendolo sis^mico, che con- sultava stando in bottega. Le osservazioni del Salsano erano co- nosciute e ricercate. L' ingegnoso strumento usato dal sismologo Salsano si com- poneva di una piastrella o lente di piombo di circa 800 grammi sospesa ad un' asta, come il pendolo di un orologio, tenuta da un braccio di ferro infisso nel muro ; nel centro e sotto la pia- strella era uno stilo, a cui il Salsano innestava un pennellino tinto di materia colorante, che scorreva sopra una tavoletta messa orizzontalmente e sulla quale tracciava i movimenti oscillatori del muro, che, secondo lui, dovevano cori'ispondere ai moti della terra. Ai quattro punti corrispondenti ad E. 0. S. e N. pendevano dall' asta quattro battocchi, i quali urtavano una campanella per avvertire 1' osservatore quando avveniva il movimento. Sono di opinione che, siccome molti lodarono il Salsano e tennero conto delle sue osservazioni, dev' essere stato quel pen- dolo sismico che fece scrivere al Vivenzio, nella sua relazione pel - — 122 — terremoto Calabro-Siculo del 1783, elio nelle Calabrie gli apparec- chi sismici più sicuri erano gli animali. Oggi che il geoide è coperto da una fitta rete di osserva- torì o di stazioni sismiche, nelle quali insieme agli strumenti più perfetti è diffìcile non si trovi un peìulolo^ che, come di consueto, quando trattasi di cosa italiana, non prende il nome dal Salsano, ma nomi diversi quasi quante sono le nazioni. Comunque, per la storia e per la scienza, credo non fuor di proposito 1' insistere che le ricerche sismologiche furono iniziate in Italia e nella no- stra NajDoli, per quanto riguarda < i moti della Terra », dal di- menticato quanto ingegnoso orologiaio Domenico Salsano. Giorgio Darwin ^) chiama pionieri gì' Italiani pure in sismo- logia, e con orgoglio io affermo che non solo essi ebbero, ma con- servano ancora un cospicuo posto, insieme ad una pleiade di altri benemeriti di tutte le nazioni civili del mondo, che nulla tra- scurano pel progresso della scienza. Fu difatti un italiano, l'astronomo Carlini, che nel 1842 fece la seguente osservazione: < Molte volte i nostri grossi aghi (ma- gnetici) sospesi ci hanno indicate le scosse sotterranee avvenute in luoghi remoti ; il che, secondo il mio sentimento, avviene non già per un'influenza magnetica ^), ma per una semplice scossa mec- canica comunicata al centro di gravità dell' ago pendente da un sottil filo ». • Seguirono le osservazioni del Melloni col magnetometro La- mont e quelle di Palmieri, che negli Annali dell' Osservatorio Vesuviano del 1866-69 scrisse che « queste perturbazioni sono per la maggior parte occasionate da vibrazioni del suolo. » Verbeech, che fece molte ricerche durante 1' eruzione del Krakatoa nel 1883, riferi che al principio della conflagrazione gli aghi magnetici dell' Osservatorio di Batavia rimasero indif- ferenti. Invece, cominciata l'emissione di sabbie, quando esse erano più abbondanti nella caduta, allora gli aghi magnetici ne furono influenzati. Pure la Commissione inglese che studiò i fenomeni che pre- cedettero e accompagnarono 1' eruzione del Krakatoa, non trovò alcuna connessione effettiva tra i due ordini di fenomeni, si- smico e magnetico: mentre il Mascart continua ad essere di 1) G. H. Darwin. La marea ed i fenomeni concomitanti nel Sistema So- lare. Torino, 1906. 2) Il Padre Eschinardi (Roma 1680) fu il primo che avesse intraveduto la possibilità d'una correlazione tra i fenomeni sismici e quelli magnetici. — 123 — opinione che i turbamenti segnati dagli apparecchi magnetici, durante i terremoti, devono essere attribuiti a cause magnetiche o elettriche, anziché ad « une trasmission méccanique des sè- cousses du sol ». Dalle osservazioni fatte durante l'eruzione del Pelée (1902), il Maureaux scrisse che sarebbe stato interessante vedere se il fenomeno da lui osservato col pendolo orizzontale era stato regi- strato dagli strumenti di altri osservatorii e se era in rapporto con l'eruzione della Martinica. AH' Osservatorio astronomico di Atene la perturbazione magnetica fu più accentuata nella com- ponente orizzontale, contemporaneamente all'osservazione fatta a Parigi. Il dottor Eginitis ne dedusse che le perturbazioni dove- vano attribuirsi a causa elettro-magnetica, tanto più che ad Atene il sismografo Agamennone non subì nessuna oscillazione. Questo fatto decise l'Eginitis a tranquillare l'abate Maureaux e ad ac- cettare la conclusione di Mascart. Il Prof. Di Paola, allora assistente all' Osservatorio Vesu- viano, non si convinse dell'asserzione del dottor Eginitis, forse perchè aveva letto negli stessi Comptes rendus ^) le osservazioni fatte da Lagrange alla stazione di Uccie (Belgio) lo stesso giorno, 8 Maggio 1902, cioè la constatazione di « ima leggerissima azione meccanica. Scrisse il Di Paola ^) al Prof. Ricco per sapere se gli strumenti di quell'osservatorio avessero registrato l'otto maggio perturbazioni; avutane assicurazione, si convinse che il fenomeno era dovuto a vibrazioni del suolo (Gruarini, Palmieri e Scacchi, 1856) e si espresse come segue: « poiché gli aghi non restano mai deviati durante le perturbazioni di equilibrio, mi sono sempre convinto che queste agitazioni per effetto di parossismi vesuviani e di terremoti sono dovute ad un'azione puramente meccanica del suolo in seguito al passaggio delle onde sismiche ». « Difatti, l'energia impetuosa del vulcano nella sua estrinseca- zione deve necessariamente generare delle commozioni del suolo e queste trasmettersi agli aghi, apportandovi moti verticali e moti orizzontali. Se oltre quest'azione meccanica si vuole consi- derare che nell'emissione di sabbie vi sono miriadi di particelle di magnetite , forse potrebbe ingenerarsi il sospetto di qualche azione influenzante magnetica, la quale sarebbe un fenomeno sus- seguente alle esplosioni vulcaniche » (1902-1904). Lo stesso prof. 1) C. R. p. 1107, 1425, 1326. l^ semestre del 1902. 2) Bollettino della Società di Naturalisti in Napoli. Serie 1. Vul. XVI. p, 164, 1902. — 124 — di Paola studiò i fenomeni elettrici nella eruzione del Vesuvio dell'aprile 1906 e si espresso così: « Circa la origine di questa elettricità, diverse furono le spiegazioni date dai naturalisti ; al- cuni l'attribuiscono all'attrito , altri alla condensazione del va- pore. » Palmieri attribuiva al rapido addensamento dei vapori la ca- gione principale della elettricità positiva del fumo; la sabbia, poi, spinta in alto dal cratere sotto l'influsso di questa elettricità po- sitiva, nel cadere, tendendo a prendere elettricità negativa, ac- cresce il potenziale positivo dei globi di fumo donde parte, ge- nerando quei rapidi incrementi di potenziale pei quali si hanno le folgori. Il Di Paola dice: « Io credo che non possa escludersi l'elet- trizzazione per attrito, né quella per effetto della condensazione dei vapori, e che le nuvole di vapore acqueo e il materiale de- tritico formano le due armature di un grande condensatore. Vo- lendo dare un'interpretazione scientifica del fenomeno, secondo le ricerche più recenti, discuterò l'importante argomento in una altra mia nota « sulla causa dei fenomeni elettrici delle eruzioni vulcaniche ». Pertanto dalla constatazione dei fatti e dalle osservazioni il Di Paola venne alle seguenti conclusioni: « l.o che nell'ultima eruzione vesuviana (1906) si ebbe grande svolgimento di elettricità, sino alia manifestazione del fenomeno della folgore; 2.** le folgori si mostrarono di straordinaria intensità, quando l'eruzione del cratere terminale presentò la fase massima esplo- siva ; B." nei giorni precedenti all'inizio della fase esplosiva-effusiva il potenziale del campo elettrico atmosferico si mostrò debole, invece si manifestò altissimo nel periodo esplosivo, salvo qualche accidentalità verificatasi in qualche giorno di pioggia; 4.0 con la caduta delle sabbie il potenziale era sempre ne- gativo, spesso r indice a conduttore mobile veniva spinto oltre i 90 gradi; a conduttore fisso il potenziale era più debole e talvolta spariva diventando zero ; 5.<> dalla grande violenza delle esplosioni di materiale de- tritico (lapillo^ sabbia, ceneri) misto al fumo copiosissimo risulta confermata la condizione perchè si abbia il fenomeno della folgore nelle eruzioni vulcaniche, cioè: cJie i vapori debbono essere abbon- dantissimi e spinti con r/rande violenza dalla bocca di eruzione e debbono essere misti a grande quantità di materiale detritico. » — 125 — La registraìsiono fatta a Padova dal micr osi smog rafo Viceu- Um od in altri osservatorii o stazioni gL.'odinamich(j in Italia col sismometrogmfo Agamennone l'otto maggio 1902, convinsero pure me allora, e ne ho avuto in seguito tante prove da indurmi lo scorso anno a scrivere come segue ^): » Io sono d' avviso che 1 fenomeni elettro-magnetici siano l'eifetto della stessa causa che produce il maremoto e il terremoto , cioè il vulcanismo. Come pure credo dia la meccanica, messa a servizio della scienza, potrà fornirla di apparecchi più o meno sensibili, capaci di registrare i fenomeni elettro-magnetici prima degli effetti dinamici, giacché (juesti sono subordinati alla conducibilità delle rocce, la quale, come è noto, varia da 6000 metri al secondo nel granito (Balti- mora), a 200 nelle sabbie. Quindi, anche ammesso che un appa- recchio raccolga nel sottosuolo le onde elettriche provocate dal magma arroventato, prima che venga registrato l'urto sussultorio od uudulatorio dovuto alla espansione del vapore acqueo e dei gas, esso potrà indicarci tutto al più la sua perfezione e sensi- bilità, ma mai registrarci un terremoto prima che non sia pro- vocato dal vulcanismo ». Confermarono la mia asserzione le pazienti osservazioni fatte dal mio amico prof. Temistocle Zona, recentemente rapito alla scienza, alla famiglia ed agli amici , durante il periodo sismico Calabro-Siculo cominciato cosi tragicamente il 28 dicembre 1908. Il prof. Zona, dopo una serie di ricerche fatte col magneto- metro Dover-Kew, venne alle seguenti conclusioni: « Il magne- tometro è un ottimo strumento non solo magnetico , ma anche sismico, e, quello che importa, sono in esso bene precisate e dif- ferenziate le due azioni ». « L'urto sismico, piccolo o grande, quando avveniva, non al- terò mai — dico mai — la posizione del magnete in declinazione, anzi in questo senso neppure oscillava. Ciò è della massima im- portanza, perchè può stabilirsi, senz'altro, che le deviazioni ma- gnetiche (quando avvenivano) 7ion erano prodotte da moto sismico, ma da mutate condizioni magnetiche ». « I terremoti invece determinavano nello strumento un moto verticale rapidissimo. Le vibrazioni verticali (apparenti) del ma- gnete erano di due specie : le une, ampie e lente ; le altre, brevi e rapidissime; queste ultime apparivano al momento delle scosse, spesso erano associate: dico apparenti, perchè naturalmente do- vevano essere prodotte da oscillazioni pendolari ». 1) Op. e. Cava dei Tirreni, 1909. — 126 — « Il magneioinotro, ri unni tu tutti i dieci giorni di osserva- zioni, mostrò regolarmente la variazione diujna del magnetismo >. Le conclusioni del valoroso quanto modesto prof. Zona con- fermano le ricerche di Palmieri sull'eruzione Vesuviana del 1866 ^), di Verbeech e della Commissione inglese fatte durante 1' eru- zione del Krakatoa nel 1883, e quelle sul Vesuvio del prof. F. Di Paola 2) nel 1904, non che quanto aveva detto 1' astronomo Carlini (1842), cioè che il movimento sussultorio * secondo il suo sentimento^ avviene mm già per un'' infiuenza magnetica^ ma per una semplice scossa meccanica comunicata al centro di gravità dell'ago pendente da un sottil filo * ^). Infine il problema proposto dalla nostra Reale Accademia delle Scienze di Napoli nel 1865 ha avuto la sua soluzione, cioè che le oscillazioni registrate dagli strumenti sismici provengono da causa meccanica, dinamismo, che non può essere provocato che dal vulcanismo in tre modi: 1. Per l'urto del magma contro l'involucro relativamente rigido; 2. Per esplo- sioni; 3. Per l'istantanea emissione di gas, compresi quelli deri- vanti dalla dissociazione dell'acqua. Il 28 luglio 1889 furono notate nei pendoli orizzontali di Potsdam e di Wilhelmshaven due perturbazioni straordinarie, pro- dotte da un forte terremoto avvenuto a Kumamato nel Giappone. Le due pertubazioni si trovavano nei fotogrammi alla distanza di due ore e mezza circa l'una dall'altra, ed erano dovute alle onde propagatesi dal medesimo centro e nel medesimo istante per un circolo massimo fra Potsdam e Kumamato lungo 8860 chi- lometri in 67 minuti e l'arco passante per gli antipodi di Potsdam lungo 31,140 chilometri in 225m. Nel primo caso la velocità di propagazione risultava di chilometri 2,2 a secondo, nell'altro caso era di chilometri 2,3 a secondo. Quindi il terremoto era stato avvertito in tutte le parti del geoide. A questo proposito il Rebeur-Paschwitz osservò che, siccome questi movimenti ondulatori terrestri durano per ore , le onde provenienti da unico centro nel propagarsi da una parte e dal- l'altra per un circolo massimo possono confondersi *). 1) Gdarini, L, Palmieri ed A. Scacchi. Eruzioni vesuviane del 1850 e 1856. Napoli 1855, pag. 116. 2) Bollettino della Società di Naturalisti in Napoli, voi. XIX, 1905, p. 30. 3) Accademia di agricoltura, arti e commercio di Verona, voi. LXVII, se- rie 3., 1892, p. 42. *) Astronomische Nachrichteii , ii. 3174. Potermanns Mitteilungen , 3V) Band, 1893, IX p. 208. — 127 — Questo esporimento in grande, o non da gabintìito, del ter- remoto di Kumamato, corno di tanti altri, compreso quello dell'S settembre 1905 e del 28 dicembre 1908, mise in evidenza che il circolo massimo, di 40,000 chilometri, era stato percorso m mi- nuti 292, cioè in 41i,52m. Ciò conferma quanto io scrissi nel 1887 e 1888 ^) a proposito della uniformità o continuità dell'involucro primigenio: « Queste quantità di silice riscontrate nelle rocce dei vulcani che sono agli antipodi tra di loro, dimostrano che il fe- nomeno della vulcanicità è simile in tutte le parti degli emisferi e che la materia prima che elabora è la stessa, è unica, è gra- nitica. » Il 18 aprile 1889 nei pendoli orizzontali a registrazione fo- tografica continua di Potsdam e di Wilhelmshauen furono regi- strate le onde provenienti da un terremoto nel Giappone. La distanza di 9000 chilometri fu percorsa in 64m, 3s e ne risultò cosi la velocità di propagazione di chilometri 2,333 a secondo. Il 12 luglio 1889 in quelle medesime stazioni furono regi- strate ondulazioni enormi provenienti da un terremoto a Wjer- noje (Asia centrale). Ed alla R. Specola di Berlino si constatò questo stesso movimento ondulatorio, che era partito dalla di- stanza di 4800 chilometri e si era propagato colla velocità di metri 3000 a secondo. Pure quello del 25 agosto 1889 di Pa- trasso venne registrato dagli strumenti degli stessi osservatori! e la velocità di propagazione risultò di metri 3000 a secondo. Ora che il nostro geoide è sparso di una fitta rete di osser- vatorii , e questi sono forniti di strumenti precisi e sensibili, capaci di registrare le vibrazioni microsismiche, si legge spesso nei Bollettini degli Osservatori! Geodinamici, non più l'osserva- zione isolata, ma che « Intorno alle ore X s'iniziò una perturba- zione agli strumenti d'una quarantina d' osservatori! sparsi in tutte le cinque parti della terra ». Ciò prova in modo inconte- stabile che il terremoto ha provocato oscillazioni in tutto il geoide, quindi cade pure la propalata, inesplicabile esistenza dei cosi detti ponti o zone immuni, poiché le proprietà chimico-fisi- che dei corpi sono le stesse in Europa, come in America e nel- l'Oceania. Infatti le ricerche sperimentali di Mallet, dell' Abbot, come quelle di Fouquè e Nogués, fatte con metodo analogo, han messo ^) Sul graduale passaggio delle rocce acide alle roccie basiche. Gazzetta Chimica Italiana, 1887-88. — 128 - in piuna evidonza chu la volouilà di propagaziono di uno stesso impulso usplosivo è divorsa secondochè la modosima si osserva nelle rocce, nelle rocce con filoni metalliferi, oppure secondo la stratificazione delle rocce sedimentarie, ovvero rispetto al piano prevalente del clivaggio delle rocce scistoso. Ed il Noguès, dopo accurate ricerche, ne dedusse che la fa- coltà trasmissiva degli scuotimenti terrestri non dipende soltanto dalla natura delle rocce, ma pure da non pochi altri fattori,^àeì quali alcuni sono assai difficili a determinarsi. Newcomb e Dutton studiarono il terremoto di Charleston del 31 Agosto 1886, ma per calcolare la velocità di propaga- zione delle scosse e per semplificare la soluzione del problema, ammisero le seguenti ipotesi: a) che il movimento sismico si efiFettui soltanto alla su- perficie terrestre, generato e proveniente da un epicentro; b) che l'onda sismica si mantenga costante in tutte le di- ramazioni nella sua velocità superficiale di propagazione; e) che la velocità non varii colla distanza dall'epicentro. Ecco i risultati: Velocità in metri, per secondo Whytheville 5300 Chattanoga 4860 Washington 5570 Baltimora r,ooo Atlantico Città (NY) 5250 Belvedere (NY) 5900 New Jork 5380 Stockbridge 4283 Albany (NY) 4516 Dyersburg (renn) 5330 Toronto 4250 I sismologi, pur criticando le ipotesi ammesse da Newcomb e Dutton, eseguono i calcoli secondo i cennati criteri e spesso han dedotto la velocità prendendo la media tra la massima e la minima, senza indicare nemmeno se tennero per base 1' ora dei primi tremiti^ quella della massima oppure quella della fine della scossa sismica. Pertanto i risultati pubblicati sono erronei, come la velocità dei terremoti è superiore a quelle ottenute per mezzo delle mine caricate con diversi esplosivi. In conclusione, emerge da quanto ho riassunto e dall^ ri- cerche fatte da alcuni anni sui terremoti in Italia, un fatto im- portante, quello che i terremoti sono sempre sussultori e se si — 129 — diffondono come ondulatori , il fenomeno non è clie apparente, poiché, a me pare che puro l'ondulatorio non sia costituito che da una sequela di piccoli movimenti sussultorii, precisamente come avviene in un liquido colpito da un grave le cui molecole hanno movimento sussultorio, mentre le apparenze lo fanno cre- dere ondulatorio. Cosi, su di una lamina coperta di sabbia, per una scossa o provocando vibrazioni, i granellini ballano, come balla la sabbia sullo spiraglio della Solfatara di Pozzuoli per la violenza del getto di vapori e gaz a + 173o C, appunto perchè il movimento è sussultorio. Ho accennato all'indicazione del momento della registra- zione ed in particolar modo ai primi tremiti 'preliminari^ perchè non pochi sismologi credono che in essi si rinvengano le onde elastiche longitudinali dotate della maggiore velocità, trascu- rando le osservazioni fatte dal prof. Gr. Vicentini nel 1894 a Siena col suo delicatissimo microsismografo e dalle quali risultava che nei primi tremiti erano contenute onde lente. Nelle ricerche in- traprese col microsismografo a Padova sui fenomeni sismici dal febbraio al settembre 1896, il prof. Vicentini osservò che nella località sede di terremoto, il terreno non solo vibra rapida- mente, ma è assoggettato ad innalzamento e ad abbassamento improvviso, il che provoca contemporaneamente delle onde più lente. Durante i terremoti Calabro-Siculi del 1905 e 1908 il prof. G. Agamennone fece delle osservazioni che defini singolari^ per- chè erano in opposizione coli' ipotesi oggi prevalente per ciò che ri- guarda il meccanismo di propagazione delle onde sismiche »; egli constatò quelle onde lente registrate nel 1894 dal prof. Vicen- tini nei primi tremiti e concluse come segue : € Tutto ciò sta a mostrarci quanto grande sia ancora la nostra ignoranza per ciò che riguarda il meccanismo di propaga- zione delle onde sismiche, e quanto ancora sia da fare nel per- fezionamento ^). Questo coscienzioso giudizio del prof. Agamennone , al quale mi associo completamente, giustifica pure quanto io scrissi nella mia: « Esposizione dell'attività scientifica e didattica * ^) q prova come e quanto sia poco seria la base di propalazioni o carte sismiche di alcuni voluti superuomini, in Italia specialmente. Siamo scrii per carità di patria! 1) Agamennone, in Atti d. R. Accad. dei TAncei, p. 339-395. Roma : 1909. 2) Tipografia Maiu'o. Cava ^ei Tirreni, 1909. — 130 - Offret fece delle ricerche, durante il terremoto dell' Anda- lusia nel 1884, su le variazioni rapide della velocità, quando il focolare è profondo. Egli ammise che 1' ipocentro si trovasse a 18 Km. di profondità ed ebbe i seguenti risultati: Distanza dall'epicentro in chilometri: Velocità in metri a secondo. 75 a 250 500 a 800 260 » 300 700 » 1000 300 » 400 800 » 1200 500 » 1000 1100 » 1700 1500 2100 Dalle ricerche di Milne, Gray e Fouquè risulta che la ve- locità delle vibrazioni nelle seguenti rocce, in metri e per se- condo, viene rappresentata dalle seguenti cifre: (Fouquè) Granito 2450 a 3141 Arenaria compatta 2000 a 2526 Arenaria poco comp. 1190 Marmo Cambriano 632 Sabbie di Fontainebleau 300 Le velocità dei terremoti artificiali si calcolano confrontando le ore in cui sono state registrate in due punti situati nella di- rezione del movimento e di cui si conosce la distanza loro. Nel terremoto il sismologo cerca di determinare la profondità da cui pervenne (ipocentro); suolsi indicare come epicentro la parte su- perficiale ove la scossa fu più sensibile o produsse maggiori danni. Sono stati proposti diversi metodi per determinare la profondità, cosi il Mallet, il Seehach, il Falb, Dutton, Hayden, ecc. Ma i ri- sultati troppo discordanti finora ottenuti, da circa 400 metri a 60 chilometri, indicano che siamo ancora lontani dal vero. In quanto alle superficie e loro forme pure vi sono discrepanze: cosi, fu li- neare in California nel 1872, circolare in Inghilterra nel 1889, ellittica in altre parti. Per curiosità riproduco le profondità calcolate dei seguenti terremoti : (Milne-Qray) Granito 3951,88 Marmo 3812,50 Tufo •2851,75 Rocce argillose 3482,18 Scisti avdesiani 4512,78 1872 Germania centrale 18 chilometri 1873 Herzogenrath 15 • 1857 Napoletano li 1886 Charleston 29 lb84 Andalusia 18 1887 Turkestan • 10 — 131 — 1894 Locride 6,5 chilometri 1908 Calabro-Siculo 25 Nel Giappone determinarono le superficie epicentrali dei ter- remoti del 1889 e 1891, ed ottennero pel primo 1830 chilometri quadrati e per l'altro 11,000. Ora i forti terremoti vengono regi- strati negli osservatorii sparsi nelle cinque parti del geoide, come avvenne nel 1906 pel terremoto di California, nel 1905 e 1908 pei Calabro-Siculi, ecc. Di modo che l'ampiezza dell'onda sismica dipende dalla intensità della scossa iniziale e dalla distanza. Sul meccanismo della propagazione delle onde sismiche, siano esse provenienti da profondità, o da distanza, per ora la scienza non può dire l'ultima parola, perchè i risultati ottenuti sono poco attendibili, specialmente per la fissazione dell'ora. Io sono d'opinione che si dovrebbe tener conto dell'ora indicata dai primi tremiti. È vero che, seguendo questo metodo, si sono ottenute velocità di gran lunga superiori a quelle che si trovano indicate, cioè più di chilometri 1-4 per secondo, ma se si tien conto delle cifre ottenute addizionando la massima e la minima e poi fa- cendo la media, mi sembra che il risultato non corrisponda al vero; del pari sono poco serie quelle cifre, che io direi di ma- niera, quali si sono ottenute talvolta accomodando l'ora ed altre volte le indicazioni dei primi tremiti, dei massimi delle ultime oscillazioni o la durata del terremoto, come può rilevarsi da una delle tante registrazioni che si trovano in tutte le pubblicazioni degli osservatorii Geodinamici. Tale fenomeno che provoca vibrazioni, oscillazioni, eco. nel geoide, è dovuto sempre a causa meccanica, quindi resta escluso nel modo più assoluto che possa essere provocato nel primo tempo da fenomeni elettro-magnetici. Pertanto è stato confermato in modo apodittico, che ad una certa profondità esiste un in- volucro omogeneo, continuo, elastico, relativamente rigido, capace di trasmettere da un punto X a tutte le parti del circolo mas- simo le vibrazioni dell'urto. Quest'affermazione io feci nel 1877 col seguente periodo: « che l'involucro idroplastico è omogeneo in tutti i punti del globo e costa di roccia granitica >, affermazione che fu vivamente contestata dalla scuola tedesca, ultimo il prof. A. Stùbel, il quale asserì che non era vero che le rocce cristal- line rappresentino un involucro continuo nella così detta crosta o corazza planetaria. Non parlo di altri, specialmente degli in- finitissimi presuntuosi nostri, i quali nella lusinga di poter giun- gere un giorno su qualche cattedra delle nostre Università, spesso — 132 — si trasformano in volgari douigratori ! Ma il vero, come la luce elio nasco dallo più profondo ionobre o si diffondo noll'iinivorso con una velocità sbalorditiva, finisce, magari dopo secoli, por affermarsi, per imporsi. Cosi le scoperte dei nostri naturalisti e pensatori hanno irradiato viva luce in tutti i tempi ed in tutte le manifestazioni dello scibile, pure quando i loro corpi servirono per illuminare l'oscurantismo nelle pubbliche piazze, quell'oscu- rantismo che non è altro che un'abbietta manifestazione umana poggiata sulla superstizione, sull'ignoranza e sulla intolleranza. La civiltà di Roma in tutti i tempi è andata soggetta a stasi per la intolleranza, né oggi ne è immune, anzi si sono molti- plicate le intolleranze teocratiche e politiche, non esclusa quella scientifica, come ho già scritto a pag. 10 nella e Esposizione della mia attività scientifica e didattica ^) ». Come io abbia intraveduta la costituzione geofisica del nostro geoide sono li ad attestarlo i miei precedenti lavori ed in par- ticolar modo quelli su « L'unità delle energie cosmiche » (1907) e « Su la Genesi e fine del nostro Geoide (1908) » nei quali rias- sumendo i fatti induttivi esposti in precedenti pubblicazioni , scrissi: « In conclusione, il nostro geoide, a partire dalla nebu- losa terrestre che man mano è venuto raffreddandosi, è giunto allo stato che noi conosciamo, per l'azione combinata del vapore acqueo sulla massa primigenia, contenente il principio di tutti gli elementi chimici finora conosciuti e forse altri non ancor noti a temperatura e pressione elevata ». I risultati delle osservazioni ed esperienze fatte da natura- listi di tutte le nazioni civili , mi sembra che tutti concorrano a far ritenere verosimile l'intuizione di Cartesio, Lebnitz, Kant, Laplace e Herschel, i quali vedevano nel nostro pianeta , come in ogni altro corpo celeste , la condensazione di una nebulosa. II dottor Isacco Roberts pubblicò nel 1893 e 1899 una col- lezione di fotografie nebulari, tra le quali si vedono vere nubi di materia caotica allo stato primordiale, com'era il nostro globo. Le esperienze di Elster e Geitel e di Wilson hanno mostrato che nell'aria atmosferica esistono degli ioni che, per la maggior parte, sono prodotti dalle radiazioni emesse dalle sostanze ra- dioattive (gassose o solide) contenute nel suolo e che in essa si diffondono o sono altrimenti trasportati. Tali ioni conferiscono all'aria la conduttività elettrica, e as- sumono nei fenomeni metereologici una importanza che ormai ») Cava dei Tin-eiii, 1909. — 133 — è universalmente riconosciuta; essi infatti non solo agiscono sulla distribuzione e sulle variazioni del campo elettrostatico terrestre, ma , secondo Schuster , pur su quelle del campo magnetico ; e specialmente influiscono sulla formazione e sulla costituzione delle nubi. Le ricerche del Prof. 0. Scarpa hanno messo in evidenza che « sono molto elevate le ionizzazioni nelle vicinanze delle sorgenti termiche, e tanto più quanto esse sono ricche di ema- nazioni radioattive >. < Sono poi specialmente considerevoli le ionizzazioni che ho riscontrate (scrive il prof. Scarpa) nelle stufe termali; infatti, in quelle di Porto d'Ischia il numero di ioni po- sitivi è circa 10 volte maggiore di quello da me trovato a Napoli, e circa 16 volte maggiore a Lacco Ameno, nell'antica stufa di Santa B-estituta », Si ha quindi una conferma di quanto enunciò l'Helmotz in- torno alla elettrizzazione degli ioni o, secondo la denominazione proposta da Stony, della formazione degli elettroni, che suppose siano una condizione locale specializzata dell'etere universale. Completa quanto ho riassunto la constatata presenza del- Velio , del radio , del neon , del cripton e del xenon , insieme ad altre sostanze gassose provenienti dalle regioni profonde, fatta dai Curie, da Laborde, da Strutt ed altri, i quali riscontrarono il radio o le emanazioni del radio in quasi tutte le acque mine- rali, nell'atmosfera, nell'acqua del mare, nei minerali e nella su- perficie terrestre. Quindi ero nel vero quando, a proposito della genesi del geoide, scrissi che la materia caotica, contenente il principio di tutti gli elementi chimici, a contatto col vapore acqueo dà luogo ad una serie di fenomeni, il cui risultato ultimo era rappresentato da una miscela di corpi cristallini e di sostanze amorfe. Questa miscela, trovandosi in presenza dell'acqua nelle condi- zioni più favorevoli di temperatura e di pressione , cominciò a formare le prime specie mineralogiche che , alla loro volta ce- mentandosi formarono i primi aggregati di rocce cristalline, quali i graniti, ecc. >. Rimase quindi imprigionata la massa nell' involucro primi- genio, idroplastico, continuo, omogeneo, costituito di rocce che poi furono dette arcaiche e che, come (dimostrai, si rinvengono in tutto il mondo ^) , contrariamente a quello che, per contestare 1) Risposta ad alcune osservazioni sull'evoluzione minerale. Napoli, 1908, — 1B4 — quanto ebbi ad asserire nel 1887, che la roccia « è unica e gra- nitica », scrisse Stiibel, cioè: « Les roches cristallines ne forment pas la surface de l'ecorce planétaire, et leur nature éruptive re- sterà it à établir ». Ma la massa caotica rimasta imprigionata, se non fosse ve- nuta continuamente a contatto con altro vapore acqueo, sarebbe rimasta inattiva; quindi la necessità della penetrazione dell'acqua, penetrazione che avveniva per la permeabilità dell'involucro, che a guisa di nube l'avvolgeva, il quale, quando poi si liberò del- l'acqua, divenne relativamente rigido, come lo provano le rocce arcaiche ; ed allora , pur conservando sempre la permeabilità, quando pel dinamismo endogeno si fendeva o rimaneva forato, dava luogo nel primo tempo a eruzioni di graniti, poiché non vi era l'intervento di sostanze capaci di modificare il magma co- stituente l'involucro idroplastico , e successivamente a rocce di altra composizione. Intanto questi fenomeni, finché si limitarono alla superficie avvenivano pel contatto della massa caotica col vapore acqueo, ma dopo , come ho detto , se essa non vi fosse penetrata come vi penetra tutt'ora direttamente, la nebulosa sarebbe rimasta ri- vestita di una vera pellicola ; ma cosi non fu, poiché tutti gli scrittori di geologia o di geofisica assegnano al minimo uno spes- sore all'involucro di 50 chilometri. Per tranquillare Tschermak ^) che scrisse : < Se la penetra- zione é continua, dato che 1' azione dell'alta temperatura interna è pure continua, delle due una: o le eruzioni dovrebbero essere un processo continuo, oppure un processo regolarmente periodico come nei geysers. Invece le eruzioni sono fenomeno quanto mai irregolare si possa dare ». Io dissi che l'acqua del mare non solo é indispensabile pei fenomeni vulcanici , ma quella che vi pe- netra prende parte alla circolazione interna e poi quando , da bacini sorgentiferi, da bocche crateriche o da fratture, sgorga nei mari, dà origine alle correnti marine di acqua calda e fredda ^), perciò l'enorme quantità di acqua che penetra esce pure. In quanto alle altre osservazioni di Tschermak, ammessa come probabile la costituzione geofisica del nostro pianeta come segue: l.^» da un in- volucro esterno relativamente rigido ; 2.» da un involucro idro- 1) Sitzungsber. d. k. Akad. d. Wissenschaften. Vienna, 1877. 2) Circolazione dell'acqua e correnti marine. Napoli, 1907. L'acqua nei fenomeni vulcanici. Napoli, L907. Per una critica del prof. Sigismondo GUnther. Napoli, 1909. — 135 — plastico; 3.° da altro involucro costituito da un magma idi'oter- minale ; 4.» da una gran massa gassosa primordiale ^); si com- prende che la penetrazione è continua e che la temperatura, come è noto, aumenta gradatamente a misura che ci approfondiamo nel geoide, e ne viene di conseguenza che, quando l'acqua giunge nella zona di evaporazione, i suoi vapori tornano indietro abbandonando ciò che trascinava con sé e ciò che teneva disciolto. Perciò le eruzioni non rappresentano un processo né continuo né periodico, come nei geysers, i quali, é bene notare, sono caratteristiche ma- nifestazioni vulcaniche di alcune contrade del mondo. Infine, in un sol punto vado di accordo con l'illustre naturalista di Vienna, cioè quando asserisce che le eruzioni sono fenomeno quanto mai irregolare si possa dare; ed é logico, perché non è facile e non sempre capita all'acqua del mare di penetrare per un cratere od una frattura sottomarina e giungere a contatto col magma arroventato. Formatosi l'involucro di rocce arcaiche, so vr' esso comincia- rono il lavoro di erosione le acque , deponendo di poi le sedi- mentazioni che formarono successivamente la grande pila di strati , privi i primi di reliquie organiche, che comparvero poi quando la temperatura lo permise. Sia i detriti delle rocce arcaiche che le precipitazioni calcaree-magnesiache, prima erano mescolate con l'acqua e poi furono da queste abbandonate, poiché le acque si raccolsero nelle depressioni oceaniche e per l'Italia nel Mediter- raneo, formando stratificazioni sull'involucro granitico e quindi emersero. Leonardo da Vinci per dire che quei fondi marini furono sollevati all'altezza dell'Imalaia, come tutte le catene di montagne di rocce arcaiche e sedimentarie, ricordandosi di ciò che aveva scritto Ovidio (Metamorfosi) , che < ivi divenisse terra ove era mare e che fosse mare ov'era solidissima terra >, si espresse come segue: « ciò che era un tempo fondo di mare , è divenuto som- mità di monti ». Spetta poi il merito a Lazzaro Moro di aver dimostrato che i monti traggono origine dalla forza espansiva dell'interno del globo, e che questo fatto si collega con quelli dei vulcani e dei terremoti. Ed io per rendere questo concetto , riferendomi alla costi- tuzione geologica d' Italia , scrissi : « allorché avvennero i più grandi sollevamenti, come quello che formò la nostra penisola, vi furono grandi manifestazioni vulcaniche, che si possono spie- 1) « L' Unità delle energie cosmiche » e « su la Genesi e fine del Ge- oide > NapoH, 1907 e 1908. — 136 — gare nel seguente modo: < La catena appenninica , esercitando un'enorme pressione sull'involucro fondamentale plastico, provocò una depressione, e questo , promondo sul contenuto gassoso in- terno, produsse una violenta reazione dinamica: allora il magma lavico, non potendosi fare strada nella parte occupata dagli ap- pennini, diede luogo a quella serie di vulcani che si allinea lungo il littoralo tiiTeno alla baso della catena appenninica ^\ Ora, mentre sull" involucro idroplastico si accumulavano i de- triti per formare la stratificazione o pila costituita di tanti strati quante sono le ere geologiche , il cui spessore può giungere a diversi chilometri, l'acqua, che incessantemente passava attra- verso r involucro primigenio, reagiva con la massa caotica, come continua a fare tuttora, e ne aumenta sempre lo spessore, con- servando, logicamente, le rocce la composizione primordiale, cioè granitica, se non subi o consegue l'evoluzione minerale -). Quindi l'involucro idroplastico continua ad aumentare il suo spessore e l'aumenterà finche vi penetrerà l' ultima molecola d' acqua e reagirà con gli ultimi ioni o elettroni. Allo spessore dell'invo- lucro arcaico, che alcuni dicono, scorza^ buccia o corazza, i geo- logi o geofisici assegnano diversi chilometri, per lo meno 60 se- condo de Lapparent, mentre io mi fermai ad 80 a partire dalla massima profondità riscontrata negli oceani. Non so comprendere come i tettonisti, che poggiano la loro teoria sulla stratificazione e non sulla formazione primigenia od arcaica, possano ammettere che gli strati, siano pure di diversi chilometri, possano per isostasi giungere, per pressione, perfino a rompere l'involucro idroplastico di almeno 50 chilometri. A me pare che le volute forze gravimetriche non potranno mai aver ragione sulla rigidità, per quanto relativa, dell'involucro, il quale non spezzandosi in alcun modo, non dischiuderà giammai la via al magma confinato nelle ime profondità. De Lapparent ammette che < la cause du paroxysme serait une modification dans l'architecture de l'ecorce, consecutive à un plissements, d'où résulterait une augmentation de la pression exercèe par l'ecorce sur la lave et sin' les gaz tenus en dissolution et qui tendent à s'échapper ». Ripeto ancora una volta che l'esiguo strato sedimentario è ben poca cosa perchè possa provocare una inflessione o depres- sione sull'involucro idroplastico, per quanto lo dica pellicola il de 1) Su l'allineameuto dei vulcani italiani . Reggio Emilia, 1887. 3) Risposta. — 137 - Lapparent. Ma io voglio pure ammettere ohe la stratificazione se- dimentaria eserciti una pressione, ma potrà essa, ad esempio, essere paragonata a quella da me citata cioè l'Appennino per la geogenesi della nostra penisola, che, come tutti sanno, è una specie di stri- scia, più o meno larga, che rappresenta appunto rocce sedimen- tarie, che vennero depositate nel mare che occupava quella parte tra le Alpi, la Sila ed il massiccio Calabro-Siculo ? A me sembra di no, perchè le carte geologiche dimostrano le vaste estensioni che occupano terreni rappresentanti le diverse ere geologiche, i quali terreni possono avere un minore o maggiore spessore a seconda dei trasporti eolici o fluviali e la loro distribuzione sulle formazioni su cui si adagiarono; ma a me sembra che nessun fatto possa dar ragione al fenomeno isostasico come provocatore di abbassamento del livello o di rottura e, peggio, sprofondamento addirittura dell'involucro. E la massa approfondita dove andrebbe a raccogliersi o deporsi ? Rientriamo, per carità, nella logica e nelle energie naturali e tengano presente i tettonici la pressione che esercita suU' in- volucro idroplastico il vapore acqueo sotto forte tensione e l'istan- tanea enorme massa di gas e vapori derivanti dalla dissociazione o evaporazione dell'acqua e dei sali che essa tiene disciolti, quando s' incontra col magma arroventato. I fatti sono li per provare che quando l'involucro non resiste alla pressione o si fende o viene forato, e quando avviene la rottura, le formazioni geologiche ci dicono che l' inclinazione degli strati è verso la fessura ed è in questa forma di rottura verticale, con o senza sollevamento e con- seguente formazione dell'anticlinale che si riscontra la frattura od il foro che dà luogo alla eruzione. Quindi l'azione dinamica viene dalla profondità, da sotto e non da sopra. Dimostrata la impossibilità che l'azione meccanica degli strati possa rompere in un punto qualsiasi l'involucro, l'isostasi di Dut- ton non potrà mai influire sul ristabilimento dell'equilibrio del nostro geoide, poiché sono altre le cause che provocano fugace- mente lo spostamento del polo. Lo Stoppani chiude come segue il capitolo XIII: « Se la terra può paragonarsi ad una caldaia a vapore ^), e i vulcani a valvola di sicurezza, il terribile non è nel rantolo della valvola dischiusa, ma nella forza del vapore che agisce entro la caldaia ». Infatti il mio illustre maestro che ammetteva i terremoti tel- lurici si espresse cosi: < io direi che una rottura della crosta ter- 1) Trattato di Geologia. Voi. Ili, pag. 458 — Milano, 1873. — i3tt — restre produce il terremoto, come effetto immediato e necessario, e apre al tempo stesso la via agli interni vapori; cioè produce l'eruzione come effetto conseguente e accidentale ». (voi. Ili, p. 462). Ammessa la costituzione geofisica della Terra, secondo il mio intendimento, la rottura avverrà sempre dal basso e sarà provocata in modo prevalente dal vapore acqueo. — Ora se la geo- logia è una scienza di induzione, perchè vogliono alcuni trasfor- marla in scienza di deduzione di idee preconcette che fanno a calci con la logica? Per quanto i risultati sul meccanismo di propagazione delle onde sismiche siano sconfortanti , ciò non esclude che merita lode la falange di diligenti e volenterosi nostri, che si accinsero allo studio dei movimenti sismici. Fortunatamente il nostro governo comprese in tempo, cosa che non ha mai fatto per la vulcanologia, che l'Italia non po- teva rimanere estranea al movimento scientifico provocato nel mondo per le ricerche geofìsiche che, come con fine accorgimento scrisse Angelo Secchi, dovevano servire di chiave alla spiegazione della costituzione del nostro pianeta. Ora, se la nostra ignoranza per ciò che riguarda il meccanismo di propagazione delle onde è ancora grande, pur tutta volta l'attesa risposta gli osservatorii sparsi in tutta la superficie del geoide la hanno data, ed io sono ben lieto di renderla di ragione pubblica: Non passa giorno in cui, se non in tutte le parti del mondo, in qualche contrada al- meno, non venga registrato un terremoto. Questo fatto era nella mente di tutti gli scienziati , che non sanno scindere il moto dalla materia; e come logica conse- guenza, si conveniva col Galilei, che innanzi agli inquisitori disse: « e pur si muove! » Ed oggi abbiamo la prova inconfutabile del diuturno movimento sismico, poiché, dopo tanti anni di osserva- zioni, sono riuscito finalmente a provare che in alcuni anni, ad esempio nel 1904, non è passato giorno in cui il nostro geoide non sia stato in movimento, come dai seguenti dati , sui quali, suppongo, debba essere eliminato qualunque sospetto di marea termica attribuita da alcuni al riscaldamento dell'emisfero illu- minato dai raggi del sole, poiché in Italia, dove raramente non si vede il sole, nel 1904 furono registrati solo '234 sismi , cioè 122 meno di quelli registrati nell'Asia orientale , mentre se ne sarebbero dovuto registrare di più. — 139 — Terremoti registrati in Italia nei primi sei anni del secolo XX. 1901 1902 1903 1904 1905 1806 Gennaio 21 29 22 8 13 22 Febbraio 20 26 28 19 21 16 Marzo 22 27 26 26 19 26 Aprile 22 25 20 23 22 26 Maggio 24 23 26 24 12 16 Giugno 21 26 21 26 24 21 Luglio 22 28 24 28 23 23 Agosto 24 28 23 21 17 21 Settembre 21 26 17 21 26 23 Ottobre 20 17 17 17 19 18 Novembre 19 22 23 16 18 14 Dicembre 20 24 23 16 21 16 Terremoti distribuiti per stagioni: 1901 1902 1903 1904 1905 1906 Primavera SG ì 78) 71 > 73 ^ 63 / ^ 67 > Està 67 ! 113 7,^55 gg5l39 ^^ J 147 ^^ ^ 117 ^^\l Autunno 60) 70) 67^ 54 ) _ 63 i^^ 55) Inverno 61 ( ^^l ^ J 145 ^3 ^ 130 ^|87 ^ j 118 ^ J 8 254 300 269 244 236 221 Falb enumerò 6500 terremoti, da 800 anni avanti Cristo fino al 1842, e li divise in due serie: una anteriore al 1794, l'altra dopo. Ciascuna serie si componeva di 2740 terremoti. Nella prima si ha un massimo in gennaio ed un minimo in agosto; nella seconda due massimi quasi uguali in agosto ed in ottobre, un massimo di minore importanza in gennaio ed un minimo in giugno. A Copiapo (Chili) massimi in ottobre e gen- naio e minimi in settembre e dicembre. Mallet, sopra 120 terre- moti dell'emisfero sud, trovò un massimo in novembre, minimi in marzo ed agosto. Milne raggruppò 256 terremoti della Gran Bretagna ed ebbe la media mensile di 21,2 ; la media dei mesi di marzo e di agosto, inclusivamente di 16,1, quella di settembre e febbraio, 26,3. Infine Kluge ottenne, dopo pazienti ricerche, i seguenti risultati: Terremoti nell'emisfero Nord: 862 da Aprile a Settembre; 948 da Ottobre a Marzo. — 140 — Terremoti nell'emisfero Sud: 300 da Aprile a Settembre; 337 da Ottobre a Marzo. I] dottor A. Cancani ^) studiò 300 periodi sismici Italiani dal 1316 al 1902, e mise in evidenza che 213 si presentano con la scossa principale all'inizio, ed 87, con una o piìi scosse princi- pali a periodo più o meno inoltrato , ossia il 70 per cento dei periodi sismici si presentano colla più forte scossa al loro prin- cipio. Molti cercarono, a misura che raccoglievano i risultati delle loro osservazioni, di venire a conclusioni, ma le mie osservazioni fatte durante il 1904, mentre provano che non passa giorno senza che non venga registrato un terremoto, sia pure strumentale, di- struggono tutte le ipotesi sulla influenza dei mesi e delle stagioni nei fenomeni sismici. Cosi nell'Asia orientale durante il 1904 si registrarono i seguenti terremoti: gennaio 30 (meno il giorno'6); febbraio (meno il giorno 15); marzo 31; Aprile (meno il 16 e 29); Maggio 30 (meno il giorno 30); giugno 29 (meno il 19) ; luglio 30 (meno il 6) ; agosto 28 (meno 2, 6, 13) ; settembre 28 (meno 5, 10, 30); ottobre 30 (meno 29); novembre 27 (meno 19, 23, 24); dicembre 28 (meno 3, 5, 25). In Italia vennero registrati terremoti 234, fra cui alcuni nei giorni 15 febbraio, 16 e 29 aprile, 30 maggio, 19 giugno, 6 lu- glio, 1 e 13 agosto, 10 e 30 settembre, 29 ottobre, 23 e 24 no- vembre e 6 dicembre. I giorni 6 gennaio, 5 agosto, 6 settembre, 19 novembre, e 26 dicembre, si trovano registrati nell'America e Nord Europa, nel grande catalogo sismico del Bureau Central di Strasburg (Les Tremblements de Terre ressentès pendent l'année 1904), come, gentilmente mi comunicò il Direttore del R. Ufficio Metereolo- gico e Greodinamico di Roma ^). 1) Bollettino della Società Sismologica Italiana. Voi. Vili , pag. 17. Mo- dena, 1902. 2) Il Dottore Agamennone pubblicò nella relazione sul terremoto di Zante del 1893 i seguenti dati statistici: Dal 1000 al 1600 circa 5 terremoti > 1600 » 1600 > ,10 » » 1600 » 1700 » 30 » » 1700 » 1800 » 40 » — 141 — Gli astronomi convennero col Galilei , ma più tardi i geo- fisici vollero trovare la causa del moto del mondo nel metamor- fismo endogenico, mentre io nel 1887, senza discutere dal punto di vista astronomico, fui più esplicito quando ne attribuii la causa all'acqua del mare ed alla conseguente evoluzione minerale, come scrissi nella Gazzetta Chimica Italiana ^), negli Atti della Società dei Naturalisti di Milano 2) e come riassunsi nella mia comuni- cazione fatta al Congresso Internazionale di Chimica applicata ^) tenuto in Roma nel 1906, nella quale, ribadendo il principio già da me enunciato sull'evoluzione minerale, conclusi come segue: < Cosi, mentre Carlo e Giorgio Darwin hanno dimostrato la evo- luzione nel mondo biologico, io ho messo in evidenza che, mercè l'intervento dell'acqua del mare, le rocce eruttive subiscono una fase evolutiva, passando dal tipo acido al tipo basico ». Sono stato costretto ad accennare nuovamente a questi fatti, perchè ferve ancora la lotta sull'ammissione dell'acqua del mare nei fenomeni vulcanici, poiché il Brun, come può rilevarsi dai suoi scritti pubblicati uqW Ardi. d. Se. phys. et mot. di Ginevra degli anni 1906, 1906, 1908 e febbraio 1909 , continua a soste- nere che l'acqua è un fattore inutile; che essa non occorre per le esplosioni; che è inutile nella cristallizzazione delle rocce, inu- tile nella genesi generale dei fenomeni eruttivi e conclude che la presenza dell'acqua nei fenomeni vulcanici non ha alcuna im- portanza, A Gùnther *) che scrisse che « io faccio rivivere la nota teoria medioevale dello Schwamm del fungo e della spugna », Dal 1800 » 1825 circa 20 terremoti » 1826 » 1863 « 1670 » 1863 » 1892 » 300 In tutto l'anno 1893 » 900 » cosi ripartiti: Gennaio 20 Luglio 60 Febbraio 50 Agosto 60 Marzo 120 Settembre 60 Aprile 200 Ottobre 60 Maggio 100 Novembre 10 Giugno 100 Dicembre 60 1) Sul graduale passaggio dalle rocce acide alle basiche. 2) Sulla genesi e successione delle rocce eruttive. 3) La chimica nella genesi e successione delle rocce eruttive. 4) Abdruck aus D. A. Petermanns Geogr. Mitteilungen 1908, Heft. VI. N. 261-266. — 142 — risposi nel mio lavoro « Por una critica del prof. Sigismondo Gnnther ^). Ad Armand Gautier ^), per quanto sia uno dei più strenui sostenitori della indispensabilità dell'acqua nel vulcanismo , con mio grande dispiacere faccio rilevare che egli persiste , contro la logica, e dopo la discussione avvenuta tra noi al Congresso di Roma, ad escludere l'intervento dell'acqua del mare, mentre le sue ricerche sulle fumarole del Vesuvio , tre e diciotto mesi dopo l'eruzione del 1906, nelle cui emanazioni riscontrò nel luglio 1906 il 67, 74 o/o di vapore acqueo, e diciotto mesi dopo il 77, il 76 o/o, avrebbero dovuto finalmente convincerlo. Pure Fouquè in quell'occasione riferì che nella massa gassosa del Vesuvio aveva trovato una quantità di vapore acqueo , in volume, che oscil- lava da 66 a 73 oj^ ^). In altre eruzioni vesuviane Deville riscontrò il 999/1000. Ricordo ancoraché nelle mie escursioni sulle pendici del Ve- suvio durante l'ultima eruzione, quando per la mutata direzione del vento venivo investito dall' immenso pino che si rovesciava sull'ignivomo monte e si protendeva sul mare e sulle terre che lo circondano, tornavo a casa tutto inzaccherato, tanta era l'acqua contenuta nel pino. Pure Laserre, che assistette all'eruzione della Montagna Pelée nella Martinica nel 1902, fu investito da una pioggia di acqua calda che durò mezz'ora, e chi avrà letto come ho letto io , quanto testardamente asserisce il Brun , cioè che l'acqua è estranea ai fenomeni vulcanici, deve rimanere convinto che i folli non sono solo quelli che sono rinchiusi nei manicomi, ma ve ne sono pure allo stato libero ! Ora, come vi sono ancora oppositori all'ammissione dell'inter- vento indispensabile dell'acqua del mare nei fenomeni vulcanici, i quali però non hanno ancora enunciato una legge da sostituirsi a quella della permeabilità dei corpi in genere e delle rocce in ispecie, e l' altra della gravità, cosi io dico che se essi pure si fossero convinti del fatto incontestabile e da tutti insieme si fosse lavorato per affermare il vero e non l'assurdo, certamente il vul- canismo non avrebbe subito la stasi in cui alcuni erroneamente credono si trovi, ma si sarebbe completamente consolidato sul piedistallo su cui io lo misi, e mi lusingo che i miei contradittori, 1) Boll, della Società di Naturalisti in Napoli. Voi. XXIII (Ser. 2." voi. Ili, 1909). 2) Aitnales des Mines. Dixieme serie, T. XVI. p. 213. Paris, I90(ì. 3) Comptes rendus. T. CXLVIIf, p. I70b et 84. Paris, 1909. — 143 — esaminando meglio i fatti da me esposti, si convinceranno che sono puramente fisici, quindi veri. Perciò la causa delle perenni oscillazioni del geoide dobbiamo ravvisarla nella penetrazione dell'acqua del mare o per la per- meabilità delle rocce o direttamente attraverso le fratture abissali o dai crateri sottomarini che si formano in tutte le latitudini, longitudini e profondità. Né valsero i tanti esempi da me portati dal 1887 fino al 1909 nell'ultimo mio lavoro: « Sul vulcanismo nel terremoto del 28 dicembre 1908 > a farli ricredere. Non si è tenuto conto di nulla, nemmeno di quello constatato da Fouquè, cioè che le sorgenti che si formarono dopo l'erazione delle San- torino (1866-70) raggiungevano la temperatura di 45,60''C e la composizione delVacqua rispondeva a quella del mare. E tanto meno dell'asserzione del Prof. Ricco dopo le ricerche fatte durante l'e- ruzione sottomarina di Pantelleria nel 1901, nella cui relazione si legge: fra il calore della gola del cratere e delle masse laviche eruttate incandescenti e la fredda massa deW acqua marina preci- pitantesi nell'aperto ed infuocato cratere. Per me è assioma che l'acqua del mare penetra sia per la per- meabilità, che per la gravità, ed una volta penetrata, continuerà la sua discesa nel geoide finche le condizioni termiche glielo con sentiranno, poiché quando giungerà nella zona di ripulsione, come enunciai lo scorso anno nel mio lavoro sul terremoto calabro-si- culo del 28 dicembre 1908, abbandonerà i sali che tiene disciolti e si trasformerà in vapore, diffondendosi tutt' intorno se non ri- tornerà per la via percorsa. Ora, sono quei residui salini ed i de- positi abissali trascinati dal mare che, venendo a contatto col magma arroventato, ne modificheranno gradatamente la composi- zione, dando luogo a reazioni chimiche, in seguito alle quali le rocce passeranno dal tipo acido al tipo basico, formando di poi nei vulcani attivi una serie di rocce di composizione identica a quelle che costituiscono la cronologia geologica dalle arcaiche alle dia- basi, ai basalti. Dev' essere colà che deve avvenire la lotta fra la enorme tensione dei vapori e dei gas e le parti che li circon- dano. Infatti r istantanea, l' enorme emissione di vapori e gas deve indubbiamente esercitare una grande pressione in tutti i sensi e perciò sul magma stesso, il che provoca la lenta o ra- pida reazione , ed il magma la trasmette alla massa sottostante e così fino all'immensa massa del contenuto gassoso rimasto an- cora intatto dall'evoluzione del nostro geoide. Contemporanea- mente la pressione si esercita sui lati e contro la parte sovrin- combente e provocherà scuotimenti sussultorii , microsismici o - 144 - macrosismici , rompondo cosi l'equilibrio instabile flol nostro geoide, che dal principio dell'evoluzione della nebulosa si agita e si agiterà senza tregua, iinchè l'ultima molecola d'acqua non rea- girà con i joni, diversamento elettrizzati o con gli elettroni. L'involucro sovraincombente, relativamente plastico, ad una certa profondità, e relativamente rigido ed elastico, quando di- viene subaereo, risente e trasmette dalle impercettibili vibrazioni alle scosse più disastrose, modilicandosi l'eflfetto pei fatti prece- dentemente riassunti e pure pel differente spessore dello strato. Infatti, dalle profondità dell'oceano Indiano all'altezza del- l'Imalaia, lo spessore è di circa 19 chilomet», ne qui ripeto le profondità del Pacifico o dell'Atlantico e le altezze delle catene dei monti che li circondano, poiché son cose trite. Se si aggiunge allo spessore delle formazioni geologiche la conducibilità dell'urto meccanico, essa pure variabilissima e discordante, come ho già detto, si comprendono le grandi discrepanze. Fin qui ho ragionato sul fatto delle reazioni provocate dal residuo salino e dal fango abissale col magma arroventato , ma se avviene nell' interno del geoide qualche cosa di analogo a quanto avvenne a Krakatoa nel 1883 ed in tante altre parti del mondo negli abissi degli oceani, l' incontro cioè dell' acqua del mare col magma arroventato, devono verificarsi gli stessi feno- meni, vale a dire esplosioni, dissociazioni , emissioni istantanee di enormi miscele di vapori e gas, come furono descritte da Ver- beek, da Fennema e da Hann nel 1883. Quella terribile esplo- sione, come è noto, ebbe una ripercussione sull'aria, sul mare che in poche ore percorse il circolo massimo, e sul geoide stesso che ne fu scosso in tutte le sue parti, poiché il sismo venne regi- strato dagli osservatori! sparsi in tutte le superficie, come del resto avviene sempre che si verifichino forti scuotimenti, come ad esempio 1' 8 settembre 1905 e il 28 dicembre nello stretto di Mes- sina. Arrogi che dalle mie ricerche chimiche risulta che, quando faccio reagire le sostanze saline ottenute dalla evaporazione delle acque del mare, e il fango o i sedimenti abissali con la polvere delle rocce cristalline (arcaiche) o vulcaniche, dalle trachiti alle ultime lave del Vesuvio (1906), arroventate alle più elevate tem- perature, ottengo sviluppo di anidride solforosa, di acido clori- drico e vapore acqueo nel primo tempo, con sviluppo pui'e di idrogeno, ossigeno, nitrogeno, tracce di ammoniaca e carburi di idrogeno nel secondo, sublimazioni saline nel terzo tempo con predominio di cloruri e quello di jodio, di bromo, di selenio, in ispecial modo, infine si ottengono le sublimazioni saline, come si — 146 — riscontrano nelle fumarole succile dei vulcani in eruzione ed in particolare dei crateri avventizi, che si formano sulle lave. Si , soltanto cosi possiamo comprendere quegli scroscianti, assordanti, stridenti boati e rumorosi rombi udibili a migliaia di chilometri di distanza. Si, si, è questo il fenomeno del vulcani- smo, perchè io lo vedo col lume della ragione e della logica, come molte volte ne ho inteso i palpiti, i boati, e sono stato pure sbal- lottolato sulle lave e sulle sabbie, poiché sotto l'azione delle forti scosse sussultorie il terreno sabbioso sembra come se fosse acqua in ebollizione e le lave ondeggiano. Non si conoscono in fisica altre energie capaci di abbattere in pochi secondi quanto capita nel campo del disastroso scuotimento, come disgraziatamente se n' è avuto un doloroso esempio il 28 dicembre 1908. Si, è proprio l'incontro dell'acqua col magma arroventato nell'interno del no- stro geoide che ha provocato in tutti i tempi gli immani disastri. Infatti la natura che non ha segreti per alcuno, mostra palesa- mente agli studiosi ed ai curiosi come avviene una eruzione, poiché ciò che compare prima dalle fratture, dagli spiragli, dalle fumarole, dai crateri é il vapore acqueo, quello che si sviluppa dalle superficie delle correnti laviche arroventate è il vapore acqueo, anzi é sulle correnti laviche che spesso si formano veri crateri, i quali compiono essi pure vere eruzioni con sviluppo di vapore acqueo. Il prof. Ricco ^) nell' applicazione della termodinamica alle eruzioni vulcaniche scrisse quanto segue: « Partiamo da dati di fatto: prima di questo periodo eruttivo (3 agosto 1888, 22 marzo 1890) di Vulcano (Eolie), il fondo chiuso del cratere era alto 140 metri sul H vello del mare: ritenendo l'eruzione dovuta all'accesso delle acque marine sui materiali vulcanici caldi, é naturale am- mettere che nella eruzione venga sgombrato tutto il canale o camino vulcanico, fino al livello del mare, ossia per un'altezza di 140 m. D'altra parte, secondo le misure del prof. Consiglio, il fondo del cratere di Vulcano in settembre 1889 , prima del- l' esplosione finale del marzo 1890 , era profondo 20 m. , dopo quell'ultimo risveglio, il fondo era a 150 m.: dunque nell'ultima eruzione fu gettato in aria un ammasso di materiale vulcanico dell'altezza di 130 m. Quindi possiamo dire che, tanto nella prima 1) Fumo di Viilcano veduto dall'osservatorio di Palermo durante l' eru- zione del 1889 ed applicazione della termodinamica alle eruzioni vulcaniche. Ann. d. Uff. Cent. Met. e Geod. Italiano, pag. 339. Voi. XI. Parte IH. 1889. Roma 1892. 10 — 146 — come neiriiltinia eruzioiicì, l.i. lensionu dui vaporo dev'essere stata tale da sollevare il peso di 130 a 140 metri di materiale vulca- nico; il peso specifico di questo è assai variabile, da circa 3 volte quello dell'acqua, scendendo fino alle pomici galleggianti.sull'acqua ». « Per stare al meuo, supponiamo, i 130 o 140 metri del detto materiale equivalenti solo a poco più di 130 metri di acqua, ossia circa alla pressione di 13 atmosfere; il vapore acqueo avrà do- vuto avere almeno la forza elastica di 14 atmosfere (aggiungendo quella dovuta all'aria) per poter sollevare quella massa di rocce vulcaniche: in altri termini , la pressione entro il vulcano sarà superiore a quella delle caldaie di acciaio delle più potenti mac- chine a vapore, come quelle delle torpediniere, ove è di 12 at- mosfere > « Rimosso quell'enorme tappo di materiale vulcanico, siamo nel caso dell'efflusso del vapore saturo dalla valvola di sicurezza di una caldaia a 14 atmosfere nell' aria libera , ed «n tal caso ecco quali risultano le condizioni del vapore acqueo ». « La temperatura che deve possedere non è nulla di straor- dinario: 196**, ben facile a conseguire nelle viscere del vulcano, donde vengono lanciati dei massi che, anche dopo essere giunti a terra, presentano temperature superiori a 1000°. « Trascurando la resistenza delle pareti, che, per essere il ca- nale del vulcano relativamente corto e largo, e generalmente svasato, non può essere grande, si trova che uscirà un miscuglio di vapore col 14 "/o di acqua polverizzata, avente la velocità di 941 metri per secondo, nel qual tempo ne usciranno 666 chilo- grammi per ogni metro quadrato della bocca >. « Questa grande massa lanciata con quella enorme velocità possiede una forza viva di 90524 chilogrammetri: quindi, prescin- dendo dalla resistenza dell' aria e dalla diminuzione della gra- vità, sarebbe capace di spingersi all'altezza di 46262 metri! « La densità di questo fumo, essendo di non molto inferiore a quella dell'acqua (0,7j e di molto superiore a quella dell'aria (540), sarà capace di vincere la resistenza dell'atmosfera per una grande altezza , quasi come farebbe un enorme getto d' acqua, animato di eguale velocità. « Per la velocità stessa, da prima solo la superficie esterna del getto di vapore potrà cedere alquanto calore all'aria con cui viene a contatto, e condensarsi, come di fatto si osserva; e però non ci allontaneremo molto dal vero ritenendo che, almeno da principio, l'espansione del vapore si faccia senza perdita di ca- lore (espansione adiabatica), ed allora possiamo calcolare il vo- — 147 — lume dopo Tespansione, che risulterà 10 Ya volte maggiore; quindi i 941 metri cubi di miscuglio che escono al secondo divente- ranno 9880 ». « Evidentemente tale enorme espansione contribuirà pure grandemente ad aumentare l'altezza del getto, tanto più che, espandendosi verso l'alto, troverà pressione atmosferica minore. « Pare che dopo questi risultati, anche facendo grandissima parte alla resistenza dell' aria, resti la possibilità al fumo della eruzione di slanciarsi fino ad 8 o 10 chilometri di altezza ». « Ma vi sono altri ragguardevoli risultati da considerare. Il prof. Consiglio, dopo l'eruzione del marzo, trovò la bocca del vulcano (in fondo al cratere) di forma presso a poco circolare, col diametro di circa 10 metri, cioè coli' area di circa 78 metri quadrati- « Dunque il volume totale del miscuglio di vapore ed acqua della supposta eruzione a 14 atmosfere fu di 78 x 941 = 73398 metri cubi al secondo, che colla dilatazione adiabatica a 10 ^/a volte divengono 770700; il peso del fluido espulso in un secondo sarà 78 x 666 = 51948 chilogrammi ; e per un minuto primo 3116880 chilogrammi , ed il volume 4404000 metri cubi , che , espandendosi, come si disse, diverrà 46338400 metri cubi ! Die- tro queste cifre si comprende senz'altro come i vulcani possano coprire di nubi grandi estensioni di cielo ed anche dare luogo a piogge torrenziali: infatti una eruzione continua, nelle assunte condizioni, in 20 minuti darebbe 62338000 chilogrammi di mi- scuglio, che, condensandosi tutto in acqua, darebbe una pioggia diluviale capace di coprire più di 6 chilometri quadrati di un centimetro d'acqua. « Ma per conoscere completamente la potenza delle eruzioni vulcaniche bisogna sommare alla energia cinetica del vapore l'e- quivalente meccanico del calorico che contiene: cioè il calorico di riscaldamento a 196°, che è di 199 calorie; dunque insieme 563 calorie per chilogramma del miscuglio, equivalenti a 239275 chilogrammetri, che cogli altri 45262 dell'energia meccanica for- mano 284537 chilogrammetri per chilogramma di miscuglio, ossia 294537 X 666 = 189.500.000 chilogrammetri al secondo per metro quadrato, e quindi 189.500.000 x 78 = 14.781.000.000 chilogram- metri, per il caso considerato di Vulcano, che è uno dei più mo- desti in fatto di eruzioni. « E evidente che vi è abbastanza energia per produrre tutti i fenomeni meccanici, termici ed elettrici che si osservano nelle — 148 — eruzioni vulcaniche ». Donde fanno provenire (luoli* imniouso vo- lume d'acqua emesso dall'isola Vulcano il Grautier ed i\ Brun? Non comprendo come si possa ancora sostenere che il nostro geoide si raggrinza pel raffreddamento, mentre l' incessante la- vorio delle energie geolìsiclie che diuturnamente si manifestano in tante svariate forme, avrebbe dovuto convincere i sostenitori di questo assurdo che quanto essi sostengono è un presupposto, come assurdo è l'altro che il geoide sia rigido in tutte le sue parti. La dimostrazione del moto continuo del nostro geoide da me fatta, è fondata sul fatto inconfutabile qual'è quello che un ter- remoto è accompagnato da tenui o possenti fenomeni mecca- nici provenienti dall'interno del geoide, fenomeni accompagnati sempre da sviluppo di vapori e gas e spesso da vampate e infine da eiezioni del magma arroventato. Ma, finita la causa, tutto ritorna in calma apparente. Però questi fenomeni sono stati sempre considerati come provocati dal vulcanismo, mai dal tettonismo; né del resto si conosce alcun fenomeno, di quelli che si produ- cono durante eruzioni submarine o subaeree, provocato da spro- fondamenti tettonici. Del resto io nelle mie ricerche mi son messo sempre nelle condizioni più naturali per spiegare il vulcanismo, ed i risultati sono stati identici a quelli che presentano le eru- zioni subaeree e submarine. Alle volte il dinamismo endogeno è cosi violento che pro- voca nell'involucro esterno, relativamente rigido, delle fratture, e giustamente scrisse lo Stoppani che « un vulcano che erompe è una caldaia a vapore che scoppia >. Ma lo scoppio e le fratture spesso sono seguite da eruzioni e allora il pino, che è una delle prime manifestazioni, contiene il 999 per mille di vapore acqueo, quindi è questo l'agente provocatore capace di agitare, e spesso in modo terribile, tutta la enorme e pesante massa che, come è noto, ha un diametro di chilometri 12,741, con un circolo mas- simo di chilometri 40,000 ed un peso specifico di 4,39 (Carlini). Dunque sono questi bruschi ed istantanei movimenti non che le eruzioni che producono la nutazione dei poli, alterando sensi- bilmente le condizioni statiche e turbandone l'equilibrio. A. proposito della nutazione dei poli e della conseguente variazione delle latitudini terrestri, ricordo di aver letto che nel secolo XVIII Eulero aveva fatto qualche ricerca per spiegare il moto del polo di rotazione istantanea della Terra e la variazione delle latitudini. — 149 — In una delle conferenze tenute nel 1897 in America, a Bo- ston , G. H. Darwin disse: e dobbiamo ora definire V equatore come un piano passante per il centro della terra, normale al- l'asse di rotazione e non come un piano fisso rispetto alla terra fissa. La latitudine di un luogo qualunque è l'angolo tra l'equa- tore e la linea condotta dal luogo d'osservazione al centro della terra. Se dunque la terra è animata da un movimento di nu- tazione, l'asse di rotazione si sposta e le sue estremità descri- vono un piccolo circolo ai punti che vengono chiamati general- mente poli. L'equatore, che rimane sempre normale all'asse di rotazione, si sposterà, naturalmente, anch'esso e perciò varierà la latitudine di un punto della superficie terrestre. Per tutta la durata della nutazione, l'asse di rotazione della terra è sempre diretto al medesimo punto del cielo, e perciò l'angolo tra la vi- suale diretta al polo celeste e la verticale, o linea del filo a piombo nel luogo d'osservazione, deve oscillare intorno ad un valore medio; il periodo dell'oscillazione è appunto quello della nutazione della terra. Questo movimento si chiama nutazione libera^ perchè è indipendente dall'azione di forze esterne ». Gli astronomi ed i matematici intrapresero delle ricerche per spiegare il fenomeno. In Italia l'illustre professore Fergola, de- terminata nuovamente la latitudine nel nostro osservatorio nel 1871, successivamente (1873) scrisse che occorrevano molti dati, fatti ad epoche sufficientemente lontane ed in siti opportuna- mente scelti. Continuarono intanto all'estero le ricerche: cosi Chandler in America, Kiistner in Germania ed altri raccolsero i risultati delle osservazioni. Nel 1883 all'adunanza di Roma dell'Associazione Geodetica Internazionale il prof. Fergola pose la questione nei seguenti termini: « Quali che siano i risultati di questi, essi avranno in ogni caso importanza per i progressi della scienza, sia che conducano a concludere, secondo l'opinione del maggior numero degli scien- ziati, che i poli dell'asse di rotazione devono essere riguardati come sensibilmente fissi alla superficie della Terra, sia che di- mostrino taluni movimenti debolissimi di questi punti, già so- spettati da qualche astronomo in vista dei risultati ottenuti in parecchi osservatorii, sui valori delle latitudini ». Accurate ricerche convinsero molti scienziati che avvenivano delle variazioni di breve periodo, confermate di poi nel 1884, — 150 — in seguito alle osservazioni fatte nel nostro Ossei'vatorio Astro- nomico di Capodimonte. Nel 1899 si trovarono variazioni della latitudine a Berlino, a Potsdam, a Praga e nel 1900 il prof. Milne mise in rilievo un fatto importante dopo quattro anni di ricerche 1895-98, du- rante i quali il noto sismologo ebbe a costatare: < una relazione cioè che sembrerebbe esistere fra i cambiamenti di latitudine, misurati in un certo periodo di anni, ed il numero dei grandi terremoti che si sono propagati ad intieri continenti, od a tutta la supei-fìcie del globo, in quel medesimo periodo. Nel 1902 il prof. Milne, in una conferenza che tenne alla Società Geografica di Londra, espose i risultati contenuti nel rapporto delle ricerche sismologiche presentato al Congresso dell'Associazione Britannica per l'avanzamento delle scienze, tenuto a Bradford nel 1900. Lo stesso prof. Milne, sette anni prima, aveva anche attirato l'atten- zione dei sismologi sulla coincidenza fra il periodo di massimo aumento di latitudine osservato a Berlino ed il periodo di mas- simi terremoti registrati nel Giappone. Secondo il prof. Milne la tabella seguente dimostra che, quando gli spostamenti del polo sono stati relativamente grandi, i ter- remoti mondiali sono stati numerosi e viceversa. Ciò si rileva nei totali annuali. Cosi: Nel 1895 9 grandi terremoti ed uno spostamento totale del polo di 0,"53 ') » 189618 » » » > » , » » » 0,"91 » 1897 44 o 47» >»» » »»,» i/'07 » 1898 bO > »»» » »»»» 1,"03 (sec. Cancan i) ^) Non è da supporre, scrisse il dottor Cancani, che lo .sposta- mento di massa prodotto in questi terremoti, rappresenti una causa sufficiente a produiTe il cambiamento del polo, ma, come ha messo in rilievo il prof. H. H. Turner, sembra possibile che ambedue i fatti possano risultare da una causa comune. ') Il diametro della terra è circa di 12,741 chilometri; la sua circonferenza di 40,000 chilometri: e poiché essa comprende 360" cioè 1,296,000 secondi d'arco, un secondo d'arco risulta eguale a circa 31 metri, e quindi un decimo di secondo d'arco, a 3 metri. 2) A. Canoani. Sopra un'ipotetica relazione fra le variazioni di latitudine e la frequenza dei terremoti mondiali. Boll. d. Soc. Sismologica Italiana. Mo- dena, 1902-3. Voi. Vili. — 161 - Fino a che non saranno eseguiti ulteriori confronti, è pre- maturo formulare ipotesi. Ecco intanto i risultati della media di 24 terremoti mon- diali ottenuti dal Cancani: Anni Terremoti mondiali Spostamenti totali annuali del polo 1899 27 0", 72 1900 17 0", 32 1901 22 0"53 1902 29 0", 97 il quale concluse come segue: « I numeri da me qui sopra esposti non attenuano certamente la probabilità di una qualche corre- lazione esistente fra i due ordini di fenomeni, ma vengono piut- tosto a corroborarla ». Nel 1892 il dottor Edw. Dutton enunciò l'ipotesi deWisostasi nel senso che i sedimenti eolici e marittimi, continuati ininterrot- tamente per secoli, alterano sulla Terra la distribuzione dei carichi e della materia. I sedimenti vanno al mare scaricando i continenti e cari- cando il fondo marino. Secondo Dutton questa rotazione di massa potrebbe portare fino al ristabilimento dell'equilibrio elastico ed idrostatico. L'ipotesi del Dutton non mi persuase, perchè, come è noto, i materiali scaricati , trascinati o deposti nel mare si distribui- scono a secondo le profondità, poiché le onde a meno di 10 metri di profondità li distribuiscono a monte e spesso finiscono per formare sulle spiagge delle dune ; ad una profondità maggiore, vengono trascinati a valle o nelle profondità. Infatti nel 1907 nel mio lavoro: « L'unità delle energie cosmiche » scrissi quanto segue a pag. 46: « Il vulcanismo, che ha modificato e continua a mo- dificare con le sue eruzioni la morfologia del geoide, è sicura- mente il più gran veicolo che concorra a stabilire l'equilibrio, o isostasi di Dutton tra la parte emersa e quella interna. Non si potrebbero spiegare altrimenti le eruzioni di materiali; che alle volte raggiungono quantità sbalorditive: cosi lo Skaptàr , uno dei crateri dell'Islanda, nell'eruzione del 1783 emise una quan- tità di lava calcolata a cinquecento miliardi di metri cubi (Reclus); ed il vulcano Conseguina dell'America centrale eruttò tanta cenere, da coprire una superficie di quattro milioni di chilometri quadrati, e tanti materiali da raggiungere la capacità di 50 milioni di metri cubi] e il Tambora, nell' Isola di Sumatra, lanciò nel 181") le sue — 152 — ceneri sopni una superficie di terra e di maro superiore a quella del territorio della Germania, ed eruttò materiali per la capacità di 318 chilometri cubi: cosi ad ovest delle montagne rocciose, le lave coprono un territorio più grande di quello della Francia e della Gran Bretagna riunite. Lo stesso Skaptàr, il 29 marzo 1875, eruttò 300 milioni di metri cubi di pietre pomici. Secondo alcuni, le eruzioni, diminuendo il volume del con- tenuto dell'interno del geoide, dovrebbero provocare la contra- zione del geoide stesso. Ma ciò è erroneo, perchè se le eruzioni esportano dall'interno all'esterno masse enormi di materiali vul- canici, ne penetra pure sotto forma di argille, che sono deposi- tate nelle profondità degli oceani e son trascinate dalle acque del mare stesso: ne avviene che la massa interna ancora gassosa cercherà di espandersi e gli effetti si risentiranno alla superficie con scuotimenti più o meno intensi, o con eruzioni; ed è appunto in questi grandi disquilibri nella massa interna che l'acqua pro- cede nella sua trionfale conquista, aumentando lo spessore interno della massa idroplastica, formando nuovo magma e non pel solo raffreddamento >, < Il vulcanismo pertanto non dev'essere inteso come fattore distruttivo, ma come causa di ringiovanimento del nostro geoide; e se cosi non fosse, data la diuturna derùolizione per mezzo degli agenti atmosferici e dell'acqua , in particolar modo , all' andare dei secoli, la parte emersa sarebbe destinata a raggiungere per degradazione gli abissi del mare, e rimanervi depositata, per for- mare nuovi continenti ». « Pure, sulla formazione dei continenti, voglio manifestare il mio pensiero e subito dichiaro che sono contrario al concetto della contrazione del geoide , oppure , se una ve ne fu di con- trazione, dev'essersi manifestata nell'atto che andava formandosi l'involucro idroplastico, ma non dopo che questo aveva raggiunto un certo spessore {sia pure di 50 chilometri come ammeite de Lap- parent), poiché mi sembra assurdo sostenere che l'involucro po- tesse contrarsi dopo che aveva preso proporzioni chilometriche » . Secondo me, sono i bruschi spostamenti di masse provocati dal vulcanismo con le sue eruzioni endogene ed esogene che pro- ducono la nutazione dei poH , poiché le lave alterano sensibil- mente le condizioni statiche del nostro globo e quindi ne tur- bano l' equilibrio. Non cosi i terremoti i cui scuotimenti sono istantanei, e sopita la causa, finisce l'effetto. Da quanto ho riassunto emerge in modo apodittico quanto asserì l'illustre prof. Fergola nel 1871, 1873, 1883 e 1884, cioè — 153 — che sono pure istantanee le variazioni delle latitudini, ed è lo- gico, perchè se avviene lo spostamento del polo, deve seguirne pure fugacemente una piccola variazione nelle latitudini, varia- zione che non è mai di lunga durata ed i cui limiti, secondo le recenti ricerche di geodesia e di astronomia, sono compresi in spazii assolutamente trascurabili. I lavori teorici dei nostri illustri astronomi e matematici Schiaparelli ^) e Volterra ^) confermano la mia ipotesi. Dall'insieme dei fatti esposti si ha la prova che l'involucro idroplastico da me intraveduto nel 1887 a profondità variabili viene deformato dal vulcanismo, e da ciò i conseguenti sposta- menti dei poli e delle variazioni delle latitudini. Quindi non è risostasi, ma il vulcanismo, con la circolazione delle sostanze minerali e col concorso indispensabile del mare, che compie l'e- voluzione delle rocce, modifica la morfologia della Terra e la tiene in perpetua agitazione. Cosi l'intuizione di Humboldt ha una conferma, poiché egli era persuaso che non vi sia mai un istante in cui la Terra non sia scossa o in un punto o in un altro. Ora se i vulcani rappresentano la più completa manifestazione del- l'attività della Terra , il vulcanismo non è invecchiato e tanto meno ha fatto il suo tempo ; esso si assopirà il giorno in cui non vi sarà una molecola d'acqua che possa reagire con gli ioni e gli elettroni facienti parte della grande massa caotica, conte- nente il principio di tutti gli elementi chimici , rimasta impri- gionata nella Terra. Conclusione Le eruzioni vulcaniche avvengono per l'incontro dell'acqua del mare e di circolazione col magma arroventato nell'interno del geoide. La sismologia non possiede ancora strumenti perfezionati e capaci di registrare sismogrammi di sicura interpretazione,, ma dai dati che finora ha forniti si può ritenere come stabilito: l.o Che il geoide è diuturnamente scosso; 2.0 Che la scossa, sempre sussultoria all'ipocentro, sussultoria e ondulatoria a distanza, può essere microsismica e locale, ma- crosismica e universale ; 1) De la rotation de la Terra sous l'iiifluence des actions géologiques. 2) Sulla teoria delle vaiiazioni delle latitudini terrestri. — 154 — 3.0 Che la scossa è stata più sensibile in una che in altre parti del geoide ; 4.0 Che ad una profondità variabile il geoide è costituito di rocce uniformi e continue, buone conduttrici delle onde si- smiche. 6.° Che la velocità di propagazione delle onde sismiche è molto variabile: la minima venne registrata nel terremoto del 1881 da Ginevra ad Allevard e fu di 300 metri al secondo; in quanto alla massima finora si è registrato fino a circa 14 km. al minuto secondo, ma ? 6.° Che la registrazione del sismo nel primo tempo è dovuta a causa meccanica; 7.0 Che il mare non modifica la conducibilità delle vibra- zioni sismiche, sia tra isole ed isole che tra isole e continenti. La fascia vitellogena nell'oocite in crescita di Antedon rosacea Nota preliminare riassuntiva del socio GrIULIO CoTRONEI (Tornata del 14 luglio 1910) Espongo in questa nota preliminare, in attesa del lavoro com- pleto , i risultati delle mie ricerche sull' oocite di Antedon ro- sacea. L'oooite di Antedon, già ai primi stadi della crescita, si pre- senta con caratteri spiccatamente basofìli nella vescicola germi- nativa, acidofìli nell'ooplasma. Indi, a poco a poco, nel nucleo e nel nucleolo si addiviene ad un incessante processo di trasfor- mazioni chimiclie, che si palesano con una rarefazione della rete cromatica ed una parziale dissoluzione del nucleolo, e con un conseguente mutamento, almeno parziale, delle reazioni croma- tiche. L' acidofilia manifestantesi della vescicola germinativa è dovuta a una dissociazione della cromatina e ad una parziale perdita di quelle sostanze (fosforate), che vi determinavano prima la reazione basofìla. Parallelamente alle manifestazioni nucleari si nota nell'ooplas- ma una progressiva tendenza alla basofilia, per la comparsa di mi- nutissimi granuli basofìli, che si vanno fondendo in mitocondri. Questi a loro volta si aggruppano e si fondono in quei corpi speciali, che negli oociti prendono nome di corpi cromatici. Come fase ulteriore di un medesimo processo formativo, i corpi cromatici s'integrano nella formazione di un corpo, che deno- mino fascia vitellogena, la quale è perinucleare in una deter- minata fase della sua integrazione. Questa fascia è omologa alle zone vitellogene del van de Stricht e non ha nulla a che vedere con il tipico corpuscolo di Balbiani. La fascia vitellogena conserva i caratteri istochimici delle gra- nulazioni , da cui proviene ; essa è dovuta ad un relativo eccesso — 156 - di quelle sostanze, di cui sono formati i corpi cromatici, tanto vero che basta la crescita ulteriore dell'oocite, vale a dire l'au- mento della massa ooplasmatica, perchè la sostanza basofila, con- centratasi in un primo tempo in un corpo figurato, torni a dif- fondersi nell'ooplasma. Le sostanze che il nucleo e il nucleolo cedono all'ooplasma non vi pervengono come elementi figurati preformati: si tratta di sostanze già trasformate nel nucleo e disciolte, che si diffon- dono quindi con processo osmotico. Queste sostanze, combinan- dosi con gli elementi dell'ooplasma, precipitano sotto forma di granulazioni basofile, e ciò si rende palese con il mutamento di reazione nell'ooplasma, che da acidofilo diventa basofìlo. Epperò le granulazioni basofile, secondo me, non rappresentano una sem- plice ricostituzione delle sostanze (fosforate) diffuse dal nucleo e dal nucleolo e derivate dalla cromatina, ma sono i prodotti di una più complessa integrazione, di cui fanno parte anche le sostanze autoctonamente prodottesi nell'ooplasma per la sua at- tività metabolica. In conformità dell'osservazione di molti citologi, posso io pure attestare che i corpi basofili si producono all' inizio della crescita dell' uovo ovarico e cominciano a rendersi evidenti , non alla pe- riferia dell'ovocite (ooplasma), ma nella zona perinucleare, e ag- giungo che la fascia vitellogena di Antedon rosacea, impropria- mente chiamata nucleo vitellino dal De Gasparis e dal Crety, i soli che se ne sono occupati , non è che un' ulteriore fase d'in- tegrazione del medesimo processo formativo delle granulazioni cromatiche. A un certo punto la fascia tende ad allontanarsi dal nucleo; questo tempo corrisponde all' inizio della sua disgregazione. Le modalità, con cui la disgregazione si effettua, sono molteplici e ripetono per lo più in senso inverso il processo di formazione integrativa. Col disgregamento si può spesso rilevare un rimpic- ciolimento della fascia. In questo stadio, sparse per l'ooplasma, si notano numerose granulazioni basofile, dissolventisi gradata- mente in granuli più minuti, che di solito costituiscono una zona distinta attorno al nucleo. Durante la fase di semplice disgregamento le reazioni croma- tiche non mutano : la reazione basofila ooplasmatica spicca an- cora nettamente su quella acidofila del nucleo. Questo fatto trova le sue ragioni nello stato delle granulazioni cromatiche, le quali non si sono ancora differenziate in corpi deutoplasmatici , con- servano cioè ancora la originaria natura mitocondriale. — 157 — Disgregatasi completamento la fascia vitoUogena , la massa ooplasmatica muta reazione ; ciò è in rapporto con l' inizio della formazione del deutoplasma. Le sostanze basofile saturanti, per cosi dire, l'ooplasma, si scindono man mano ed entrano gradata- mente in combinazione con le altre sostanze ooplasmatiche, con- correndo a formare le nuove sostanze deutoplasmaticlie. In uno stadio inoltrato della sua e>^oluzione l'ovocite di An- tedon rosacea si circonda di cellule appiattite , a mo' di follicolo; esse però non prendono alcuna parte apprezzabile nelle manife- stazioni di crescita dell'uovo ovari co. La fascia vitellogena è una formazione transitoria dell'attività metabolica dell'ovocite ; essa segna semplicemente uno stadio di tutto il processo di crescita dello stesso, di cui è produzione di- retta, generandosi per gli scambi funzionali tra la vescicola ger- minativa e l'ovoplasma. Che il materiale plastico, per cosi dire grezzo, necessario alla costruzione dei prodotti ooplasmatici spe- cifici , provenga dal di fuori , è tale fatto, che ormai non ha più bisogno di dimostrazione; questo materiale subisce una certa serie di trasformazioni, per cui non è lecito parlare più di una identità tra sostanze cellulari esogene e prodotti endogeni finali del metabolismo cellulare. In quanto ai mitocondri ovocitali, attenendomi alle mie os- servazioni in Anteclon rosacea , essendo essi il sostrato primor- diale ma anche transitorio, da cui si edifica la fascia vitellogena, in altri termini rappresentando essi gii elementi morfologici (fi- gurati) momentanei di una determinata fase di una più complessa funzione cellulare, anche il loro carattere deve essere di natura provvisoria, epperò è assurdo riguardarli come trasmissori di caratteri ereditari da una generazione cellulare a un'altra. Anche insostenibile è l'omologia fra i diversi corpi basofili, fra i diversi elementi mitocondriali dei più svariati tipi cellulari, perchè, a giustificare una cosi intima omologia, non valgono per nulla la identità delle reazioni (isto-chimiche) cromatiche e la identità dei caratteri morfologici apparenti. La fascia vitellogena e in genere i corpi basofili degli ovociti in fase di crescita ri- cordano per analogie gli ergastoplasmi e i mitocondri delle cel- lule glandulari, ma una sicura e completa omologia credo non possa sussistere nemmeno tra i mitocondri degli ovociti in crescita e i mitocondri di cellule glandulari in fase secretrice, evolvendo essi verso due distinti tipi morfologici e funzionali. Napoli, Istituto Zoologico della R. Università, 31 giugno 1910. Composizione e valore nutritivo dei '' tarsili „ prodotto della panificazione speciale di Napoli UEL socio Alessandro Cutolo (Tornata del 4 agosto 1910) Nel corso di alcune ricerche sul pane di Napoli ebbi occa- sione di studiare un prodotto della panificazione, molto diffuso in questa città ed in parecchie altre dell'Italia meridionale: i, cosi detti, taralli. Essi sono costituiti da una specie di piccole ciambelle di gran- dezza variabile di poco, secondo i posti. Se ne trovano, ordina- riamente, due tipi principali: un tipo piccolo, del diametro di cm. -4 a 5, del peso medio di gr. 7 a 8, ed un tipo più grande, del diametro di cm. 7 a 8, del peso medio di gr. 10 a 12. Hanno un aspetto lucido e sono lisci al tatto, specialmente nella parte superiore; hanno un colore che varia dal giallo do- rato al bruno caramello; sono friabili con struttura porosa. Ha un certo interesse il metodo speciale della loro prepara- zione; però, per quanto abbia domandato, non m'è stato possi- bile ottenere notizie precise su la quantità di acqua, farina e lievito adoperata nella loro fabbricazione. Come tante altre piccole industrie napoletane anche questa è disordinata ed empirica! Ho accertato, però, che la pasta vien preparata con una mi- scela di farina del N. II e del N. Ili ^) e con una quantità di lievito ben fermentato, inferiore di un quinto a la quantità che si adopera per la fabbricazione del pane comune. Anche l'acqua si aggiunge in quantità scarsa, perchè, per le successive manipolazioni, è necessario che il pastone ottenuto sia duro, asciutto come dicono in arte. >j Ceneri ^ 0,32 a 0,48 % — 159 — La quantità di sale contenuta in essi è piccola, spesso pic- colissima. Ho potuto notare che quanto maggiore è la produzione del fabbricante, tanto minore è la quantità di sale riscontrata a l'analisi. Ottenuto il pastone, questo viene lavorato bene , ma meno della pasta da pane; è tagliato a pezzi piccoli, che sono arro- tolati in forma di bastoncini ed, in fine, conformati come tante piccole ciambelle. ^) Così preparati, vengono disposti, l'uno attaccato a l'altro, su tavole di legno e lasciati asciugare a l'aria aperta, almeno per un'ora. In generale, ogni preparazione vien fatta per una quantità di tarulli che può essere distesa su cinque tavole e che corrisponde a circa 17 Kg. di prodotto finale. La cottura è praticata in una maniera speciale che, per quanto mi risulta, non è applicata a nessun altro preparato di farina : I taralli, già asciugati, vengono gettati, a poco a poco, in una pentola di acqua bollente, collocata presso la bocca del forno ; dopo un istante, con una pala bucherellata sono tolti via, sgoc- ciolati ed introdotti nel forno. Questo è riscaldato come per il pane, ma la durata di cottura dei taralli è brevissima. Tale sistema richiede, naturalmente, operai molto abili, per- chè si corrono due rischi: veder spappolare i taralli nell' acqua bollente o vederli bruciare nel forno. Non mi è stato possibile conoscere il vero rendimento della farina in taralli; la maggior parte dei venditori mi ha dichia- rato che da 100 Kg. di farina si ottengono 86 Kg. di taralli. Queste notizie di rendimento non corrispondono mai a la verità per ragioni bottegaie, da le quali non derogano gì' interessati , neanche quando si ha cura di dichiarare che la domanda è fatta a scopo scientifico, non commerciale. Però, se si tien presente il contenuto medio di acqua nelle farine a 13 % e quello dei taralli a 8 °/o, si può calcolare un ren- dimento di circa 94 Kg. di prodotto per ogni quintale di farina adoperata. 1) Non mi occupo, in questo lavoro, dei taralli ai quali aggiungono grasso, pepe, zucchero, ecc., che sono, del resto , variazioni del tipo da me descritto. — ItìO — * * * Per procedere a l'analisi chimica mi sono servito, in gene- rale, dei metodi ordinarii: Acqua : Fu determinata in 10 gr. di tarulli, grossolanamente polverati, mantenendoli, in capsula di porcellana piana, per circa 6 ore, in stufa a secco a 106«>. Idrati di carbonio: Furono calcolati per differenza da le altre sostanze dosate. Sostarne azotate: Circa mezzo grammo di taralli, polverati e secchi, furono introdotti in un' allunga di vetro con 10 ce. di acido solforico concentrato e circa mezzo grammo di bisolfato potassico. Fu riscaldato a fiamma diretta, sino ad avere un li- quido limpido, quasi incolore. Dopo raffreddamento, si aggiunsero circa 200 ce. di acqua e la soluzione ottenuta fu versata in un pallone di mezzo litro. Si aggiunse un eccesso di ossido di ma- gnesio, spappolato in poca acqua, e si procedette a la distilla- N zione. L' ammoniaca svoltasi fu fissata in soluzione — di acido solforico, che fu titolato con potassa, adoperando come indicatore l'acido rosolico. Da la quantità di azoto ottenuto furono calcolate le sostanze azotate col coefficiente 6,25. Grasso : In un matraccetto tarato da 100 ce. furono introdotti 5 gr. di sostanza, polverata e secca, e vi fu aggiunto etere sino al segno, agitando spesso, per circa 6 ore. Separati per filtrazione 60 ce. di liquido furono evaporati in un pesa-filtri. Il residuo fu pe- sato, dopo disseccamento di 2 ore in stufa ad acqua bollente. Cellulosa: Per questa determinazione furono adoperati i 5 gr. di sostanza già sgrassati con etere. Introdotti in un ma- traccio da mezzo litro, munito di apparecchio a ricadere, furono lasciati bollire, per circa un'ora, in 200 ce. di acido cloridrico di densità 1,026. Dopo raffreddamento, fu separato il residuo inso- lubile, lavato con acqua bollente e versato di nuovo nel ma- traccio, facendo bollire per un'ora con 200 ce. di potassa a l'I o/o. Il residuo, raccolto su filtro tarato, fu lavato, disseccato a 100° e pesato. — 161 — Ceneri : Furono determinate nel residuo ottenuto dal dosa- mento dell' acqua, bruciandolo in muffola al rosso, ma avendo cura di elevare la temperatura a poco a poco. Cloruro di sodio : Fu determinato con un metodo, del quale darò ragione in una mia prossima pubblicazione. In una capsula di porcellana furono introdotti 10 gr. di sostanza polverata e secca, aggiungendovi 5 ce. di potassa alcoolica al 6 7o* Lia massa fu disseccata a bagno di acqua bollente, rimuovendola di tanto in tanto con un filo di platino, e poi calcinata, al solito, in una muf- fola al calor rosso. Dopo raffreddamento, le ceneri furono disciolte in 6 ce. di acido nitrico ed in tanta acqua da ottenere 100 co. di soluzione. Su di una parte di questo liquido fu determinato il cloro, col metodo di Wolliard. Acidità: In un palloncino da 100 ce. furono messi 10 gr. di sostanza polverata con circa 80 ce. di acqua, agitando ripetuta- mente per circa 4 ore. La soluzione fu portata al segno con altra acqua e in 10 ce. di essa fu determinata l'acidità, avvalendosi come indicatore della fenolftaleina. Sostanze solubili: Furono determinate evaporando in una capsula di platino, a fondo piano, molto larga, 50 ce. del liquido ottenuto col trattamento precedente. Il residuo fu pesato, dopo 2 ore di essiccamento in stufa ad acqua bollente. I risultati medii , ottenuti da numerose analisi , messi in con- fronto con le analisi di due tipi di pane e dei grissini di Torino, sono riuniti nelle tavole I e II. * * * Per completare le mie ricerche ho voluto calcolare il valore nutritivo dei taralli, servendomi dei soliti coefficienti, cioè 4, 1 per gì' idrati di carbonio, 4, 4 per le sostanze azotate e 9, 4 per il grasso. Ho determinato ancora il valore in danaro con la formola di Kònig, prendendo per base la proporzione 5, 3, 1 tra la so- stanza azotata, il grasso e gl'idrati di carbonio ed i prezzi medii appurati su la piazza. I risultati di questi calcoli, anche in raffronto con i due tipi di pane e con i grissini^ sono riuniti nella tavola III. 11 — irvi * * Ho creduto utile pubblicare le brevi notizie su questo ali- mento che tra noi è molto accreditato e che, consigliato da i medici, è anche in uso nella dieta dei convalescenti, perchè ri- tenuto di facile digestione. Io non credo che la digeribilità dei taralli sia tale da averne consentito nella pratica il loro largo consumo, perchè da qual- cuno è stato assegnato a i biscotti un grado di digeribilità in- feriore a quello del pane. Però non si può negare che la struttura stessa dei taralli^ lo stato di secchezza e la loro friabilità costringano , chi li mangia, ad una protratta masticazione, provocando, così, una sa- livazione abbondante del bolo che s'ingoia ed una più conve- niente triturazione dell'alimento, utile a le successive trasforma- zioni nel tubo intestinale. Senza dubbio, però, la larga fiducia che godono i taralli si deve ascrivere a le proprietà che presentano i biscotti in genere. La buona conservazione, che possono mantenere a lungo per il loro stato di secchezza, consente di consigliare i taralli con la sicurezza di offrire un alimento il quale, anche se preparato da parecchi giorni, non presenta gl'inconvenienti del pane raffermo. Si aggiunga ancora che i taralli, corno, i grissini, ed anche più di questi, per la buona, uniforme e costante cottura, dovuta a la loro configurazione ed al sistema adoperato, hanno un gusto decisamente appetitoso ^), mentre non caricano lo stomaco per il piccolo volume, di cui essi sono costituiti. A me sembra, dunque, che bisogna tener conto di questo speciale prodotto della panificazione, l'uso del quale potrebbe essere esteso, con la sicurezza di veder apprezzato dovunque, anche dal punto di vista del gusto, un alimento di uso tutto locale. Napoli, Laboratorio chimico municipale, Luglio 1910. >) Generalmente aggiungono su i taralli pochi semi di finocchi , i quali con l' aroma speciale riescono utili come eccitanti dello stomaco, aiutando anche la digestione degli altri ulimenti. 163 — I. — Composizione centesimale. s3 < Idrati i carbonio nX OR o m 05 cS U c3 r/ì N N 05 a o o '5 o tn g 3 Acidità acido lattico ostanze solubili 'tì o J^ Ti 88 o o a m Pane b* anco comune. . . 35,78 53,51 8,46 0,28 0,77 1,20 — 0,610 9,06 Pane l)ianco di l.a qual. 34,05 56,96 8,22 0,09 0,19 0,49 — 0,583 10,20 Grissini . . . 6,77 78,27 13,32 0,20 1,44 _ — Taralli. . . . 7,70 74,08 15,23 0,32 0,73 1,94 1,01 0,747 16,60 IL — Composizione in sostanza secca. Idrati di carbonio Sostanza azotata Nx6,25 o e; U Cellulosa Ceneri grezze Cloruro sodico Pane bianco comune. . 83,28 13,17 0,44 1,20 1,91 — Pane bianco di 1.* qua- lità .86,37 12,47 0,13 0,29 0,74 — Grissini 83,95 14,29 0,21 — 1,55 — Taralli. 80,25 16,50 0,35 0,80 2,10 1,10 164 — IJl. Valore nutritivo. Pane bianco comune . . Pane bianco di 1.* qualità Grissini Taralli Calorie calcolate 259,24 270,55 381,39 373,74 966,6 98l},ii 1454,7 151 1,9 Prezzo per Kg. L. 0 > 0 » 1 » 0 38 46 (X) 80 Unità nutritive per L. 1,00 2544 2185 1454 1890 Di alcune fortnazìoni patologiche a tipo epitelloide I. — Il MoUuseiim eontagiosum di Bateman pel socio Claudio G-argano (con la tav. Ili) (Tornata del 29 Agosto 1909) Parte I. — Generalità SINONIMI Acne mollusco (Chausit) ; Acne molluscoide (Cail- laut); Acne tubercolare o tubercoloide (Devergie); Acne varioliforme (Bazin, Hardy); Acrothymium ( — — ); Amiloid- millium (AuspiTz); Borse ditrittello [Ordtzheutel (Ribbentrop)]; Comedone sottocutaneo (Hanck); Condiloma endoci- stico (Zeissl); Condiloma end ofo Ili col are ( ); Con- diloma porcellaneo (Fritze); Condiloma sottocutaneo (Hanck); CoUoidmillium (Auspitz); Dischi di comedoni [Come- clonenscheiben (Ribbi&ntrot)]-^ Ecdermoptosis (Hugier); Elevazioni follicolari (Rayer); Epitelioma contagioso (Neisser, Bol- linger); Epitelioma mollusco (Virchow, (jteber) ; Erpete contagioso varioliforme (Foster); Mollusco albuminoso (Thomson); Mollusco ateromatoso (Jacobovigs); Mollusco contagioso (Bateman); Mollusco porcellaneo (Hebba, Ka- posi); Mollusco semplice (Kraemer); Mollusco verrucoso (Kaposi); Naevus acrochordon (Hebra); Naevus lipomatoides (Hebra); Parakantlioma verrucosmn (Auspitz, Hebra H.); SchmnnwarzeniU.^- bra); Tubercoli ateromatosi (Jacobovigs); Tumori folli- colari (Willts); Verruca sebacea (Hebra). 12 166 — DESCRIZIONE STORICA Ludwig ('793) ci tramanda la descrizione ^) di una malattia cutanea osservata da Tilesius su di un povero di Mùhlbero, il quale d'altronde non ne risentiva danno sul generale dell'orga- nismo. TiLKSius (in Bateman ('817)] ha fatto ricavare il ritratto di questo miserabile uomo in tre differenti posizioni. È la prima volta ^), che si fa uso nella letteratura medica, per caratterizzare alcune speciali efflorescenze della cute, della parola Molluscum^ per la rassomiglianza che presentavano con le prominenze muciformi,"che si sviluppano sulla corteccia dell'acero. L'affezione, occupante gran parte della superficie cutanea, risul- tava di numerose sporgenze e tubercoli di varia grandezza e con- sistenza, del colore della cute normale, indolenti , a decorso lento, e da cui fuoriusciva una sostanza sebacea: Verum enim Rhein- hardi visus foedum corpus tectum est verrucis mollibus sive moìlu- scis, et madidis sive myrmeciis » . von Willan [in Bateman ('817j] alla malattia osservata da Tilesius pose il nome di Molluscimi pen- diilum. Bateman ('817) adoperò la parola Mollusco per due forma- zioni morbose: 1'' per i tumori cutanei descritti da Tilesius ed indicati da von Willan come M. pendulum\ 2» per alcune forma- zioni porroidi che chiamò M. contagiosum. Egli infatti dette una descrizione piuttosto esatta di una nuova malattia cutanea, che per alcuni caratteri sembrava somigliante a quella dell'ammalato stu- diato da Tilesius, mentre per altri caratteri si distingueva molto da essa. L'eruzione cutanea risultava di numerosi tubercoli poco sen- sibili, sviluppantisi con lentezza e di dimensioni variabili da quelle di una vescia lino a quella di un uovo di piccione; spesso ^) E a notare che, sia per la descrizione clinica, sia per le tavole, non si può supporre che si tratti di verruche, ma bensì di una nuova malattia, non stu- diata fino ad allora. '^) Plenck ('776) adoperò anche lui prima di Ludwig ('793j la parola « Verruca carnea seu moUusca », però doveva avere inteso di parlare delle co- muni verruche e non di altra lesione cutanea, perchè avvalora il suo pensiero con le seguenti parole: « Est tuherciilum molle, sessile, ciitis concolor, vel ru- bens, saepe pilosum. In naso et facie ut plurimum invcnitur. Videtur admodum magna ylandula cutanea quasi esse ». Nella 6* Classe delle sue verruche sono però descritte delle formazioni, che hanno delle rassomiglianze con il Molla- scum contagiosum; che se questo fosse da tutti ammesso, Plenck sarebbe il primo ad avere dato cenno di questa malattia. — 167 — «ossili, altri globosi o appiattiti ad altri infinu puduncolati e con- tenenti nel loro interno una sostanza ateromatosa. Tali tubercoli in apparenza non sono legati con nessun disordine costituzio- nale, non hanno alcuna tendenza alla infiammazione o alla ulce- razione e persistono durante tutta la vita, senza avere un ter- mine naturale. Spesso si trovano isolati e spesso sono mischiati a pustole di acne od a comedoni; rappresentano indubbiamente delle glandolo sebacee distese, riempite di un magma di grasso e di epidermide liquefatta, degenerate ed incistidate. La parete di queste glandolo è talvolta manifestamente spessa, la loro a- pertura è sparita o è visibile od anche abbastanza larga, perchè vi possa passare uno stiletto: sono dei tumori sebacei. Dopo che si sono vuotati del loro contenuto, o per espressione, o per una o più punzioni, si retraggono ; possono essere distrutti con una larga incisione, o lasciandoli suppurare, e si possono far anche atrofizzare con l'estirpazione del sacco che li circonda. Ed a conferma di questa descrizione riporta due storie cli- niche, una di una donna , nella quale , è importante notare , si faceva uscire dai tubercoli più grossi, per pressione, un liquido lattiginoso da una piccolissima apertura somigliante a quella che si sarebbe potuta praticare con una puntura di ago; qualche volta i tubercoli infiammavano e suppuravano e potevano perfino portare l'ingorgo dei gangli cervicali. Questa donna riferiva di avere allattato un bambino , che presentava al viso un' ana- loga efflorescenza, e che nella famiglia di questo suo allievo vi erano altri bambini pure affetti da simili tumori cutanei. L'altro caso era quello di un bambino ammalato anche di Porrigo lar- valis, a cui gli sarebbe stata comunicata l' infezione dalla donna che ne aveva cura. Bateman ('817j considera questa malattia infettiva ed attri- buisce il contagio al liquido lattiginoso {tnilky -fluid) ^ che fuoriesce da questi tubercoli, come pure crede che si tratti indubbiamente di glandolo sebacee distese e riempito di magma di grasso e di epidermide liquefatta, degenerate ed incistidate, con parete ma- nifestamente spessa. L'apertura delle glandolo, che hanno, por la loro alterazione, dato origino ai tubercoli suddetti, quasi sempre sparirebbe o è appena visibile o noi più grandi è abbastanza larga, perchè si possa passare uno stiletto. Bateman trova più opportuno di chiamare il M. pendiduni di voN WiLLAN, Mollusco uou coutagioso, riservando all'altra varietà il nome di M. e; la differenza fra queste due malattie sarebbe data da due caratteri negativi per Turni e positivi per — \m — ralirii, cioè dall' assenza nulla prima ^^ dalla prosoiiza nulla su- couda dol liquido lattiginoso e della contagiosità. Però sia Ba- TEMAN che VON WiLLAN liauHO posturiormente confuse le due affe- zioni in parola (come si rileva dalle opere posteriori); anzi par- rebbe che avesse Bateman scambiato il M. e. con l'Eruzione fu|ngoide di Bontius o col Piano fungo i de di Alibeht [in Hebra ('866-72)1. AuspiTz l 'SlSì credo che il M. e. risulti di una degenerazione amiloide delle glandolo sebacee. Cazenave & Schedel ('828), pur confessando la loro imperizia su questo terreno, ammettono il contagio della malattia in parola, colpiti dal fatto di averla visto sviluppare sempre in persone, che avevano avuto fra di loro con- tatto. Allbert [in Cazenave ('850-51), e in Hebra ('866-72)] aumen- tò la confusione che vi era sull'argomento, descrivendo alcuni tu- mori mollusciformi della faccia sotto l'appellative di ikf^/com fiingoides. Carswell [in Cazenave ('850-51) e in Neumann ('874)] nota casi di M. e, crede al contagio dell'affezione, ma dubita che Batkman ('817) abbia spesso confuso sotto questo nome pa- recchie forme di efiSorescenze cutanee: riporta pure di avere os- servato ad Edinburgh, insieme a Thomson, un fanciullo che pre- sentava una malattia analoga a quella descritta da B.\teman, malattia, che avrebbe contratta dal fratello, che a sua volta ne era stato contagiato da un giovinetto compagno di scuola. Que- sto infermo comunicò il morbo alla madre e ad altre due per- sone di famiglia e venne a morte senza che se ne facesse l'au- topsia. Rayer ('835) sebbene afferma di non avere per nulla osser- vato la malattia studiata da Bateman ('817), pure, in una osser- zione sulle Elevazioni follicolari, ci descrive una forma mor- bosa, che del M. e. ha tutti i caratteri, tutta l'apparenza. Egli parla di piccole sporgenze sorte sul viso di un giovine, dure, bian- castre, di due linee di diametro e di una mezza linea di altezza, irregolarmente circolari, coniche ed appiattite. In esse ad occhio nudo si distingueva verso il centro un piccolo punto nero, tale quale si sarebbe potuto produrre con la punta di un ago impre- gnato di inchiostro. Con la compressione fra il pollice e l'indice si vedeva uscire un globulo di materia sebacea: del resto erano indolenti e non avevano portato conseguenze nel generale del- l'organismo. Però, colpito da questa rassomiglianza, in una breve nota, dice che forse Bateman ('817) ha descritto le Eleva- zioni follicolari di Rayer col nome di M. e. - 169 — Beeend ('839) confuse sotto il nome di M. molte affezioni cutanee del tutto disparate. Biett [in Cazknave ('850-51)] rife- risce di aver visto anche lui dei casi analoghi a quelli di Tile- siDS, con l'avvertenza che i tubercoli erano duri, di colore bruno fosco, con la sommità aperta, e non lasciavano mai fuoriuscire nessuna sostanza, e che spesso si notavano al collo in giovani donne durante la gestazione ed il puerperio. Né gran luce in tanta incertezza fu data dalla monografia e dai disegni di Jacobovics ('840), giacché egli, oltre le due forme già conosciute di M. 'pendulimi e M. e, ne fece anche una terza categoria; distinse quindi le forme molluscose: l.*' Tuher- cula fungosa, M. fungosum, che dovrebbe corrispondere alla forma di Ludwig ('793) oppure al M. pendulum di von Willan, Bateman ('817), ecc. 2.0 Tuhercula atheromatosa, uguali al M. atheromatosum s. contagiosum di Bateman, S.** Tuhercula variegata oppure tuber- cules higarrés, noti sotto altri nomi, come Millmm, diverse Ver- ruche, Comedoni, ecc. Hanck ('840) studia sotto il nome di Condilomi sottocu- tanei una malattia simile al M. e, che fu da altri considerata per un sifiloderma, come anche per sifìlodermi sono considerati i Condilomi porcellaneidi Fritze; Turnbull ('841) dichiara per M. una formazione probabilmente cancerosa; e Thomson ('840- 41) descrive casi di M. e. per ilf. albuminosum, crede al contagio dell'affezione, avendola vista frequentemente nelle persone della medesima famiglia. Henderson ('841) non può provare la contagiosità del M .e. essendogli riusciti negativi i tentativi di inoculazione. Richiama l'attenzione sopra certi corpi caratteristici, che s'incontrano sia nelle papille di M. e, che nelle masse espulse per schiacciamento, corpi che crede i trasportatori probabili dell' infezione ed a cui dà il nome di Corpuscoli del Mollusco. Circa la sede della lesione, opina sia riposta nei follicoli piliferi, avendo potuto ri- scontrare in un tubercolo un pelo. Paterson ('841) osserva anche lui contemporaneamente ad Henderson ('841) i Corpuscoli del Mollusco, che crede rappresentino gli elementi del contagio: verificò pure il trasporto delle efflorescenze di M. e. dalla madre al bambino poppante. Kraemer & Simon [in Hebra ('866-72)J ricordano il M. e. e ne danno figure nel loro atlante, anzi Kraemer descrive anche un'altra forma come M. simplex , che sarebbe il medesimo M. e. con i meati dei follicoli chiusi invece di averli aperti, Hkbra ('866-72) conserva la distinzione rigorosa fra M. fibrosìim e le altre qualità — 170 — di Mollusco, sia nel testo, clui ncU'atlaiitc delle malattie della pelle; stropicciò sulla cute lo smegma spremuto dai tubercoli di M. e. e lo innestò in essa, però senza successo, e di qui trae argomento per credere più consentaneo il nome di M. sehaceum. RiBBENTROP f'845) dubita del contagio dell'affezione in parola, che descrive sotto il nome di Grdtzhmdel (Borse di trittello), o come Comedonenscheiben (Dischi di comedone); e Schedel ('847) pur ammettendo la contagiosità della malattia, crede vi sia ancora molta confusione sull'argomento. Sono anche essi fau- tori del contagio del M. e. Cotton ('848) e von Baerrnsprung ('848; '859), anzi questo ultimo crede che il contenuto dei tuber- coli di M. e. sia una sostanza dovuta ad imbibizione di un li- quido ricco di albumina. Hugier ('850) invece ritiene dubbio il criterio del contagio ed, avendo trovato frequente l'affezione in parola nell'apparecchio genitale femminile, la considera una le- sione di degenerazione secretoria delle glandolo e trova oppor- tuno di chiamarla Ecdermoptosis. Cazenavk ('850-51) ha avuto agio di studiare nelle sale dell'o- spedale Saint-Luis in un ammalato, affetto da Prurigo senilis, una quantità di piccoli tumori indolenti anche alla pressione e dis- seminati in gran numero sopra differenti parti del corpo; il più grande era del volume di una nocella, gli altri erano grossi come un pisello e sembravano formati da una sostanza densa e fibrosa. La malattia aveva molta somiglianza con il M. e. di Bateman ed era a suo modo di vedere contagiosa. Caillault ('851) raggruppa sotto la categoria di due varietà di Acne molto rare il M. pen- dulum di voN Willan ed il M. e. di Bateman, che chiama Acne molluscoide. Racconta di aver avuto occasione di vedere alla Sainte-Marthe, una giovinetta affetta da M. e. di Bateman, che dopo tre mesi dalla sua entrata nell'ospedale aveva contagiato della medesima affezione 14 piccoli ammalati; di qui l'A. trae argomenti per sostenere il contagio e per credere che i Cor- puscoli di Henderson ("841) e di Paterson ('841) ne sieno i portatori. La memoria di Bazin ('851) porta alla consegueza essere il M. e. una lesione non contagiosa in rapporto con l'apparecchio pilo-sebaceo, una degenerazione delle glandolo sebacee, e per la rassomiglianza con le pustole del Vainolo, essere più consen- taneo il nome di Acne varioliformis. Simon ('877) annovera sotto il nome di Jf. e. })arecchie forme degenerative delle glandolo sebacee e dei loro canali, come Ate- romi, Comedoni, alcune forme di Verruche e Nei materni, - 171 — che furono studiati come Naevus molluxiformis ^ Verruca carnea, Acrochordon, Ac7'othymmm, Naevus lipomatoides, ecc. e pensa elio i Corpuscoli del Mollusco provengano da trasformazione del protoplasma cellulare delle cellule epidermiche. Q-amberini f'SSl) e Wilson ('855; '863) credono al contagio del M. e, ma quest'ultimo descrisse come simplex una volta il M. e. di Bateman ed una volta il M.pendulum di von Willan. Rokitansky ('856) ha stabilito i rapporti istologici del M. simplex, senza tener conto nella sua esposizione delle forme messe d' altra parte in nesso con il M. e. Forster ('858) appoggiandosi esclusivamente sui dati ana- tomici, ed ignorando del tutto le circostanze cliniche, fornisce un'esposizione istologica delle formazioni molluscose, il che fa- vorisce la distinzione fra M. fibrosum e le altre affezioni indi- cate come somiglianti. Klebs ('859), fautore delle Psorospermosi, considera i Corpuscoli del Mollusco come parassiti estranei all'organi- smo umano , come Coccidi. Virchow ('865) distinse nettamente dal punto di vista anatomico le due affezioni molluscose, il M. e. di Bateman, dal M. pendulum di von Willan, chiamando il primo Fibroma mollusco ed il secondo Epitelioma mol- lusco o Mollusco epiteliale, e ciò servendosi solo del cri- terio morfologico, dato che il carattere della contagiosità era contrastato. L'alterazione che costituisce il M. e. è una altera- zione che si riferisce ai tessuti epidermici (epiteliali), non avendo per punto di partenza le glandole sebacee o ceruminose; piuttosto crederebbe doversi riporre la sede nei follicoli piliferi, sebbene nei punti corrispondenti i peli sieno poco sviluppati. Crede pro- babile che anche il reticolo Malpighiano della supei'fìcie cutanea possa proliferare allo stesso modo, specialmente la parte interpa- pillare. Ha visto una volta, come Hknderson ('841), uscire da un tubercolo di Epitelioma Mollusco un pelo. I Corpuscoli del Mollusco provengono dagli epiteli per sviluppo endogeno, e, basandosi sull'aspetto brillante, che prendono, opina si tratti di una degenerazione adi])0sa: la loro striatura è dovuta a coa- gulazioni e si rende appariscente sotto l'azione di acqua o di acidi. L'affezione in parola si deve considerare un Epitelioma benigno, pur non escludendosi la possibilità che sia malattia contagiosa: ebbe pure il sospetto che i Corpuscoli del Mol- lusco, detti anche altrimenti Globi del Mollusco, fossero parassiti, ma poi si persuase essere gli ultimi stadi di trasforma- zione delle cellule epiteliali. — 172 — Enokl ('865j iiiaguosticù por M. e. una alTuzioiiu, che pro- babilmente era Acne rosacea, e che era caratterizzata da iper- trofia di glandolo sebacee e da cisti delle stesse, nella piegatura cutanea del naso. Ebert ('865) nel vedere tre ragazzi presi da M. e. dopo loro convivenza con un altro, che ne era affetto, attinge argomento a sostenere il contagio; osservò pure un fanciullo a 4 anni, il cui viso era coperto da ben 207 tubercoli di M. e. HuTCHiNsoN ('867) descrive un caso di trasmissione dei tubercoli caratteristici di M. e. dalla faccia di un bambino lattante al ca- pezzolo della nutrice; Rimdfleisch ('868) nel Trattato di Anatomia patologica accenna alla contagiosità della malattia, laddove Zeissl ('869) ne dubita; anzi quest'ultimo ripone la sede, del M. e. nelle glandolo sebacee. Fox ('869) ha veduto una piccola endemia familiare di M. e. e dice che non si può dubitare del contagio. BizzozERO & Manfredi ('870; '871; '872; '874) in parecchie comunicazioni sono pervenuti ai seguenti risultati: trovano che i Corpuscoli o Globi del Mollusco si sviluppano nell'interno delle cellule epiteliali per una trasformazione di parte del pro- toplasma cellulare, in conseguenza della quale, mentre si va for- mando il Globo , il nucleo vien spinto alla periferia, ed il resto del protoplasma subisce la fisiologica infiltrazione cornea. Questi Globi, arrivati al loro completo sviluppo non contengono mai nucleo e rimangono per un certo tempo nell'interno della cellula epiteliale inclusi e non invaginati. I lobuli del piccolo neoplasma non si sviluppano nei follicoli dei peli, né nelle glandolo sebacee, ma invoce sono una particolare iperplasia e degenerazione del tessuto del reticolo Malpighiano dell'epidermide. La malattia è quindi non un disordine di secrezione , ma una neoformazione particolare di puro carattere epiteliale. DoGKWORTH ('872) distingue due varietà di affezioni mol- lusco so, una contagiosa e l'altra no, e della prima, cioè del M. e, no ha tentato delle inoculazioni sperimentali , però con esito negativo. Ferrier ('872) nega le opinioni di Squire ('872) e di Hardy ('863) sulla natura parassitaria del M. e, giacché egli dice che con l' aumentare e diminuire la potassa caustica, ha visto pure aumentare e diminuire le sporule ed il micelio del cosidotto fungo, laddove se si fa procedentemente agiro 1' etere, queste sporule non appaiono più; riporta pure due casi di questa affeziono. Eamks ('872) afferma clinicamente la contagiosità por aver potuto veder comparire tale malattia cutanea in una fa- miglia, nella quale solo il padre scampò al contagio insieme ad — 173 — una figliuoletta, restandone invece aifotti la madre e gli altri tre figliuoli. Retzius ('870) crede che i Corpuscoli di Henderson ('841) e di Patbrson ('841) sono dei prodotti del tutto estranei all'or- ganismo, sulla natura dei quali non può pronunziarsi, pur pro- pendendo per l'idea che sieno spore di funghi. Dopo di aver strofinato avanti al petto il contenuto di un piccolo tumore di M. e, ed avere tenuto coperto con un vetro di orologio il punto della inoculazione per lo spazio di circa due mesi , vide, dopo una incubazione di sei mesi, svilupparsi un piccolo nodulo, che presentò tutti i caratteri anatomo-patologici dell'affezione ino- culata. L'ulteriore crescenza del tumore fu estremamente lenta e, dopo un bagno molto prolungato, cadde. Coltivò pure in ap- positi mezzi di cultura il contenuto di M. e. senza risultato po- sitivo. BoEOK ('872; '875) osserva che nella sostanza del M. e. vi sono cellule epidermiche e Corpuscoli propri. I Corpuscoli sono corpi, sprovvisti di nuclei, trasparenti; senza membrana in- volgente distinta, ed aventi un diametro longitudinale lungo circa tre volte il diametro trasversale. Ammette pure che le cel- lule epidermiche si trasformino in tali Corpuscoli, i quali si possono assomigliare ai grani di amido gonfiati; rappresentereb- bero, in una parola, una formazione cellulare endogena come negli epiteliomi. La loro costituzione chimica è ignota, non trovandosi simili elementi in altri tumori. Certamente non sono corpi ami- Ioidi. CocK [in Neumann ('874)] [e in Barduzzi ('876)] è fautore del contagio, e Neumann ('874) , pur avendo osservato clinica- mente casi di trasmissione di M. e, non è stato fortunato nei tentativi sperimentali di inoculazione fatti da lui e dalla sua scuola. Rivolta ('873) sosteneva chela Psorospermosi cutanea non è trasmissibile con la materia dei noduli né a Galline né ad altri animali, e che l' innesto si é avuto per il fatto delle Co- lombaie infette. I Colombi che alimentano i novelli, cercando l'a- limento in un luogo infetto, raccolgono i micrococchi Psorosper- mici, li versano con l'alimento nel gozzo della tenera prole ni- diacea , nell' intestino della quale i micrococchi si moltiplicano, diventano presto formati tali e vengono emessi colle fecce at- torno al nido della Colombaia. Dagli Psorospermi formati emessi colle fecce, escono i micrococchi Psorospermici, che presto o tardi passano sulla cute dei novelli o sulle mucose dell' apparato di- — 174 — irorGiitu o li infettano. Bollinger ('873; '878) ha rinvenuto in una formazione patologica del Pollo (Vainolo dei volatili-^e/f/V- gelpocken), che è analoga al M. e, la presenza di Gregari no; anzi spiega il M. e, come una affezione dovuta a Gregari no od Amebe permanenti, il cui sviluppo avverrebbe per divi- sione e strozzamento. Ritiene 1' A. che la malattia nei Polli si presenta con caratteri di maggiore contagiosità e malignità, tanto da menare rapidamente alla morte; consecutivamente iden- tifica lo Sporozoo nel Coccidium oviforme del fegato del Coniglio. De Amicis ('874) dice che sebbene non si debba prestar fede alle sporule di Hardy ('863), ciò non ostante la malattia è da rite- nersi contagiosa per il criterio clinico , giacché sfugge il modo come si verifica il contagio. Taruffi ('875) trova sempre nei casi da lui osservati il tu- more manifestamente lobato e sito al di sotto del reticolo di Malpighi. Le cellule epiteliali, che lo costituiscono, verso il centro della neoplasia si ingrandiscono, spingono il nucleo alla periferia, ed il protoplasma subisce una degenerazione, trasformandosi in Corpuscolo del Mollusco. Fa però una confusione tra lo cellule del reticolo malpighiano e le glandolo sebacee. Conchiude che si tratta sempre di una metamorfosi retrograda delle cellule epiteliali di nuova formazione, metamorfosi, che, riguardo al suo aspetto, per ora, si può chiamare vitrea. FosTKR ('875), dopo lunghi studi, non ha potuto stabilire una divisione anatomo-patologica esatta e semplice delle forme mol- luscose; ne dà invece una classificazione lunga od artificiale, nella quale si comprendono anche altre lesioni. LuKOMSKY ('875), avendo avuto occasione di osservare un ammalato che presentava sul pene 12 a 14 tubercoli di M. e, ha compiuto su quest' affezione degli studi istologici. L'A. viene ai medesimi risultati di Bizzozero & Manfredi ('870; '871; '872; '874), che però non nomina. Trova, cioè, che i Corpuscoli del Mollusco hanno origine dagli strati epidermoidali superfi- ciali (strato granuloso), giacche resta intatto sia il reticolo di Malhighi, sia le glandolo sebacee. Queste cellule epidermoidali, perdendo successivamente il loro nucleo e le loro granulazioni, prendono l'aspetto vetroso di Corpuscoli del Mollusco. Non sarebbero quindi elementi parassitari, come afferma Retzius ('870); e, avendo riscontrato molti linfociti, non crede possa escludersi essere questi gli iniziatori del processo della neoplasia. I Cor- spucoli del Mollusco potrebbero quindi derivare da grosse — 175 — cellule migranti, le quali partendo dal corion si infiltrerebbero fra le cellule epiteliali. Cardarelli [in Bauuuzzi ('876}j ha avuto agio di avere in cura un bambino afi'etto da M. sebacenm alle natiche, e simul- taneamente vide che anche la pei'sona che l'aveva con sé, era colta da una eruzione simile all'avambraccio destro. Barduzzi ('876) crede che la quistione del contagio debba rimanere ancora indecisa, dipendendo precisamente dall'essere stato confuso il M. e. pel passato con altre dermatosi e dal non potere, per la rarità della malattia, istituire uno studio completo intorno al caso. In tali condizioni opina che sarebbe più oppor- tuno, anziché adoperare la denominazione di M. e, usare quella di M. sehaceum. Hardy ('863) ha sostenuto la esistenza di fìto-pa- rassiti, come produttori di tale malattia. ViDAL ('877-78) ha tentato l' inoculazione sia della sostanza molle, che si fa uscire con la pressione dagli orifìzi di questi pic- coli tumori, sia innestandone sotto la pelle un frammento e ciò senza risultato. Dubita del risultato positivo ottenuto da Retzius ('870), specialmente per il lungo periodo di incubazione, cioè sei mesi. BizzozERO & Manfredi ('877) ritornando sull'argomento, in una comunicazione definitiva e completa, confermano i fatti pre- cedentemente enunciati i'870; '871; '872; '874; '875) e ne aggiun- gono dei nuovi. Osservano che il M. e. risulta costituito da conglo- merazioni di fondi ciechi o di otricoli o zaffi più o meno nume- rosi e fitti, raggiungenti una diversa profondità nello spessore del derma, in cui stanno impiantati, comunicanti alla superficie in una cloaca o serbatoio, ora in un condotto centrale comune. Hanno l'aspetto di una glandola. I nodi sono rivestiti alla parte peri- ferica della superficie esterna, dalla cute affatto normale, in aspetto, munita di glandole e follicoli piliferi , nonché di papille nelle regioni, ove queste normalmente esistono: lo strato epider- mico si continua, assottigliandosi, nel foro del piccolo neoplasma, in modo che si può dire che questo essenzialmente modificanciosi costituisca la neoplasia. Il contenuto degli otricoli consta di Pia- strine cornee e di Globi; le Piastrine dipendono da una trasformazione analoga alla fisiologica, delle cellule epiteliali dei cul-di-sacco, i Globi da trasformazione speciale delle cellule. Que- ste due specie di elementi costituiscono la parte essenziale del liquido lattiginoso. I Glob i, por la loro rassomiglianza con i Pso- rospermi, furono creduti di natura parassitaria e quindi prove- nienti dal di fuori dell'organismo. - ila - Tj'obit'zione cho nulla poltij^lia olio sta nella cavità dol M. e. e nella poltiglia, che se no ottiene per pressione, i Globi perla più parte sieno liberi, non ha valore, perchè non si può porre in dubbio che i G 1 obi nei primi stadi della loro vita sieno racchiusi nelle cellule epiteliali, così non resta che ammettere, che più tarrli ne escano. Le Piastrine cornee sarebbero gli avanzi della membrana, conservanti ancora porzione della infossatura, in cui il Globo si è sviluppato. Non tutte hanno questa origine. Infatti non tutte le cellule epiteliali dello strato più profondo producoao nel proprio seno un Globo; molte di esse, massime quelle gia- centi nelle pareti laterali del tubolo. subiscono la loro trasforma- zione cornea fisiologica, e vanno, trasformate in lamelle, a vuo- tarsi, nel confluente dei tuboli, e poscia alla superfi.cie della pelle, mescolate alle altre Pi astre ed ai Globi. In questo loro decorso vengono incastrate, schiacciate contro i Globi, dei quali perciò mantengono l'impronta sotto forma di incavature più o meno pro- fonde e più o meno numerose. Concludono: < Resta quindi di- mostrato senz'altro prender origine il Mollusco dall'epidermide cutanea e propriamente dal suo strato profondo o malpighiano; e l'apertura ed il tubo di comunicazione dei nodi del Mollusco con l'esterno non essere preesistenti, ma il risultato del processo stesso e delle metamorfosi elementari, che caratterizzano la genesi, lo sviluppo ed il decorso della neoplasia. Senza voler escludere la possibilità che questa si sviluppi dai follicoli piliferi e dai con- dotti delle glandolo cutanee, in quanto che queste parti sono pur fornite di corpo mucoso, pure una tale origine non fu da noi constatata nella moltitudine di nodi e di noduli accuratamente e pazientemente studiati ». Circa il contagio, non si credono au- torizzati né a negarlo, né ad ammetterlo, aspettando da altre e- sperienze la dimostrazione di ciò. KAPOsr ('877) nella sua memoria sul M. e. viene alle seguenti conclusioni: 1" La contagiosità del cosiddetto Mollusco e ont a- gioso non è stata dimostrata finora, e secondo lui non esisto iu r^ltà. Si dovrebbe quindi distruggere il nome di Mollusco contagioso dalla terminologia. 2.» Il cosi detto Mollusco con- tagioso di Bateman ed il Mollusco contagioso degli aa. moderni (vario liforme) hanno anatomicamente lo stesso va- lore ed appartengono tutti e due alle glandolo sebacee, cioè a diro, quello di Bateman principalmente al corpo glandolare, il Mollusco varioliformo all'inizio, al condotto escretore co- mune della glandola sebacea e del follicolo del pelo, e, ad un grado i)in av.in/ato di sviluppo, agli acini delle glandolo sebacee. — 177 — 3.0 Por quest'ultimo motivo si debbono comprendere queste due varietà sotto il nome di Mollusco sebaceo, già adottato da Hebka. 4." Benché le due specie sopravvengono soventi insieme, presentano pertanto tali caratteristiche da essere più consenta- neo di chiamare Mollusco ateromatoso, il Mollusco di Bateman, corrispondente ai Tumori follicolari a teromatosi di Rayer ('835), Cisti sebacee, ecc., e Mollusco verru- coso, il Mollusco varioliforme o verruciforme. Barnes ('878) e Mackenzie ('879) danno largo contributo alla casuistica della malattia ed al contagio della stessa; Sangster ('880) crede che i Corpuscoli del Mollusco sieno corpi parassitari estranei all' organismo e quindi i trasportatori del contagio e Majocchi ('880) è di opinione che l'etiologia del M. e. debba riporsi in un bacillo, che egli ritiene di aver potuto met- tere in evidenza con speciali metodi di colorazione. Renaut ('880 pensa che l'Acne varioliforme costituisce una lesione di evoluzione delle glandolo sebacee, che da principio moltiplicano i loro lobuli, in virtù di una incitazione formativa, la cui causa immediata è ancora da ricercare. Le cellule del corpo . mucoso cosi prodotte, che avrebbero dovuto divenire glandolari, in luogo di realizzare l'evoluzione grassa ed esplicare la loro funzione nor- male, subiscono, ad una ad una, la evoluzione anormale particolare che si avvicina molto alla degenerazione cornea. Il Globo non ha le reazioni esatte della sostanza colloide, né le reazioni esatte del corno normale, ma per la sua consistenza, traslucidità , per il suo modo di comportarsi in presenza dell'acido picrico, ecc.. si avvicina ben più al tessuto 'corneo che a nessuna altra pro- duzione. L'A. dimostra che le cellule del M. e. rinchiudenti l'e- leidina, sono non quelle che subiscono la trasformazione globu- losa, ma quelle che sono loro intermediarie, e corrispondono ai lati delle cellule epidermiche, che separano tutta la glandola se- bacea normale, ed occupano gì' intervalli delle cellule glandolari. Quando il tumore raggiunge un grande volume, come quello di una noce o di un piccolo uovo, l'ombelico può dare fuoriuscita ad un liquido sieroso, acquiforme: fatto che mostra che la fusione glandolare é divenuta, da sebacea, acquiforme. M' Leod ('880-8 Ij ha studiato un infermo che presentava la cute del dorso molto pigmentata ed al collo ed alle spalle delle piccole elevazioni, del volume da un uovo ad un pugno, lascianti profondi solchi e fessure multiple, e fra questi grossi tumori se ne trovavano altri più piccoli, che sembravano di origine glando- — 178 - laiM. L'infermo ora originario di Bun^ala, a l'affcìzion*! dalava da 25 anni. Talo malattia l'A. mette noi fjruppo (\ìì\ MolIìUschi *). Hyde ('879-80' ha i>ur<' lui osservato una affezione poco conosciuta, appartoninite al gruppo generico dei MolKisclii, ma differente notevolmente per la sede anatomica e per i caratteri clinici dal M. e. di Batemav, che, secondo l'A., è di origine glan- dolare. L' infermo infatti presentava una serie di piccole papule disposte simmetricamente al torace ed agli arti Le papule non erano né ombelicate, né peduncolate, e non provocavano nessun disturbo funzionale, né generale; l'eruzione persistette per tre anni finché le papule andarono attenuandosi, lasciando finalmente al loro posto delle macchie rossastre. Startin ('879-80) espone l'esame del contenuto dei tumori di M. e. e trova che i Corpuscoli del Mollusco si trovano uniti a cellule epidermiche chiare e moltissimo rifrangenti. In una se- zione verticale di uno dei tumori, oltre le cose dette, rinvenne vacuoli in talune cellule, iperattività del tessuto glandolare ed abortiva tendenza alla ipertrofia degli elementi della glandola. Egli considera questi tumori glandolari in origine, ma sviluppati da glandolo abortive, piuttosto che normali; essi furono sempre rinvenuti ove abbondano glandolo sebacee, ed i Corpuscoli del Mollusco non furono visti al di fuori del tumore. Per strut- tura somigliano esattamente alle glandolo, eccettuati i suddetti corpuscoli, e possono scorgersi tutti e tre gli strati dell'epider- mide. Crede che questi tumori si riscontrano in ammalati, che presentano altri segni di pervertita nutrizione. Taylor ('880) pensa che bisogna distinguere due qualità di tumori di M. e, cioè Cisti sebacee e vero Mollusco: l'aper- tura centrale non è per 1' A. di grande valore per riconoscere l'origine dei tumori da glandolo, giacché ha visto tre o quattro aperture in un sol tumoretto, aperture comunicanti con i vari acini. Le glandolo sebacee sono originariamente svolte nel reti- colo malpighiano ed ivi avvolte, quindi non é difficile imma- ginare un simile processo occorso nell' ultimo sviluppo, che dà luogo alla formazione di questi tumori. Pye Smith ('880) anche egli ammette come Taylor ('880) le due forme di M. e, giacché in massima ritiene l' origine di preesistenti glandolo dei tumoretti dell'affezione in parola. Thin f'880) pensa che i detti tumori fossero glandolari in natura, ma indipendenti dalle glandolo, e in seguito ('881-82) dice che deb- 1) Pare non si tratti certamente del M. e. di Bateman. I — 179 — bono avere come punto di partenza il reticolo del condotto escre- tore del follicolo pilifero. Crocker ('880-81j ripone la sede del M. e. nei follicoli pi- liferi. MoRisoM A. & MoRisoN B. G. ('880-81j, studiando la natura e le affinità della malattia propendono per ammettere che l'affe- zione dipenda da alterazioni dell'epitelio di rivestimento. Rivolta ('877j, ristudiando il parassita produttore del Vai- nolo dei Polli, disse che era di natura vegetale ed apparteneva ai funghi, denominandolo epit/wliomyces,e ne descriveva la struttura microscopica sia entro, che fuori delle cellule epiteliali. In queste egli trovava il parassita polimorfo, generalmente emanante dalla sua superficie esterna dei germogli o bottoni più o meno rifran- genti la luce, e alterabili in parte sotto 1' azione della potassa. Vide inoltre che ponendo i Corpuscoli in feci di piccione, al- lungate con acqua, si aveva una cultura del parassita , il quale da omogeneo diveniva granuloso, presentava un nucleo e spesso mostrava, dopo qualche tempo, un'evidente germogliazione. Diceva inoltre che con l'innesto difficilmente si otteneva la propagazione, ])erò praticando frizioni con materia infettiva sulla faccia, alla base del becco ed al palato, riusci a riprodurre la malattia in un piccione ed in quattro galline. Angelucci ('880) sostiene la natura parassitaria del M. e; giovandosi del violetto di metile, riconobbe intorno ai Grlobi del Mollusco, nelle cellule epiteliali alterate, descritte da Biz- zozERO & Manfredi ('870; '871; '872; '874; '875; '877), delle masse di piccoli corpi resistenti, rifrangenti la luce, che hanno i caratteri dei micrococchi, ai quali egli sarebbe disposto ad accordare una azione genetica nell'origine della malattia. Essi non invadereb- bero mai il connettivo, da cui sarebbero sempre divisi da uno strato di cellule epiteliali più o meno alterate. Il processo che induce e distrugge una neo[)lasia di M. e. ha tutti i caratteri di identicità con la necrosi progressiva descritta da Koch. Renaut osservò i preparati di Angeluccì e trovò che le granulazioni, che questi avvicina a degli Sferobatteri, occupano il posto esatto delle granulazioni di eleidina nei preparati suoi. DucKWORTH ('880-81 ritornando sull' argomento riferisce quattro casi di M. e. verificatisi in una famiglia, e conferma le idee espresse nella sua precedente memoria ('872). Gkber ('882) nega assolutamente qualsiasi partecipazione delle glandole sebacee, ammettendo all'opposto, come sede del- l'alterazione, il reticolo malpighiano , e considera tutta la ma- lattia come una neoformazione epiteliale. — 180 — Caspary ('882) ha trovato cho lo strato granuloso o mucoso partecipauo alla struttura dei noduli di M. e, e ohe lo strato granuloso forma i Corpuscoli del Mollusco con i suoi propri nuclei. Perrongito ('882), anche lui fautore delle G-regarinosi, spiega il M. e. come malattia parassitaria, prodotta da Grregarine, ed in tutto simile al Vainolo dei Polli (Oeflugelpocken). CsoKOR ('883), avendo trasportato il prodotto di noduli di M. e. dall'Uomo sulla cresta di un Pollo, ha prodotto le forma- zioni speciali del medesimo, ma dichiara l'esperimento non im- mune da errori. Infatti, avendo ripetuto l'esperimento in presenza di Kaposi, ed essendo questo fallito, dice che nel primo espe- rimento ha dovuto esservi un errore, forse il Pollo non sarebbe stato bene isolato. Campana ('885), riferendo all'Accademia medica di Genova sul M. e, dice che mancano le prove sicure per ammettere la contagiosità. Con più precisi metodi di colorazione è venuto alle seguenti conclusioni: « Gli strati dell'epidermide che concorrono a formare la neoplasia, di aspetto adenoide, sono lo strato mu- coso e lo strato granuloso. Lo strato granuloso dà luogo ai Globi del Mollusco conta gio so dai nuclei delle proprie cellule. Lo strato mucoso può dar luogo anche ai Globuli del Mollusco, ma dopoché il proprio protoplasma abbia presentato elementi gra- nulosi di eleidina. La eleidina, dopo formatisi i Globi del Mol- lusco, resta libera a costituire delle gocciole splendenti raccolte negli spazi tra un Corpuscolo del Mollusco e l'altro. Questa eleidina può dar luogo a delle sferule grosse, ma scarse, quanto quelle proprie del Mollusco. I Globi del Mollusco più super- ficiali hanno tutti i caratteri morfologici ed hanno la stessa elet- tività per molte delle sostanze coloranti dello strato corneo ». Grììnewald ('885) descrive sotto il nome di Acne vario- li forme universale una malattia, che non ha certo i caratteri del M. e. di Bateman. Si sarebbe trattato di un Uomo dell'età di 66 anni, molto anemico, che mostrava una efflorescenza cutanea, coprente gran parte della superficie cutanea. Risultava di bottoni duri, di gran- dezza varia, color vermiglio chiaro, ricoperti da una sottile crosta; alle volte vi era prurito. Si videro inoltre su questi bottoni ap- parire delle gocciole di sierosità torbida. Un certo numero di efflorescenze, in via di regressione, avevano consistenza minore, erano più pallide, senza deposito crostaceo all'apice e senza con- tenuto sieroso. Al tronco le efflorescenze confluivano in maniera — 181 — che non rimaneva pelle normale; negli arti superiori i bottoni erano meno numerosi, non cosi negli arti inferiori ed ai fianchi. Debole albuminuria e cilindruria di cilindri j alini. L'infermo soc- combette un anno dopo l'inizio dell'infermità in parola eoa una forma di cachessia, avendo indarno sperimentato preparati mer- curiali ed arsenicali. L'esame microscopico delle nodosità cutanee fece riconoscere una proliferazione del corpo papillare e delle cellule epidermiche: le areole erano riempite dai corpi papillari, in alcuni luoghi so- stituiti da elementi di transizione in via di trasformazione epi- teliale. Le parti site vicino ai follicoli piliferi erano integre, e si aveva in alcuni punti una grande infiltrazione di piccole cel- lule rotonde. Majocchi ('885) ritiene che il M. e. è una atipica neofor- mazione epiteliale , che non ha sede nelle glandole sebacee, né nei follicoli piliferi, ma bensi nell'epidermide, che i Globi ja- lini molluscosi non sono elementi estranei parassitari, ma una trasformazione particolare delle cellule epidermiche, la quale si ordisce nel protoplasma cellulare , mentre la membrana ed il nucleo non prendono parte alcuna a questa formazione endogena passiva. L' A. con delicati metodi di indagine ha visto che la trasformazione j alina delle cellule incomincia dallo strato intra- papillare degli zaffi malpighiani. Le cellule poi si riproducono quasi sempre per cariocinesi: sono frequentissime le forme a go- mitolo ed a ghirlanda del nucleo; frequenti ancora le figure a piastrina equatoriale e quelle a semplice o a doppio astro; più rare invece le figure del doppio nucleo a forma gomitolare e con incipiente scissione del corpo cellulare. Allen ('886) ammette il contagio. Egli nel febbraio 1883 si fece da Bekley inoculare al braccio sinistro in due punti un poco di sostanza di M. e. e della materia sebacea, che la pres- sione faceva uscire dall'orifizio centrale di queste lesioni. Il ma- teriale era fornito da una giovine di 25 anni, che presentava pa- recchi tumoretti di tal natura al collo. L'effetto della inocula- zione fu lo sviluppo di una piccola papula, che ingrandi, prese una tinta rosea, sembrò volersi sviluppare per qualche tempo e poi disparve. Egli interpretò la cosa come una inoculazione po- sitiva abortiva. L'A. nel 1886 notò in un asilo di New- York una piccola epidemia di M. e, prodotta da una fanciulla, certa PoLLY H., che era entrata nell'istituto portando sul suo viso pa- recchi di questi bottoni, che furono presi per verrucche. Potette constatare in alcuni suoi ammalati tubercoli sul bordo rosso 13 — 182 — dolio labbia, o trova elio ({uesto r mi aryijinonio dei più toi'ti contro la teoria che vuol faro di (questa affeziono una lesiono delle glandolo sebacee, non potendosi quindi pretendere che essa prenda sonipro origine dai follicoli piliferi. Campana ('886j espone più diffusamente in una memoria i concetti e* le osservazioni sul M. «., che era venuto comunicando ('885) all'Accademia medica di Genova. MiTTEND0RF('886)ha studiato a Boston due epidemie di M. e. Du Bois Havenith ('887) riferisce di un' inferma che presen- tava al capezzolo della mammella un piccolo tumore della gran- dezza di un pisello, evidentemente M. e; ella era stata con- tagiata dal suo pargolo, il quale aveva il viso coperto di simili piccoli tumori. La neoplasia materna, ulcerandosi, aveva generato un'ulcera della grandezza di una moneta di due lire. Data la topo- grafia delle lesioni nella madre e nel figlio, attinge argomento per stabilire la contagiosità della malattia. Neisseb ('888; '891) crede che il M. e. sia una neoforma- zione epiteliale dello strato reticolare di Malpighi, nella quale si riscontrano masse cornee ritenute ed intasate fra le cellule a parassiti o « Corpuscoli del Mollusco > e dei corpuscoli stessi. Pensa che non vi sia nessuna analogia con una neofor- mazione delle glandolo sebacee, né dei follicoli piliferi, non avendo potuto riscontrare altro che cellule epiteliali tipiche e mai un pelo nei numerosi tagli seriali. La malattia sarebbe originata da un parassita della classe degli Sporozoi, della tribù dei Coccidi. TI Corpuscolo dol Mollusco è una cellula epiteliale cheratiniz- zata nella sua totalità, provvista di nucleo, o almeno di un resto di nucleo, e di parassiti o spore site al posto del protoplasma. Queste spore possono subire anche una fase ulteriore di sviluppo intracellulare, divenendo corpicciuoli piccoli, chiari, appuntiti ai due estremi e con nucleo ben manifesto. Le spore parassitarie intra-cellulari sono corpi nettamente delineati, regolari, ovali e che si trovano nell'interno delle cellule epiteliali a lato del nu- cleo; al contrario le masse di eleidina e le gocciole cornee si os- servano negli strati superiori. Quando il parassita del M. e. ha sode nella massa granulosa intercellulare, la membrana è costi- tuita da protoplasma condensato ; sarebbero, in questo stadio, i Coccidi dotati di movimenti ameboidi e le spore alla loro volta sarebbero rappresentate da granuli refrangenti, risultanti dalla condensazione della massa granulosa. Haab ('888), avendo inoculato per frizione al suo avambraccio il contenuto di un turaoretto di M. e, vide comparire nel punto — 183 — di innesto la caratteristica lesione dopo sei mesu L'esame isto- logico del neoplasma dimostrò perfettamente la medesima strut- tura del nodulo, che era servito alla inoculazione. ViDAL & Leloir ('889) pongono la sede della lesione nelle glandole sebacee e l'attribuiscono all'invasione nella cellula glan- dolare di parassiti (Gregarine\ che prendono una parte delle cellule del lobulo, fin dalle regioni più profonde. Potrebbe aversi il medesimo processo anche per trasformazione cornea atipica di una parte delle cellule del lobulo anzidetto. Queste due alte- razioni crescerebbero parallelamente nelle formazioni dei punti di aspetto verrucoso del tumore di Acne varioliforme. QuiNQUAUD ('889) considera il M. e. come una affezione pa- rassitaria dovuta a Sporozoi, che sarebbero intovati nel centro dei lobuli glandolari, sotto 1' aspetto di quelle formazioni dette « Corpuscoli del Mollusco », corpicciuoli che resistono all'a- zione della potassa caustica , dell' acido solforico, ecc. e che si colorano con l'eosina, dopo trattati con soluzione di potassa; hanao un doppio contorno, protoplasma granuloso, e nucleo speciale. TòRÒK & ToMMASOLi ('889) hanno fatto numerosi tentativi di inoculazione dei frammenti di M. e. sia in fanciulli, che in Conigli ed in Polli; come anche hanno sperato di potere ottenere culture pm"e di presunti parassiti. I frammenti inoculati hanno subito, come prima trasformazione, la si)arizione progressiva dei loro Corpuscoli. Gli aa. hanno sottoposto i medesimi frammenti di M. e. a temperature diverse ed a diversi reagenti e sono venuti nella persuasione, che devono essere avvicinati a sostanza colloide ed allontanati d^i corpi viventi, in ispecie dai Psorospermi del Coniglio, il cui contenuto è distrutto da questi agenti, non re- sistendo che la sola membrana d' inviluppo. La circostanza poi che i parassiti più giovani negli strati più bassi sono granulosi, mentre si presentano sempre più omo- genei i più vecchi, è un fatto, che sta contro la teoria paras- sitaria, imperocché quest'ultima ipotesi domanda invece l'opposto, domanda che i più vecchi individui sieno quelli che presentino una alterazione, che deve riferirsi ad una per lo meno intenzio- nale moltiplicazione. Stelwagon ('889) ha potuto esaminare parecchi casi dì' M. e, specialmente in stabilimenti di fanciulli, e crede il morbo frequente anche nelle famiglie. Ne ha tentato l'inoculazione con esito nega- tivo. La malattia pare si sviluppi ugualmente sulle parti coperte e sulle parti esposte, ed è frequente nei fanciulli. Sebbene ne abbia — 184 - osservato piccole opidomio in fiiiiiiglic od in istituti, ritiene che il contagio sia estremamente debole. Kaposi ('889Ì esaminando il M. e. schiacciato, sotto al mi- croscopio, lo trova risultare di cellule epidermiche apjjiattite, di goccioline di grasso, di cristalli di grasso, e di corpi grassi ovali, straordinariamente rilucenti, i quali sembrano opachi, hanno al margine un nucleo e sono in parte liberi, in parte forniti di un involucro ed in parte non ne hanno che una lacinia, acquistando l'aspetto di una ghianda nascosta nel guscio. Questi sono i ca- ratteristici Corpuscoli del Mollusco. Trova la malattia inte- ressantissima nella sua forma clinica, potendosi scambiare con un'altra malattia, col Vainolo dei Polli e crede difficile libe- rarne l'infermo. Continua a ritenere sede della lesione le glan- dola sebacee. Maurau '^'889) ripone la sede del M. e. nei bottoni epider- mici interpapillari; ha osservati tre casi dell'aifezione in esame, nei quali era evidente la contagiosità, sebbene i tentativi di ino- culazione sieno riusciti nega^-ivi, e crede più opportuno ritenerla, come un tempo, un Acne. HuTCHiNsoN ('894-95) riferisce un caso di M. e. osservato in un Cane e nel padrone; rileva come sia ancora poco studiata la patologia comparata e come le ricerche batteriologiche isti- tuite con Ballance sieno riuscite negative. Darier ('889 lo'889, 2°; '889 3"), visto che i tumoretti di M. e. non contengono altri parassiti e sono pertanto contagiosi ed ino- culabili, crede sieno necessariamente dovuti ad infezione di Spo- rozoi. Non ha potuto mai osservare, come è riuscito a Neisskr ('888), elementi parassitari negli spazi intercellulari. Il Corpu- scolo del Mollusco uon è una degenerazione delle cellule epi- teliali, ma un parassita della classe degli Sporozoi, e verosimilmente dei Coccidi. Esso, arrivato al suo apice di sviluppo, è formato da una massa protoplasmatica, refrangente, senza membrana invol- gente, in apparenza unica, ma risultante invece da granuli bril- lanti, ammassati gli uni contro gli altri. In questo stadio il Corpuscolo del Mollusco presenta somiglianze con i Coccidi del fegato del Coniglio o con quelli della J^sorospermosi follicolare vegetante. La natura chimica loro non è la cheratina, né la cellulosa, ma una sostanza non ancora determinata. Non è riuscito ad ot- tenere stadi più avanzati di evoluzione del parassita, quindi né pseudonavicelle, né corpuscoli falciformi. Questo Corpuscolo può subire una fase particolare, forse degenerativa, la trasfor- — 185 — inazione cioè iii Corpu.scoli caratteristici choratoidi, il elio si verifica pure nel Coccidio del Coniglio. Le ricerche di Darier trovano in Malassez ('889) uno strenuo difensore. Kaposi ('891), nella 3"' edizione del Trattato di Dermatologia, crede che l'idea del contagio di queste verruche, sostenuta da molti, è provocata e trattenuta nello spirito degli aa. da ciò, che hanno visto tanto spesso, cioè ohe questi piccoli tumori appariscono simultaneamente in più soggetti, particolarmente, fanciulli, che avevano rapporti frequenti ed intimi. Le Verruche del Mol- lusco non sono altra cosa che delle glandole sebacee distese, riempite di un contenuto epiteliale, che ha proliferato ed ha su- bito una trasformazione particolare, benché molti aa. le fanno derivare dalla proliferazione e dalla crescenza, sotto forma lobata, di cellule interpapillari del reticolo. Al taglio mostrano, come tutte le glandole sebacee, una membrana limitante, che invia dei setti nella cavità ed un contenuto stratificato; il protoplasma di queste cellule, subendo, a partire da vicino al nucleo, una dege- nerazione speciale jalina, si trasforma in Corpuscolo del Mol- lusco. I Corpuscoli del Mollusco non rassomigliano a Gre- garine, e si trovano in tutte le neoformazioni, dove le cellule epiteliali soggiornano lungo tempo, negli epiteliomi, nei vecchi comedoni, ecc. Prende punto di partenza nel reticolo del con- dotto escretore del follicolo; e per questi coni epiteliali di nuova formazione il tubo glandolare e gli acini sono dilatati in am- polla, e si possono sviluppare anche dalla proliferazione inter- papillare, con un risultato analogo, nelle vicinanze delle glandole. Non potendosi provare sperimentalmente la contagiosità dei Cor- puscoli del Mollusco, dichiara non giustificata la denomina- zione di M. e, che vorrebbe sostituito nel nome di M.verrucosum^ dando ai primitivi di Bateman quello di M. atheromatosum. Ri- guarda la striatura caratteristica reticolata dei Corpuscoli de Mollusco, in seguito all'aggiunta di acqua o di acidi, come uno sfibramento. Stanziale ('890) non riscontra rapporto fra le glandole se- bacee e la sede della lesione iniziale del M. e, infatti non sono modificate né le cellule delle glandole sebacee , né quelle delle glandole sudoripare. La neoformazione si sviluppa negli spazi interpapillari, che si slargano in tutti i sensi ed il tumore pre- senta dei prolungamenti, che gli danno l'aspetto lobulato e che hanno fatto credere alla sua origine glandolare. L' epitelio dei follicoli piliferi non partecipa al processo morboso, mentre le cel- lule epidermiche del reticolo malpighiano, proliferando e trasfor- — 186 — mandosi , danno origino ai Corpuscoli dui Mollusco, elio non sono parassiti, ma cellule cornee, per le loro reazioni mi- cro-chimiche. L' A. ha tentato molte inoculazioni , con insuc- cesso: un solo ammalato, dopo due mesi uscito dall'ospedale, vide svilupparsi una piccola lesione cutanea, che un medico diagno- sticò per M. e. Le culture di pezzi, in terreni artificiali, sono state del tutto negative. Besnier & DoYON ('891), nelle note al trattato di Derma- tologia di Kaposi, riferiscono che non si dovrebbe la malattia, studiata da Bateman, chiamare Mollusco, essendo un' affezione che non merita a nessun titolo questa denominazione; ma essendo un termine avente la priorità, è bene conservarlo, per non ge- nerare confusione. Credono che il semplice fatto che cicatrizzano facilmente, dopo la rimozione, aggiunto alla superficialità ed al- l'esteriorità delle perle del M. e, basta a rendere poco ammis- sibile la sede follicolare della lesione e ad eliminare clinicamente l'affezione dagli Acni. Trovano che gli esempi di trasmissione dall'ammalato all'individuo sano, da Bateman fino all'epoca pre- sente, sono talmente numerosi, che sarebbe invero strano di ne- gare il contagio di tali piccoli neoplasmi. G-RAHAM ('892) prende occasione da una epidemia di M. e, sviluppatasi in una sola camerata di un orfanotrofio, per compiere delle ricerche istologiche e batteriologiche. Crede che la lesione in parola si origini dallo strato mucoso di Malpighi: i Corpu- scoli non potrebbero essere i produttori del contagio, se non quando contengano microorganismi. Cercò di isolare e coltivare un micrococco, probabilmente il micrococcus epidemicus albus (de- scritto anche da Welsch), che però inoculato, sia nell'Uomo che nei Conigli, ha dato risultato negativo. Lewin [in Simon & Lewin (— — )] trovò, in alcuni prepa- rati, che le cellule della rete malpighiana avevano subito una degenerazione jalina e che lo strato granuloso, trattato con l'a- cido acetico glaciale e con l'acido solforico, non mostrava la rea- zione della colestearina. Caespar [in Simon & Lewin ( )] crede che i Corpu- scoli del Mollusco provengano da trasformazione di tutte le cellule epiteliali dell'epidermide. Liveinq ('878) ammette il con- tagio. Hebert [in Simon & Lewin ( )] ha avuto agio di os- servare un fanciullo colpito da M. e, che aveva contratto la malattia da un amico, che era degente infermo nella stanza vi- cina e col quale aveva spesso rapporti. 1 copiosi tumoretti, che il paziente aveva sulle palpebre, producevano una grande molestia. — 187 — Simon & Lewin ( ) hanno visto che i Corpuscoli del Mollusco trattati con lo jodo acquistano un colorito bruno e con la potassa caustica diventano pallidi; essi non danno la reazione caratteristica della sostanza amiloide (reazione all'jodo ed acido solforico: reazione al metilvioletto). Con la pressione esercitata sui noduli, i Corpuscoli si possono staccare dalle cel- lule epidermiche, e si acquista la convinzione che il Corpuscolo sta nell'epidermide, come l'uovo sta nel guscio. Tutti i lobuli convergono verso la parte media, dove si trova una cavità piena dei Corpuscoli del Mollusco, la quale ca- vità sbocca nell'ombelico visibile all'esterno; i singoli lobuli del tumore, mostrano cellule cilindriche disposte alla periferia in forma raggiata, le quali sono esattamente simili allo strato a pa- lizzata della infima parte della rete; seguono poi, come nella rete , altri epiteli con protoplasma alquanto granuloso. Negli strati che seguono si vede il nucleo cellulare respinto piuttosto verso la periferia della cellula; una parte diventa molto lucida. Più verso il centro del tumore la parte protoplasmatica molto lucida au- menta sempre più di volume, fino ad occupare quasi tutta la cel- lula. Neil' interno della cavità trovansi allora molti Corpuscoli di Mollusco liberi, che presentano gli stessi caratteri di quelli espulsi per compressione. Sono riusciti infruttuosi i tentativi di inoculazione, sia sull' orecchio di Conigli, che nell' interno dei follicoli. Non hanno potuto mai trovare un rapporto, ne con le glandole sebacee, né con i follicoli piliferi, né hanno visto mai uscire un pelo dalla verruca, come affermarono Henderson ('841) e ViBCHOw ('865), e credono che la proliferazione epiteliale prenda punto di partenza dalla rete di Malpighi, alla quale essa com- pletamente somiglia anche nei suoi strati profondi, e che niente abbia a che fare con le glandole sebacee. Ritengono che i Corpu- scoli del Mollusco non possono confondersi per la loro mor- fologia con formazioni analoghe di antichi epiteli (epiteliomi, an- tichi comedoni, ecc.). Israel ('891) conferma l'opinione di Virchow ('865), non trattarsi cioè di altro che di una degenerazione delle cellule epiteliali. Pick ('892 2°) inocula, con esito positivo, mediante scarifica- zione, pezzi di M. e. in due fanciulli affetti da Prurigo. L'incu- bazione è stata di 4 mesi ed ha dato luogo alle tipiche mani- festazioni della malattia in esame, come è stato pure confermato dalle indagini istologiche. Kaposi ('892) ha osservato un Uomo aftetto da Acne vario- liformis del cuoio capelluto e della fronte. L'A., a proposito della — 188 — trasformazione! dell' Acne soboi io i co di Hebiia in Lnpiis crl- thematosiis^ osserva che la lesione follicolare, che clinicamente si traduce come seborrea, (nella quale l'epidermide è in via di de- generazione grassa e si sfoglia in massa), può differentemente de- generare e provocare ora un processo clinico ora un altro ^). Payne ('892) ha studiato una eruzione cutanea localizzata agli avambracci ed alle mani, risultante di papule sporgenti, co- niche, dure, con ipertrofia dell'epidermide sottostante, che non destava sensazione subiettiva di prurito. La malattia datava da un anno e mezzo e l'esame istologico fece vedere trattarsi, negli strati profondi dell'epidermide, di un gran numero di Corpuscoli analoghi a quelli del M. e. Dubita che sieno Psorospermi , crede piuttosto sieno cellule modificate sotto 1' influenza di parassiti. È una eruzione che non si può riportare a nessun tipo conosciuto. BiTscH ('892), non avendo avuto l'opportunità di poter leg- gere i lavori di Tòròk & Tommasoij ('889), è di opinione che sia da scartarsi l'origine glandolare sebacea del M. e. Si avrebbe a che fare piuttosto con piccoli tumori aventi sede nell' epider- mide, ed a cui forma capsula il tessuto connettivo ispessito. Non tutte le cellule del reticolo malpighiano si metamorfosano in Corpuscoli del Mollusco, una parte subisce la cheratinizza- zione normale. Non vi sarebbero Psorospermi, come produttori di questa malattia, la cui etiologia resta del tutto sconosciuta. Nobel ('893) si inocula al braccio e con esito positivo pezzi di noduli di M. e. L' incubazione è stata di quattro settimane, ma le lesioni caratteristiche sono sopraggiunte dopo nove setti- mane. La tecnica è stata di inoculare intraparietalmente la ma- teria proveniente da noduli di M. e. del pene, tolti previo ra- schiamento degli strati superiori della cute. Kromayer ('893) per vedere se le alterazioni caratteristiche del M. e. sieno indotte da Psorospermi, ha fissato i pezzi in alcool e li ha colorati con un processo da lui precedentemente descritto, che ha per iscopo di tingere le fibre del protoplasma. Il suo me- todo si distingue da quello di "Weig-ert, sia per essere bisognevole di avere sezioni sottilissime di ^2 t^-i sia P^r il lavaggio ripetuto all'anilina-xilolo, e servendosi come colorazione di contrasto del carminio alluminato. Lo sviluppo dei Corpuscoli del Mol- lusco avviene assolutamente nel protoplasma delle cellule dello strato spinoso. Le fibre epiteliali si trasformano a poco a poco ') Evidentemente si parla di una forimi clinica diversa dall' Acne vario- liformis di Bazin. — 189 — in una massa granulosa, che guadagna lentamente in estensione per finire di riempire tutta la cellula ad eccezione della zona marginale, che resta libera nello sviluppo. I nuclei aumentano di volume, non prendono il colore, ad eccezione del loro corpuscolo, e finiscono per originare, in un col protoplasma cellulare, una massa difforme, nella quale però si riesce ancora a riconoscerli: per ulteriori trasformazioni si hanno i Corpuscoli del Mol- lusco. Nega quindi che la massa granulosa che si trova negli strati più profondi dell'epidermide possa essere il principio della formazione dei parassiti. E di accordo con Benda ('895) nel ritenere che il Corpuscolo del nucleo sia conservato in gran parte, pur subendo certe modificazioni ; il resto si perde sicuramente nel protoplasma degenerato. Le speciali alterazioni, che sono giu- dicate da alcuni come Sporozoi, sono quindi da riferirsi ad una degenerazione delle cellule epiteliali. Campana ('893) ritorna sull'argomento con una lunga discus- sione critica dei lavori precedenti e con nuove osservazioni sulla possibilità che il M. e. dipenda da Gregarinosi. Crede che il Cor- puscolo del Mollusco proviene da una parte, che ordinaria- mente è il protoplasma e che secondo alcuni sarebbe una dege- nerazione, secondo altri e lui stesso, un parassita. L'A. dice che se si vuol fare risaltare in una figura schematica tutte le particola- rità , si trova sempre: Dentro, nel mezzo, i Corpuscoli del M. e. molto avvicinati fra di loro e fra questi Corpuscoli qua e là granuli disgregati di eleidina, attorno cellule epidermiche prov- viste di appendici ciliate con un nucleo molto grosso. Oltre di questo si « ha quasi un distacco fra tratti ove sono queste cellule con nucleo grosso, cellule con granulazioni grosse di eleidina, ed il tratto ove sono questi corpicciuoli evidenti, definiti, non più semplici modificazioni di cellule vicine, ma invasione di altri corpicciuoli (parassiti) di altra degenerazione delle cellule ». Qua e là in mezzo a qudsti elementi epidermici cosi alterati, come quelli con elementi granulosi, come quelli con nucleo ingrossato, si vedono pochi accenni di cellule con corpuscolo sferoidale, che è segmentato in alcune ed ha uguale morfologia del Corpi c- ciuolo sferoidale del M. e. Si hanno quindi tre fatti degni di nota: grossi nuclei, grossi granuli di eleidina vicini al nucleo, e questi Corpuscoli, i quali al microscopio hanno dato i risul- tati accennati. In seguito ai lavori di Kromayeu ('893), ha istituito osser- vazioni su pezzi freschi di fegato di Coniglio, affetti da Gregari- nosi e su pezzi freschi di M. e. ed ha potuto in entrambi i casi - 190 — osservare i Corpuscoli gregarinari evidenti, alcuni con cap- sule a doppio contorno, altri senza, altri uniti. Se invece .si prende un preparato di Gregarinosi indurito, non si vede altro che la capsula e pochi granuli all'interno, ed in qualche caso si vede un semplice accenno di sfericità di corpicciuoli nell'interno, si vede per lo più una massa omogenea trasparente. Nel M. e. fresco si vedono sferule uguali con capsule, e le stesse sferule con contenuto a margherita. Conchiude dicendo che: « se 1' alterazione descritta nel M. e. sia proprio una Gregarinosi, è quistione nella quale io non entro : io vengo a dire questo che oggi, nello stato presente delle nostre cognizioni su questo argomento, non basta fare una sezione microscopica e dire: nella periferia vedcf cellule con tratto che pare un corpicciuolo fisaloide, completo; perchè nell'epidermide del Mollusco contagioso esistono tutte queste al- terazioni alle quali abbiamo accennato, che non hanno che fare le une con le altre, e che, se queste masse del Mollusco le os- serviamo a fresco esse hanno gli stessi caratteri delle masse di Gregarinosi », De Angelis Mangano ('893), per vedere se il M. e. sia prodotto da Coccidi o pur no, ha fatto numerosi preparati di questi tu- moretti e contemporaneamente, come termine di paragone, con gli stessi identici metodi, sezioni di fegato di Coniglio affetti da Coc- cidiosi. Mentre in questi ultimi gli riuscì facile di dimostrare nei più differenti stadi di sviluppo la presenza costante del nucleo, non è riuscito invece a trovarlo nei pretesi Coccidi del M. e. sia allo stato adulto, sia allo stato di spora. Avendo osservato pre- parati di tumoretti dell'affezione in parola, eseguiti da Ferkoni & Massari ('893). è venuto nella convinzione che. quelle forme, che sono state descritte da Neisser ('889; '891), come Coccidi gio- vanissimi nucleati, entrano nella categoria dei Citoryctes vacci- nae e Citoryctes variolae di Guarnieri ('893), che secondo le ri- cerche di Ferroni & Massari ('893) e di FoÀ ('893) non debbono essere interpretate come microrganismi, ma come espressioni di alterazioni patologiche del tessuto epiteliale. Oltre l'assenza del nucleo, l'ulteriore destino di quei corpi descritti come spore, viene a confermare che non .si tratta di Coccidi. Ciò che Neissek ('891) ritiene ammassi di spore, egli crede sia l'espressione della strut- tura alveolare (reticolare) del protoplasma cellulare. Pur contento che Kromayer ('893) sia venuto per altra via ai suoi risultati, ossei-vando i disegni annessi alla monografia dello stesso, dubita che il metodo speciale di colorazione alteri talmente le cellule — 191 — epiteliali da non poter ritenere come sicure le conclusioni, alle quali egli è venuto. Jaia ('893 j lia tentato senza successo le inoculazioni di M. e, pur ritenendo la malattia di origine infettiva parassitaria, pro- babilmente dovuta a Psorospermi. Ha notato che i tumoretti si atrofizzano e guariscono con iniezioni di poche gocce di solu- zione di sublimato corrosivo fatte alla base, il che sarebbe una prova di più per l'appoggio della natura parassitaria dell' affe- zione. MiNGAzziNi ('894) in armonia con Bollinger ('873; '878i o Pfelffer ('889; '891) trova che il M. e. dell'Uomo ed il Vainolo dei Polli (Oefìiigelpocken) sono due malattie, che hanno un aspetto ed un decorso identico, il cui parassita non sarebbe uno Spo- rozoo , ma bensì un fungo. Lo sviluppo è in relazione con l'e- voluzione delle cellule epidermoidali, giovine nelle cellule gio- vani, adulto nelle avanzate, maturo quando è sotto forma di ciò che chiamasi Corpuscolo del Mollusco. Questo fungo quando è giovine può gemmare e queste gemmule infettano l' organismo: lo stadio invece corrispondente al fungo maturo non può infet- tare l'epitelio, dovendo subire una fase di vita fuori l'organismo che lo ha prodotto (Uomo o Pollo) e questa fase di vita la pas- serebbe nell'intestino di un insetto {Blatta^ Blaps, ecc.), nelle cui cellule epiteliali si insinua, sporifica e le spore portate nel ter- reno con gli sterchi degli Insetti, sono capaci di produrre la ma- lattia anzidetta nell'Uomo e . nei Polli. La malattia dell'Uomo e dei Polli, sebbene appartenente al medesimo genere di parassiti, pure è di specie differente , giacché il ciclo vitale del fungo è più breve ed in più breve tempo arriva alla maturazione. Il pa- rassita nei Polli può mantenersi vitale anche in acqua distillata bollita per più giorni, producendo gemmule ed inoculato ri- produce la malattia. Infine l'A. dice, che la dimostrazione spe- rimentale della natura parassitaria del M. e. nei Polli è stata di- mostrata con le seguenti prove : « 1. Guarigione del Mollusco dopo l'allontanamento dal luogo dell'infezione. 2. Infezione col ritorno al luogo dove si era sviluppato il contagio. 3. Inoculazione del parassita e riproduzione della malattia ». TouTON ('892j ritiene che il M. e. sia malattia infettiva pro- dotta da Sporozoi intracellulari, che si rendono evidentissimi, macerando i pezzi in soluzioni di diverso titolo di cloruro di sodio. Ha tentato, ma infruttuosamente, la cultura in vari mezzi. KuzNiTZKY ('895) critica il lavoro di Touton ('892) attri- buendogli il torto di aver lavorato con materiale non suificien- — 192 — tomonto skiiilizzato o i|uiiitli non adatto a dare risultati positivi. L' A. essendosi servito per le sue ricercho di materiale fissato in alcool ed avendo rivestito i pezzi con la celloidina, ha ten- tato lo colorazioni all'ematossilina ed al bleu di metilene policrcj- mo di Unna. Non crede che si possa parlare di Coccidi, bensì è di opinione che i Corpuscoli del Mollusco sono in rapporto genetico con le cellule normali dolio strato spinoso. TouTON ('895), ritornando sull'argomento, crede infondata la critica fatta da Kuznitzky ('895) alle sue ricerche e persiste nel- l'opinione, essere il M. e. generato da infezione di Sporozoi, e dice che i migliori terreni di cultura per i Protozoi in generale, an- ziché essere l'agar-glicerinato e la gelatina, sono la terra e la sabbia umida, i liquidi in fermentazione ed anche le culture di certi batteri. Retzius ('895 j, in un secondo lavoro, conferma i risultati ot- tenuti nel 1870, trova che il M. e. è una malattia della pelle di- rettamente contagiosa, che merita il vecchio nome datogli da Bateman ('817j, laddove i nomi di Mollusco sebaceo, Epi- telioma mollusco, Acne varioliforme. Acne mollu- scoide, ecc. sono dovuti ad ipotesi sbagliate e ad idee non giu- ste. Egli potette ('870) provare il contagio nella sua persona: il periodo di incubazione, per rendersi evidente ad occhio nudo, dura dei mesi, la sede dell'infezione non è come si credeva, le glau- dole sebacee o i follicoli piliferi, bensì il reticolo di Malpi&hi della pelle e la malattia non ha nulla a che fare con la scrofola. Gli agenti produttori sono specialissimi Corpuscoli, i Corpuscoli del Mollusco, i quali sono del tutto formazioni indipendenti, che non hanno nulla a che fare con gli altri elementi della cute, non essendo nò di origine epiteliale, uè essendo sorti endogena- mente nelle cellule della superficie della pelle. Benda ('894-95) dubita che vi possa essere relazione fra M.c. e Carcinoma, ma bensì vede una rassomiglianza con il Vainolo dei Polli (Oeflugelpocken). La proliferazione epiteliale osservata da VmcHOw ('865) non sarebbe che un aumento numerico delle cellule, dato dalla irritazione, giacché né lo strato cilindrico dell'epider- mide, né quello vicino mostrano anomalie. La prima causa del- l'affezione bisogna ricercarla in alcuni corpiccioli refrangenti, molto ben distinti, che si trovano nell'interno dei Corpuscoli del Mollusco, giacché il Corpuscolo del Mollusco, in una fase anteriore a quella, nella quale presentasi omogeneo, é at- traversato da una serie di setti [fase di Spore di Neisseii f'888; '891)]. Negli strati profondi dell'epidermide, vicino al 3° o — 193 — 4° strato cellulare, a partire dallo strato cilindrico, si vedono delle formazioni molto piccolo nere e refrangenti, i Corpicciuoli di TouTON ('892; '895). Questi al principio, molto numerosi e piccoli, spingono il resto del protoplasma su di un limitato si- stema di raggi: cosi non è il corpo intero che si dissolve: resta piuttosto in mezzo una massa di protoplasma, da cui si vedono spandere dei raggi sottili rassomiglianti a spore; il resto sparisce perchè i vaiuoli aumentano. I Corpicciuoli di Touton, non essendo spore, si eliminano alla superficie, senza che ne restino negli strati profondi. Perfezionando e modificando i metodi di co- lorazione, l'A. è riuscito a vedere questi elementi in piccolo e grande numero, in divisione, e li ha visto prender parte alla formazione dei Corpuscoli del Mollusco, perdendo prima i loro contorni, e lasciando poi apparire dei fili molto sottili, che entrano nel protoplasma. In tal modo i Corpuscoli di Touton presentano dei contorni poco distinti, come Touton ('892 ; '895) li ha descritti. Questi Corpicciuoli, per qualche particolarità istologica , fanno pensare al nucleo accessorio , però per altre reazioni microchimiche non rispondono a questo ; come pure sono più piccoli delle cellule migratorie , né è possibile che sieno nuclei in divisione, perchè si vedono i frammenti di questi corpicciuoli sempre in qualche strato al di là dello strato, dove que- sta divisione si fa ordinariamente. Potrebbero per altre reazioni essere ritenuti granuli dello strato granuloso, perchè si vedono impiegando metodi per i quali non dovrebbero rendersi appa- riscenti i Corpuscoli di Touton. Non sono prodotti colloidi o jalini, piuttosto parassiti e per la loro forma ineguale schizo- miceti, quistione però ancora insolubile. Stelwagon ('894j, in una rivista generale sul M. e. di Bate- MAN, si dichiara fautore del contagio, sia per esempi clinici, sia per inoculazioni accidentali e sperimentali. La lunga durata del pe- riodo di incubazione fa perdere le tracce; e la natura del paras- sita resta fin ora oscura. Clarke ','895), in un tumoretto di M. e. estirpato con tutte le regole asettiche, ha notato una grande quantità di microor- ganismi, fra cui molti corpi, vivacemente mobili, di forma rotonda e provvisti di un flagello semplice, robusto e sempre in movimento. Molti di essi avevano una sottile capsula esterna ripiena di bat- teri, altri nel centro una zona di fluidificazione, in cui si nota- vano numerose particelle fortemente rifrangenti la luce ed oscil- lanti. Sarebbero forme di passaggio fra la forma or^linaria e le forme flagellate. Ha fatto preparati di controllo con pezzetti di — 194 — focato di Coiìif^lio atlVitti da Coccid'mm nm forme od ha visto che i parassiti hanno mollo zoospore o si scompongono in segmenti, clie presentano alla, lor volta una scissione secondaria falciforme. NoBL ('895' inocula con esito positivo allo due braccia di un in- fermo, mercè scarificazione e strotiuazione, il contenuto di un nodulo di M. e. dell' asta di un altro infermo: dopo sette setti- mane si ebbero efflorescenze, che all'esame istologico mostrarono le caratteristiche note della malattia inoculata. Barthélemy f 893), data la frequenza dell'affezione nella regione perivulvare e pe- rianale, la crede da ascriversi fra le veneree. Tali tumoretti in queste sedi sono scambiati per semplici follicoli, per vegetazioni e per papule sifilitiche. HoppE ('900) riferisce di una piccola endemia di M. e. ve- rificatasi in una famiglia, nella quale l'infezione sembra essere partita dal nonno. Ne fu contagiata anche una bambina di 2 anni con predominante localizzazione sia alle palpebre, al volto, alle regioni temporali ed all'omero sinistro. L'eczema concomi- tante, che accompagna i noduli in parola, dovette essere cagio- nato indirettamente per la sensazione subiettiva di prurito, an- ziché per irritazione prodotta da secreto dei noduli. Kaposi ('896) osserva un fanciullo che presentava sulle guance delle escrescenze larghe quanto una mano ed alte due o tre centimetri, di colore bruno nerastro, e sul cuoio capelluto aveva masse simili. Pensò ad Acne bromico confluente e diffuso. Sul collo eranvi noduli piccoli. I noduli più piccoli li diagnosticò per milli, i più grandi per M- e. L'esame microscopico di un taglio trasversale di uno di questi tumori ha fatto notare la struttura del M. e. con i Corpuscoli caratteristici. L'esantema era quindi una forma di M. e. con seborrea intensa. A questa forma propone il nome di M. e. giganteum. L'A. riferisce successivamente alla Società Viennese di Der- matologia un caso di M. e. sviluppato in modo acuto ad un bambino di sei mesi e mezzo , malattia che a prima vista si confondeva con Acne bromico, e dice di aver altre volte visto comparire in modo acuto tale affezione in infermi assog- gettati a bagno continuo, sotto forma di efflorescenze, che del M. e. avevano tutta l'apparenza e che poi, in seguito a processo di suppurazione, si vuotavano del contenuto e si esfoliavano. DiLiBERTO ('896) ha tentato sei volte l'inoculazione di pol- tiglia di noduli di M. e, ma non ha avuto esito positivo, altro che una volta in un fanciullo, nel c[uale si svilupparono tre tu- — 195 - iiiorelti dulia malattia in parola all'angolo interno dell'occhio, a qualche cuntimotro di distanza dal punto di inoculazione. Ehrmann ('896i in unione con Beck, nel cui laboratorio ha eseguite le ricerche, ha trovato nei vacuoli e nelle spore di Neisser ('888; '89I) una sostanza che è evidentemente un prodotto di trasformazione del protoplasma cellulare; tale sostanza si co- lora in violetto. Crede che il pigmento comparisca e sparisca in modo del tutto simile a quello che avviene nel Condiloma largo. Barthélemy ('893), oltre che osservare frequentemente noduli di M. e. nelle regioni genito - anali , li ha constatato spesso anche alla verga, al seno, alle mani ed al cuoio capelluto, dove sono scambiati per .papillomi, però non ne ha rinvenuto mai ai piedi. I noduli in esame qualche volta suppurano e formano vaste piaghe. Barrat ('896) riscontra, nelle cellule epideliali del M. e, dei corpicciuoli capsulati omogenei di 10 a 20 [a. di diametro , che somigliano ai Coccidi del Coniglio, del Sorcio, ecc.; però con con- torni meno netti che in questi animali, rassomiglianti piuttosto ai Coccidi della malattia di Paget; dal che crede che. il M. e. sia una Psorospermosi dovuta a forme giovani di parassiti , il cui sviluppo non si è ancora compiuto. Casagrandi ('896) studia i corpi che si trovano inclusi nelle cellule dei noduli di M. e. dell'Uomo e degli Uccelli. Crede che debba ritenersi assolutamente errata l'opinione che ai Coccidi ri- porta il significato dei corpi suaccennati; piuttosto debbono ri- tenersi come forme degenerative. Per il M. e, non si può preci- sare la vera essenza del Corpuscolo di He>^derson e di Pa- TERSON, giacché debbono considerarsi incerte le osservazioni di MiNGAzzmi ('894), che lo identificò col Chitrydiopsis socius, pa- rassita dell'intestino della Blatta. In base alle sue ricerche risulta: « che le inclusioni cellulari epidermiche come quelle, che si trovano nei noduli di Mollusco contagioso, possono essere riprodotte nei Polli con la inoculazione di un essere vegetale. Questo essere fu da me (dirò poi da dove e come) isolato in un terreno culturale adatto allo sviluppo dei fermenti e di qui inoculato nelle creste e nei barbigli dei giovani Polli, dando luogo, nel punto di ino- culazione, a noduli, che se non possedevano macroscopicamente le note apparenze dei noduli di Mollusco, ne possedevano poi tutta la apparenza microscopica, come poterono constatare Grassi, MiNGAzziNi e Sanfelice, i quali gentilmente mi favorirono del loro autorevole parere. Quest'essere l'ho collocato fra i blastomi- ceti, cioè in quel gruppo di vegetali, sulla esistenza dei quali, — 190 — come o^ru])p() a se (proscinrleiulo dalla loro derivazione filogene- tica, nella qnale i Botanici discutono), i Patologi vanno met- tendosi di accordo... ». Per Elschnig ('897) il M. e. non ha un'azione specifica, seb- bene solo irritante sulla congiuntjva; difatti va notato la molta rarità dell' affezione in parola di fronte alla grande frequenza delle forme gravi e durevoli di congiuntivite follicolare (tracoma). Blocq ('897Ì si occupa della parte terapeutica dell'affezione; trova che il migliore trattamento è 1' asportazione con il cuc- chiaio tagliente; si cauterizza immediatamente la superficie con l'alcool canforato e con una soluzione di nitrato di argento al quindicesimo. Per Zeldovich ('898) il M. e. è una neoformazione epite- liale avente per punto di partenza sia lo strato di Malpighi, sia le salandole sebacee. I tentativi di cultura ed inoculazione dei parassiti sono restati senza successo , quindi non può dirsi con sicurezza sotto quale stimolo avvengano le modificazioni delle cellule epiteliali. Gaucher & Sehgent ('898) confermano le idee espresse da Renaut ('880) circa la natura e la sede della malattia. È pre- feribile adoperare il vocabolo Acne varioliforme, che esprime di più la lesione degenerativa della glandola sebacea e non un tumore parassitario, essendo, i parassiti descritti, delle forme di modificazioni protoplasmatiche. Con ciò non si nega la possibità di una origine parassitaria della lesione. CoLcoTT Fox ('898) trova che il M. e. nei Polli può essere malattia fatale e che è sempre preceduta da una affezione inde- terminata. Anche le lesioni (yaws) dei Polli delle Indie sembra sieno da attribuirsi in molti casi alla medesima causa produttrice il AL e. Payne ('898) rileva che la malattia in parola si sviluppa fra gli animali inferiori, mentre non si osserva con frequenza nel- l'Uomo; salvo in alcune simili circostanze. Shattock ('898) ha studiato un tumore sferico sorto sotto al becco di un Passero, che all' esame istologico era un M. e. Con le reazioni al Gram, la sostanza prendeva il colorito violetto, mostrando di non essere chimicamente identica all'eleidina dello strato granuloso. Dopo un mese anche la compagna del detto Passero mostrò analoga lesione. Dal che se ne arguisce che vi fu contagio. L'A. osserva spesso l'affezione nei Passeri, nei Polli, Gallinacei e Piccioni, trovando più frequenti le lesioni alla testa. - 197 - HuTCHiNs-iN ('898) ricorda, un unico caso di M. e. in un Cane (di mostra t,o dall'esani»^ microscopico) e nel suo padrone, il quale pare abbia contratto la malattia dal primo. Nota che non si trova menzione della patologia comparata di questa lesione. Ri- guardo alla natura dei Corpi del Mollusco, egli ha istituito ricerche insieme a Ballance , ma con risultato negativo. Unna [in AuDiiY ('899)] ripone la sede dell'alterazione nell' epitelio di rivestimento della cute. Sprecher ('899) descrive un caso poco comune di M. e. localizzato al piede, i cui noduli erano di gran- dezza insolita , e Frick ('899) riporta una osservazione di un esantema in un Uomo di trentotto anni, risultante di numerosi tumoretti sboccanti nel derma, senza connessione con 1' epider- mide o con i suoi annessi , e formati di cellule epiteliali fram- miste a cellule giganti. AuDRY ('899) crede prematuro di occuparsi diffusamente del supposto parassita del M. e. prima di risolvere la morfologia della lesione che è in causa. Egli dice: « Noi non dobbiamo sa- pere se vi sono dei parassiti; noi dobbiamo domandarci se si sono visti, se se ne vedono. Restando cosi sul solo terreno dell'istologia, si vede che noi dobbiamo domandarci: 1° Come è costituito il nodulo di Mollusco '?; 2.° Quale è la sua sede ?; 3.o E il risultato di una neoplasia o di una metaplasia o di una neoplasia dege- nerativa?; 4.0 Lo studio morfologico permette di riconoscere con certezza e con probabilità le forme parassitarie delle alterazioni che si possono constatare ? » . Messo cosi il quesito, l'A. viene alle conclusioni che il il/, e. è una lesione dell'epidermide, dell'epitelio di rivestimento, come dicono i tedeschi. L'assenza dei rapporti con i peli, l'impossibi- lità di trovare una traccia qualsiasi del processo sebaceo, l'aspetto del tessuto congiuntivo ambiente, ecc., sono tanti argomenti, che si oppongono all'adozione dell'origine follicolare o sebacea; una tale opinione non ha più per essa altro che la forma di invagina- zione lobulata, che prende la lesione, e sembra che questa sia una ragione improntata ad una morfologia un poco troppo grossolana, incapace a colpo sicuro di contrabilanciare 1' esistenza di una epidermide completa e continua in tutta la estensione dei fondi del nodulo. 2.» La lesione del M. e. è il risultato di una neo- plasia specifica propria di questa malattia. Nessun fenomeno isto- logico, infatti, non sembra conforme alla nozione di un neoplasma, di un epitelioma benigno o non, degenerativo o non. Non vi è nessuna reazione periferica; non vi è nessun segno di prolifera- zione anormale; non è un epitelioma, non un neoplasma. E in- 14 — 198 — Vtìcu unti mot aplasia. Ciicii il coium'IIo di (Ic^^tMierasiioiK;, bisogna notare elio i fenomeni ohe si vogliono dosignan! cosi non sono che raramente al)bastanza bene caratterizzati dal punto di vista istologico. È certo che i Corpuscoli subiscono una trasforma- zione choratinizzante , ma questa evoluzione è tardiva e secon- daria. 3." E probabile che la malattia sia parassitaria, essendo sicuramente contagiosa ed inoculabile; ma bisogna concludere che «del parassita del M. e. noi non ne sappiamo, noi non ne sospettiamo niente >. I tentativi di inoculazione nel peritoneo di Conigli e di Cavie sono restati senza risultati, a- vendo trovato riassorbito il piccolo neoplasma nel punto dove precedentemente si era innestato. ScHOTz ('900) dalla localizzazione frequente alla faccia dei noduli di M. e, e dalla grandezza che raggiungono iiuo ad una nocella, trae argomento per dire che il modo di infezione di questa malattia è sconosciuto. Balzkr ('900) ha rinvenuto alla pianta del piede di un in- fermo un piccolo corpicciuolo della grandezza di una lenticchia, che ingrossava gradatamente e che con 1' asportazione parziale guari. Era un M. e. Egli crede che la malattia abbia sede nello strato corneo e che il tessuto ammalato sia irregolarmente di- viso da lamine di cellule identiche alle cellule cheratinizzate degli strati superficiali, e presentanti dei granuli di eleidiua for- temente tinti in rosso dal picrocarminio. Le cellule poliedriche presentano nel loro interno dei grossi granuli rifrangenti, di cui i più grossi occupano tutto il corpo protoplasmatico, distendendo la cellula e ricacciando alla periferia il nucleo, che apparisce al- lora appiattito; i granuli rifrangenti sono quelli del M. e. e si colorano in giallo col picrocarminio ed in bleu con la tionina fenica. L'A. ('900) ritorna sull'argomento; riferis(!e di un infermo che al bordo esterno del piede sinistro (localizzazione insolita e solitaria) presentava un piccolo tumore del volume di una no- cella; che faceva sporgenza alla faccia plantare e che fu costretto a doverlo togliere col bisturi. L' esame istologico gli confermò trattarsi di M. e. L'A. ('901) dice poi di avere ottenuto una guarigione completa in un caso di M. e. confluente del cuoio capelluto, facendo in mezzo agli elementi dei toccamenti ripetuti di tintura di jodo. Hallopeau ('901) dichiara che questo trattamento gli ha sempre dato dei successi, a condizione di toglier da principio il — 109 — coiiÌL!iiutu (lui il/, c. coli l'cisprussiouo e di puniioUaru uou la tin- tiii-ii di jodo la cavità cosi formata. Barthèlkmy ('901) stima clic 1' efficacia di questo processo deve variare con la sedo delle lesioni, perchè non ha mai avuto buoni effetti nei casi aventi sede alla faccia interna delle cosce o nelle pliche genito-crurali ; bisognerà in questi casi ricorrere alla escissione. C. Fox ('902) coglie l'occasione di avere osservato uua donna dell' età di 62 anni, che presentava al lato destro del cranio e delle tempie dei tumori co afluenti della grandezza di una no- cella ad una noce, che all'esame istologico furono ritenuti per M. e, per dire che l'affezione è frequente alla faccia ed alle gambe, Bosc ('900 ; "901 ; '902) in una serie di comunicazioni sul Vainolo dei Montoni {clavelée)^ malattia briocitica simile per certi caratteri al M. e. dell'Uomo e degli Uccelli, ha rinvenuto degli elementi caratteristici, clie per l'evoluzione loro sia nelle forme piccole che nelle più voluminose e per la loro struttura si debbono ritenere degli Sporozoi. Questi agenti virulenti avreb- bero una riproduzione schizogonica. L'A. non ha potuto mettere in evidenza, un processo sporogonico, né un possibile ospite inter- medio per il contagio. Marx & Stioker ('902; '903) hanno trovato che il succo dei tumoretti di M. e. degli Uccelli, triturato con acqua fisiolo- gica ed inoculato, riproduce la malattia dopo 56 giorni. Il li- quido è ugualmente virulento passando attraverso la candela di Berkefeld, invece è arrestato dalla candela Chamberland F: è attivo fino a tre ore tenuto a 60^, e fino ad un' ora a 100°; le squame rinchiuse in una scatola di Petri son virulente fin dopo due mesi, laddove l'emulsione in acqua fenicata al 2-2 Y2 % non riproduce più la malattia. Questo virus deve necessariamente ap- partenere alla categoria dei microbi invisibili, che possono attra- versare i filtri. White & RoBEY ('902) credono che il M. e. risulti di una iper- plasia delle cellule del reticolo di Malpighi , che si spinge in basso ed in fuori; lo strato più basso presenta i caratteri delle cellule spinose. Tutto il neoplasma risulta di due o tre lobuli; la etiologia è oscura, essendo riuscite negative le ricerche bat- teriologiche, Hallopeau & Rubens-Duval ('902) riferiscono un caso di M. e, la cui disposizione degli elementi è lineare ed è dovuta evidentemente ad autoinoculazioni, fatto dall'unghia, simili in ciò — 200 al Lichunu di Wilson. E (|Uosl() un iiudvo ai-^onicnlo in favurt; della natura pai'a.s.sitaria di qiiusta dennalosi. Il parassita deve di necessità trovarsi nelle grandi cellule, che sono differenti per i loro caratteri da tutti gli elementi finoi-a conosciuti. ]\I[xoAzziNi ('902) ha potuto constatare anche casi di M. e. di Anfibi {Dmoglos.su.s jnctus) nei dintorni di Paterno in pro- vincia di Catania. GÌ' individui infetti presentano sul tegumento della loro faccia dorsale dei noduli abbastanza grossi , del dia- metro di circa cinque o sei millimetri, sparsi qua e là, ma con maggiore frequenza in vicinanza della bocca e dell' ano ; sulla faccia ventrale l' infezione sembra meno estesa e nei membri è anche più rara. I noduli hanno forma di dischi , spesso isolati, spesso confluenti, e non producono un apparente danno sul ge- nerale dell'organismo, altro che per impedire, nelle forme gene- ralizzate, l'importante funzione che ha la pelle negli Anfibi. Isto- logicamente i Corpuscoli del Mollusco negli Anfibi sono più grandi che nell'Uomo e nei Polli. La produzione noduliforme non ha infossamenti nel centro e risulta di una neoformazione epiteliale molto sviluppata, contenente nelle cellule o fra le cel- lule i parassiti del M. e. Tale neoformazione epiteliale è sviluppata secondo la su- perficie dell'epidermide e non mostra alcuna tendenza ad appro- fondirsi od invaginarsi nel derma sottostante. È questa una no- tevole differenza con tutte le altre forme di M. e. finora cono- sciute, e si può indicare come una fase primitiva di tale lesione. E interessante di notare il fatto, che questa forma primordiale di Mollusco s'incontra appunto in una specie appartenente ad una classe di Vertebrati poco elevata, quale è quella degli Anfibi, mentre nelle specie appartenenti a classi superiori , come negli Uccelli e nei Mammiferi, essa si presenta con i caratteri più com- plessi. Porse ciò sarà in parte da attribuirsi all' habitat diverso dei vari ospitatori, perchè gli uni vivono nell'aria ed i corpu- scoli maturi del Mollusco verrebbero facilmente a soffrire il dis- seccamento, se non fossero conservati in ambiente umido, come la cavità del nodulo del Mollusco dei Mammiferi e degli Uc- celli ; mentre gli altri vivono prevalentemente nell'acqua ; ma anche ammessa una tale ragione, non si può escludere quella propria della maggiore semplicità della forma patologica, dovuta alle differenze specifiche del parassita e dell'ospitatore. Negli animali superiori il parassita ha forme giovanili negli strati profondi, adulto negli strati superficiali; e le forme gio- vanili differiscono dalle adulte, oltre che per la posizione e gran- — 201 — dezza anche per il diverso modo di colorarsi, essendo le giovani prevalentemente cromatofile, e le adulte colorandosi con i colori plasmatici. È una malattia interessante dal punto di vista filo- genetico, giacché negli Anfibi « presenta una condizione primor- diale rispetto a quella più evoluta che oftre nei Vertebrati su- periori, cioè negli Uccelli e nei Mammiferi ». BoRREL ('903) crede il M. e. dell' Uomo affezione molto simile al Vaiuolo dei Polli, e ritiene entrambe tali malattie da porsi nella categoria dei tumori epitelioidi. Il nodulo di M. e. dei Polli, macroscopicamente verrucoso, è costituito da uno sviluppo esagerato delle cellule dell'epitelio malpighiano, per cui si costituisce un bottone epiteliale , mammellonato . invaginato, qualche volta grosso come un pisello, poi prominente alla super- ficie cutanea e con al centro una depressione , da dove si sfo- gliano le cellule epiteliali cheratinizzate. Le cellule incistidate furono ritenute i primi Coccidi ed il punto di partenza di tutta la quistione degli Sporozoi, secondo Neisser ('888; '891). Il virus, sebbene indeterminato, è inoculabile con esito po- sitivo, anche dopo la filtrazione: ritiene per tal ragione l'A. che la teoria dei Coccidi nei tumori epiteliali ha avuto una voga con- siderevole, perchè non si conoscevano fino a questo momento che dei parassiti intracellulari, dei Protozoi, dei Coccidi capaci di far proliferare le cellule epiteliali. Dato che oltre i Coccidi anche funghi, fermenti, ecc. possono determinare il medesimo ri- sultato, crede più opportuno riunire queste affezioni in un capi- tolo di tumori epitelioidi, i quali sarebbero generati da virus a carattere epiteliale, virulenti anche dopo di aver attraversato i filtri. Apolant ('903j ha impiegato per il M. e. degli Uccelli pa- recchi metodi speciali di fissazione e di colorazione, cosi la fis- sazione col liquido di Hermann, seguita dall'azione dell'acido pi- rogallico , la colorazione Pappentheim - UnxVA , la colorazione allo Scharlach E,, e 1' acido osmico e crede di aver potuto risolvere la natura microchimica delle inclusioni cellulari nel senso che sarebbero di due specie , le une dovute alla degenerazione del nucleo e le altre a quella del protoplasma: sul principio non si avrebbero in queste inclusioni sostanze grasse, che più tardi in- comincerebbero ad apparire sotto l'aspetto di fine gocciole. Hertwig ('904 1 interpetra le inclusioni cellulari come ero- midi, cioè come diffusione di protcidi nucleari lungo i fili cro- matici del protoplasma; si avrebbe un doppio ordino di feno- meni, i nucleari ed i protoplasmatici. — 202 — JuLii'siìKiiG ''904; 905) lia stritolato con della sabbia fina dei tumoretti di M. e. umano od lia allungato la poltiglia con del brodo ed ha filtrato il tutto attraverso ad una candela Chamberland. Non è stato possibile dal filtrato ottenere, nei co- muni mezzi di cultura, innesti favorevoli, e d'altronde la candela era stata provata con microbi noti e non li lasciava passare. I- noculò al braccio suo e di due colleghi il filtrato e protesse il punto di innesto con garza storile: dopo cinquanta giorni in uno degli inoculati si manifestarono sessaìita tumori di Mollusco, il cui esame istologico presentò i medesimi caratteri della lesione iniziale. L' A. trae argomento per ritenere che anche 1' agente del M. e. dell'Uomo possa attraversare i filtri, avendo in ciò un ca- rattere comune col M. e. degli Uccelli. Rehms & Salmon ('904) hanno adoperato il radium come metodo di cura degli epiteliomi. Il radium impiegato era conte- nuto in una scatola di ebanite a lamelle di mica; la scatola con- teneva ora 10, ora 50 milligrammi di bromuro di radio puro. I tumori utilizzati li classificano ])er ordine di gravità de- crescente in: 1.*^ Epitelioma sviluppato su un punto di leucopla- sia sifilitica del labbro di un vecchio, epitelioma senza tendenza ad accrescimento rapido. 2.» Epitelioma periato della palpebra e della congiuntiva in una giovine. 3.° Verruche senili e sebor- roiche. 4.0 Corno della faccia. 5.° Papilloma del labbro. 6.» Verru- che giovanili. 7.0 Mollusco contagioso. E vengono alla conclu- sione che la sensibilità massima si osserva sulle cellule epiteliali giovani, nei tumori maligni per es. L'azione del radium è meno rapida nei casi di cellule cornee, ed è meno facile ancora se si tratta di Mollusco grasso, di neo pigmentario, di tumori con- genitali. BoHREL ('904) riferisce di trovare il il/, e. degli Uccelli un soggetto particolarmente favorevole allo studio , specialmente dopo i lavori di Marx & Sticher ('902; "903) e quello di Julius- BKRG ('904). Ha potiito osservare le inclusioni cellulari, che furono ritenute da Neisser ('888; '891) come Coccidi, e la cui colorazione riesce meno agevole nei tagli, anziché nei preparati a fresco. Con lo strofinamento sui tumori ha ottenuto preparazioni speciali: fissate col calore, sgi-assate o colorate sia con la fuxina di Ziehl, o col metodo di colorazione delle ciglia, ha visto che queste mo- strano degli ammassi granulosi, che si scompongono in una grande quantità di elementi molto tenui, micrococcici, isolati, in diplo- cocci, in catoiU'Uo, in sljilìlococci. 208 Con il metodo di Lòffler si vede intorno a ciascun elemento, molto colorito e ben definito, una specie di inviluppo mucoso. Il loro a.spetto molto regolare e le dimensioni molto uguali non sono in favore di un precipitato, bensì danno la rassomiglianza con elementi microbici. L'A. si domanda se questi Corpuscoli derivano da inclusioni intracellulari o esistono nelle cellule epi- teliali o sono situati in altri punti a lato dell' inclusione del tu- more, che i tagli non mostrano per il diverso modo di colorarsi, essendo le o-iovani cellule prevalentemente cromatofile, e le adulte colorandosi con i colori plasmatici. E una malattia, interessante dal punto di vista filogenetico, giacché negli Anfibi <^ presenta condizione primordiale rispetto a quella che offre nei Vertebrati superiori, cioè negli Uccelli e nei Mammiferi ». Marullo ('904) nega la origine glandolare del M. e. e trova che la parte centrale del tumore è formata da una massa epite- liale e le parti laterali dagli strati epidermoidali, che sono separati dalla massa epiteliale centrale da connettivo, che si assottiglia sino a scomparire, a misura che si va in alto verso l'apice, dove gli strati epidermoidali mancano, perchè hanno subito uno spro- fondamento verso la massa centrale epiteliale con la quale si con- tinuano direttamente. Cosicché l'apice del tumore si presenta come un cratere le cui pareti sono formate dagli strati epidermoidali, che si sono piegati verticalmente in basso, formando una cavità cilindrica. La massa epiteliale che forma il nucleo del tumore ha origine direttamente dagli strati epidermoidali e più preci- samente dallo strato di Malpighi, essendo essa costituita da una massa di cellule cilindriche aggruppate in più noduli di diversa grandezza, che non sono altro che il risultato di una prolifera- zione, che ha il suo punto di partenza in una o più cellule. La forma a grappolo del tumoretto è dovuta agli ostacoli ed alle pressioni, che incontrano le masse delle cellule epiteliali nelloro 13roliferare. La cavità crateriforme dell'apice del tumore è riem- pita da cellule cilindriche già in fase degenerativa colloidea, la maggior parte delle quali presenta 1' aspetto splendente carat- teristico dei Corpuscoli del Mollusco. Le Cheratoj alina manca nei noduli, che formano l'apice del tumore, essendo questi costituiti in massima parte da corpi in- colori di aspetto omogeneo, opalescenti, di forma ovale e rotonda (i caratteristici Corpuscoli del Mollusco), invece è riccamente sparsa nei noduli laterali ed inferiori come granulazioni gros- solane e fine, nello cui maglie si vedono i Corpuscoli del Mollusco in fase più o meno avanzata di degenerazione colloide. — 204 — Verso la parete cellulare l'A. osserva una sostanza por lo più in forma di lamelle, che si adattano con la loro superficie convessa alla parete cellulare e guardano perciò con la loro superficie con- cava la parte centrale della cellula. La sostanza cornea, di cui risultano queste lamelle, la considera come il prodotto di un pro- cesso in certo modo fisiologico, e la si vede quasi sempre alla periferia delle cellule, dove pare che si inizii il processo di cor- nificazione, forse a causa delle pressioni che si esercitano da tutti i lati intorno alla cellula e che produce un essiccamento del tes- suto, che va dalla periferia al centro cellulare: venendo in tal modo alla medesima conclusione di Unna : che una parte soltanto del protoplasma delle cellule spinose si ispessisce in una massa colloidale, mentre una parte molto minore di essa rimane di struttura reticolare e vacuolare, mentre nel mantello esterno della cellula la coruificazione fa il suo corso normale. Quando la cellula è in degenerazione colloidea pare una piccola sfera, circondata da un bordo libero con filamenti epiteliali che le fanno corona. « Questa forma cellulare fu oggetto di molte discussioni perchè fu da alcuni descritta come parassita animale, mentre che non rappresenta altro che l'ultimo stadio del processo coUoideo che ha invaso tutta la cellula. » MiOHAELis ('903) si è anche lui occupato della natura micro- chimica delle inclusioni cellulari e viene al risultato (servendosi della colorazione allo Scharlach E,, all'acido osmico, della reazione di mordenzameuto, della differenziazione col ferrocianuro di po- tassio, del metodo di G-ram, ecc..) che le inclusioni sono di na- tura mista albuminoidea e grassa. Nota che la reazione di mor- denzameuto non è mai data dai tessuti sani, e che la reazione del grasso è data anche da parassiti autentici, come VAdinomices. EwiNG (;'905) studiando le lesioni epiteliali prodotte sulla cornea del Coniglio e del Sorcio dall' innesto di virus vaccinico, piuttosto che parassiti, iriterpetra le inclusioni cellulari come ero- midi, seguendo in ciò le idee espresse da R. Hertwig ('904). La fissazione dei preparati con l'alcool assoluto e la colorazione cro- matinica alla Romanowsky dimostra la struttura reticolata di tali inclusioni, che rispondono a tutta le reazioni della cromatina. D'altronde crede non si possa essere autorizzati ad escludere la possibilità di un agente patogeno qualsiasi, che si trovi impigliato nelle maglio di questo reticolo cromidiale. Bosc i'905 1") trova che il M. e. dell'Uomo presenta tutti i caratteri essenziali dolio malattie briociticho: la crede quindi una affezione virulenta, contagiosa ed iuooulabilo, ma localizzata, ai — 206 — punto di inoculazione senza che lo stato generale ne risenta; è caratterizzata da piccoli noduli cutanei ombelicati al centro. Questi noduli si originano nelle cellule malpighiane della superficie cu- tanea sotto forma di piccoli ammassi, che gemmando danno ori- gine a bottoni epiteliali secondarli. Le cellule, per una trasforma- zione colloido-cornea, aumentano di volume e subiscono una iper- trofia chiara progressiva, e, per questa metamorfosi degenerativa, si producono deformazioni cellulari e tale una disorientazione che conduce alla genesi di sferule epidermiche. Tali lesioni epiteliali sono identiche a quelle di ogni gruppo briocitico: sono costituite essenzialmente da ipertrofia chiara per aumento dell'] al oplasma, plasmolisi progressiva, che conduce, per liquefazione dell'jalopla- sma, alla disparizione progressiva dello spongioplasma e degene- razione cherato-colloide della periferia ed alla trasformazione della cellula in una cavità limitata da una spessa membrana. Il nucleo presenta anche fenomeni degenerativi degni di nota. Bosc ('905 2°) ritiene che le inclusioni cellulari del M. e. sollevano le stesse difficoltà di interpretazione delle inclusioni del Vainolo, ed egli le crede in rapporto col miscuglio dei prodotti di degenerazione e dei corpi parassitari. Alcuni di questi corpic- ciuoli, per la ridazione e disparizione della massa residuale cen- trale, per la virulenza delle cellule superficiali, che li rinchiudono, per l'assenza di forme intermedie, debbono ritenersi corpi paras- sita.ri, cioè come masse circondate di fine granulazioni e di cor- puscoli quasi invisibili intraprotoplasmatici. Le cellule del M. e. rinchiudono quindi inclusioni di volume variabile, le cui più piccole sono a pena visibili, e di cui le più voluminose riempiscono il protoplasma cellulare, e che sono ve- rosimilmente di natura parassitaria, e delle .formazioni intranu- cleari che possono divenire intraprotoplasmatiche, dovute a mo- dificazioni degenerative del plasmosoma e difficili a differenziare dalle prime. Galli-Valerio ('905), osservando a fresco dei noduli di M. e. in una soluzione di NaCl , ha potuto constatare fra le cellule ovoidi granulose in degenerazione corpuscolare un gran numero di piccoli corpicciuoli rotondi, di 2.5-3 «i di diametro, a doppio contorno, con una macchia centrale, presentanti dei leggieri mo- vimenti di oscillazione ed alcuni germogli alla periferia. L'A. per le reazioni microchimiche li battezza come blastomiceti, seb- bene i tentativi di cultura e di inoculazione negli animali di esperimento sieno restati senza risultato : e pensa per analogia con altre affezioni della pelle, che questi corpicciuoli blastomi- — 206 — ci-tici cltìbbuno ussero interpretati come la eausa etiologica della malattia in parola. LòwENTHAL ('906) ha osservato Piccioni dotati di immunità naturale ed altri che, dopo guariti spontaneamente della malat- tia, possedevano una immunità molto forte, ma di breve durata, giacché, avendo inoculato dei Piccioni sul petto e poi escisso dopo un poco di tempo i tumori prodottisi, e fatta la reinocu- lazione sulle palpebre , osserva che V innesto è sempre positivo dopo uno spazio di tempo tale che i tumori del petto si sieno completamente sfogliati. Il inrus resiste alle emanazioni del ra- dium per cinque ore e mezzo. Reischauer (^'906) dà molte caratteristiche del virus del M. e. degli Uccelli : questo virus resiste al calore umido cinque minuti a 100°, al calore secco 15 a 30 minuti ad SO^', è ucciso in cinque minuti dalla potassa caustica all' l^/o, dall' acido ace- tico airi^'/o, dall'acido fenico all'l°/o, dal sublimato corrosivo airio/oo. Si tratterebbe di un virus resistente come le spore bat- teriche. L'A. descrive delle piccole forme Coccidiche che attra- verserebbero i filtri, e crede che le inclusioni cellulari del M. e. dell'Uomo diflerirebbero alquanto per la loro forma maggiore da quelle delle cellule vacciniche e dovrebbero piuttosto essere in- terpetrate come semplici degenerazioni. BuENET ('906) dice che per poter dimostrare 1' origine bat- terica del M. e. degli Uccelli bisognerebbe coltivare il virus sotto la forma di micrococci caratteristici descritti da Borrel ('904), il che non è stato possibile ottenere. L'A. arriva però all' idea di trattarsi di un virus intracellulare di natura batterica, sia stu- diando la parte fisiologica e microbiologica del virus , sia stu- diando le iuclusion^cellulari; crede che non bisogna contentarsi di sapere che un virus attraversa la candela Berkefeld. giacché le candele Berkkfeld non sono tutte identiche e sono necessarii d'altronde dei dati precisi sopra la natura della candela, sulla du- rata della filtrazione, sul modo di sterilizzazione, sulle condizioni di temperatura, e sulla lu'esenza di un microbo testo. L'esempio del Micromonas mesnUi di Borrel, le forme di cultura di Trypanosoma laevisi (Novy e Mao Nkal), se mostrano che vi sono dei Protozoi, che filtrano e che sono anche più piccoli di numerosi batteri che attraversano la candela Berkefeld, d'altra parte non rende probabile l'ipotesi di Goccidi come produttori della malattia in parola e fa jmuI tosto ritenere possibile l'esistenza di un virus 1 i.ll t l'I'ic») ;ili;i j()i;(i ,| (|ll('ll() dolili ] X'I'I | )li( 'Illili in ÌM . — 207 — Circa le inclusioni cellulari così conchiude il suo lavoro: e Le forme che si osservano nell'interno delle cellule ammalate si riportano a tre tipi : nucleo, cromidi ed inclusioni : i tre tipi sono visibili nelle cellule dei tagli fissati al Flemming e colorati con il rosso di Magenta ed il picro-indigo-carminio : il nucleo è più o meno intatto — l' inclusione spessa ; — e delle granula- zioni cromatiche estranucleari. Nelle cellule isolate colorate al GiEMSA non si vede che il nucleo e 1' ammasso delle granula- zioni cromatiche estranucleari : V inclusione non è visibile : nelle cellule isolate trattate con il processo di Lòffler si vede il nu- cleo e gli ammassi di micrococci , non si vedono le granula- zioni cromatiche estranucleari. Tutti i processi permettono la colorazione del nucleo ; il GiEMSA non colora le inclusioni, ed i micrococci non si colorano che con il metodo di Lòffler. Se si riportano queste osservazio- ni a quelle degli aa. che hanno studiato i fenomeni citologici delle malattie eruttive ed epiteliali, uno si rende conto che non esiste nessuna confusione; ed è facile stabilire la corrispondenza fra le forme descritte. Per il nucleo non vi è materia a conte- stazione. T corpi cromatici extranucleari, corrispondono alle for- mazioni intracellulari, già segnalate nel Vaccino, nel Vainolo, nel M. e, come dei parassiti (Corpi del G-uarnieri), come dei leucociti (Metschnikoff, Salmon). Borrel aveva accettato prov- visoriamente questa ipotesi. Ma non vi è più dubbio oggi, so- pratutto dopo il lavoro di Ewing, che questi corpi cromatici sono dei cromidi. La loro natura parassitaria non è più ammessa per il cancro, allorché si accettava ancora perii vaccino. Borrel mostrò nella sua memoria del 1901 che i pretesi parassiti di Sawtchenko erano dovuti ad una evoluzione speciale della sfera attrattiva della cellula cancerigna e stabiliva i rapporti che esi- stevano fra l'idiosoma dello spermatocito, i corpi vitellini del- l'uovo (nelle Cavie) e l'arcoplasma della cellula cancerigna. Sono le medesime granulazioni cromatiche che sono state interpretate come cromidi, nel cancro, da R. Hertwig; la medesima inter- pretazione è stata estesa al vaccino da Ewing. In fondo è la medesima cosa che ha detto Borrkl. Vi è più di un avvicina- mento fra i fenomeni descritti da R. Hertwig, noWActinosp/me- rimn eichhornii. Nel cancro, nel vaccino, i cromidi sono le sole forme extra- nucleari nettamente visibili. Le inclusioni massive sono proprie dell'Epitelioma contagioso degli Uccelli e del Mollusco umano. Come tali non sono state viste nel Cancro e nel Mol- — 208 - hisco Umano. Non è possibile di interpetrarli, che utilizzaiulo una tecnica capace di dissociare gli ammassi che restano com- patti sopra i tagli fissati ed una colorazione più energica dei coloranti usuali. E ciò elio ha realizzato Borrel, facendo dei strofinamenti ed usando il metodo di Lòffler. Borrel ha segnalato e presentato nei tagli di pustole vac- ciniche intorno al nucleo « una sostanza granulosa colorata in rosso pallido > (Flemming: rosso di Magenta, picro-indico-carmitiio), che sarebbe l'omologo delle inclusioni epiteliomatose. Le cellule del vaccino rinchiudono queste tre forme, nucleo, cromidi. in- clusioni parassitarie. Ma sopra preparati ottenuti per strofina- mento, trattati al metodo di Lòffer, non si possono mettere in evidenza che degli ammassi di micrococci distinti. Tutti i fatti si accordano, a condizione che si voglia distin- guere questi tre tipi di corpi intracellulari e che non si pretenda di ritrovarli uniformemente, con la stessa nettezza ed il mede- simo sviluppo in tutte le malattie eruttive ed epiteliali. L'Epi- telioma contagioso degli Uccelli è fra queste affezioni quella nella quale si vedono più distintamente le tre forme: nucleari, cro- midiali e parassitarie. La natura batterica delle inclusioni non è àncora che una ipotesi. Ma sembra che non vi sia il diritto di non tenerne conto per delle nuove esperienze. Bisogna da una parte cercare delle nuove reazioni istochimiche per definire la natura delle inclusioni ; d' altra parte, tentare di coltivare i mi- crococci. Solo la cultura può provare la verità di questa ipotesi si interessante per lo studio delle malattie a localizzazione epi- teliale: il virus dell' epitelioma contagioso degli Uccelli è un bat- terio filtrante, che si trova in ammassi nelle cellule ammalate >. Casagrandi ('906j ha anche egli filtrato alla candela Ber- KEFELD la poltiglia di noduli di M.c. ed ha cercato di osservare il filtrato a microscopio e di trattarlo con i vari metodi di co- lorazione. Nei preparati freschi ha notato delle masse granulose dotate di movimento oscillatorio e che, colorate, presentavano in generale forma mal definita e qualche volta allungata. Il metodo di colorazione di Giemsa permette una maggiore differenziazione, giacché i preparati così ottenuti lasciano vedere alcuni elementi tinti in rosso carminio, che egli interpetra per forme parassitarie, le cui più giovani avrebbero una struttura granulosa, laddove le più vecchie nti presenterebbero una reticolare. Si avrebbero pure • •l<3menti colorati in bleu senza struttura determinata, ed infine • ■li'Uifiil i ai'ci(liMil ;ili, l.i cui ('(tlor.iziout' r N'ariaUilc, — 209 — Lipschììtz ('907; dopo di uvav uscisse dui iuiiiorciU di Mol- lusco contagioso ed averli stemperali nell'acqua distillata o in una soluzione fisiologica, li ha fissati, facendo agire sulla mesco- lanza r alcool assoluto o una mescolanza di alcool ed etere. Ne ha allestito dei preparati, colorandoli in diverse maniere: questi preparati all' ultramicroscopio hanno fatto vedere delle piccole granulazioni. Esaminando altri tessuti simili con il medesimo procedimento, non si osservano le surriferite granulazioni. Campana ('907) alla regione geniena sinistra di un bambino ebbe a rinvenire una tumefazione della estensione e forma di un grosso chicco di fava, sulla quale, premendo, si avevano tutti i segni di una piccola raccolta purulenta, tumefazione che era cir- condata da numerosi noduli di M. e. Escissi i noduli, l'A. incise la tumefazione in parola, dalla quale invece di pus venne fuori una massa sebacea ateromatosa. La parete cistica, fissata e sezionata, mostrò la struttura del M. e. nelle sue fasi normali, dai primi fenomeni endo cellulari dello epitelio cutaneo, alla esistenza dei Corpus coli ovoidi del Lu- KOMSKY ('875), senza differenza alcuna di quel che si vede in una vegetazione di Mollusco ordinario: nel centro si aveva con- tenuto completamente grasso , come in una cisti originatasi da una glandola sebacea. Il fenomeno non poteva essere attribuito alla vicinanza di una Cisti ateromatosa e di un Moli usco, che avessero dato luogo ad una forma mista, poiché quivi si tratta di aver trovato la vegetazione non rilevata, ma incistidata nella cute: si aveva quindi a che fare con una grossa massa di Mol- lusco, nel cui centro si trovava la raccolta di grasso ateromatoso. SABE]yjA ('907j ha voluto ricercare parallelamente lo stato del parassita del M. e. inoculato in piccole borse aperte fra gli strati connettivi della cornea di Coniglio e quello di G-regarine messe in identiche condizioni , nello stesso tessuto ed organo di altro Coniglio, In un Coniglio nel quale si era inoculato fra gli strati della cornea materiale Gregarinoso asettico, innestò nell' altro occhio un pezzetto di nodulo di M. e; essendo sopravvenuta che- ratite parenchimatosa, asportò le cornee di ambo i lati e le fissò in alcool. Il materiale restò in sito circa due giorni. La sezione della cornea inoculata con M. e. lascia vedere che i Corpuscoli erano avvizziti, meno evidenti, e che nel tessuto corneale non ne apparivano, essendovi solo, in mezzo ad una lieve infiltrazione leucocitaria, qualche Corpuscolo come un nucleo, ma traspa- rente : erano elementi isolati, che si vedevano solo nella zona periferica del trapianto. Nella cornea, invece, inoculata con ma- — '210 — tcrialt' (ìif^;iriiK»su si n(»la il i-tjniKiltivo ((iiinMlr con i C'aiiali plasnuitici (lihitiiti ;ittorno il tratto di inoculazione e dentro di essi linieociti , clic; circondano anche lo pareti della cavità ovf^ sono lo Gregarine. tutto anniccliiate in un ])ic(;olo ])uni<) ed un po' vizze verso le pareti e poco colorabili. Non mi sembra che i risultati ottenuti dall' A. possano essere scevri di ciitica, dato il materiale di studio non molto opportuno : infatti, i noduli di M. e. furono tolti da un'inferma, la cui dia- gnosi delle affezioni morbose era la seguente: » Proctite catar- rale con ragadi; condilomi acuminati vulvari ed endouretrali ; mollusco contagioso sugli organi genitali esterni; panadenopatia ; sifìlide pigmentaria (^cervicale): pitiriasis versicolor. » Skrra ('907) ha esperimentato su alcuni individui i filtrati di noduli di M. e. ottenuti attraverso ottime candele Bkrkefeld TF, seguendo la stessa tecnica che per il virus vaccinico. La inoculazione riusci positiva, avendosi la riproduzione dei nbduli in 2 casi su 3, dopo un periodo di incubazione che va dai 30 ai 90 giorni ; pensa che il virus del M. e. di Bateman sia filtrabile. Esclude la natura Protozoica di esso ; e, paragonando i risultati da lui ottenuti con la colorazione di Giemsa, e da Burnet ('906i nel Vainolo dei Polli e nel M. e. dell'Uomo, viene alla con- clusione della diversa etiologia delle due affezioni, che avrebbero una analogia più apparente, che reale. Discussione critica desunta dalla Bibliografia. Questa è la storia del M. e. Come molteplici sono stati i nomi con i quali i vari osservatori hanno indicato o hanno confuso l'af- fezione in parola, cosi varie e disparate sono state le opinioni emesse, sia sulla sede anatomo-patologica della lesione, sia sulla natura di essa, sia sul contagio, sia sui supposti parassiti. Infatti, pur non tenendo conto delle imperfette descrizioni di Plengk ('777) e di Ludwig ('793) , uè dell'incerto modo di dia- gnosticare il M. e. ed il M. p. da parte di Willan [in Bateman ('817)] e di Batkman ('817), anche Rayer ('835) pare abbia trat- tato sotto il nome di Elevazioni follicolari delle efflorescenze che del M. e. hanno tutti i caratteri. La incertezza sulla esatta diagnosi continua oltre che per opera di aa. relativamente anti- chi, come Berend ('839), Hanck ('840), Turnbull ('841), Engel ('865 ) ecc., anche per quella di osservatori recenti, come Mac Leod ^^^'880-81), Hydk ('880), Gtrunewald ('885), ecc. Il vedere propa- gare In malattia fra le persoiK^ della medesima famiglia [Ba- — 211 — TEMAN('817); Pateusun ('841); Hutchinson i'867|; Fox ('878); Eames ('872), ecc.], il riscontrare piccole epidemie negli ospedali [Caii.- LAULT ('851) J, nei brefotrofi [Graham ('892)], nei collegi [Allen ('886); MiTTENDORF ('886); Stelwangon ('889j, ecc.], fece natural- mente pensare alla sua natura infettiva e dette origine a tutte le ricerche atte ad individualizzare gli agenti del contagio. D'altra parte i tentativi di inoculazione sperimentale di pezzi di M. e. o della sostanza ottenuta dall'espressione di esso, sia sull'Uomo, sia sugli animali di esperimento, come l' orecchio del Coniglio e nei Polli (Tòrok & Tommasoli ('889)], nel peritoneo di Cavie [AuDRY ('889)], ecc. ebbero risultati molto dubbi e nel mag- gior numero dei casi negativi, fecero dubitare del contagio [Hkbra ('845); RiBBENTROP ('866-72), ecc.] e divisero la schiera dei der- matologi e degli anatomisti patologi nei fautori del contagio e nei contrari ad esso. L'inoculazione fatta con esito positivo da Retzius ("870) sulla cute del suo petto, previa scarificazione ed inoculazione del contenuto di un nodulo di M. e, se pareva argomento decisivo per i fautori del contagio, i quali finalmente rinvenivano la prova sperimentale dell'avvenuta trasmissione della malattia; per il lungo periodo di incubazione (sei mesi) e per essersi atrofizzato e ca- duto il tumoretto dopo un bagno, era argomento che poteva sem- brare molto opportuno per quelli che non ammettevano la na- tura infettiva della dermatosi in parola. Costoro -infatti, anche volendo diagnosticare nel tumoretto di Retzius un nodulo di M. e, per il lungo periodo di incubazione (che non potevano spiegare) erano tentati a supporre essere av- venuta una pura coincidenza. xA.ltri infine più prudenti, come Neumann ('874), ecc., pur non essendo stati fortunati nei tenta- tivi di inoculazione, credono al contagio, ritenendo i risultati ne- gativi da attribuirsi alle poche conoscenze, che si hanno sui pre- sunti agenti dell' infezione. Le ricerche cliniche sul contagio, sebbene ostacolate dagli studi microscopici e dalla diversa interpretazione dei reperti, por- tarono alla conseguenza oramai accettata da tutti, anche dai più refrattari [come Gaucher & Sergent ('898) che, pur confermando le idee espresse da Renaut ('880), non negano la possibilità di una origine parassitaria della lesione], essere il M. e. una eifiore- scenza cutanea di natura infettiva. Non cosi esplicita è stata la conseguenza delle inoculazioni sperimentali, perchè rare sono state quelle riuscite, infatti, oltre di Retzius ('870S sono stati fortunati Allen ('886), Haab, ('888), — 212 - Stanzialk ("890), Ph;k ("892), Nohkl ('893), Diubert.) ('896) e qiiulclio iiltro. Il lungo pt-riuclu di inculiaziono (da 2 a 6 mesi), nessun conforto di esame istologico , ad eccezione dell' inocula- zione di Pick ('892 i, sono argomenti di estrema delicatezza; anzi per l'inoculazione positiva di Stanziale ('890) la cosa è anche più dubbia, essendo stata fatta l;i. diagnosi del nodulo di M. e. da un altro osservatore. In questo stato di cose era lecito dover pensare die il modo di infezione, che si avvera nelle persone della medesima famiglia, nei fanciulli ricoverati nei brefotrofi, non dovesse essere il trasporto mediato del presunto agente dall'individuo ammalato al sano, tanto più che nella piccola epidemia di M. e. avvenuta nell'asilo di New- York, in seguito all'ammissione della Polly H.. . [Allen ('886)], il periodo di incubazione fu di molto più breve. Il parassita doveva quindi trovare altrove il modo di au- mentare la virulenza o di compire più brevemente il suo ciclo vitale; con ciò non si doveva certamente dubitare, che in casi invero molto eccezionali il parassita del M. e. non potesse in- fettare r Uomo passando da Uomo ad Uomo, sebbene anche per questi casi si sarebbe potuto mettere innanzi l'ipotesi, che non si fosse trattato di una inoculazione di parassiti , ma bensì di im semplice innesto di tessuti patologici. Henderson ('841) richiamò l'attenzione degli scienziati sulla presenza di alcuni Corpuscoli caratteristici che si rinvengono nelle papille di M. e. e nella poltiglia ottenuta per espressione, corpicciuoli molto refrangenti la luce, di forma ovoidale, a cui dà il nome di Corpuscoli del Mollusco e che crede i pro- babili agenti e trasportatori dell'infezione. Il non trovare nessuna rassomiglianza fra questi elementi e le cellule dell'organismo umano, fece naturalmente sorgere l'idea essere dei parassiti, e data la imperfetta cognizione degli aa. dell'epoca sui Protozoi, si volle battezzarli per Coccidi , nulla curandosi gli aa. di non rinvenire nessuna delle caratteristiche vitali di essi. E ben a ragione Mingazzini i '894) diceva: « E per di più vi si aggiunga la ninna conoscenza che spesso ha, chi cosi ragiona, delle forme alle quali vuole attribuire o negare la ragione della malattia. Si parla infatti con indifferenza di Gre- garine, Coccidi ed altri Sporozoi, come se le une o gli altri fos- sero la stessa cosa ed avessero un significato del tutto simile, e chi ha voluto più degli altri approfondire l'argomento, ha li- mitato le sue osservazioni al Coccidium oviforme del Coniglio. E ora la moda degli Sporozoi, come otto o dieci anni fa eni la - 213 — iikkIh (lei Plasiuucli; allora tutto uni Plasmodio, adesso lutlo è Sporozoo ». Per Klkbs (^'859.) il M. e. è quindi una Psorospermosi ; per Rivolta (873; "877) prima una malattia originata da un Fungo e poi una Coccidiosi; per Bollinger ('873; '878j o per Perron- ciTo ('882') una Gregarinosi simile al Vainolo dei Volatili ( Gefliigelpovken ) , avendo questi ultimi due aa. osservato nel Vainolo dei Polli Corpuscoli simili a quelli studiati da Henderson ('841) nel M. e. dell' Uomo ; consecutivamente pen- sarono ad un Coccidio, probabilmente il Coccidium oviforme del Coniglio, ecc.. Non mancarono però tentativi di voler fare ammettere come agenti patogeni oltre dei Protozoi anche dei microorganismi, cosi Hardy ì_'863) pensa alla presenza di fìto-parassiti, dichiarati in- sostenibili da De Amicis ('874) ; cosi Angelucci ('880) crede di aver rinvenuto intorno ai Globi di M. e. con la colorazione al metilvioletto una serie di sferobatteri , che però E-enaut ('880) dice sieno granulazioni di eleidina da lui osservate precedente- mente; e Graham ('892) ha tentato isolare e coltivare un micro- cocco, probabilmente il micrococcus epidoemicus albus (descritto anche da Welsch), che inoculato nell'Uomo e nei Conigli ha dato esito negativo. Le conclusioni di Tòròk & Toaim asoli ('889) sono contrarie alla teoria parassitaria, giacché essi dicono che i cosidetti presunti parassiti dovrebbero essere quelli che presentassero una altera- zione riferentesi ad una per lo meno intenzionale moltiplicazione, mentre si verifica l'opposto, che gli individui più giovani si tro- vano siti negli strati più bassi. Gli aa. quindi sono sempre ritornati, dopo i fuggevoli ten- tativi di batteriologia, a vagheggiare l'idea dei Protozoi come esseri produttori dell'infezione, ad eccezione di Mingazzini ('894; '902.J, Casagrandi ('896; '906), Galli- Valerio ('905), ecc. sui lavori dei quali è opportuno fermarsi più a lungo in prosieguo. La grandezza dei Corpuscoli di Henderson, la loro forma ovoidale , la loro omogeneità , l' assenza di un nucleo e di una strattura protoplasmatica o filare o reticolare o trabecolare, in- generò dei dubbi sulla loro origine, ed anche per quelli, che vo- levano sostenere essere dei Coccidi, erano certamente la fase ultima di spore libere: si dovevano trovare delle forme più gio- vanili nelle cellule periferiche del piccolo neoplasma. Questa in- dagine portò per alcuni alla conseguenza, non essere i Corpu- scoli dei parassiti , sebbene delle trasformazioni speciali del 15 - 214 - protopliismii c(!llul;ir(! tUAU^ uullulii upidcniiidic JSimon ('877)|. 1 vari osservatori, pur oredoudo tutti al contagio od alla presenza di presunti parassiti, sono divisi in due schiere; gli uni riten- gono i Corpuscoli del Mollusco essere produzioni endogene protoplasmatiche, gli altri parassiti venuti dal di fuori. Ora verremo esaminando le ragioni addotte dagli uni e dagli altri, ragioni ugualmente attendibili, talvolta basate su sole ipo- tesi teoretiche , tal altra su fatti sperimentali ; 1' accordo non è stato possibile, sia per il numero eccessivo degli osservatori, sia per non conoscere quasi nessuno i risultati delle indagini degli altri (!). Il lavoro di ViiiCHOw ('865), se ha il merito di aver fornito esattamente i caratteri distintivi fra le due forme morbose di M. e. di Bateman e di M. p. di Willan, non ha certo chiarito la essenza della malattia, perchè egli opina che i Corpuscoli di Henderson provengano dagli epiteli per sviluppo endogeno; sa- rebbero una degenerazione adiposa delle cellule. Non volle però porre la questione nei suoi veri termini, cioè se pur essendo delle degenerazioni protoplasmatiche, quali fossero le loro cause e quali i loro momenti patogenetici ; invece cerca di risolvere il quesito già posto precedentemente da Bazin ('851) , se cioè la sede del piccolo neoplasma sia da riporre nel reticolo malpighiano , nei follicoli piliferi, o nelle glandolo sebacee o coruminoso: quistione, secondo me, non di prima necessità, non solo nel 1865, ma an- che oggi, essendo tutto queste produzioni octodermiche e quindi potendosi forse avere noduli di M. e. in tutti questi derivati ecto- dermici. Credo dover porre la sedo della lesione noi follicoli piliferi, non escludendo che anche il reticolo malpighiano della super- ficie cutanea possa proliferare allo stosso modo : ed a conferma del suo dire afferma di aver avuto agio di osservare nell'ombe- lico di un nodulo di M. e. la fuoriuscita di un pelo. Ed anche un pelo dice Henderson ('841) di aver visto uscire da un altro tumoretto dell'affezione in esame (!). Questi due peli, specialmente quello osservato da Virchow ('865), che è più degno di fedo , hanno posto la discordia nel campo dogli aa. ed hanno impedito non poco il progresso della vera essenza della malattia , sebbene Allen ('886) potette con- statare tubercoli caratteristici di M. e. sul bordo rosso delle lab- bra, il che sarebbe un argomento dei più forti , che la lesione non prenda origine sempre dai follicoli piliferi. -- 215 — L' inturprot.aTi! la sedo del M. e. in un punto o l'altro del- l' epidermide , il crederlo morbo contagioso o neoplastico , ecc. portarono alla conseguenza che il M. e. di Bateman. fu battez- zato con innumerevoli nomi. Fortunatamente in tanto disordine Bizzozero & Manfredi ('870; '871; '872; '874) con indagini molto precise arrivarono alla conclusione, essere la malattia non un disordine di secrezione, ma una neoformazione particolare, di puro carattere epiteliale, la cui sede è una iperplasia ed una degenerazione delle cellule spinose del reticolo malpighiano dell'epidermide e non uno svi- luppo delle cellule dei follicoli dei peli o delle glandola sebacee. Essi infatti, anche in un lavoro successivo ('877), conferma- rono i loro risultati precedenti e dettero una esatta descrizione del modo come si sviluppa il Corpuscolo del Mollusco per trasformazione cornea di parte del protoplasma cellulare. Cor- puscolo che chiamarono Globo; mai però rinvennero nei tu- bercoli la esistenza di peli. Più originale è certo l'ipotesi di Lukomsky ('876), per il quale i Globi deriverebbero da proliferazione di grosse cellule migranti, che partendo dal corion si infiltrerebbero fra le cellule epiteliali, laddove per Boeck ('872; '875) sarebbero formazioni cellulari endogene come negli epiteliomi. Stabtin ('880) ammette l'origine glandolare del piccolo neoplasma, oltre che per la forma grossolana somigliante ad una glandola acinosa, anche per aver potuto riscontrare in alcune cellule vacuoli ed iperattività di tessuto secernente ed abortiva tendenza alla ipertrofia degli ele- menti, fatto che, se fosse da altri confermato, sarebbe non privo di importanza; mentre che l'unica apertura ombeliciforme per Taylor ('890) non è un criterio sufficiente per ammettere l'ipo- tesi glandolare. Non deve sembrar quindi strano, che Thin ('882) cerchi di conciliare le diverse opinioni, ritenendo l'origine glan- dolare in natura, però indipendentemente dalle glandole. L'ipotesi glandolare dell' affezione conta parecchi seguaci autorevoli, come Kaposi ('877; '889; '891), come Eenaut ('880), come recentemente Gaucher & Sergent ('898); anzi gli studi di Renaut ('880) hanno sempre più complicato l'argomento, avendo egli dimostrato che i Corpuscoli del Mollusco hanno le rea- zioni microchimiche del corno e che le cellule che contengono l'eleidina non subiscono trasformazioni globulari. Le innumerevoli granulazioni che si riscontrano sotto il campo microscopico a chi osserva un preparato di M. e, colorato con i colori di ematossilina o di carminio, molte delle quali per - yl(i — la loro foniui pur [)ot.rol»b('ro csstau dei parassiti, l'iirono lui tu ritenute produzioni di uloidina, uheraloj alina, ecc. Per tale ragione gli studi di parassitologia su questo argomento non potettero al certo molto progredu'e; né tacile era di poter trovare dei colo- ranti elettivi per la cheratojalina e non per questi presunti pa- rassiti, ovvero che lasciassero coloriti i parassiti, lasciando sco- lorita del tutto la cheratojalina. Furono invero proposti non po(^hi metodi speciali di tinzione, però nessuno scevro di critica. Maiiullo I '904) infatti nello stesso tempo che nega l'origine glandolare del M. e. dice che la cheratojalina manca nei noduli che formano l'apice del tumore, essendo invece questi costituiti in massima parte dai caratteristici Corpuscoli del Mollusco, cheratojalina, che invece è riccamente sparsa nei noduli laterali ed inferiori. A dir vero ben più numerosi sono i seguaci che ripongono la sede della lesione nelle cellule del reticolo Malpighiano e che cercano di dimostrare sperimentalmente il loro asserto; così, per citare i più importanti, abbiamo il lavori di Bizzozero & Man- fredi ('870; '871; '872; '874; '877), abbiamo la relazione di Cam- pana ('885) all'Accademia di E-oma, Campana che è di opinione essere lo strato mucoso e lo strato granuloso quelli che concor- rono a formare la neoplasia; il lavoro di Ma.jocchi ('885), ecc. Kromayer ('893), con perfezionati metodi di tinzione, ha potuto studiare anche le trasformazioni nucleari delle cellule dello strato spinoso durante la loro metamorfosi in Corpuscoli del Mol- lusco; Zeldovich ('898) opina che la predetta neoformazione epiteliale possa avere per punto di partenza sia lo strato di Mal- piGHi, sia le glandole sebacee, e Audry ('899) infine crede che la lesione sia piuttosto una metaplasia, anziché una neoplasia, per cui le cellule nuove formate subirebbero una degenerazione spe- ciale cheratinizzante e si trasformerebbero in Corpuscoli del Mollusco. L'idea degli Sporozoi, vagheggiata da Klebs ('859; '868), da Rivolta ('873; '877), da Bollinger ('873; '878), ecc. come pre- sunti parassiti del M. e. ebbe in Neisser ('888; '891) uno strenuo difensore. Questi descrive la biologia del Cocoidio produttore del- l'affezione in parola: si avrebbero varie fasi, di cui il Corpu- scolo del Mollusco ne sarebbe una, però non la fase ultima: si avrebbero forme di spore appuntite e manifestamente nucleate, come anche forme di spore intracellulari ben distinte dalle goc- ciole di eleidina ed anche stadii di Coccidi senza membrana e dotati di movimenti ameboidi. Si fa però una confusione fra gra- — 217 — nulazioni di eloidiiia, Corpuscoli del Mollusco, forinu intra- cellulari cromatofile più o meno definite, in modo che non è facile poter avere una idea chiara della vita di questo parassita. P.ù semplice invece è il modo di concezione di Quinquaud ('889), per il quale gli Sporozoi del M. e. non sarebbero altro che i Corpuscoli di Hendeeson, nei quali egli riscontra un doppio contorno, un protoplasma granuloso ed un nucleo speciale. Entusiasta delle Psorospermosi in generale, Darier ('889 1°; '889 2°; '889 3°) vede nel M. e. una malattia prodotta di Coccidi; trova anzi grande rassomiglianza fra il Coccidi o del M. e. ed il Coccidium oviforme del fegato del Coniglio; il Corpuscolo di Henderson sarebbe una particolare forma degenerativa di esso, sarebbe un Corpuscolo cheratoide. L'A., sebbene non trova fasi più avanzate di sviluppo del parassita (come pseudo-navi- celle e corpuscoli falciformi), pure riscuote il plauso di Malassez ('889). Né al certo il lavoro di Barrat ('896) o quello di Clarke ('895) poteva ehiarii'e una tanto controversa quistione. Clarke ('895), suggestionato dal fatto di dover rinvenire tutti gli stadi della biologia di uno Sporozoo, descrive forme flagellate con zoo- spore, che scindendosi darebbero corpuscoli falciformi. Campana ('893), in una lunga discussione critica sulle Gre- garinosi del M. e, ritiene che, per poter osservare tali parassiti, si debbono necessariamente fare preparati freschi e non fissati ed induriti: infatti, se anche per la (Coccidiosi del fegato del Coni- o-lio non si usano le medesime cautele non si riesce a vedere altro che la capsula e pochi granuli nell' interno ed in qualche caso un semplice accenno di sfericità 'di corpicciuoli nell' interno o una massa omogenea trasparente. Sembrerebbe che dopo tante osservazioni personali l'A. fosse convinto della Coccidiosi nel M. e; invece si vede che il dubbio continua nel dermatologo di Roma. Egli finisce il lavoro suo con le parole « se 1' alterazione descritta nel M. e. sia proprio una Gregarinosi è quistione nella quale io non entro:... ». E che il dubbio doveva sussistere era evidente; i lavori con- trari si moltiplicavano in numero ed importanza. Bitsch ('892), infatti viene alle stesse conclusioni di Tòròk & Tommasoli ('889), che non vi sarebbero Psorospermi come produttori del M. e, la cui t'tiologia resta del tutto sconosciuta; Kromayer ('893) ritiene che le speciali alterazioni giudicate da takmi come Sporozoi non sono altro che una particolare degenerazione delle cellule epi- teliali. De Angelis Mangano ('893), non avendo riscontrato nessuno — 218 — stadio tli .sviluppo di (luoslo presunto parassita, è di opinione che le forme descritte da Neisseu ('888; '891) rientrino nella ca- tegoria dei CitorycU's del Guarniehi, che secondo recenti ricerche non sono microorganismi, ma espressioni di alterazioni patologiche del tessuto epiteliale. Eiirmaxn ('896) descrive nei vacuoli e nelle spore di Neisser ('888; '891) una sostanza che è un prodotto di trasformazione del protoplasma cellulare, dal che trae naturalmente argomento per escludere la presenza dei Coccidi. Da Klebs ('859; '868) quindi a Campana ('893) riassumendo i risultati ottenuti si vede, che molto non si è progredito circa l'ipotesi dei Coccidi come agenti patogenetici dell'alterazione che va sotto il nome di M. e. Di maggiore importanza sono i lavori di TouTON ('892; '895), che pure ritiene la malattia sia origi- nata da Sporozoi , ma questi non sarebbero i Corpuscoli di Henderson, sebbene dei speciali granuli ovoidali che si trovano sia nelle cellule spinose, sia negli spazi fra i Corpuscoli del Mollusco e che con la loro azione produrrebbero la trasfor- mazione del protoplasma cellulare in Corpuscolo di Henderson. Tali ricerche, sebbene abbiano avuto la critica di Kuznfizky ('895), sono state sotto altro punto di vista confermate da Benda ('895), che invece di Protozoi li interpreta come Schizomiceti. Benda ('895), con perfezionati metodi, ha potuto osservare i Corpu- scoli di TouTON in divisione: stima che se per qualche parti- colarità fanno pensare al nucleo accessorio , per altre reazioni micro-chimiche si distaccano molto da questi e sieno piuttosto da riferirsi a parassiti: la malattia, più che al carcinoma, parrebbe simile al Vainolo dei Polli {Geflugelpockeii}. Risollevata la quistione deTla somiglianza del M. e. dell'Uomo col Vainolo dei Polli, necessariamente dovevano gli aa. ac- cingersi a studiare un poco la patologia comparata con moderni metodi di indagine , ed agguerriti di nuovi risultati , ritornare allo studio degli agenti patogenetici del M. e. E questa era in- fatti l'unica via che, sebbene seguita da pochi, pur tuttavia ha portato a conclusioni tali, che potranno forse chiarire l'essenza della malattia in esame. C. Fox ('898) trova che il M. e. è morbo fatale nei Polli, e pare sia simile ad un'altra malattia dei Polli delle Indie {yaivs) ^), il che è confermato pure da Payne ('898). Shattock ('898) 1) Secondo recenti ricerche di Ashburn & Graig ('907) la malattia ymos sarebbe prodotta da un Tripanosoma, il Treponema pertenuis, clie si differen- zierebbe dal Treponema pallidum della sifilide umana , per la facoltà di non poter attaccare la .Scimia. — 219 — ha osservato nei Passeri delle lesioni simili e con un periodo di incubazione di un mese ; ed Hutchinson ('898) ha studiato un caso di trasmissione di M. e. dal Cane all'Uomo. Entrambi i no- duli, al microscopio hanno mostrato la struttura tipica del M. e. Bosc ('900; '901; '902 ) dà la descrizione della Clavelée o V a i u o 1 o del Montone, in cui riconosce la presenza di uno Sporozoo, del quale non nota altro che la fase di riproduzione schizogonica e non sporogonica ed infine ('905 l*') trova che anche il M. e. del- l'Uomo ha tutti i caratteri delle malattie briocitiche. Questi aa. con le loro comunicazioni non hanno che messa su la quistione, di non essere il M. e. malattia esclusiva dell'Uomo: non sono però entrati, ad eccezione di Bosc ('905 l''," '905 2°), nella sua etiologia e patogenesi. MiNGAzziNi ('894) ritiene il parassita del M. e. dell'Uomo e quello del Vainolo dei Polli non uno Sporozoo, sì bene un fungo, il cui sviluppo è in relazione con l'evoluzione delle cel- lule epidermiche. Il Corpuscolo di Henderson sarebbe lo stadio corrispondente al fungo maturo e non potrebbe infettare , do- vendo subire una fase di vita fuori dell' organismo che lo ha prodotto, il che avviene nell'intestino dei Blaps e delle Blatte. Egli infatti ha rinvenuto nelle cellule epiteliali dell'intestino dei Blaps un organismo tondeggiante, che per la sua rifrangenza e per la sua struttura si mostra simile a quello del M. e, le cui forme giovanili nell'intestino medio di questi insetti somigliano molto alle forme giovanili dei noduli di M. e. degli Uccelli. Questo parassita si circonda di una cisti e sporifica : le spore sono a doppio contorno e senza nucleo e fra esse e la parete delle cisti residua un liquido plasmati co di reliqiiat. Il contenuto delle sin- gole spore è verdastro o bluastro, come quello del protoplasma della forma adulta. È riuscito anche a poter avere nei Polli delle inoculazioni sperimentali di queste spore, con la riprodu- zione della classica malattia. Circa il battesimo di questo parassita ci dice: « fu scoperto da AiMÉ ScHNEiDER ucllo studiare lo sviluppo dello Stylorhynchus longicollis^ una Gregarina vivente nel tubo digestivo del Blaps e questo autore lo denominò dapprima micrococcus e poi nel 1884 Cliytridiopsis socius. Questo autore l'aveva anche trovato nell'in- testino della larva del Tenebrio molitor, un coleottero che vive nella farina e per il Blaps aveva segnalato che esso si trova sol- tanto in quegli individui raccolti nelle scuderie ove vi sono dei cavalli e del fieno, non in quelli provenienti dalle cantine, ove sono deposti soltanto utensili di legno. Io stesso ho fatto ana- — 220 — logo reperto, poiché negli individui che si trovano sotto le pietre in numero grandissimo nei sotterranei del Colosseo, non ho tro- vato altro che le fasi di sviluppo dello Siylorhynchus e mai il Chytridiopis socins, il quale probabilmente è un parassita che sì trova nelle graminacee, come lo dimostra il reperto nel Tenebria molitor , che occasionalmente passa negli insetti e quindi nei volatili, quando questi beccaiiu insieme al terreno umido, anche gli sterchi degli insetti noi quali sono racchiuse le spore del Chy- tridopsis socius. Infine lo Schneider, come già il Rivolta per VepitheJiotnices^ pone questo parassita fra i funghi e precisamente nell'ordine degli Oomiceti, e nella famiglia delle Chytridinee ^) ». Le ricerche di Casagrandi (896) non hanno avuto continua- tori, se non in pochi accenni per parte di Galli-Valerio ('905) e lui stesso non le ha proseguito. Egli crede di aver potuto isolare e coltivare dei blastomiceti, che inoculati nelle creste e nei barbigli dei giovani Polli abbiano dato luogo ai caratteristici noduli di M. e. Max & Sticker ('902; '903) hanno al certo indirizzato gli scienziati su di un campo poco esplorato. Questi aa. hanno po- tuto ottenere inoculazioni positive di M. e. dei Volatili, dopo di aver pestato i tumoretti caratteristici in un mortaio e dopo di averli liltrati attraverso ad una candela Berkefeld. Tali ricerche sono state confermate da Burnet ('906), e da Juliusberg ('904; '905) per il M. e. dell'Uomo. Senza discutere i risultati ottenuti da Max & Sticker ('902; '903) e da Burnet ('906) sulle inoculazioni di virus di M. e. dei Volatili (malattia abbastanza simile per i caratteri clinici al M. e. dell'Uomo), le ricerche di Juliusberg ('904; '905) non sono al certo convincenti. Secondo questo A. il parassita del M. e. dell'Uomo dovrebbe essere un batterio più piccolo di quello del M. e. dei Volatili, perchè attraversa la candela Chamberland, che è di grana più piccola della candela Berkicpeld. Le inoculazioni di questo fil- trato avrebbero avuto esito molto favorevole, giacché in uno dei tre inoculati, si sarebbero sviluppati ben 60 tumoretti, che per i caratteri clinici ed anatomo-patologici si dovevano diagno- sticare per M. e. Juliusberg ('904; '905) è stato più fortunato di tutti gli sperimentatori precedenti a lui, i quali, pur trovan- dosi in condizioni migliori, hanno nei loro tentativi ottenuto 1) 11 lavoro di Mingazzini ('894) uoii regge ìkI una severa critica, avendo TA. liivorato con materiale inijuiiiato. — 221 — esito cosi incerto, da far perfino dubitare a molti del contagio della malattia in parola. Il periodo di incubazione nel .suo caso sarebbe stato anche inferiore (50 giorni) alla media delle ino- culazioni precedenti. Pur ammesso che il viru^s possa filtrare attraverso ad una can- dela Chamberland, senza perdere i suoi caratteri virulenti, ne vengono due domande: Le lesioni epiteliali sono prodotte dai presunti parassiti , che hanno attraversato la candela o sono prodotte dalle loro tossine ? SiKORSKY ('903) ha ottenuto per inoculazione di tossina difte- rica sulla cornea e per inoculazione di vaccino riscaldato delle lesioni a tipo epiteliale, che si estrinsecano come noduli di M. e: il che starebbe a dimostrare che tali neoformazioni epiteliali sa- rebbero prodotte da tossine. D'altro lato le esperienze di Max & Sticker ('902; '903) sono contrarie a questa ipotesi, giacché questi osservatori hanno ottenuto le inoculazioni positive di M. e. dei Volatili, solo quando il virus ha attraversato la candela Berkefeld e non la candela Chamberland, il che vuol dire che per aversi l'inoculazione positiva vi abbisogna qualche cosa di materialmente più grande della semplice sostanza chimica di una tossina. Di grande importanza sono i risultati di Borrel ('904) sui preparati ottenuti per strofinamento con la colorazione di Lòffler ed i risultati ottenuti da Casagrandi ('906) e Serra ('907) con la colorazione al Giemsa del virus di M. e, filtrato attraverso alla candela Berkefeld, nonché i lavori assolutamente nuovi di LiPscHtiTz ('907) sulla osservazione ultramicroscopica di spe- ciali granulazioni , che si hanno stemperando nell'acqua distillata o in una soluzione fisiologica dei pezzi di noduli di M. e. di Ba- TEMAN. Tali studi, continuati su questo indirizzo, potranno forse chiarire la natura intima di tale malattia. Lo studio delle inclusioni cellulari e cromidiali, proseguito per opera di Apolant ('903), di Michaklis ('903), di Ewing ('905), di Bosc ('905 2°), e di Burnet ('906) non hanno fin ora dato ri- sultati tali da stabilire dei tipi sempre costanti di inclusioni cel- lulari protoplasmatiche e di degeneraziòfii nucleari degli elementi che debbono subire la fase di Corpuscolazione. Riassumendo tutti i risultati ottenuti dai vari osservatori, pare assodato che: ì. lì M. e. è malattia da infezione, • TI. Appartiene ad una medesima famiglia di malattie, nella quale sono compresi puro il Vainolo dei Polli, il M, e. degli Aniibi, ecc. — 222 — III. La losiono piondc origino dal corpo mucoso di Mai.pi- tiHi dell'epidermide, pur non potendosi, almeno teoreticamente, escludere che in qualche caso possa iniziarsi, anche nell'epitelio dei follicoli piliferi e delle glandolo sebacee. IV. Il Corpuscolo di Henderson è una trasformazione del citoplasma delle cellule del corpo mucoso di Malpighi, an- ziché la fase ultima di spore di un parassita. V. Il Corpuscolo di Henderson non è certamente l'agente del contagio. VI. La natura della lesione è da riguardarsi piuttosto come una metaplasia, anziché come una neoplasia. PARTE IL - Ricerche personali. MICROTECNICA. Per le mie ricerche sulla struttura dei noduli di M. e. di Bateman mi son servito di numerosissimi tumoretti in vario stadio di sviluppo, prelevati da molti ammalati. Per i preparati stabili, trattandosi di pezzi molto piccoli, è opportuno procedere ad una fissazione immediata. I liquidi fissatori che mi hanno dato i mi- gliori risultati sono stati 1' alcool assoluto, il liquido di Zenker, il liquido di Flemming (miscela forte), il liquido di Hermann, di BouiN, di GiLsoN, ecc.; per 1' alcool assoluto sono sufficienti poche ore. Come intermediario ho adoperato il benzolo, che per la sua rapida evaporazione, permette un più breve soggiorno dei pezzi nella paraffina, il che è utilissimo, trattandosi di tessuti tanto delicati. A titolo di controllo ho adoperato il rivestimento con la celloidina , avendo risultati ideatici. Per la colorazione delle sezioni mi son servito di varie ematossiline (Ehrlich, Delafield) e specialmente della ferrica, secondo la formola di Heidenhain: ho usato pure 1' emallume, il paracarminio, il carminio boracico, il picro-carminio , la saffranina con il violetto acido o con il verde luce secondo Benda, la triplice colorazione di Flemming; per la dimostrazione del reticofo proto plasmatico il Kerns chwarz, per le secrezioni il processo di van Gibson e tutte le colorazioni speciali che verrò esponendo nei vari capitoli del testo. Per le osservazioni ho adoperato il 2 mm. apocr. ap. 1:40 di Zeiss "ad immersione omogenea con la serie degli oculari com- pensatori e la luce artificiale^ di un forte, lume ad incandescenza a ijas. — 223 — Aspetto e descrizione dei noduli. La formazione patologica chiamata M. e. di Bateman si pre- senta sotto forma di noduli di grandezza variabile da una testa di spillo ad un pisello, raramente di dimensioni maggiori; infatti ritengo debbano interpretarsi come del tutto eccezionali i noduli descritti da Cazenave & Schedel ('828), che raggiungevano la grandezza di un uovo di piccione. Qualche volta è vero, pos- sono arrivare fino alla misura di un cece o di un pisello, come nei casi riferiti da Bizzozero & Manfredi ('877). I citati aa. in una ragazzina di due anni , che portava vari nodi disseminati sulla faccia, ebbero occasione di vederne due grossi come un cece sulla cute delle mammelle, i quali vennero asportati e studiati; e in un'altra a 12 anni, oltre ai nodi pure disseminati sulla faccia, ebbero a riscontrare un nodo grosso come un pisello un po' pe- duncolato ed appiattito, appena al di sopra della piegatura del braccio. Sono talvolta sessili ed irregolari, tal altra pedunco- lati, arrotonditi, mezzo sferici, lucidi, a superfìcie liscia traspa- rente, di colore biancastro, o roseo, o conservanti il più spesso il colorito della cute normale. Presentano un infossamento cen- trale, un ombilico più appariscente nei tumoretti più grossi, dal quale , in qualche caso , fuoriesce una sostanza lattiginosa [milkif-fiiikl di Bateman ('817)]. Kaposi ('891) opina che l'infos- samento, l'ombilico, corrisponde incontestabilmente all'orifizio del follicolo pilifero, il che non è esatto. Il nodulo con la pressione esercitata dalle unghie dei due pollici, sguscia dalla sua loggia, lasciando una piccola cavità rossa, facilmente sanguinante, e si mostra come un corpo ovoide, di aspetto reniforme, formato, ad un esame superficiale, come di tanti lobuli, di tanti acini di un grappolo, il cui stelo, il cui apice corrisponde all'ombilico teste osservato, rivestito da un lasco tes- suto connettivo, nel quale decorrono piccoli vasellini sanguigni. Schiacciandolo fra le unghie si ha la sensazione di un crepitio sottile, risolvendosi il tutto in una sostanza risiforme. Hebra ('866- 72) ritiene che i noduli di M. e. abbiano una somiglianza sor- prendente con le verruche, poiché il sebum in esse contenuto, in- durito, scuro-bruno, apparisce a guisa di piccole protuberanze fi- liformi, circondato da una zona epidermoidale: si distinguerebbero però sempre dalle verruche per la loro poco durezza e per la cir- costanza che i tumoretti , mediante una pressione laterale, eva- cuerebbero il loro contenuto in forma di masse ovali, bianche, — 224 - •■sposso viiitiio.se, caseose, laidaceo. Si possono manifestare in tutti i punti del corpo , principalmente alla faccia , al collo, alle pal- pebre, ai genitali ed alle regioni inguinali nelle donne publiche, frequenti nei fanciulli, nelle scuole, negli asili, nei quali molti possono essere i contagiati. Renaut ('880) crede che risiedereb- bero più facilmente sopra i punti dove la pelle, munita di glan- dole sebacee è fine e fornita di un tessuto connettivo lamelloso (palpebre, fronte, faccia, pene). Si sviluppano in tutte le età in una maniera molto lenta, sono assolutamente cronici ; per aversi una grandezza notevole di essi, abbisognano molte settimane e mesi e forse anni. Zeissl ('869) e Neumann ('874) riferiscono casi di sviluppo acuto verificatosi nel puerperio. I noduli in parola sono siti immediatamente al di sotto del- l'epidermide e sviluppandosi non si infossano mai nella pro- fondità del derma, ma sono spinti e mantenuti in fuori, quasi che, come ha anche notato Audry ('889), i primi piani congiun- tivi sottoepiteliali del derma opponessero loro una barriera insor- montabile. Marullo ('904) anche lui pensa che la classica forma a grappolo, la grandezza e l'aspetto rotondeggiante di ciascun nodulo sieno dovuti agli ostacoli ed alle pressioni che incontrano le masse delle cellule epiteliali nel loro proliferare verso gli strati |)rofondi e in alto ad un punto degli strati epidermoidali. La epi- dermide normale, o leggermente modificata, ricopre il nodulo e si assottiglia verso lo sbocco, l'ombilico, introflettendosi legger- mente in esso, ma per breve tratto; non posso ammettere che questa si continui nell'interno del nodulo per lungo tratto, co- stituendo con la sua modificazione tutta la neoplasia. I vari lobuli non sono di uguale grandezza e volume, né allo stesso stadio di sviluppo, e nemmeno si può ritenere che i più interni sieno ad un grado di evoluzione più avanzata dei più esterni, giacché la trasformazione delle cellule di questi zaffi epi- teliali in Corpuscoli di Henderson, come si dirà, può essere arrestata o ritardata da vari fattori. La disposizione dei lobuli nei tumoretti giovani è identica a quella dei noduli, che hanno subito un certo grado di sviluppo, aumentando in questi ultimi solo il numero dei lobuli, ma non difturondo per nulla nella loro essenza. Da Klebis ('859), tia Bollingeh ('873; '878), da Peuuonuito ('881), da Rivolta ('877), da Mingazzini (894) e da numerosi altri osservatori si è voluto paragonare il M. e. dell'Uomo al Vainolo dei Polli p(!i' l'iflentità della forma morbosa. E por vero la so- li iiacee o la secl(3 delle le- sioni iniziiili del Mollusco, lu cellule delle ^'landole s(!bacoe e sudoripari; non [)roseiitano alcuna niodiiìcazione; le neoformazioni sono circondate d' uno o più strati di cellule cilindriche, che si continuano con gli strati profondi del corpo mucoso di Malpighi. Il corpo mucoso prosenta degli infossamenti, delle depressioni, nelle (piali si sviluppano i tumori del Mollusco: le lesioni si svilup- pano negli spazii interpapillari, che si slargano in tutti i sensi, il tumore presenta dei prolungamenti, che gli danno una strut- tura lobulata ed hanno fatto credere alla sua origine glandolare. Sopra nessuna delle sue preparazioni ha constatato le tracce di partecipazione dell' epitelio follicolare al proces.so morbo.so, mentre che ha potuto vedere la proliferazione delle cellule epidermiche e la loro trasformazione caratteristica in Corpus coli del Mol- lusco farsi nella profondità e partire direttamente dal reticolo malpighiano. Ha trovato infine che ove esistono le glandole se- bacee non si trova aiìatto indizio anche iniziale di tali neofor- mazioni, e che, all'opposto, quando si trova la neoformazione non si osservano né le glandole sebacee, né i follicoli piliferi. Taruffi ('875) pare incerto sulla sede dei noduli di M. e, giacché pur di- cendo, che si ha che fare con una iperplasia con successiva de- generazione delle glandole medesime, riscontra in altri esemplari una struttura diversa , avendo veduto che i singoli granuli di Mollusco erano formati da più zaffi, epiteliali, che discendevano dal reticolo malpighiano, ciascheduno dei quali nel centro ed un poco verso 1' estremità subivano la degenerazione suddetta : si sarebbe trattato di una metamorfosi retrograda di cellule epite- liali di nuova formazione, metamorfosi che per il suo aspetto si può chiamare vitrea. La nota di Allen ('886), di aver potuto togliere in un asilo di New-York ben undici tumoretti di M. e. sulle labbra di una giovinetta dovrebbe essere, secondo me, uno degli argomenti più forti contro la teoria che si vuol fare di questa affezione una lesione delle glandole sebacee o dei follicoli piliferi. Solo Bosc ('905 1°) pare abbia riportato i fenomeni che si verificano in questa malattia ad una esatta concezione, dicendo che il piccolo tumore è costituito da una proliferazione pura di cellule malpighiane, che s' ipetrofìzzano, si disorientano e subi- scono una degenerazione totale. Il detto A. non si preoccupa del punto di pmienza della nooformazione in parola, gli basta di ~ 229 — sapere che a misura che si va vorbO il centro lo cellule aumen- tano di volume, subiscono una ipertrofìa chiara progressiva, di- vengono globose e colossali, con una parete spessa colloido-corhea, dei filamenti di passaggio e del protoplasma periferico, ed in ragione della ipertrofia chiara delle cellule, della ineguaglianza e delle compressioni che ne risultano, si producono delle defor- mazioni cellulari, delle imbricazioni ed una disorientazione, che conduce alla formazione di sferule epidermiche. Anche la patologia comparata insegna che il tessuto glan- dolare dell'epidermide è in massima parte risparmiato dalla ma- lattia in parola; nei Batraci Mingazzinj ('902) dimostra sede dell'affezione esclusivamente l'epidermide, anzi essa non viene in generale affetta in tutte le sue parti, poiché le glandolo, che ne sono una dipendenza, non di rado vengono risparmiate dal parassita e si trovano normalmente costituite al di sotto del no- dulo, ma in casi gravi anche diverse fra esse vengono invase dal parassita e sono ricoperte dalla proliferazione epiteliale, che produce la sua presenza. Lo strato dermico sottostante, i vasi sanguigni ed i muscoli striati, che in talune regioni possono tro- varsi molto vicini all'epidermide, si mostrano generalmente dì aspetto normale. Soltanto nei noduli molto sviluppati si può os- servare una leggiera proliferazione del connettivo dermico inter- glandolare, che a forma di zaffi, rialza l'epidermide infetta e con- tribuisce a fare aumentare la rilevatezza del nodulo; in gran parte però anche nei noduli maggiori il rilievo è prodotto a spese dello strato epidermico, il quale in seguito alla presenza del parassita si ipertrofizza, e prolifera notevolmente, producendo l'accumulo speciale di cellule epiteliali e parassiti , che caratte- rizzano essenzialmente il nodulo. Ho seguito numerosissimi tagli seriali di noduli di M. e, escissi con l'epidermide circostante, e di pezzi di epidermide, ap- parentemente sana, prelevata nei punti dove erano più confluenti i noduli in parola, per poter colpire il primo sviluppo della ma- lattia e la sede di essa. In questi tagli di cute normale vien fatto di potere osservare nel corpo mucoso di Malpighi dei pic- coli noduli , dei raggruppamenti cellulari, ancora ricoperti dagli strati superiori dell'epidermide, senza che in questi ultimi si fosse riscontrata alterazione degna di nota. Gli elementi del corpo mucoso si mostrano circondati da lasche fibrille di tessuto con- nettivo, che in certo modo finiscono per isolarli dalle cellule circostanti sane. 16 — 230 — Il nodulo risulla di ulonunili ncllc! prime t'usi di Corpii- scolaziouo, di cellule, di cui le più estorue hanno l'alone chiaro perinucleare grande, molta cheratoj alina alla periferia, molte in- clusioni protopl asmatiche e cromatofìle, degenerazioni nucleari e gli accenni dell'ammassarsi della sostanza corpuscolare. Gli elementi più interni invece hanno già formata la membrana cel- lulare, hanno spostato il nucleo alla periferia della zona di ecto- plasma, hanno maggioro numero di inclusioni protoplasmatiche e mostrano più chiaramente i granuli della sostanza corpuscolare fondersi in masse. Corpuscoli di Henderson adulti non se ne hanno in questi primi accenni. Nei noduli più avanzati nello sviluppo si hanno nel centro anche dei Corpuscoli già formati, ma circondati ancora dalla membrana cellulare e da un nucleo atrofico con un unico granulo brillante cromatofìlo nel suo in- terno. L'ombilico si originerà successivamente per usura e dege- nerazione degli strati epidermici normali superiori al nodulo: avvenuta l' usura, l'epidermide circostante, proliferando, finisce per approfondirsi, per breve tratto, nella piccola apertura, pro- ducendo il dotto escretore. Nei noduli visibili, escissi con l'epidermide circostante, riesce agevole vedere che tutto all'intorno del nodulo l'epidermide non subisce lesioni degenerative. Studiando poi i vari strati cellulari, che compongono il piccolo neoplasma, si ha la controprova, che non è possibile trovare cellule glandolari o cellule di follicoli piliferi. Gli elementi del nodulo di M. e. non sono altro che gli epiteli del corpo mucoso di Malpighj, trasformati, degenerati ed abnormemente proliferati per opera del parassita produttore della detta affezione. Strato generatore. Lo strato generatore risulta di una sola fila di elementi cel- lulari di forma più o meno cilindrica : essi riposano su quella membranella anista, che circonda a modo di capsula ogni lobulo, rafforzata da alcuni fasci di fibrille connettivali, che si tingono in giallo scuro nei preparati colorati con l' ematossilina ferrica secondo Heidenhain. Sono cellule ricche di citoplasma granu- loso a struttura finamente trabecolare, più denso alla periferia della cellula, anziché verso il centro di essa, nel quale trovasi sito un grosso nucleo vescicolare. Quando il lobulo ha assunto un certo grado di sviluppo, sia per la moltiplicazione di queste cellule, che per la degenerazione di quelle degli strati seguenti e successiva ^- 231 — loro trasformazione in Corpuscoli di Henderson , le cellule dello strato cilindrico si deformano un poco, pur restando sempre riconoscibili. Sono rare le inclusioni cellulari; quando si rinvengono sono granuli più brillanti, che nelle fissazioni osmiche si tingono molto opportunamente in nero, e che in qualche caso presentano anche una elettività per i colori cromatici. Attorno al nucleo, nel maggior numero di esse, si rinviene un alone chiaro perinucleare molto nettamente definito. Che cosa esso rappresenta ? Nessuno fin ora ne fa menzione nelle cellule cilindriche, mentre, che, per la sua relativa costanza, credo non sia destituito di un valore nella genesi dei Corpuscoli del Mollusco. Sul principio ritenevo che fosse un alone chiaro, che preludesse alla cinesi di questi elementi ; ora invece sono venuto nella persuazione che questo- alone chiaro è il principio dei cambiamenti citoplasmatici a cui va incontro la cellula per degenerare in Corpuscolo e h era- to id e. Le cellule che mostrano questo alone sono, per me, le can- didate nella produzione del caratteristico Globo; infatti negli strati seguenti verso il centro del lobulo le cellule poliedriche 0 cosidette spinose presentano sempre più accentuata la zona chiara perinucleare. È vero altresì che Bosc ('995 1.°) ha dovuto notare la presenza di questo alone chiaro perinucleare, ma non apparisce se 1' abbia riscontrato nelle cellule cilindriche dello strato basamentale o generatore, ovvero negli elementi degli strati seguenti; e però dice, che a misura che si va verso il centro le cellule aumentano di volume, subiscono una ipertrofia chiara pro- gressiva, divengono globose e colossali, con una parete spessa, dovuta alla trasformazione colloido-cornea dei filamenti di pas- saggio e del protoplasma periferico. Ed in una seconda memoria ('905 2°), a proposito delle inclusioni cellulari, avverte che nelle giovani cellule in ipertrofia semichiara si constatano nel proto- plasma dei Corpuscoli molto rifrangenti, posti qualche volta nella zona chiara perinucleare. Il nucleo vescicolare è sito verso il centro della cellula, ha una membrana nucleare esile, che in molti punti si confonde col reticolo cromatico, che risulta di una rete sottilissima di fi- lamenti cromatici intrecciantisi variamente, nelle cui maglie si trovano sparsi dei granuli cromatici, e due o tre nucleoli ; ra- ramente uno. I filamenti del reticolo cromatico a forte ingrandi- mento si mostrano formati di tanti granuli cromatici, moni- liformi, riuniti da una sostanza acromatica, o da sostanza che si colora poco con i colori cromati ni ci; infatti apparisce rosa nei pre- — 2H2 — parati fissati noi liquidi osmici o colorati con la saffVanina. 1 gra- nuli cromatici hanno le medesimo reazioni microchimiche dei fila- menti del reticolo , non cosi dei nucleoli, che restano sempre meno intensamente colorati dei granuli e del reticolo. La sostanza cro- matica nucleare risulta di un reticolo di iili sottilissimi di linina, nelle cui maglio si trova depositato l'enchilema nucleare. Non ho riscontrato in queste cellule mai la presenza di cen- trosomi o di centrosfere; è vero che esistono nel citoplasma punti più brillanti, che si tingono con i colori che mettono in evidenza tali parti cellulari, ma, sia per la loro morfologia non sempre de- lineata, sia perchè sono più frequenti in quegli elementi che si dovranno trasformare in Corpuscoli cheratoidi, si deve ri- tenere sieno inclusioni protoplasmatiche cromatofile, ne pare, dopo i lavori di Ewing ('905), possono interpetrarsi come parassiti; in- fatti, nei preparati fìssati in alcool assoluto e colorati col pro- cesso RoMANowsKY, appariscono come forme reticolate, cariche di materia cromatica, in rapporto manifesto con il nucleo al prin- cipio della loro evoluzione. Sarebbero Oro mi di simili a quelli riscontrati da Hertwig ('904) nelV AdinospJiaerium Eichhornii. BuRNET ('906) trova che le inclusioni protoplasmatiche nel M. e. sono rappresentate da granulazioni di diversa specie, disseminate, ben distinte, a contorni irregolari, indefinite; cosi MichAelis ('903) le ritiene di natura albuminoidea e grassa, ed Apolant ('903) opina che al principio non contengano grasso, grasso che suc- successivamente apparisce come piccole sferule, la cui fusione produce l' inclusione adulta, che sarebbe un prodotto di degenera- zione. Sebbene non ne facciano speciale menzione, sembra che le inclusioni cellulari descritte da Borrel ('904) e da Bosc ('905 2°) si debbano riferire al citoplasma delle cellule spinose del corpo mucoso di Malpighi, anziché alle celiale cilindriche dello strato generatore. Questi elementi cilindrici dello strato generatore, per quanto simili alle cellule cilindriche dello strato basamentale dell' epi- dermide normale, pure ne differiscono per molti caratteri; non può quindi ritenersi assoluta l'affermazione di Benda ('895), per il quale ne lo strato cilindrico, né quello vicino mostrerebbero ano- malie. Per il detto A. l'irritazione produrrebbe un certo aumento, ma la proliferazione cellulare non sarebbe sicuramente d' impor- tanza primaria nello sviluppo del M. e. Poco studiata nei noduli di M. e. è stata la cinesi; quasi nessun A. pare se ne sia occupato, infatti uno di quelli che più degli altri ha approfondito l'argomento, Audry ('899), si con- — 233 — tonta, a proposito dolio strato generatore, di dire, che un gran numero di nuclei si trovano a stadi vari di cariocinesi , e che essondo le cellule in via di cariocinesi sensibilmente più numerose, che nella pelle sana, questo strato non potrebbe esattamente cre- dersi che rappresentasse lo strato cilindrico della epidermide normale. È vero altresì che prima di Audry ('899) Majocchi ('885) avrebbe dato pochi cenni al riguardo: dice di aver rilevato le diverse fasi ascendenti e discendenti della scissione indiretta nelle cellule epiteliali che circondano le masse dei Globi j ali ni. Le cellule cilindriche dello strato basale e talune delle serie su- periori a queste, presentano d'ordinario le figure cariocinetiche più o meno distinte. In quanto al numero delle cellule in cario- cinesi, non si può stabilire sempre una norma costante; in qualche zaffo malpighiano si osservano abbastanza numerose, in altri in- vece scarseggiano : ha trovato frequentissimamente le figure a gomitolo ed a ghirlanda del nucleo, frequenti ancora le figure a piastrina equatoriale e quelle a semplice o a doppio astro, più rare invece le figure del doppio nucleo a forma gomitolare e con incipiente scissione del corpo cellulare. Ed infine Mingazzini ('894) negli elementi cilindrici dei noduli di Vainolo dei Polli, ri- scontra una maggiore attività per la frequenza delle figure ca- riocinetiche. Le cellule dello strato generatore, nelle quali si osservano figure mitotiche , non sono quegli elementi che presentano at- torno al nucleo l'alone chiaro definito, che io ritengo sia il primo inizio della Corpuscolazione. Si nota, è vero, in queste cellule che si accingono alla ci- nesi, una rarefazione del citoplasma perinucleare, però tale alone chiaro va insensibilmente confondendosi con il restante del pro- toplasma , e contemporaneamente si osserva una condensazione del reticolo cromatico verso il centro del nucleo, condensazione che porta come conseguenza che i nucleoli ed i granuli croma- tici sparsi nell'enchilema nucleare sono poco visibili , se non si ricorre a degli artifici di tecnica, cioè alla colorazione forte del preparato con l'ematossilina ferrica ed alla illuminazione con la luce artificiale. Ohe cosa rappresenta questa condensazione della cromatina ? Non è facile spiegarlo. È una fase costante di tutti gli elementi che dovranno riprodursi; infatti anche in altri tes- suti patologici neoplastici mi è stato dato di poter osservare identici fenomeni endonucleari. Sia nei sarcomi parvicellulari [Gr argano ('908)], che nei sar- comi a cellule polimorfe [Gargano ('909)] ho notato quasi costante — 234 — alla prolusu lo stadio di « siimpsi >. Escludo elio ciò sia do- vuto ad azione contrattile dei fissativi e degli alcool, sia perche questa azione contrattile non si trova spiegata negli altri elo- menti, sia anche perchè la membrana nucleare non si mostra per nulla raggrinzita. Alla fase sinaptica segue uno stadio in cui le maglie del reticolo cromàtico si trovano novellamente diradate, queste sono però più spesse e più tozze dello stadio precedente; la membrana nucleare si rende più sottile, perde i contatti che aveva prece- dentemente col reticolo cromatico; i nucleoli non mandano nes- suna risoluzione nucleolare. Tutta la cellula da cilindrica assume una forma più o meno sferica , le inclusioni protoplasmatiche cromatofìle ed i granuli di cheratoj alina spariscono probabil- mente per un processo di lisi ; nelle maglie del reticolo croma- tico si avverano movimenti che portano alla divisione , al fra- zionamento di questo reticolo nei cromosomi, e contemporanea- mente alla formazione cromosomica profasica avvengono nei nucleoli speciali mutazioni, si formano risoluzioni nucleolari tal- volta complicatissime , a molte anse , risoluzioni , che in questo periodo non si dissolvono nell' enchilema nucleare. Tali risolu- zioni si colorano intensamente in rosso nei preparati fissati nei liquidi di Flemming o di Hermann e colorati con la saffranina, ed in nero in quelli colorati con 1' ematossilina ferrica ; hanno una spiccata basofilia simile a quella dei cromosomi , sebbene non entrino direttamente nella loro formazione. Talvolta infatti qualche nucleolo non ha ancora dato riso- luzioni nucleolari, quando già il reticolo cromatico si è spezzet- tato in cromosomi. I cromosomi sono a forma di bastoncelli e di uncini o di V e sono spesso inegualmente lunghi , per il che durante Y at- trazione delle fibre, avviene che questa è spesso limitata ad un piccolo numero di essi o che interessa solo l' estremità del V od un suo punto prossimo e quindi più un cromosoma di un altro, cosi come era stato notato da Bashford & Murray ('906) nelle mitosi eterotipiche del cancro. Interessante sarebbe stato poter definire il numero dei cromosomi profasici , date tutte le qui- stioni di citologia normale e patologica, che si collegano ad esso. I cromosomi invece sono talmente addossati fra loro , e con le anse di risoluzione dei nucleoli, che è assolutamente impossibile numerarli. I rapporti fra cromosomi e nucleoli nelle cellule ci- lindriche dello strato generatore del M. o., devono essere simili a «juanto io [Gargano ('909)] descrivevo per le cellule del tipo — 285 — indeterminato dei .sarcomi, cioè che il nucleolo o i nucleoli for- nirebbero della sostanza ai cromosomi, senza entrare direttamente nella loro formazione , per mezzo di una diffusione di sostanza cromatica nell'enchilema nucleare. La membrana nucleare si disorganizza anche essa, si disor- ganizzano completamente le risoluzioni nucleolari, ed i cromosomi restano liberi nel citoplasma cellulare; mai si riscontrano figure a gomitolo unico. La metafase si inizia con un ingrandimento considerevole della cellula e col rendersi questa più sferica e più chiaro tutto il ci- toplasma : non si riesce, nemmeno con forti ingrandimenti, ad osservare la struttura trabecolare. Si trovano cellule nelle quali si è formato il fuso acromatico con i cromosomi all'equatore, ma non restano fìssati gli stadi intermedi, per i quali la cellula deve necessariamente passare per giungere alla metacinesi. AH' estre- mità dei fili del fuso acromatico non si trovano centrosomi, non si riesce a vedere, che dei punti più brillanti, che sono il risul- tato della confluenza dei fili lininici. I cromosomi si dispongono all'equatore del fuso in un modo abbastanza ordinato, ma sono anche in questa fase talmente ammassati da non essere possibile di numerarli, e per questa ragione si deve supporre, più che os- servare , lo stadio di scissione longitudinale di essi : in alcune cellule si deve ammettere che sia avvenuta la scissione longitu- dinale dei cromosomi , solo per il fatto che il numero è certa- mente maggiore. I cromosomi figli , alla telofase , arrivati ai poli del fuso acromatico, dopo uno stadio di « tassement polaire », (nel quale restano molto serrati gli uni contro gli altri, tanto da non farne distinguere i loro contorni , pur conservando la loro individua- lità) tornano a distaccarsi e si risolvono in un reticolo, ossia ogni cromosoma sembra risolversi in un reticolo elementare, e che il reticolo totale sia dato dalla confluenza dei reticoli elementari cromosomici, senza che vi sia uno stadio di gomitoli unici, iden- ticamente come alla profase non è possibile vedere un gomitolo unico, che frammentandosi desse origine ai cromosomi profasici. Con la formazione del reticolo cromosomico telofasico si ha la ricostruzione del nucleolo o dei nucleoli, i quali non nascono mai direttamente dalla fusione dei cromosomi : appariscono in- fatti quando già il reticolo si sarà formato. Come nelle cellule indeterminate dei sarcomi, « *1 nucleolo o i nucleoli si formano a spese non dei cromosomi, ma di una sostanza cromatofila che si trova sparsa nell'enchilema dei due nuovi nuclei, e che qualche — 236 — *! volta prendono dolio cuniios.sioni apparenti con il reticolo cro- matico e con le masse cromatiche , in modo che ad un esame superficiale si potrebbe ritenore che morfologicamente avessero origine dalla fusione di più cromosomi ». La formazione della membrana nucleare, e la scissione del citoplasma , costituiscono l'anafase di questi elementi. Corpo mucoso. Allo strato generatore seguono nei lobuli, negli zaffi dei no- duli di M. e, parecchi strati cellulari, che da tutti gli aa. sono stati paragonati al corpo mucoso dell'epidermide normale, quindi alle cellule spinose, né questo convenzionalismo è stato per nulla contradetto dai più recenti osservatori. Bizzozero & Manfredi ('877) notano nel M. e. che le cellule spinose hanno aspetto epiteliale, acquistano una forma irregolarmente poliedrica, con- servano il nucleo verso il centro ed offrono il contorno spesso sotto forma di quella fina striatm'a raggiata, che è propria delle cellule spinose o ciliate degli epiteli pavimentosi stratificati. Per Majocohi ('885) le cellule nelle quali avviene la trasformazione jalina in Corpuscoli di Henderson sarebbero quelle dello strato interpapillare degli zafii malpighiani. Kromayer ('893) in un accurato disegno dimostra i differenti strati dell'epidermide, che compongono i lobi dei tumoretti di M. c.\ le cellule cilindriche sono ammassate le une contro le altre e nello strato spinoso si verificherebbe la trasformazione corpu- scolare, però non tutti gli elementi si trasformerebbero in Globo cheratoide, ma ve ne sarebbero alcuni che formerebbero la sostanza intermedia. Ed anche Benda ('895) non riconoscerebbe anomalie nelle cellule cilindriche e nelle cellule spinose dei no- duli di M. e. Per Audry ('899) questo strato conserva tutti i suoi caratteri fondamentali, essendo formato di cellule poligonali riu- nite da filamenti unitivi (ponti di Schulze), facilmente ricono- scibili, perchè messi in evidenza da tutti i reattivi abituali (pi- crocarminio, fuxina acida, orango [3, ecc.), mentre molte cellule spinose sono del tutto normali; però, nello stesso temilo che rico- nosce la somiglianza perfetta di questi elementi con quelli della cute normale, in altro punto dice che quando vi sono più file cellulari, queste cellule divengono appiattite ed i filamenti uni- tivi non si scorgono che difficilme"hte. Infine Bosc ('905 1") si contenta di dire poche parole al ri- guardo, riforisc(! solo elio ciascuno doi lobuli è formato di cellule — 237 — epiteliali, che presentano la struttura tipica delle cellule malpi- gbiane di rivestimento, e che alla periferia le cellule che proli- ferano formano dei bottoni secondari e sono piccolo ed addossate le une contro le altre a palizzata. Evidentemente per cellule a palizzata Bosc ('905 l*') intende parlare delle cellule cilindriche dello strato generatore. Viceversa, coloro, che ritengono che il piccolo neoplasma abbia come punto di partenza le glandolo sebacee, vedono negli elementi in parola cellule gl-andolari trasformate e degenerate, cosi Renaut ('880) riferisce che questi elementi, invece di subire l'evoluzione grassa, per un processo degenerativo elaborano un Globo di corno imperfetto, tanto che negli intervalli fra i Globi, alcune cellule si saldano a reticolo ed altre subiscono l'evoluzione epi- dermica regolare, infatti, nel citoplasma di queste ultime cellule si troverebbero disseminate le granulazioni di eleidina. Laddove per Campana ('886) l'elemento che concorre maggiormente a for- mare la estroilessione o propagine epidermica è lo strato gra- nuloso, che in quel tratto si presenta costituito non da una o da due serie di cellule granulose, ma da cinque o sei ed anche disposte in guisa da costituire un cono con apice in basso. Ed anche Stanziale ('890) non avrebbe potuto mai osservare la pre- senza di Corpuscoli nello strato malpighiano, ciò che invece avrebbe chiaramente rinvenuto nello strato granuloso di Ranvier. Esaminando un poco tali elementi, quelli cioè che seguono i cilindrici dello strato generatore, si vede che non corrispondono perfettamente alle cellule spinose dello strato mucoso di Mal- piGHi dell'epidermide normale ed alla descrizione sintetica che ne dà E-anvier ('879 1°). Per Ranvier infatti le cellule del corpo mucoso di Malpighi dell'epidermide normale, formate da masse di protoplasma munite di nuclei, non sarebbero assolutamente individualizzate, ma fornite di filamenti protoplasmatici. Ciascuno di questi filamenti non risulta dalla unione di due filamenti posti r uno accosto all'altro, né si ha traccia di una saldatura, come ha detto Bizzozero, né di una iuxtaposizione, come ha preteso Lott ; per tale ragione queste cellule non sono completamente separate, sono confuse, ma non saldate dai loro filamenti di unione, riu- scendo impossibile di determinarne i limiti con l' impregnazione di argento, o di isolarle con la dissociazione. Pur volendo ammettere che questo strato sia completamente identico a quello delle cellule spinose del corpo mucoso di Mal- piGHi, si deve riconoscerne delle differenze: é costituito infatti da due tipi speciali di cellule, cellule che dovranno produrre i — 238 ~ Corpuscoli dol Mollusco, e cellule che dovranno assolvere una certa evoluzione e poi degenerare, nel loro consecutivo svi- luppo, principalmente per la compressione esercitata su di esse dai Corpuscoli di Henderson. Non sarebbe infatti spiegabile come delle cellule del corpo mucoso o anche dello strato gra- nuloso (!), restassero indenni dal processo di Corpuscolazione, proprio nel centro degli zaffi, là dove appunto questo processo si trova nella sua maggiore rigogliosità. Che sieno i Corpuscoli di Henderson la fase di spore libere di un Protozoo, che sieno invece la degenerazione del citoplasma cellulare, che sieno le spore di un fungo, come afferma Mingazzini ('894; '902), nessuno potrà non ammettere che la malattia sia infettiva. E dato che la maggior parte degli aa. ritiene che l'infezione avviene proprio nelle cellule del corpo mucoso, non sarebbe spiegabile che delle cellule, che si trovano in un ambiente cosi propizio a potersi in- fettare e subire la trasformazione in Globo cheratoide, assol- vessero invece la loro fisiologica trasformazione, degenerando, prima in cellule granulose e poi in cellule cornee, che sarebbero alla lor volta eliminate in una con i Griobi ed i detritus cellulari dal cratere od ombilico del piccolo neoplasma. 0 si conviene con me che i processi di Corpuscolazione abbiano il loro inizio nelle cellule cilindriche dello strato generatore ed in queste solo, e che queste soltanto sieno capaci di poter subire l' influenza dei parassiti o delle loro tossine, dando corso alla trasformazione speciale in Globo, e che quando la cellula cilindrica non si è infettata, potrà invece assolvere una metamorfosi, direi quasi, fisiologica, restando refrattaria a subire l'influenza nocivi della degenerazione corpuscolare. Ovvero si deve ammettere l'ipotesi di ViRCHOw ('865), meglio chiarita da Lukomsky ('876), che questi Corpuscoli, pur non essendo corpi parassitari, provengano dalla trasformazione del citoplasma di grossi elementi mobili e che quindi tutte le cellule del corpo mucoso assolverebbero la loro fisiologica trasformazione in elementi granulosi e cornei. Le cellule, nel cui protoplasma si dovranno produrre quelle tali formazioni note col nome di Corpuscoli cheratoidi, sono elementi rotondeggianti, sul principio senza parete, ma che poi consecutivamente, per l'ispessimento citoplasmatico nella parte periferica della cellula, vanno assumendo un aspetto molto deli- neato sugli elementi vicini. Il loro protoplasma di struttura filare è raddensato alla periferia della cellula e contrasta con la zona chiara citoplasmatica perinucleare, alla {|ual<^ io annetto molta importanza nella gonesi dei Corpuscoli. Anche Audry ('899) - 239 — nello cellule più profonde del corpo mucoso avrebbe notato dila- tazione dello spazio chiaro perinucleare di Ranvier, pur ritenendo la cosa destituita di valore, essendo un fatto costante in altre lesioni dell'epidermide ; sarebbe secondo l'A. tanto più pronun- ziato, per quanto le cellule spinose sarebbero più superficiali, per il che pensa che tale zona chiara non abbia rapporto con la for- mazione vesci Golosa degli elementi, che subiscono la Cor pus co- lazione. Nel mezzo della cellula è sito un grosso nucleo vescicolare che differisce da quello delle cellule cilindriche dello strato ge- neratore per un ammassamento della sostanza cromatica in un ristretto numero di punti del reticolo cromatico e per il fatto che spesso si vede partire dai nucleoli qualche risoluzione, che dà al nucleolo stesso l'aspetto stellare. Nel citoplasma periferico di queste cellule, che potremmo chia- mare ectoplasma, si notano quattro specie di inclusioni o granu- lazioni, di elei dina o cheratoj alina, le inclusioni cromatofìle, le inclusioni cromatiche dipendenti dalla degenerazione dei nuclei ed i depositi di quella singolare sostanza, dalla cui condensa- zione si formeranno i Corpuscoli di Hendeeson. Le cellule invece, che assolveranno la loro normale evoluzione hanno forma poliedrica, sono senza parete, con citoplasma a struttura trabecolare, molto ricco di granulazioni di eleidina, e relativamente meno fornite di inclusioni cromatofile. Non son riuscito mai a mettere in evidenza i filamenti protoplasmatici, che dovrebbero unire questi elementi, i cosi detti ponti di ScHULze 0 porocanali di ScnrÒN. Hanno un grosso nucleo vescicolare sito nel centro della cellula, nucleo ricco di sostanza cromatica, sparso in reticolo sottile di maglie che si intrecciano variamente, e for- nito di due o tre nucleoli e di parecchi granuli cromatici, che reagiscono verso i colori della cromatina come le maglie del re- ticolo stesso; attorno al nucleo non si riscontra mai in queste cellule l'alone chiaro. L'ectoplasma di esse è identico per mor- fologia e per reazioni microchimiche all'endoplasma. Il fatto, che non tutte le cellule del corpo mucoso nel M. e. dieno indifferentemente origine al Grlobo cheratoide, fu og- getto di studio, nei loro accurati lavori, per parte di Bizzozkro & Manfredi ed anche di Mingazzine ('894). Bizzozero & Man- fredi ('877) notarono che non tutte le cellule epiteliali dello strato più profondo producono nel proprio seno un Globo; molte di esse, massime quelle giacenti sullo pareti laterali del tubolo, subiscono la loro trasformazione cornea fisiologica, e vanno, tra- — 240 — sformato in lanioUo, a vuotarsi nel confluouto dei tubuli o poscia alla superficie della pelle, mescolate ad altre piastre ed ai Glob i. In questo loro decorso esse vengono incastrate, schiacciate contro i Globi, dei quali perciò mantengono l'impronta sotto forma di incavature più o meno profonde, più o mono numerose. A.ncho MiNQAzziNi ('894) trovò, negli Uccelli , che non tutte le cellule del nodulo sono uniformemente colpite dal parassita, e che è rarissimo di poterne trovare taluna esente ; nei noduli di M. e. dell'Uomo invece non tutto le cellule sono colpite dal processo. E nei Batraci ('902) gli fu agevole vedere che non tutte le cel- lule della neoformazione epiteliale venivano invase dai parassiti, anzi molte fra esse ne erano prive, tuttavia si mostravano al- terate in parte nella forma, in parte nella costituzione. Nei no- duli molto sviluppati l'A. descrive, che lo strato delle cellule ci- lindriche viene modificato, nel senso che i loro nuclei non hanno più la regolare disposizione a palizzata, come nell' epitelio nor- male, col loro maggiore diametro in direzione perpendicolare alla superficie dell'epidermide, ma invece lo presentano parallelo ed obliquo a questo e sono qua e colà più numerose, mentre altrove sono assai più rade, che nell' epitelio normale. Soltanto gli ele- menti entro i quali un parassita si sviluppa vengono ben presto a morire, degenerando con grandissima rapidità il loro protopla- sma ed il nucleo: tutti gli altri rimangono in vita, benché sieno compressi e deformati parzialmente, sia dagli elementi vicini, sia dai parassiti. In questi elementi poliedrici non ho osservato mai mitosi, ed in ciò mi uniformo all'opinione espressa da Benda ('897); si ve- dono altresì delle figure di movimento del nucleo ed anche qualche volta di scissione dello stesso, ma sono movimenti che non por- tano mai alla riproduzione cellulare, essendo fasi che stanno in rapporto con la speciale degenerazione di queste cellule e con la loro trasformazione in Corpuscolo cheratoide. Laddove AuDRY ('899), pur notando mitosi nel corpo mucoso sopra un pic- colo numero di pezzi, crede, sia certo che si possano riscon- trare negli elementi in parola ; però, per la loro rarità trae ar- gomento potente contro l'assimilazione del M. e. ad un epitelioma. Gorpuscolazione. Le alterazioni e le lesioni delle cellule del corpo mucoso di Mali'ighi durante il processo di Corpuscol azione sono molto eoniplesse e non è facile poterle studiare nel loro insieme , es- — 241 - sendo state al riguardo numerosissime e disparate lo opinioni emesse dai vari osservatori. Esse infatti riguardano principal- mente la formazione di una membrana cellulare , le anomalie nucleari, le genesi dei granuli e gocciole di una sostanza inter- pretata per eleidina o cheratoj alina, le inclusioni protoplasma- tiche, le inclusioni cromatofile provenienti dalla degenerazione della sostanza cromatica dei nuclei, e riguardano infine quella speciale e singolare sostanza, dalla cui condensazione si originano i Corpuscoli di Henderson. Tutto ciò stando puramente allo studio morfologico di queste cellule, senza entrare per ora nella interpretazione se questi Corpuscoli sieno l'esponente della de- generazione del citoplasma cellulare , ovvero se debbano invece riguardarsi come la fase ultima o anche degenerativa di un pa- rassita qualsiasi produttore della malattia in parola. Primo inizio della Corpuscolazione. Migrazione del nucleo. Si è detto che il primo inizio della Corpuscolazione si avvera nelle cellule cilindriche dello strato generatore , con la presenza e formazione di un alone chiaro perinucleare; si è detto pure come non tutte le cellule di questo strato presentino tale zona chiara citoplasmatica, e che anzi questi ultimi elementi, in apparenza normali e somiglianti molto alle cellule basamentali dello strato mucoso di Malpighi dell' epidermide normale , sono quelli che subiscono una evoluzione ordinaria, ovvero che si ri- producono per mitosi, mitosi che danno come risultato elementi che pure potranno andare soggetti alla particolare degenerazione cheratoide del loro citoplasma , sono cellule che potranno pro- durre un Corpuscolo di Henderson. Per l'attiva moltiplicazione cariocinetica le cellule vengono spinte più all'interno degli zaffi, compresse variamente, e da cilindriche assumono una forma più o meno poliedrica, irregolarmente poliedrica. L'alone chiaro pe- rinucleare si ingrandisce, l'ectoplasma si raddensa alla periferia della cellula ed il nucleo subisce delle speciali modificazioni nella disposizione della cromatina. Un punto molto delicato a notarsi ed importante si è il passaggio del nucleo dal citoplasma chiaro o endoplasma nell'ectoplasma della cellula (Figg. 1 e 2); questa migrazione avviene prima che nell'endoplasma incominci ad ap- parire quella speciale sostanza, che formerà il Globo chera- toide. n nucleo non è quindi spinto, come erroneamente si crede, alla periferia della cellula dal crescere del Globo, il - 2-12 - (]Uiil(.( (riiltrondn. come si vedrà, non iiiiscc comò un unico ispos- simeuto citoplasmatico. Per tutti gli aa. è invoce il Corpuscolo di Rende asoN quello che col suo sviluppo spinge passivamente il nucleo alla periferia contro la membrana : infatti, per Bizzozkho & Manfredi ('877) colla formazione del Globo, il nucleo viene rigettato verso la peri- feria e schiacciato fra il Globo e la membranella cornea che si sarà formata tutto intorno alla cellula. Renaut ('880) pure vede che nel protoplasma delle cellule spinose si sviluppano dei corpi traslucidi, che si colorano in rosso col picrocarminato di ammoniaca e che restano scolorati dall'azione dell'acido osmico e osserva che col crescere del Globo il nucleo cellulare è ri- cacciato alla periferia della cellula. Nel medesimo ordine di idee è Campana ('886)^, egli nota che il nucleo di queste cellule au- menta di volume, si rende molto trasparente , assume precisa- mente la forma trasparente del Corpuscolo di Henderson e si presenta in tutto o in parte circondato da frammenti di cellule con eleidina: il protoplasma quindi , secondo 1' A., non concor- rerebbe alla formazione dei Globi. E consecutivamente ('893) dice che per l'abbondanza riscontrata dell'eleidina, ebbe un mo- mento il dubbio se realmente il Corpuscolo del M. e. potesse uscire dal protoplasma degli elementi epiteliali o dal nucleo; ma poi, per ulteriori osservazioni, viene nella persuasione che questo elemento si origina da una parte che è ordinariamente il pro- toplasma, e che secondo alcuni sarebbe una degenerazione , se- condo altri e l'A. un parassita. Marullo ('904) poi, nel mentre descrive nel protoplasma delle cellule spinose delle speciali degenerazioni, che portano alla for- mazione di una parete cellulare, dice che verso la parete stessa si va depositando una sostanza per lo più in forma di lamelle, che si adattano con la loro superfìcie convessa alla detta pa- rete e con la superficie concava alla parte centrale della cel- lula. Queste lamelle hanno un aspetto corneo splendente e sono il prodotto del processo di cornifìcazione , che dipende dalla facoltà che hanno le cellule malpighiane di produrre sostanza cornea in un periodo finale della loro vita anche lontano dalla loro sede naturale. Questa sostanza cornea si nota sempre alla periferia della cellula dove pare che si principia sempre il pro- cesso di cornifìcazione, forse a causa delle pressioni, che si eser- citano da tutti i lati intorno alla cellula, e che produce un es- siccamento del tessuto, clie va dalla periferia al centro cellulare. Come si dirà anche in seguito, non credo che si possa mettere — '243 - por nulla avanti il rliibbio espresso da Cami'AiVA f'8d3j, che il Corpuscolo di Henderson possa eventualmente provenire dal nucleo, anziché dal protoplasma cellulare, né ammettere l'ipotesi di Marullo ('904), che il Corpuscolo invece provenga dalla condensazione degli strati esterni delle cellule del reticolo mal- pigliiano. Formazione della membrana cellulare. Con la migrazione del nucleo nell'ectoplasma delle cellule del corpo mucoso di Malpighi, incominciano ad apparire in questi elementi delle granulazioni, delle gocciole di una sostanza, che, per le varie colorazioni microchimiche, deve essere interpretata come cheratoj alina, come eleidina di Ranvier ('879 2°). Questa sostanza si tinge intensamente in bleu con l'emallume, in rosso col picrocarminio, e mostra la medesima elettività, per i colori, come lo strato corneo dell'epidermide normale. Le gocciole di cheratoj alina si portano verso la periferia della cellula, si depo- sitano, si fondono . si condensano in una membrana spessa che circonda od individualizza, dalle vicine, la cellula , nella quale si assolverà la degenerazione corpuscolare. La formazione di una membrana circondante la cellula é preceduta da un cambiamento di forma dell'elemento, che da po- liedrico diviene più o meno globoso (Figg. 1 e 2). Tutti gli aa., che si sono occupati dell' intima struttura di questa malattia, sono di accordo nel riconoscere all'esterno della cellula, in fase di Cor p uscolazione, la presenza di una membrana cornea, nes- suno però ci dice come questa si formi e per opera di quale sostanza. Audry ('899) infatti descrive come il mantello della cellula si individualizza sempre più, si separa da quello delle cellule vicine con le quali non ha più altri rapporti che quelli di stretti contatti: si differenzia quindi dal contenuto protopla- smatico, che finisce per essere chiuso come in un sacco, tanto che in qualche taglio si vede il Corpuscolo vuotato del suo contenuto e ridotto al guscio, al mantello. Anche Bosc ('905 1°) trova che la parete spessa è dovuta alla trasformazione colloide - cornea dei filamenti di passaggio e del protoplasma periferico; laddove gli aa. antichi, come Bizzozero & Manfredi ('877) e Kaposi ('891), poco entravano nella genesi della membrana in parola. Bizzozero & Manfredi ('877) dicono che le cellule spi- nose, che debbono subire il processo di Corpuscol azion'e, acquistano alla parte esterna del corpo cellulare un rivestimento, — 244 — una inemhraiiulla cornea, manifostantesi, in seziono ottica, come una linea a doppio contorno. Per Kaposi ('891), invece, la zona cellulare più esterna e rinchiudente nel suo interno il nucleo della cellula è ugualmcaite choratinizzata, come la degenerazione par- ticolare protoplasmatica, che porta alla formazione del Globo. Io ho potuto seguire le varie fasi di formazione del man- tello, della membrana cellulare, ed ho notato come essa provenga in massima parte dalla condensazione e fusione delle gocciole di eh eratoj alina, che normalmente avrebbe tendenza ad elaborare la cellula in parola Questa membrana è rafforzata dall'ispessi- mento dello strato esterno del protoplasma cellulare. Anomalie nucleari. Numerose sono le anomalie che subisce il nucleo delle cellule del Corpo mucoso durante la fase di Corpuscolazione, ano- malie spesso non notate, o altresì credute come parassiti. Si presta per lo studio di esse opportunamente la colorazione di Giemsa ed in generale le colorazioni con i colori di anilina con o senza mordenzamento ed anche benissimo la semplice colorazione con l'ematossilina ferrica secondo Heidenhain. Keomayer ('893) ebbe agio di poter vedere che i nuclei delle cellule spinose aumentano di volume, non prendono più i colori cromatici, ad eccezione del loro corpuscolo, ma che grazie alla colorazione di Wfigert si riesce sempre a poterli distinguere; la cromatina sicuramente si diffonderebbe nel citoplasma degenerato. Nel Vainolo dei Polli Mingazzini ('894) avrebbe trovato che il nucleo della cellula, spinto dalla maggiore evoluzione del pa- rassita, sempre più perifericamente, incomincerebbe a degenerare. La cromatina si dissolve nel carioplasma, il reticolo si perde, i punti nodali di cromatina divengono veri globuli di forma ir- regolare ed in totalità prende l'aspetto di un nucleo in degene- razione: e in uno stadio ulteriore il nucleo è totalmente deo-e- nerato, deformato affatto e ridotto ad un corpo più o meno se- milunare, più o meno frangiato, nel quale non si può riconoscere un contenuto di sostanza cromatica e di carioplasma, e che pre- sentasi intensamente colorato per i resti di cromatina degenerata sciolti in esso. Laddove per Audry ('899) le anomalie nucleari consisterebbero in una condensazione della cromatina in due o tre punti rotondi, di volume ineguale, fortemente tinti in una maniera omogenea e che sono paragonabili a dei nucleoli volu- minosi. Ma nello stesso tempo che l'A. discute le varie ipotesi — 245 — emosso da Macallum ('892), Benda ('897), Neisseh ('894), non sa risolvore la quistionn so quoste formazioni rispondono ad una condonsazione intrauucleare di cromatina pseudo od ortonucleare, tale quale ha segnalato all'interno del nucleo, o se si tratta di un frammento della sostanza singolare che si troverà sparpagliata nella massa protoplasmatica. E nelle successive fasi dice che il nucleo non è molto modificato, si schiarisce e non contiene più che una sola macchia cromatofila nucleoliforme. Ed anche Bosc ('905 1°) osserva il nucleo ipertrofizzarsi, vacuolarsi, e presentare una dissoluzione della cromatina con disparizione progressiva della sua membrana. Come opportunamente ha notato Auury ('899), è quasi co- stante a notarsi nel nucleo la presenza di corpicciuoli cromatici, che per la loro morfologia potessero essere interpretati come nuclei accessori (Fig. 4 e 5) : in essi non si distingue, anche ri- correndo a forti ingrandimenti ed alla illuminazione artificiale , una struttura fondamentale. Sono blocchi di cromatina o di so- stanza, che reagisce come la cromatina , di forma sferica , dai quali si vedono partire tanti raggi, che spesso raggiungono la membrana nucleare e si confondono con essa. Non è assolutamente chiara la genesi di questi corpicciuoli, se cioè provengano dai nuclei o dalla condensazione del reticolo cromatico o dalla fusione dei nuclei con la sostanza cromatica del reticolo stesso ; infatti, i nucleoli nelle cellule spinose, che subiscono il processo di Corp u scola z ione, reagiscono meno bene del reticolo cromatico con i colori della cromatina, si tin- gono paUidamente in rosa con la saffranina, ma è vero pure che questi nucleoli, durante il processo diCorpuscolazione, man- dano delle risoluzioni nucleolari di varia forma, ad anse, a vo- lute, spesso frastagliatissime, e, nell'inizio, queste risoluzioni po- trebbero benissimo confondersi con quei blocchi cromatici sferici, tanto più, che le risoluzioni nucleolari, a differenza dei nuclei, presentano quasi la medesima basofilia del reticolo cromatico. Molti di questi nucleoli, nelle successive fasi, per un processo di lisi finiscono per riassorbirsi nell'enchilema nucleolare. Io ho la persuasione, che i nucleoli non entrano direttamente nella for- mazione di questi corpicciuoli cromatici, forse potrebbero indi- rettamente fornire loro della sostanza : certo si è che si dissol- vono, quando ancora questi corpicciuoli sono nel maggiore loro sviluppo. I fenomeni nucleolari , nei nuclei, durante la C o r p u - scolazione, sono identici a quelli dei nucleoli delle cellule ci- lindriche durante le fasi mitotiche. Viceversa si vede, che man 17 — 246 — mano che diiUu primo iilc collulaii si procedo verso il centro del lobulo, negli elementi, che si trasformeranno in Corpuscoli di Hknderson, il reticolo cromatico si rende più rado : i rami del reticolo stesso si ispessiscono , si raddensano nei punti di con- tatto e finiscono per individualizzare, uno, due o tre (raremento un numero maggiore) di questi corpicciuoli cromatofili. Di estremo interesso sarebbe l'assodare la genesi delle loro ramificazioni stel- lari, se cioè queste sieno primarie o secondarie alla formazione dei corpuscoli in parola. Sono esse il residuo del reticolo cro- matico o sono risoluzioni dei coi'picciuoli cromatici? Per la forma talvolta regolare di esse, sembra sieno piuttosto da riguardarsi come risoluzioni dei corpuscoli anzidetti : sono rami cromatici sottili e rettilinei, che, partendo come raggi del corpicciuolo, si dirigono verso la periferia del nucleo , e raggiungono molto spesso la membrana nucleolare, anzi là dove si fondono con la detta membrana, si possono notare dei punti nodali, degli ispes- simenti cromatici. Quando i corpicciuoli sono due o più, possono restare isolati in guisa che le risoluzioni loro non si toccano vicendevolmente, altre volte mandano dei raggi dall' uno all'al- tro, formando delle bizzarre e singolari figuro nucleolari. In questo stadio il reticolo acromatico non è più visibile, l'enchilema nucleolare si rende trasparentissimo e si vedono sparsi solo pochi granuli cromatofili, che sono gli ultimi reliquati della dissoluzione dei nucleoli. Quale sarà il destino di questi corpic- ciuoli ? Essi, per un lento processo di riassorbimento, perdono prima le risoluzioni, i raggi, nello stesso tempo che si rendono più piccoli e meno tingibili con i colori della cromatina, perdono la loro spiccata basofilia ; e quando il nucleo ha quasi raggiunto nella sua migrazione la membrana cellulare cheratinizzata (e quando il Corpuscolo di Henderson si sarà andato evolvendo), allora apparirà come un corpo vescicolare appiattito, fornito di una sottilissima membrana e di un unico corpicciuolo piccolis- simo, puntiforme, centrale, cromatico. In una fase precedente si trovano, è vero, alla periferia della membrana nucleolare, delle gocciole di sostanza, che reagisce come sostanza cromatofila, e questa credo provenga dalla dissoluzione della cromatina e dal suo depositarsi nel citoplasma residuo perinucleolare. Queste goc- ciole, con opportuni e delicati metodi di tinzione, si riesce sempre a metterle in evidenza ed a distinguerle dallo inclusioni proto- plasmatiche , dai granuli di eleidina o cheratoj alina e dalla so- stanza corpuscolare. — '247 — Il nucleo però in altri casi 'molto rari) può porfino subire uu processo di scissione (Fig. 6), le cui fasi non sono molto stu- diabili: i due nuclei che nascono da questa scissione (probabil- mente diretta) , rimangono attaccati 1' uno all' altro , ed in cia- scuno di essi si avverano i medesimi fenomeni degenerativi testé studiati. E finalmente in altri casi , di estrema rarità, il nucleo perde la membrana, ed il oorpicciuolo cromatico di forma stellare con le caratteristiche risoluzioni, resta libero nella cellula in via di Cor puscolaz ione. Macallum ('892j, che pure ha osservato questi corpicciuoli cromatici , pensa che provengano da migra- zione di sostanza cromatica dal nucleo nel protoplasma e sareb- bero quindi da considerarsi come plasmosomi. Anche Benda ('895) vede neir interno della capsula, che circonda il Corpuscolo del Mollusco, un corpicciuolo refrangente, che crede provenga da migrazione del nucleo; e in seguito confonde queste formazioni con i Corpuscoli di Touton" ('892), che secondo lui, per qualche particolarità , farebbero pensare al nucleo accessorio , sebbene non rispondano ai metodi di colorazione e di indurimento di questi. Io ritengo che i corpi osservati da Macallum ('892) e Bknda ('895) non sieno altro che i corpuscoli cromatici stellari testé descritti, o, seguendo in parte le idee di Kuznitzky ('895 1*>), che sieno dati dalla condensazione di sostanza cromatofìla dif- fusa dal nucleo. Eleidina e cheratojalina. L' eleidina e la cheratojalina sono la medesima cosa? G-li aa. che si sono occupati dello studio di questa aifezione pato- logica ne parlano indifferentemente , spesso confondendo 1' una sostanza con 1' altra, né i trattati di tecnica istologica sono più chiari al riguardo con l' indicare delle reazioni microchimiche speciali. Ranvieb ('879 2°) nella cute normale osserva che le cellule dello strato granuloso contengono una sostanza , che si colora fortemente in rosso col carminio e che ha chiamato col nome di eleidina; si trova come gocce. Lo strato lucido nelle preparazioni della pelle dell' Uomo, ottenute con l' indurimento in alcool, è da principio colorato in giallo quasi uniforme , ma ben presto il reattivo colorante, continuando la sua azione, si vede che produce in vicinanza dello strato granuloso ed alla superficie del taglio (la superiore o l' inferiore), delle gocce, che si colorano in rosso come quelle che sono nelle cellule dello strato granuloso. Queste — 248 — gocoe sono libero; il loro nuinni-o e V iiiltinsil.à diilla loro col<ìr;i- zioiio soiubrano accresoorsi, allorché, per rendere la preparazione persistente, si sostituisce alla soluzione di picrocarminato di am- moniaca della glicerina addizionata ad una piccola quantità di questa materia colorante. La sostanza, che si spande così alla superficie dello strato lucido, è evidentemente liquida ; essa ha la rifransenza e sembra avere la consistenza di un olio essenziale- L' A. non vuol proprio dire che l'eloidina sia un olio essenziale; la composizione chimica di questa sostanza è ancora sconosciuta, e le ricerche istochimiche che ha fatto su questo soggetto sono ancora poco numerose per farsi una opinione al riguardo. Per dimostrare la sostanza jalina si adotta specialmente il metodo di van Gibson, che le dà un colorito rosso splendente; ma la sostanza jalina pare si confonda con la sostanza colloide, che a sua volta con la colorazione di van Gibson , secondo al- cuni, si colorerebbe anche in rosso giallo, spesso in rosso splen- dente, in modo che nei tagli la sostanza colloide risalterebbe assai chiaramente sulle rimanenti parti del tessuto. La reazione cromatica , secondo altri, non basterebbe per distinguere la so- stanza colloide dalla jalina, poiché l'una e l'altra si colorano ugual- mente in rosso splendente. Nel M. e. di Bateman le cellule racchiudenti 1' eleidina, se- condo Ranvier [in Renaut ('880)], non sono quelle che subiscono la trasformazione globulosa, ma bensi quelle intermedie , e che corrispondono come sede agli elementi che occupano gli inter- valli fra le cellule glandolare Renaut ('880) negli intervalli fra i Globi rinviene alcune cellule che si saldano a reticolo ed altre che subiscono l'evoluzione epidermica regolare, e nel protoplasma di queste ultime trova disseminate le granulazioni dì eleidina. Campana ('885) osserva che l'eleidina , dopo formatisi i Globi del Mollusco, resta libera a costituire gocciole splendenti, rac- colte negli spazi tra un Corpuscolo del Mollusco ed un altro; questa eleidina potrebbe dar luogo a delle sferule grosse, ma scarse, quanto quelle proprie del Mollusco, né queste sfe- rule potrebbero tanto facilmente distinguersi dai Glo bi caratte- ristici, avendo questi ultimi tutti i caratteri morfologici e le me- desime elettività per molte delle sostanze coloranti dello strato corneo. E il detto A. in un lavoro successivo ('886) avverte che i granuli di eleidina riunendosi formano sfere variamente volu- minose, che si tingono col violetto di genziana o col picrocar- minio , mentre non si colorano i Corpuscoli di Henderson; questi ultimi quando si trovano liberi, verso il centro del neo- — 249 - plasm;!, si potrebbero confondere con lo sfere di eleidina, ma la reazione col picrocarminio, negativa per essi e positiva per le sferule di eleidina, li farebbe distinguere. Infine ('893) pare modifichi parecchio il suo modo di vedere, dicendo che nel M. e. l'eleidina cresce fortemente, che i granuli di eleidina non si mantengono uniformi e piccoli come si tro- vano nello stato normale : essi sono cosi grossi da superare la grandezza dello stesso nucleo e se ne vedrebbero nelle cellule e fuori delle stesse; sarebbe quindi difficile dire se uno di questi corpicciuoli rappresenti l'inizio dell'alterazione del M. e, ovvero sia eleidina nella sua fase di evoluzione. Gaucher & Sergent ('898), seguendo le idee espresse dal loro maestro Renaut ('880) ritornano sull'argomento e ci dicono che negli strati seguenti quello delle cellule cilindriche si riscon- trano elementi, che tendono alla forma più o meno globulare, di cui un certo numero si modificano profondamente in seguito a sviluppo e deposito di grosse granulazioni j aline, colorate in rosa- arancio dal picrocarminio e distribuite più o meno irregolarmente intorno al nucleo. Queste granulazioni aumentano di volume, si fondono fra di loro ed arrivano a costituire un blocco volumi- noso, che riempisce quasi interamente la cellula trasformata al- lora in un Globo arrotondito, nel mentre che il nucleo è spinto alla periferia della cellula. Audry ('899) anche lui si domanda se l'eleidina e la cheratoj alina sieno la medesima cosa; egli non ha potuto riconoscere delle differenze e la trova sotto forma di goc- ciole molto fini nelle cellule del corpo mucoso e più grandi negli elementi dello strato granuloso dei noduli di M. e. Marullo ('904), per studiare la presenza della cheratoj alina, si è servito della co- lorazione con l'ematossilina Delafield e della scolorazione con l'acido acetico: la sola cheratoj alina resisterebbe all' azione del- l'acido acetico e resterebbe colorata in nero bluastro, e facendo ai tagli cosi trattati seguire una nuova colorazione con ematos- silina Delafield e con eosina, avrebbe ottenuto colorati i nuclei in violetto , il protoplasma in rosa e la cheratoj alina in nero bluastro. Ha osservato che è sparsa sotto forma di granulazioni grossolane, che sono disposte a rete, in mezzo alle quali si ve- dono i Corpuscoli cheratoidi; a forte ingrandimento si ap- palesa la cheratoj alina, anche sotto forma di piccoli granuli o punti sparsi qua e là nel protoplasma cellulare. Ed in seguito ci dice che la mancanza della cheratoj alina in alcuni noduli co- stituiti interamente da cellule, che hanno subito la degenerazione colloidea, deve essere spiegata col fatto che questi noduli sieno — 250 — l'espressione del più aulico processo paU^logico, del (piale i i"ap- presentanti sono i Corpuscoli del M. e. Evidentemente per Marullo ('904) eleidina e cheratojalina debbono essere la medesima cosa, sebbene nel suo pregevole la- voro di eleidina non se ne faccia menzione ; egli infatti si era proposto, volendo studiare nel M. e. la evoluzione fisiologica delle cellule malpighiane , di rivolgere la sua attenzione alla ricerca della cheratojalina, nello stesso modo come per studiare la evo- luzione patologica dei detti elementi ha rivolto la sua attenzione alla sostanza colloide. Invece non è chiara l' interpretazione che dà Campana ('885; '886; '893) al raggrupparsi delle gocciole di eleidina, che formerebbero sfere simili ai Corpuscoli di Hks- DERSON e solo in parte riconoscibili dagli stessi per alcune spe- ciali colorazioni microchimiche. Tenendo appunto presente che le cellule del piccolo neo- plasma non muoiono, appena si inizia in esse il processo di Cor - puscolazioue, ma bensì continuano a dare, sino alla formazione del Corpuscolo di Hei^debson, segni evidenti della loro vita- lità, ci riuscirà agevole studiare le varie formazioni, che si vanno evolvendo nel loro protoplasma. Io ritengo con Audry ('899) che 1' eleidina e la cherotojalina sieno la medesima cosa , e sieno espressione di quel processo fisiologico, che si avvera nelle cellule epidermiche, cosi chiaramente descritto da Ranvièr ('879 1°) ; le gocciole o granulazioni di eleidina non si trovano sparse unifor- memente nelle cellule del corpo mucoso, per la sola ragione che queste cellule non daranno luogo, con la loro successiva evolu- zione, alle cellule dello strato lucido, come nell'epidermide nor- male, né sono per i loro caratteri morfologici del tutto identiche alle cellule spinose del corpo mucoso di Malpighi. Negli elementi invece, nei quali non si ha la trasformazione cheratoide , negli elementi che non produrranno il Corpuscolo di Henderson, la cheratojalina o 1' eleidina si trova distribuita in granuli fini in tutto il citoplasma cellulare, come piccole granulazioni, come gocciolette, che si tingono in rosso arancio nei preparati colorati col picrocarminio , e si colorano anche benissimo in bleu scuro con l'emallume e con l'ematossilina acida di Ehrlich, con o senza colorazione di contrasto. Con l'ematossilina ferrica di Heidenhain queste granulazioni di eleidina si colorano poco : non è che restino assolutamente scolorate, ma al certo non sono messe bene in evidenza; viceversa, questo colorante rende degli utilissimi servigi per tingere elettivamente le inclusioni protoplasmatiche e le de- generazioni nucleari cromatiche, ed anche per studiare la forma- — 251 — ziono speciale della sostanza corpuscolare. In tali elementi quin li, che non sono l'espressione di un processo patologico, la normale formazione dei granuli di cheratoj alina può subire delle deviazioni per il fatto della compressione esercitata su di esse dalle cellule limitrofe, che sono in fase di Corp us co lazi o ne ; i granuli, le gocciolette di eleidina si fondono , danno luogo a gocciole più grandi, che migrano alla periferia dell' elemento, e consecutiva- mente fuoriescono dallo stesso per raccogliersi all' intorno della membrana, che "circonda le cellule in fase avanzata di Corpu- sc olazione. La cheratoj alina invece nelle cellule, che generano il Globo cheratoide , si comporta diversamente : in un primo periodo le granulazioni si trovano raccolte nella zona citoplasmatica esterna cellulare (Figg. 1 e 2), ancor prima che si formi la membrana che circonda 1' elemento in parola, laddove nella zona perinucleare chiara non si riesce, anche con delicati metodi di tinzione, a met- tere in evidenza granuli di tale sostanza. Le granulazioni di che- ratoj alina non sono fine ed omogenee in tal caso : alcune sono grandi, altre a gocciole, altre sottili, altre sferiche, altre di forma indeterminata, migrano alla periferia della cellula, si distribuiscono all' intorno in modo uniforme , a rosario , e siccome si colorano pure intensamente con la fuxina fenica, con il bleu di metilene, con il violetto di genziana, e siccome resistono anche al Gram, queste granulazioni (le più piccole) furono interpetrate da An- GELUCCi ('880) e da altri come cocchi. Come ho accennato nella Discussione critica desunta dalla Bibliografia, e come più opportunamente tratterò in prosieguo in un capitolo speciale, non è facile poter dire se al- cuni determinati corpicciuoli, che si rinvengono intorno a questi elementi in fase di Co rpus colazio ne , debbano essere inter- petrati come microparassiti ovvero non sieno altro che granuli di eleidina nel primo inizio della loro formazione. Infatti, i colori consigliati per tingere i batteri in genere, mettono anche in evi- denza la cheratoj alina, ed i vari aa. hanno sempre vagheggiata la speranza di scoprire 1' agente del contagio , partendo dalla concezione che il M. e. di Bateman, per i caratteri clinici, deve al certo essere considerato malattia da infezione. Eliminatasi una porzione della cheratoj alina, la cellula, come si è detto, si va rivestendo di una membrana creatasi in parte a spese dei derivati dell' ectoplasma cellulare ed in parte rafforzata dalla cheratojalina depositatasi alla periferia dell'elemento. Con la formazione della membrana cellulare e con lo sviluppo del — 252 — Globo, quello pooho <>- pracolorazione al bleu di Lòffler, ed ho notato, anche io, delle forme granulari, che non posso (come ho detto precedentemento) dichiarare formo micrococciche parassitarie caratteristiche di quost;i malattia, perchè prelevando dei pezzetti di cute normale sia dii soggetti affetti di M. e. di Bateman, sia da altri individui in- denni, e sottoponendo questi pezzetti alle medesime manipola- zioni, ho ottenuto risultati analoghi. Probabilmente le forme os- servate da BoRREL ('904) e da Burnet ('906) non sono che granuli cromatici protoplasmatici , che si tingono intensamente con il bleu di LOFFLER. Le culture artificiali nei vari mezzi consigliati per l'esame dei batteri e dei Protozoi sono riuscite negative o non convin- centi, essendo facilissimo di aversi l'inquinazione per opera dei comuni batteri, se non si ricorre alla previa cauterizzazione col fuoco della superficie esterna del nodulo ed al prelevamento suc- cessivo del materiale con ago di platino. Conclusioni. n M. e. di Bateman è una malattia infettiva, che si pre- senta sotto forma di piccoli noduli epidermici , diffusi più di frequenti alla faccia ed ai genitali , a consistenza duro-elastica, ombelicati al centro, ricoperti all'esterno dall'epidermide normale, che si rende trasparente su di essi e che si approfonda per breve tratto nell'ombilico, nel cratere del piccolo neoplasma. I noduli sono circondati da lasco tessuto connettivo fibrillare e risultano di numerosi lobuli , di acini, di un grappolo, il cui stelo corri- sponde all'ombilico anzidetto. Sebbene grossolanamente abbiano l'aspetto di una glandola acinosa, pure in realtà l'affezione non ha sede glandolare, sia perchè gli elementi costituenti non hanno nessuno degli attributi delle cellule secernenti , sia perchè nei tagli seriali di cute, nelle prossimità dei noduli di M. e, si riesce talvolta a colpire il primo inizio di tali tumoretti, che eviden- temente nascono dalle cellule del corpo mucoso di Malpighi del- l'epidermide normale, ed anzi si vede una particolarità di grande rilievo, che i noduli in tale stadio di sviluppo sono sforniti dA dotto escretore , dell' ombilico e della cavità centrale o crateri- forme. L'apertura con l'esterno si forma secondariamente, quando — 265 ^ il tumore, per l'aumento considerevole elei suoi lobuli, finisce per usurare gli strati epidermoidali superiori; in secondo tempo l'e- pidermide circostante, proliferando, finisce per approfondirsi in questa piccola apertura. Ogni lobulo , ogni zaffo si compone di uno strato esterno di cellule cilindriche più o meno a palizzata^ che ricordano assai bene le cellule basamentali dell' epidermide normale. In questi elementi si riscontrano frequentissimamente figure mito- tiche, come esponente della grande attività neoformativa di essi. Ho potuto notare che alcuni presentano attorno al nucleo un alone chiaro, una zona chiara perinucleare, che suppongo sia il primo inizio della Corpusco laz ione; questa zona chiara peri- nucleare è molto definita e non può confondersi con la rarefazione e rischiaramento del citoplasma perinucleare, che si verifica al- tresì all'inizio della cinesi. La mitosi nelle cellule dello strato basamentale è etero tipica per molti caratteri. La eleidina o eh eratoj alina (che ritengo sieno la medesima cosa) si trova in queste cellule sparsa come fine gocciole, come granulazioni diffuse in tutto il citoplasma , in unione a poche inclusioni protoplasmatiche. La Corpuscolazione, iniziatasi nelle cellule cilindriche dello strato generatore, prosegue negli elementi degli strati se- guenti, che sono stati paragonati alle cellule spinose dello strato mucoso di Malpighi, sebbene ne differiscano molto, sia per l'as- senza delle spine o porocanali, sia per altri caratteri morfologici. Le cellule del corpo mucoso sono di due tipi, elementi che provengono da trasformazione delle cellule dello strato genera- tore, (nelle quali si riscontrava l'alone chiaro perinucleare) e che finiscono per trasformarsi in Grlobo cheratoide, e cellule che invece subiscono una certa evoluzione fisiologica e che poi de- generano per compressione esercitata su di esse dai Globi, e che in un con i Globi finiscono per essere eliminate sotto forma di lamelle. Sia nelle cellule che si trasformano in Corpuscoli di Hemderson, sia nelle cellule che si trasformano in lamelle cornee, non è possibile rinvenire mai figure mitotiche. La Corpuscolazione si appalesa con la migrazione del nucleo verso la periferia del protoplasma, nel mentre che in tale zona si vanno raccogliendo le gocciole ed i granuli di cherato- j alina, che, fondendosi, originano una solida membrana cellulare, la quale individualieza dalle vicine la cellula, che dovrà produrre il Corpuscolo di Henderson. Non tutta la cheratoj alina si tra- sforma in membrana cellulare, una piccola porzione residuale fi- — 266 — niscc, astsiomo ad altri derivati cellulari, per costituire (^uel prò toplasma di reliquat, che è eliminato, quando, con la rottura della membrana, vien posto in libertà il Globo clieratoide. Durante* la migrazione del nucleo, avvengono in questo delle caratteristiche disposizioni della sostanza cromatica, che si riu- nisce in due o tre Corpuscoli sferoidali cromatici, dai quali partono delle risoluzioni stellari, a raggio, nel mentre che i nu- cleoli mandano , anche essi, delle risoluzioni e poi degenerano nell'enchilema nucleare. Una parte della cromatina si elimina dal nucleo e costituisce delle inclusioni cromatofile del protoplasma, che non sempre si possono distinguere dalle inclusioni cromato- file proprie del citoplasma; ma sia le une che le altre finiscono per degenerare negli ultimi stadi di sviluppo del Corpuscolo di Henderson, infatti allora il nucleo è ridotto alla semplice mem- brana nucleare atrofica e ad unico punto cromatico brillante nel suo interno. Non raramente la membrana nucleare degenera e quei Corpuscoli cromatici stellari restano liberi nel protoplasma cellulare; in casi rari riesce anche a potersi vedere che il nucleo negli elementi in Corpus-co lazi o ne, per un processo di scis- sione diretta, si scinde in due nuclei: non è facile però seguire il destino di questi nuclei di nuova formazione. Le granulazioni e gocciole di cheratoj alina con i comuni coloranti si mettono bene in evidenza; serve ottimamente il pi- crocarminio di Eanvier. Le granulazioni anzidette, che si for- mano negli elementi in fase di Corpuscolazione, vanno a costituire, in massima parte, la membrana cellulare; quelle invece che si vanno producendo negli elementi, che subiscono una certa evoluzione fisiologica, man mano che dagli strati più esterni si procede verso i più interni, si vanno eliminando dalla cellula e raccogliendo sotto le forme più bizzarre attorno alla membrana cellulare delle cellule, che ospitano e generano il Corpuscolo di Henderson. e siccome queste granulazioni si tingono oppor- tunamente con molti, so non con tutti i coloranti , sono state variamente interpretate per Batteri, per Cocchi, per Protozoi, ecc. Con ciò non si può escludere che forse fra queste granulazioni non vi sieno realmente gli agenti produttori del contagio, ma la microtecnica è tale, che non si possono opportunamente met- tere in rilievo tali forme, indicandone delle reazioni specifiche. Le inclusioni protoplasmatiche, che si trovano nelle cellule in fase di trasformazione globulare, sono moko interessanti, es- sendo perfino alcune fra esse ritenute come ammassi di micro- organismi granulai-i, ostnnuamonte piccoli, che potrebbero attra- — 2fi7 — versare lo candele Chambeiila.nd e Berkeh^eld, od essere osservabili airiiltramicroscopio , o essere messe in evidenza col processo di mordenzamento o con la sopracolorazione con il bleu di Lofb^leb. Alcune di esse nascono da lisi della cromatina nucleare e dal suo successivo raddensamento nel citoplasma, altre sarebbero di natura cromidiale, altre infine protoplasmatiche, forse di natura grassa, avendo molte delle reazioni del grasso. Tali inclusioni, con l'ematossilina ferrica di Heidenhain, riesce facile metterle in evidenza e distinguerle dalle granulazioni di cheratoj alina , elio restano quasi scolorate. Con la migrazione del nucleo verso la periferia cellulare, con le anomalie nucleari notate, con la formazione della mem- brana cellulare, con lo sviluppo delle varie specie di inclusioni protoplasmatiche, procede parallelo l'evolversi nel citoplasma di una sostanza singolare, la sostanza corpuscolare, prima come granuli distinti , che man mano si fondono in masse più spesse, fino ad originare il Globo cheratoide, amorfo, senza struttura nel suo ultimo stadio di sviluppo. Col crescere questa sostanza e col differenziarsi in G 1 o b o, le inclusioni cellulari vanno degenerando ed in unione con i gra- nuli residuali di cheratoj alina, costituiscono il protoplasma di reliquat. Vi è uno stadio nello sviluppo dei Globi, nel quale si vedono dei setti, che, partendo dalla periferia della cellula, vanno fino nell'interno della sostanza corpuscolare: è que- sto lo stadio interpetrato da alcuni come di parassita a spore. La membrana cellulare si rompe in un punto ed il Cor- puscolo di Henderson resta libero nel cratere del piccolo neo- plasma, assieme ai residui della membrana cellulare , al proto- plasma di reliquat^ e alle lamelle cornee originate dalla trasfor- mazione delle cellule, che non subiscono la Corpuscolazione. I tentativi di innesto mi sono riusciti negativi, sia col pro- dótto molluscoso, sia con filtrati di noduli di M. e. ottenuti at- traverso le candele Chamberland e Berkefeld. Le culture artifi- ciali, su vari medi di prodotti muUuscosi, prelevati con rigorosi metodi di tecnica batteriologica , non hanno dato sviluppo di germi. II Corpuscolo di Henderson, sebbene può trovarsi even- tualmente in altre modalità patologiche, si deve ritenere speci- fico del M. e. di Bateman, per il suo speciale modo di evoluzione e di raggruppamento. Dalla vStazioue Zoologica di Napoli, agosto 1909. — 26S - LAVORI CITATI »). 1904. Abrauam, P. S.— a case of Molluscum contagiosum: Wcsf. Lond. Med. Journ. 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Vari stadi di migrazione del nucleo verso la periferia della cellula. Granulazioni e gocciole di cheratojaliua, che originano la membrana corpuscolare e che si rac- colgono intorno alla stessa. Prima formazione dei Corpuscoli di Hendkrson. Alcool assoluto EmaUume ed eosina. Fig. 3. — Inclusioni protoplasmaticlie e cromatofile. Anomalie nucleari. Molti nuclei si trovano nelle sezioni precedenti e successive. Liquido di Flemming. Ematossilina ferrica di Heidenhain. Figg. -4 e 5. — Anomalie nucleari. Corpuscoli cromatici stellari eudonucleari. Corpusòoli cromatici stellari liberi. Ammassamento della sostanza corpuscolare. La cheratojalina non è visibile. Liquido di Hermann. Ematossilina ferrica di Heidenhain. Fig. G. — Nucleo in scissione in cellula in fase di Corpuscolaz i o ne. Li- quido di Hermann. Ematossilina ferrica di Heidenhain. Fig. 7. Formazione di perle epiteliali, come negli epiteliomi. Liquido diHKRMANN. Ematossilina ferrica di Heidenhain. Figg. 8 e 9. — Ulteriore sviluppo dei Corpuscoli di Henderson. Setti che dalla parete cellulare si dirigono nella massa corpuscolare. Alcool assoluto. Liquido di Giemsa. INDICE Parte I. Generalità .... Sinonimi ..... Descrizione storica Discussione critica desunta dalla hihliogi Parte li. Eicerche personali . Microtecnica .... Aspetto e descrizione dei noduli Sede della lesione Strato generatore Corpo mucoso .... Corpuscolazione. Primo inizio della corpuscolazione. Migra Formazione della membrana cellulare Anomalie nucleari Eleidina e cheratojalina . Inclusioni protoplasmatiche Specificità dei corpuscoli di Henderson Genesi dei corpuscoli Ricerche batteriologiche . Conclusioni ..... Lavori citati ..... Spiegazione delle figure . •atìa zione del nucleo pag. 165 » ivi » 1G6 » 210 » 222 » . ivi » 223 » 226 » 230 » 236 » 240 » 241 » 243 » 244 » 247 » 252 » 256 » 257 » 261 » 264 » 268 » 287 Osservazioni su Aphrophora spuniRrm L. del socio U. PlERANTONI (Tornata del 12 mag-gio 1910) I piccoli grumi di spuma che si rinvengono frequentemente in primavera ed in estate su alcune piante erbacee, richiamarono l'attenzione degli osservatori fin da tempo antichissimo. Secondo il Gruner pare che Isidoro sia stato il primo ad occuparsene nel sesto secolo dopo Cristo. Scrissero in seguito sull'argomento I'Al- DROVANDi (1618), il MouFFET (1634) ed altri, dando al fatto inter- pretazioni più o meno fantastiche, ma solo alla fine del XVII secolo il Blankaart (1688) pervenne ad una spiegazione conforme al vero, attribuendo la produzione della spuma ad un insetto che se ne circonda, V Apliropìiora spumaria allo stato di ninfa. Ciò fu poi confermato dal PouPART (1705), dal Ray (1710), dal Frisch (1720), e dal De Geer (1773). Anche in tempi più recenti osser- vazioni in proposito sono dovute a Morse (1900), Gruner, (1901) Porta (1901), Girault (1904) e Guilbeau (1908), che hanno ora- mai accertati molti punti dell'interessante fenomeno; ma vertono ancora dubbii, che meritano di essere chiariti. E stato infatti anche assai recentemente discusso da qual parte del corpo fuoriesca il liquido a spese del quale si produce la spuma. Malgrado le contrarie opinioni di Porta (1901) e Ber- LESE (1907), dopo le esaurienti esperienze di Gruner e di Guil- beau, (e per quanto io stesso ho potuto osservare sulla glandola intestinale, non ancora descritta, che genera il secreto spumoso) a me non pare più discutibile che detto liquido venga fuori at- traverso l'apertura anale; e ciò è d'accordo anche colla interpre- tazione delle speciali e caratteristiche glandole ipodermiche, di- sposte nella regione pleurale dei segmenti 7^ ed 8° dell'addome descritte dal Batelli nel 1891, alle quali Berlese attribuisce la secrezione del liquido, ma che io ritengo invece, conformemente a quanto afferma il Guilbeau, che abbiano l'ufficio di fornire una — t290 — sostanza inucilagginosa, che si aggiunge al liquido suddetto per renderlo viscoso e ({uindi atto a trattenere le bolle d'aria. Le mie ricerche personali sull'argomeato tendono a chiarire principalmente due punti non ancora abbastanza studiati del fn- uoineno e cioè: 1» se alla tbrniazione della spuma concorra o non l'aria emessa per la respirazione; 2° in che maniera venga pro- dotto il liquido, che si fa strada attraverso l'apertura anale per contribuire a produrre la massa spumosa. Per risolvere il primo quesito mi sono servito della osserva- zione diretta e della liprova sperimentahi. A tale scopo ho usato il microscopio binoculare dello Zbiss, mettendolo a tuoco verso l'ad- dome di una larva di Aphrophora isolata dalla spuma e bene asciu- gata (con carta ì)ibula) dal licpiido emesso in precedenza, e fatta attaccare ad un nuovo ramo di una pianta. La fuoriuscita del liquido dall'apertura anale incomincia pochi secondi dopo che l'animale ha infìsso la proboscide nei tessuti della pianta. Durante questi primi momenti esso distende e ritrae rit- micamente l'addome, sì che il liquido, quando fuoriesce, risale, raccogliendosi alla base di questo e verso il terzo paio di zampe; credo che il movimento suddetto ser\a ad attivare la secrezione interna, comprimendo la glandola intestinale (che descriverò in seguito; che genera il liquido; i movimenti nel terzo paio di zampe lungo l'addome servono, come bene osserva il (Iuilbeau, a mi- schiare il secreto delle glandolo di Batklli col liquido anale a fine di renderlo vischioso. Quando si è raccolta una certa quan- tità di liquido incomincia la formazione delle bolle, le quali ven- gono prodotte dalla estremità dell'addome, che si distende per raggiungere la superfìcie del liquido, dal quale escono fuori diva- ricandosi i due processi tergi tali del 9" segmento, che chiudono la camera terminale dell'addome, al margine posteriore della quale trovasi l'apertura anale. L'addome si contrae ritmicamente nel liquido ed i due processi richiudendosi immediatamente la- sciano subito scappare una bolla d'aria, che si ferma nel liquido; l'operazione si ripete con successive ritrazioni e distensioni del- l'addome ora verso destra ed ora verso sinistra, in modo che per le numerose immissioni di bolle nella sostanza viscosa questa va diventando sempre piìi spumosa. Tale modo di formarsi della spuma è stato studiato da vari autori, ma non è completo l'accordo in proposito. Per dire solo dei più recenti, noterò che Gruner nel suo studio sull'argomento ammette che il gas delle bolle possa venir fuori dalle stigme poste nella tasca posta all'estremo addominale, mentre Gujlbeau so- — 291 — stiene che, per mezzo delle a})pen(lici cod ali limitanti la camera o tasca terminale dell'addome, l'animale introduce nel liquido par- ticelle di aria che prende dall' ambiente. Per risolvere in modo definitivo tale questione sono ricorso ad una esperienza fondata sulla sensibilità della soluzione di idrato di bario per l'accerta- mento della presenza di anidride carbonica nei gas: allo scopo di riconoscerne la presenza nel gas delle bolle della spuma e dimostrare quindi la provenienza delle bolle d'aria dalle trachee. A tale scopo mi son servito di un tubo di vetro di notevole capacità chiuso in basso, nel lume del quale avevo adattato uno stantuffo di gomma forato nel centro, portante in alto un tubo di vetro a cui era adattato un tubicino di gomma, provvisto al- l'estremo di un beccuccio di vetro. Estratto lo stantuffo dal tubo, riempivo questo di spuma (che trovai specialmente in grande ab- bondanza su ogni sorta di piante nel bosco craterico di Astroni, dove VAphrovliora, come in tutta la regione tlegrea, è comune), rimettevo lo stantuffo nel tubo e lo facevo scendere fino a toccare il livello superiore della spuma; immerso poi il beccuccio di vetro in acqua di barite diluita, premevo lo stantuffo nel tubo, in modo da comprimere la spuma per mettere in libertà il gas delle bolle. Per tal modo il gas che gorgogliava nell'acqua di barite era m massima parte costituito da quello delle bolle della spuma. L'e- sperienza terminava quando lo stantuffo era giunto a due centi- metri dal fondo del tubo, ove si rinveniva, invece della spuma, un poco di liquido trasparente, mentre l'acqua di barite aveva subito r intorbidamento caratteristico, dovuto alla formazione del carbo- nato di bario, dimostrante la presenza dell'anidride carbonica nel oas gorgogbatovi. L'esperienza di riprova, che compivo facendo scendere lo stantuffo nel tubo vuoto (m modo che gorgogliasse nella soluzione di idrato di bario semplice aria atmosferica) non determinava alcun sensibile intorbidamento. Ma pur prescindendo da questa esperienza, è per sé stesso ovvio che le ritmiche contrazioni dell'addome e le distensioni per spingere l'estremo di (^sso fuori della massa del liquido debbano avere lo scopo di primdere aria dall'ambiente per la respirazione, dato che le stigme son poste verso l'estremo addominale ed in prossimità della camera terminale (se non proprio dentro questa, come vuole il Gliuneii). È poi chiaro che alla contrazione dell'ad- dome, che precede immediatamente l'uscita di ogni nuova bolla d'aria dall'addome, corrisponda la espirazione, e quindi la fuoriu- scita dalle stigme di aria ricca di CO2, che sotto forma di bollicine restando impigliata nel li(juido lo rende spumoso. — 292 - Il secondo quesito propostomi era quello di determinare in qual modo venga prodotto questo abbondante liquido, che fuo- riesce dall'ano e che è la parte essenziale della massa spumosa. Nulla è stato osservato in proposito dai precedenti ricercatori, salvo le accennate ricerche sulle glandole ipodermiche del Ba- TELLi , le quali , come è detto innanzi , hanno importanza nella produzione della spuma solo in quanto rendono il liquido vi- schioso. Per risolvere il quesito era necessario uno studio accu- rato dell' intestino di AphropJiora allo stato larvale ed allo stato adulto, a fine di vedere se ed a quale parte dell'intestino possa attribuirsi la secrezione del liquido. Lo studio dell'intestino della ninfa mi è stato di molto facilitato dal recente lavoro del Gadd sulla struttura del tubo digerente della larva di Aphrophora spu- marla L. Questo autore ' trova (ed io ho potuto pienamente con- fermarlo) oltre ai vasi malpighiani in numero di due paia, due appendici cieche, di cui 1' una sbocca nella porzione anteriore dello stomaco, l'altra nella posteriore; il Gadd dà alla prima di queste appendici il significato di organo escretore ed all' altra il valore di glandola. Di queste appendici, quella che a dire del Gadd sbocca nella parte anteriore dello stomaco, ha maggiore importanza e costi- tuisce un organo vistoso. La complicata architettura del tubo digerente di questi ani- mali, che trova riscontro solo in quella dei Còccidi (studiata dal Berlese), rende assai difficile di poter stabilire se quest' appen- dice debba considerarsi veramente come anteriore (giusta la qua- lifica del Gadd), dato che essa contrae rapporti con l'intestino proprio del punto ove questo raccoglie lo sbocco dei malpighiani, al limite cioè fra l'intestino medio e l'intestino posteriore. Il processo cieco in parola si compone di due parti, 1' una (prossimale) in diretta comunicazione col lume intestinale, fatta di cellule di media grandezza, trasparenti, le quali a misura che si approssimano all'estremità cieca (distale) si vanno trasformando per divenire assai piìi grosse, e cariche di concrezioni, costi- tuendo un vistoso organo opaco di forma allungata (la parte distale) di color giallastro, composto nella sezione trasversa da cinque o sei cellule che limitano un angusto lume. Io stimo che il liquido a spese del quale si forma la spuma si produca proprio in questo organo. E lo arguisco oltre che per la sua posizione e pel suo sbocco in prossimità dell' inizio dell' intestino posteriore, anche per il fatto che esso ha tutto l'aspetto di un organo glan- dolare, di cui la parte distale costituirebbe la porzione secernente — 293 — e la prossimale il condotto secretore, che sbocca appunto all' inizio dell'intestino posteriore. E la supposizione è confortata anche dall'uso dei liquidi coloranti; tali ad esempio il mucicarminio, che lascia incolori quasi tutti gli organi addominali, mentre co- lora in modo particolarmente intenso quest'appendice intestinale e specialmente la porzione prossimale, priva di concrezioni. Una colorazione molto intensa di questo organo si ottiene del resto anche con altri coloranti plasmatici. La presenza delle concre- zioni si spiega ammettendo che l'organo abbia funzione di or- gano escretore. Negli adulti di Aphrophora l'appendice in parola esiste tut- tora, ma diviene assai meno allungata e più tozza; la sua parte prossimale trovasi assai ridotta , e molto aumentati i corpuscoli concrezionali, ciò che fa supporre che detta appendice persi- stendo nell'adulto conservi la sua funzione di organo escretore, pur perdendo la proprietà di secernere il liquido della spuma. E noto infatti che nell'adulto non ha luogo tale secrezione, che è caratteristica dell'animale nello stadio ninfale della sua me- tamorfosi. E intanto opportuno di notare qui, che la parte distale di quest'appendice è proprio quella che venne dal Porta descritta come organo omologo al corpo ovale di Dactylopius ; essa appare nei tagli sagittali come un vistoso organo centrale, ma (come ebbi occasione di notare anche in un mio recente studio ^) nulla ha di comune con quelle formazioni dei còccidi, essendo, come si è visto, parte dell'intestino, mentre il corpo ovale, come gli altri organi a blastomiceti dei còccidi, non ha rapporti morfologici di continuità con nessuno degli organi circostanti. Quanto alla forma e alla struttura poi si è visto, che trattasi di un organo molto allungato, la cui costituzione istologica nulla ha di comune con quegli organi, che sono ripieni di microrganismi e rivestiti da minuscole cellule epiteliali appiattite e ricchi di ramificazioni tracheali. In Aphropìtora invece gli organi omologhi del corpo ovale di Dactylopius sono le masse collocate ai lati della cavità addo- minale da me già descritte in altro lavoro ^), le quali si trovano costantemente tanto negli individui allo stato larvale che negli adulti e tanto nei maschi che nelle femmine, e che da Guilbeau ^) PiERANTONi U., Ulteriori osservazioni sulla simbiosi ereditaria degli Omotteri: Zool. Ang. 36 Bd. pag. 108. 2) Lav. cit. pag. 108. 20 — 294 - vengono erroneamente interpretate come organi sessuali acces- sorii, in base a connessioni (in realtà inesistenti) col sistema ri- produttore. Napoli, Aprile 1910. — Istituto Zoologico della R. Università. OPERE CITATE 1€18. At.drovandi, N., De Aniraalibus insectis. Bononiae. 1658. MouFFET, T., The treater of Insects. London. 1688. Blankaart, S., Scbouburg der Rupsen, Wormen, Maden en vliegende Dierkens. Amsterdam. 1705. PouPAKT, M., Des écumes printannières. Histoire de lAcadémie royale des Sciences, p. 124. 1710. Ray, J.. 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L'aria è saluberrima ed in vicinanza della sorgente non vi sono abitazioni né si notano possibili cause d' inquinamento. L' acqua, pullulando dal terreno , si raccoglie in una vasca in muratura, a pareti impermeabili e completamente chiusa, e, mediante un tubo metallico, viene erogata a l'esterno a getto continuo. Caratteri fisici ed organolettici. L'acqua è fredda, limpida, incolore ed inodore; appena rac- colta lascia svolgere una notevole quantità di bollicine gassose, che aumentano sensibilmente con l'agitazione, in modo da pro- vocare l'effervescenza del liquido. Abbandonata in recipienti mal chiusi, non lascia che, dopo qualche tempo, un lieve deposito polveroso, il quale si forma, di preferenza, sullo pareti e sul fondo di essi. — 29fi — Il sapore dell'acqua è piacevole, fresco, acidulo e frizzante. La carta azzurra di tornasole , immersa in essa , si arrossa leggermente, ma ripiglia il suo colore quando è asciugata. La carta rossa, invece, si colora in azzurro e così resta anche dopo il prosciugamento. La tem-peratura dell' acqua fa determinata immergendo in un recipiente, sottostante al getto di erogazione, un termometro di- viso ad 1/10 e notando l'indicazione, quando restava costante per qualche tempo. Il peso specifico fu determinato riempendo a la sorgente, fino al tratto, due recipienti di 260 ce. di peso noto e chiusi rapida- mente con un buon tappo di gomma, che veniva fermato con un filo di ferro. In laboratorio veniva eseguita la nuova pesata. Analisi chimica. L' acqua fu raccolta da noi stessi in damigiane ed in bottiglie a tappo smerigliato che, già lavati in laboratorio con acidi ed acqua distillata , furono risciacquate ripetutamente con l' acqua della sorgente. In recipienti adatti, con l'aggiunta dei reattivi speciali, furono raccolti i campioni per la determinazione dell'ani- dride carbonica. Analisi qualitativa. Con i reattivi ordinarli fu riconosciuta nell'acqua la presenza dell' acido carbonico libero e combinato^ della calce, magnesia, po- tassa, soda, allumina e del ferro, dei solfati, dei cloniri, della silice. U acqua precipita abbondantemente con l' idrato di calce; l'esistenza dei carbonati alcalini è dimostrata evidentemente dal fatto che, concentrando fortemente l'acqua e filtrando, il liquido filtrato non conteneva più calce in soluzione ed invece con la aggiunta di cloruro di calcio dava luogo ad un precipitato so- lubile negli acidi con effervescenza. La presenza di piccolissime quantità di acido fosforico e di addo borico fu rivelata nel residuo della concentrazione di 10 litri di acqua; il primo con la reazione del molibdato ammonico, il secondo mediante la carta di curcuma. Il litio fu ricercato e trovato con l'esame spettroscopico, eseguito nella soluzione cloridrica, del residuo di 50 litri di acqua dopo opportuna separazione dei metalli alcalino-teiTOsi. — 297 — Credemmo necessario di esaminare le potabilità dell'acqua, dal punto di vista chimico, a mezzo dei saggi che, di solito, sono a- doperati per ricercare e valutare quelle sostanze che sono rite- nute l'indice dell'inquinamento. La ricerca dei nitriti, che dette risultato negativo, fu fatta con la nota reazione di Griess, cioè con acido solfoanilico e solfato di a-naftil amina. Fu anche ricercata l'ammoniaca, con esito negativo, a mezzo del reattivo di Nessler. Furono rinvenute tracce di ni- trati con acido solforico e solfato di difenilamina. Le sostanze organiche furono determinate col metodo di Kubel e Tieman in 100 ce. di acqua, facendola bollire col per- manganato potassico, dopo averla acidulata con acido solforico. Il permanganato potassico consumato veniva calcolato con una so- luzione titolata di acido ossalico. Analisi quantitativa. Residuo fisso: Per ogni determinazione furono evaporati, in una capsula di platino, a bagno d' acqua bollente, 260 ce. d'acqua, regolando lo scaldamento in modo da non avere spruzzi, con le relative perdite, per lo sviluppo dell' anidride carbonica sciolta. Il residuo fu seccato prima a 100°, fino a peso costante e poi , ugualmente, a 180°. Per trasformare in solfati le basi, in esso contenute, vi fu aggiunta una piccola quantità di acqua, per spappolarlo, ed, a poco a poco, tanto acido cloridrico da decomporre completamente i carbonati. Indi, scaldando gradatamente, fu aggiunto un lieve eccesso di acido solforico e si portò a secco. Il nuovo residuo ottenuto fu scaldato al rosso debole, in presenza di carbonato ammonico e tale trattamento fu ripetuto sino ad ottenere un peso costante. Anidride carbonica totale : Nel luogo stesso della raccolta, in mezzo litro d'acqua furono versati 10 ce. di] soluzione [concen- trata di cloruro di calcio ammoniacale. La miscela venne fatta in un pallone di dimensioni tali da poter esser riempito completa- mente, che fu chiuso con un buon tappo di gomma. Dopo 24 ore fu scaldato a bagno d'acqua bollente ed il precipitato, formatosi, di carbonato di calcio fu raccolto rapidamente su di un filtro e lavato con acqua bollita. Le porzioni attaccate a le pareti del pallone furono sciolte in acido cloridrico diluito, riprecipitate con carbonato sodico e raccolte sul medesimo filtro. Tutto il precipi- tato, lavato perfettamente, fu introdotto nell'apparecchio di Classen e fu decomposto con acido cloridrico. L'anidride carbo- nica, messa cosi in libertà, fu fissata nella calce sodata. Anidride carbonica combinata: Fu determinata direttamente col metodo seguente: In 250 ce. di acqua fu aggiunto un eccesso N . di soluzione di acido cloridrico r- , fu riscaldato sino a l'ebolli- zione ed indi fu determinato 1' eccesso di acido con una solu- N zione — di ammoniaca, avvalendosi come indicatore dell' ali- zarina. Anidride carbonica semi-combinata: Questo valore fu deter- minato col calcolo delle due precedenti determinazioni. Anidride solforica : Fu dosata a lo stato di solfato di bario con le solite regole, precipitandolo con cloruro di bario da una quantità nota di acqua, fortemente concentrata. Silice: Questa determinazione fu fatta nella porzione di acqua destinata al dosamento degli alcali; evaporando, cioè, completa- mente a secco a bagno di acqua bollente, in capsula di platino un litro di acqua, acidulata con acido cloridrico. Il residuo, dopo raffreddamento, venne ripreso con acido cloridrico diluito, evapo- rato di nuovo fino ad ospi-llere le ultime tracce di acido, indi ripreso con acqua bollente e filtrato, ripetendo varie volte questo trattamento. La silice venne, in fine, raccolta sul filtro, seccata, calcinata fortemente e pesata. Cloro: Fu dosato in mezzo litro di acqua, concentrata a piccolo volume col metodo di Volliard, in liquido acidulato con . . N . . acido nitrico, adoperando soluzioni -- di nitrato di argento e di tiocianato ammonico e come indicatore l'allume ferrico. Ferro ed allumina : Si parti da 500 ce. di acqua, da la quale fu separata la silice col metodo già descritto. Il liquido ottenuto fu trattato con cloruro ammonico ed ammoniaca, scaldando lie- vemente per qualche tempo. Il precipitato fu raccolto, lavato, calcinato e pesato. — 299 - Calce : Il liquido proveniente dal trattamento procedente, mescolato a le acque di lavaggio, reso nettamente alcalino con ammoniaca, fu precipitato con ossalato ammonico in leggiero oc- cesso. Dopo un riposo di circa 12 ore fu separato, con decanta- zione, il liquido limpido dal preoipitato. Questo fu sciolto in poco acido cloridrico diluito e riprecipitato di nuovo con ammoniaca e con ossalato ammonico, seguendo le solite norme. L' ossalato di calcio, formatosi, fu raccolto sul filtro, attraverso il quale era passato il liquido alcalino precedente, lavato, seccato, calcinato e pesato a lo stato di CaO. Magnesia: I liquidi e le acque di lavaggio, provenienti dal dosamento della calce, furono evaporati a secco in una capsula di platino, prima a bagno di acqua bollente e poi a fiamma di- retta, gradatamente, per scacciare i sali ammoniacali. Il residuo fu sciolto in acido diluito e, dopo essersi assicurati che tale so- luzione non conteneva più calce, fu precipitata la magnesia con ammoniaca e fosfato ammonico-magnesiaco, fu raccolto sul filtro, lavato con acqua ammoniacale, seccato, calcinato prima modera- tamente e poi fortemente in presenza di qualche goccia di acido nitrico e pesato a lo stato di pirofosfato di magnesio. Potassa e soda: Furono determinate nel litro di acqua, dal quale si era separata la silice, col metodo che segue: Vi fu versato un lieve eccesso di soluzione di cloruro di bario a lo scopo di precipitarne i solfati che furono separati per filtrazione. H hquido fu svaporato a secco in capsula di platino; il residuo, ripreso con acqua, fu fatto bollire con latte di calce purissimo in leggiero eccesso; filtrato, lavata perfettamente la parte insolubile, nel h- quido precipitato il bario ed il calcio con carbonato ed ossalato ammonico, filtrato di nuovo, svaporato il liquido a secco, calcinato leggermente il residuo per scacciare i sali ammoniacali e sul re- siduo ripetuto il trattamento con calce fino a purificare comple- tamente i cloruri alcalini, che furono leggermente calcinati e pesati. Indi furono sciolti in acqua e nella soluzione fu dosato il potassio a lo stato di cloroplatinato col metodo solito, cioè con cloruro platinico nella soluzione alcoolico-eterea. A mezzo del calcolo si dedussero le quantità rispettive di ossido di potassio e di sodio. I risultati analitici ottenuti sono raccolti nelle tavole che seguono. 300 Esame batteriologico. I campioni furono prelevati dal ^etto di erogazione colle pi- pette del Tursini, che furono mantenute in ghiaccio fino all'ar- rivo nel Laboratorio, ove si procedette immediatamente allo alle- stimento delle scatole di Petri, sia con agar che con gelatina, uti- lizzando tre dei campioni prelevati ed innestando nelle varie sca- tole per ciascun campione V-jì ed 7io di e. e. dell'acqua. Le sca- tole furono mantenute, quelle in gelatina alla temperatura di 20-22° C, e quelle in agar, parte alla temperatura di 20-22" C, parte a quella di 37° 0. Per tutte, stante lo scarso numero di colonie sviluppatesi, fu possibile una osservazione protratta per 16 giorni, allorquando si procedette alla loro numerazione defi- nitiva. La media complessiva delle colonie sviluppatesi per 1 e. e. dell'acqua risultò di 5 in agar e di 11, delle quali 3 fluidificanti, in gelatina. Esse appartenevano a sole 4 specie batteriche banali^ che facilmente si riscontrano nelle migliori acque potabili. E pre- cisamente erano rappresentate da un micrococco non fluidificante a colonie giallognole] da un bacillo immobile vociassimo fiuidificante a colonie biancastre] dal bacillo liquefaciente^ e da un bacillo fila- mentoso fiuidificante, formante colonie gialle. GIUDIZIO Per i risultati analitici ottenuti e per la sua costi- tuzione , r acqua di Assano giudicasi una ottima acqua acidula , alcalina , carbonato-calcica , batteriologicamente pura. 301 Tavola I. Quantità media delle sostarne che si trovano sciolte in 1 litro di acqua. Residuo fisso a lOOo C • . . ^r. 1.576 » » » 180o » » 1.556 ^ in solfati • . . » 2.042 Anidride carbonica totale [CO-i) » 1.790 » » combinata » 0.588 » » liberp e semicombinata ... » 1.202 solforica (SO^) ^ 0.005 Cloro [CI) ^ 0.018 Ossido di Calcio iCaO) » 0.593 » » Magnesio {MqO) » 0.051 » Potassio (K2O) » 0.042 . Sodio (Na^O) » 0.085 » » Litio (LhO) tracce Silice (Si02^ ^ 0.090 Acido fosforico, allumina e ferro .... » 0.078 Acido borico e nitrico tracce Sostanze organiche corrispondenti od ossigeno consumato » 0.00016 Tavola II. Sostarne disciolte in 1 litro di acquo. (Temperatura dell'acqua ^ 14°, 5 — peso specifico -= 1.0023Ì Anidride carbonica libera (CO2) . - Cloruro di Potassio {KCl) . . . ' Solfato di Potassio (K^SOa) ... Bicarbonato di Potassio {KHCO0) . » Sodio (NaCOs) . . » Calcio (Ca(HC0s}2) . y ^ Magnesio (MgiHCOz)^) Litio SiHce {SiO-i) Acido fosforico, allumina e ferro . Acido borico e nitrico orr. 0.614 1) 0.038 0.011 0.027 0.230 1.715 0.186 tracce 0.090 0.078 tracce 1) =cc. 310 a 760 mm. — 302 Tavola III. Cosiiluzione probabile del residuo a 18(P di 1 litro di acqua. Cloruro di potassio (KCl) gr. 0.038 Solfato di potassio {K2SO4) 0.011 Carbonato di potassio (KìCOn) .... 0.018 » » sodio {NaiCOz) 0.145 > > calcio (CaCOs) 1.059 » > magnesio (MgCOs) . . . 0.107 Silice {Si()2) 0.090 Acido fosforico, allumina e ferro . . 0.078 Residuo a 180» dosato direttamente Totale gr. 1.546 . . > 1.566 Differenza gr. 0.010 Tavola IV. Calcolo del residuo trasformato in solfati. Solfato di potassio {K^SO^) gr. 0.077 » sodio (NaiSOi) » 0.194 . calcio {CaSOi) • » 1.440 » » magnesio {MgSO\\ > 0.154 Sesquiossido di ferro ed allumina (2^6203,^4^203) » 0.078 Silice {Si O2) » 0.090 Totale gr. 2.033 Residuo in solfati ottenuto direttamente. . > 2,042 Ditferenza » 0.009 SUL CORPO OVALE DEL DAGTYLOPIUS del socio U. PlERANTONI (Tornata del 10 novembre 1910) Ebbi occasione di occuparmi di questo argomento in due precedenti lavori ^), e di dare particolari notizie sulla natura, origine e sviluppo del corpo ovale, dimostrando come esso sia un organo nel quale si raccolgono microrganismi che vengono poi ceduti alle uova nel loro sviluppo, mediante la penetrazione attraverso le cellule nutrici ed il cordone nutritivo, mentre per uno speciale comportamento di particolari cellule embrionali si determina la formazione dell'organo del nuovo individuo, nel quale per eredità si perpetuano i microrganismi simbiotici. Le mie os- servazioni riguardavano specialmente le femmine, le quali per essere assai frequenti forniscono un più ricco materiale che non i maschi, i quali in questi come in altri còccidi sono alquanto rari. Per questi ultimi, fondandomi sulle incomplete e scarse osservazioni che ero riuscito a compiere sovra poche larve, ero stato indotto a concludere che nel maschio adulto mancasse il corpo ovale, e conseguentemente alle ipotesi, o che tale assenza potesse attribuirsi alla mancata penetrazione dei microrganismi nell' uovo (il che avrebbe potuto avere un'importanza non tra- scurabile nella investigazione del problema della determinazione dei sessi), ovvero che potesse attribuirsi ad una successiva ridu- zione del corpo ovale embrionale, durante la metamorfosi che nel maschio è alquanto più complessa che nella femmina. In questi ultimi tempi ho rinvenuto alcune larve maschili assai più giovani e sono perciò in grado di completare le mie osservazioni precedenti. 1) PlERANTONI, U., Origine e struttura del corpo ovale del Dactylopius citri e del corpo verde àoiVAphis brassicae: Boll. Soc. Natur. Napoli voi. 24, 1910 pag. 1. — Ulteriori osservazioni sulla simbiosi ereditaria degli Omotteri: Zool* Anz. 36 Bd. 1910 pag. 101. - 804 - Nelle lurvL! miisuliili, sebbene di grandezza, al(|uanto minore che nelle femminili, ho potuto constatare la presenza del corpo ovale (presenza che del resto fu segnalata anche dal Beelese ^) nel suo studi» sulle cocciniglie degli agrumi), ed ho ancora co- statato che con l'accrescersi di esse questo organo subisce una notevole, graduale riduzione in grandezza. Questo fatto confer- mando in parte la mia precedente osservazione, esclude comple- tamente l'ipotesi della mancata penetrazione dei microrganismi nelle uova maschili. Una graduale riduzione del corpo ovale, del resto, trova una completa spiegazione nella maniera di vita dei Dactylopius maschi, giusta la interpretazione che io ho dato al fenomeno della sim- biosi fra insetto e blastomiceti fin dalle prime ricerche in propo- sito, quella cioè che detta simbiosi serva alla scomposizione dello zucchero che viene succhiato in abbondanza dalle piante per la speciale maniera di nutrirsi di questi animali. E noto che mentre lo femmine vivono durante l'intero loro periodo vitale con la proboscide infìtta nei tessuti della pianta, i maschi, invece, quando divengono adulti, mettono le ali e si allontanano dalle piante per volare e compiere la loro fun/.ione sessuale, fermandosi solo di tanto in tanto per attingere nutrimento: conseguentemente viene così di molto ridotta la quantità di sostanza zuccherina che in- geriscono e quindi ne risulta una minore importanza funzionale dell'organo. Ed il maggiore sviluppo del corpo ovale nelle femmine è evidentemente in rapporto con la maggiore intensità funzionale degli organi sessuali femminili, poiché le femmine non solo pro- ducono un gran numero di grosse uova, ma assicurano anche per eredità la simbiosi nelle generazioni future. Riepilogando, le mie osservazioni sul corpo ovale del Dacty- lopitis dimostrano che per la produzione di tale organo le uova e le larve maschili non si comportano diversamente dalle fem- minili, ma mentre nel corso dello sviluppo in queste si nota uno sviluppo sempre maggiore dell'organo stesso, nei maschi, in rap- ' porto con la sua minore funzionalità, esso va subendo una no- tevole, graduale riduzione verso la forma di immagine. Napoli, Ottobre 1910, Istituto Zoologico della R. Università. 1) Berlbse a., Le cocciniglie italiane viventi sugli agrumi: parte 1.», I Dactylopius: Riv. Patol. Veget. Anno 2. u. 1-8. Trapianti di tumori epiteliali umani nel Sorcio (Miis MusGiiliis) e loro trasformazione in sarcomi Nota preventiva del socio Claudio Gargano (Tornata del 10 Novembre 1910) In questo ultimo decennio vi è un grande numero di lavori, che prendono in esame i tumori degli animali domestici e spe- cialmente alcune affezioni patologiche dei Sorci e dei Ratti, che hanno tutti i caratteri di neoplasmi a tipo epiteliale. Nascono spontaneamente nei Ratti bianchi e nei Sorci bianchi, che vivono in libertà o che sono allevati nei laboratori; la malattia ha tutti i caratteri di morbo da infezione, giacché, se, in un allevamento di Sorci indenni, se ne introduce uno portatore di questi neo- plasmi , ben tosto gli altri ne sono contagiati. Anche facili ne sono i 'trapianti da Sorcio a Sorcio e da Ratto a Ratto, non è però altrettanto agevole innestare un tumore di un Sorcio al Ratto e viceversa, avendosi spesso l'attenuazione della malattia e l'estin- zione di essa attraverso un numero relativamente piccolo di pas- saggi. La razza, alla quale appartiene un Sorcio, ha non poca importanza nella possibilità di trasmissione, tanto che il tumore di un Sorcio di una determinata razza non sarebbe un buon tumore capostipite per una serie di innesti in un Sorcio di un'altra razza. . . Alcuni aa. vorrebbero spiegare la differenza nella ricettività ai trapianti dei tumori anzidetti col fattore allevamento (in quanto riguarda genere di nutrizione e di vita), e con l'eredità, in modo che se bisogna ammettere che i coefacienti ereditari che deter- minano l'attecchimento di un innesto canceroso, sono i medesimi di quelli, che determinano lo sviluppo di un tumore spontaneo, — BOfi — no segue che la conoscenza della linea, alla quale appartiene un indivitluo ha una grande importanza; infatti, una discendenza di due parenti cancerosi di linee povero avrebbe molto meno pro- babilità di presentare dei tumori, di una discendenza proveniente da due parenti refrattari, ma di linea ricca. Sembrò pertanto che questi tumori cancerosi spontanei del Sorcio, per molti attributi morfologici dei loro elementi , non avessero potuto essere ritenuti identici od analoghi al carcinoma umano: il loro facile modo di diffusione, la mancanza quasi co- stante di metastasi, la loro regressione spontanea in alcuni casi, l'immunizzazione conferita agli animali, in rapporto alla malattia anzidetta, erano tutti caratteri che allontanavano il carcinoma spontaneo dei Sorci e dei Ratti dal cancro umano. D' altronde da vari osservatori furono fatti alcuni tentativi di trapianti di tumori umani epiteliali e connettivali agli animali domestici, ed i risultati dimostrarono la possibilità dell' innesto : contempora- neamente la casuistica clinica si arricchì di nuovi fatti , che a prima vista non erano di facile spiegazione, essendo contrari allo scolastico modo di classificazione dei neoplasmi: così Sghla- GENHAUFEB descrisso un tumore della mammella, nel quale gli elementi carcinomatosi erano frammisti a grosse cellule giganti proprie del sarcoma; così Schmorl fece notare il caso di un car- cinoma tiroideo umano, recidivato come tumore misto (carcinoma- sarcoma), con metastasi multiple a puro carattere sarcomatoso, così ScHONE, Wells, Forster, Kummer, Kochef, Kaufmann, Sal- TYKOW, ecc., accennano anche essi a tumori misti. In alcuni di questi reperti si potette dimostrare, che la degenerazione sarco- matosa abbia seguito lo sviluppo del carcinoma, in altri si ebbe netta demarcazione fra il carcinoma ed il sarcoma, in altri mancò questa demarcazione; mai però l'evolversi del sarcoma precedette il carcinoma. Autorevoli aa. come Ehrlich, Apolant, Haaland, Lewin, ecc. di recenti assodarono sperimentalmente la trasformazione sarco- matosa del carcinoma spontaneo dei Sorci bianchi e dei Ratti: ottenuta la metamorfosi sarcomatosa del neoplasma, si sarebbe in qualche caso avuto, dopo parecchi altri passaggi, di nuovo la forma carcinomatosa primitiva. I tumori misti dei Sorci (carcinoma-sarcoma), se vengono sottoposti per la durata di circa un'ora alla temperatura di +40°, avviene questo di speciale, che l'elemento carcinoma si rende inattivo: inoculando tali neoplasmi riscaldati ad altri Sorci si ha costantemente lo sviluppo del sarcoma puro. — 307 — L'infiltrazione e la successiva trasformazione sarcomatosa di un carcinoma è un fatto incomprensibile, date le idee dominanti in anatomia patologica, né certamente la ipotesi emessa da Loeb per spiegare questo fenomeno è molto persuasiva. Per Loeb in- fatti l'agente infettivo (giacché i tumori sono per lui di origine infettiva parassitaria), proliferando nel tessuto glandolare, dà ori- gine al carcinoma, mentre che quando assolve il suo ciclo vitale nello stroma connettivale, finisce per produrre la trasformazione sarcomatosa del carcinoma spontaneo dei Sorci. Ho proceduto anche io a trapianti di tumori epiteliali umani, e cioè di un epitelioma del labbro inferiore, di un adeno-carci- noma della mammella, di un carcinoma parvicellulare recidivato sul moncone di amputazione del collo dell' utero in seguito a carcinoma iniziale delio stesso, e di un cancro a corazza del seno. Come animali di esperimento mi son servito dei comuni Sorci o Topolini di casa {Mus musculus, Mus islandicus, Mas dotnesticus), e gli innesti li ho praticato nel parenchima mammario, nella cute del dorso e nel peritoneo. In una seconda serie di ricerche ho inoculato nei medesimi organi i filtrati degli anzidetti tumori ca- postipiti (filtrati attraverso a candele Chamberland di varia grana). Il tempo medio per ottenersi nel Sorcio l'attecchimento del neoplasma umano è di venti a trenta giorni: lo sviluppo del tu- more è facile, sebbene in molti casi l'innesto sia riuscito negativo ed in altri si sia avuto la morte dell'animale, non per l'infezione od intossicamento neoplastico, ma più di tutto per il piccolo traumatismo dell'operazione subita. D'altronde i Sorci domestici sono pochissimo resistenti, in prigionia muoiono con facilità, e mal si adattano alla vita in gabbia. Dalle esperienze fin ora eseguite risulta evidente che i filtrati di tumori epiteliali umani nel Sorcio non danno mai origine a produzioni neoplastiche: in qualche caso solo si hanno piccoli noduli granulomatosi, i cui elementi non ricordano per nulla le cellule neoplastiche; questi granulomi inoculati, con la medesima tecnica, danno sempre esito negativo. 'm Invece i brandelli degli anzidetti tumori, inoculati nel Sor- * ciò, sviluppano delle forme, che nella glandola mammaria assu- mono il tipo di adeno-carcinoma, nella cute quello di epitelioma malpighiano, nel peritoneo l'aspetto di carcinoma parvicellulare. Questi noduli, trapiantati successivamente, al secondo o terzo passaggio non tardano ad infiltrarsi di elementi sarcomatosi (eie- — 308 — menti endoteliali in alcuni casi), avendosi in seguito il sarcoma puro parvicellulare. Mai ho ottenuto il ripristino della primitiva forma epiteliale; anzi molto spesso Iio notato, che il sarcoma puro prodottosi, può, in un determinato momento, non dare at- tecchimento di tumori in altri Sorci. Allo stato attuale delle nostre cognizioni non è facile spie- garci perchè un medesimo tumore epiteliale umano, trasportato nella mammella, nella cute e nel peritoneo, riproduca tre tumori epiteliali, è vero^ ma molto diversi morfologicamente, come pure non è facile comprendere quali debbano essere i fattori, che de- terminano la trasformazione sarcomatosa degli elementi epiteliali, e perchè questa avvenga in generale prima nel peritoneo, anziché nel tessuto mammario o nella cute. Più convincente fra tutte resta l'ipotesi di Letulle per il quale si dovrebbe riconoscere nella struttura del tessuto con- nettivo la ragione prima della trasformazione carcinomatosa di un adenoma: * l'effraction de l'assise connective, les prolifera- tions épithéliales désordonnés et l'envahissement du tessu conjon- ctivo-vasculaire par ces colonies épithéliales... » produrrebbe il rapido sviluppo della cellula epiteliale e la sua trasformazione in elemento embrionario. Ogni lesione, capace di distruggere con un processo anatomo-patologico qualsiasi lo stroma connettivale , favorisce quindi la metamorfosi carcinomatosa. Forse anche la degenerazione sarcomatosa, con questo medesimo meccanismo, si potrebbe spiegare. Dalla Stazione Zoologica di Napoli. Ottobre 1910. su LA INVENZIONE DEL TECTONISMO i^iOTTA. del socio Leonardo Ricciardi (Torli ata del 4 Agosto 1910) Dal 1887 in poi, da quando io con orgoglio di italiano enun- ciai il principio dell'evoluzione minerale, chi mi ha chiamato uomo dalla fuìitasia vivace^ chi i^a^'^^*, chi filosofo^ e chi poeta ! Allora si discuteva animatamente sul!' evoluzione biologica del Darwin; ma io che seguivo il dibattito, non comprendevo perchè il mezzo in cui piante ed animali vivono, dovesse rima- nere estraneo. Se tutto si evolve, se i miei antenati della scuola di Elèa per la bocca di Parmenide affermarono che < nulla si crea e nulla si distrugge », anch' io volli accingermi a studiare, seguendo un metodo induttivo, dal punto di vista chimico le rocce di tutte le epoche geologiche, e cominciai dalle arcaiche fino ai tempi nostri, ed affidai tutto il mio pensiero a due lavori: « Sul graduale passaggio dalle rocce acide alle basiche », pubblicato nella Gazzetta Chimica Italiana, e « Sulle rocce eruttive subaquee e subaeree e loro classificazione in due periodi », pubblicato negli Atti della Società di Scienze Naturali di Milano. Lo scorso anno, quando fu inaugurato a Parigi il monumento a Lamarck, il fondatore della dottrina dell'evoluzione i), usci con- temporaneamente in Italia, sul Bollettino del Regio Comitato Geologico d' Italia, anno 1909, 3« Trimestre, n." 3, pag. 378, la seouente recensione d'un mio lavoro: 1) Augusto Comte non vide l'evoluzione nel mondo biologico e inorga- nico, l'ammise invece nel mondo storico, nella « physique sociale » che tentò fondare. Intanto, mentre il Comte additava F unità del metodo sperimentale, cadde in un grave errore di falsa interpretazione, ([uando sostenne che la legge unitaria del mondo era introvabile induttivamente. Io giunsi ad enunciare l'evoluzione minerale ed a stabilire la costituzione geofisica delia litosfera seguendo un metodo assolutamente induttivo. 21 — 310 — Ricciardi L. Ixisposta ad ali-ime osservazioni sull'ovoluzione miiKM-alo, })ul)l)li('ata lU'l Hi»ll. drlhi Società di Naturalisti iu Na- poli. Anno XXII, 11)08. « E un lavoro d'indole jìoloiuica, noi qual*' l'antoro, rispon- dendo al Galdieri, cita località di tutto il mondo, e necessaria- mente anche italiane, nello ([uali atHorano rocco eruttive di tutte lo epoche, e fra ([ueste stabilisce confronti per provare f^iusta la sua fcoria su ì'evolìieiono minerale. Allo stesso fiiK^ prcvscMita debile tabelle, nelle (juali «'- riportata la quantità di sìlice riiivcniuta. nelle rocce subaquee e subaerce disila terra ». « Stabilito che la roccia fondamentale o l'involucro idropla- stico non è che il granito, egli dimostra che le prime eruzioni non potevano ess(U"e che di graniti, poiché non vi era l'intervento "di sostanze capaci di niodificare il magma; n)a (piando queste vi presero pai'te, ne modilicarono il magma e ciuinili le rocce ei"ul- tate presero aliri nomi, essendo diiferente la loro composizione chimica e mineralogica ». Sono sodisfatto di vedere che altri riconosce in me l'autore della teoria sull'evoluzione minerale. Ora, questa mia posizione privilegiata avrebbe dovuto con- sigliare al Prof. Vincenzo Gauthier mio contradittore a esser più cauto nello sue pocJie osservazioni al mio lavoro su le rela- zioni delle Ideali Accademie delle Scienze di Napoli e dei Lincei di Roma, sui terremoti del 1783 e 1908. Veramente avrei potuto non rispondere, come ho fatto altre volte ; ma mi sembrava scortesia. Rispondo tanto più volentieri perchè al mio ingegno egli ha riconosciuto un filetto di poesia, cosa questa che io, conoscendo la benevolenza sua verso di me, ho preso nel senso buono. Por comodità di lutti riproduco il periodo incriminato e ciò che si legge nella relazione del prof. Sarconi scritta per incarico della Reale Accademica delle Scienze di Napoli. Dichiaro intanto qui solennemente che per me la polemica è chiusa. Si asserisce dal mio contradittore che io, in argomenti seri e che danno da pensare , so mescolare anche la poesia in ele- gante prosa, come si rileva dal brano seguente : « Riassumendo, nel 1783, dopo il tremuoto del 5-6 febbraio ve ne fu un secondo il giorno 7 ed un terzo il 28 marzo. L(i scosse furono sussultorie, sempre precedute da rombi, più o meno assordanti, in alcune contrade; durante il terremoto, il suolo on- deggiava a sussulti, lanciando a • considerevole distanza colline — 311 — o caseggiati, sposso lo sabbio, poi c(5utimii su.ssulli, si miiovovano in modo da sembrare un liquido bollente, si sfasciavano monti, s})anvano fiumi, si formavano laghi , mentre spaventevoli deto- nazioni si udivano sotterra ». Michele Sarconi , segretario della Reale Accademia delle Scienze di Napoli, nella sua « Istoria de' fenomeni del tremuoto avvenuto nelle Calabrie e nel Valdomone nell'anno 1783 ^), rac- colse quanto segue : A pag. 5 : « San Lucido. Or quivi il tutto è in gravissimo rovescio. 11 monte detto S. Giovanni è in molto parti sgretola- to: il lago dello stesso nome perdette talmente l'antica sua pro- fondità , che oggi è divenuto trattabile in modo che non v' ha altra traccia di esso, che fango e laguna; e nell'antico suo letto sorgere si vide ed estollersi una confusa molo di terra conca- cea, di terra atra , e di arena mobilissima , e fertile. E in quel luogo, che più guarda V ovest, e che giace tra'l fiume di S. Gio- varmi, e '1 Cacaciccri, è sorto un lago, che sparge parte dell'acqua emersa nel sottoposto fiume ». « Tra V Acqua bianca e '1 superiore maggior ramo delVacqua di pesce è nato un laghetto ; e lunghesso il fiume Torìndo tutto quello spazio, eh' è contermine al fiume Leone, si è riempito di piccoli stagni, e di frequenti lagune. A pag. 7 : « Lo scomponimento , avvenuto nelle montagne, nelle sottoposte pianure, ne' valloni intermedj, e ne' larghi tor- renti , è cosa insigne ; e la perdita de' terreni utili non solo è immensa, ma altresì irreparabile. Tutto è rivolto. Gli alberi si os- servano ove schiantati , ove a metà rovesciati , ove sepolti sotto l'orrida e densa mole di una creta fluente e inondante a foggia di lava. Le barbe delle piante minori emergono appena o dalla sommità delle zolle, o dalla superficie dello stagno ; e per con- trario le cime sono fitte, e rovesciate nel fondo. Il corso dei torrenti o si è affa.tto perduto , o si è quasi interrotto , o si è cangiato. Tutto è sparso di enormi voragini ; e ciò che fa orrore, si è che un considerabile numero di case rurali ora non rappre- senta che una congerie di rimasugli di fabbriche o rovinevoli, o sconquassate ». A pag. 98 < (Terranova. Castello) vedesi poi che delle parti squarciate quella che è la più orientale appare come spinta ed incurvata verso l'est ». 1) Napoli, i784. - 312 — e E por coiitrai'io, (|iiollo elio o più sottontrionale, pende verso il sud : o Iunf;i dall' apparire compressa nel terreno , ne semina anzi così divolta od elevata da iiìia foi'za esphisiva, e sotterranea. che molte porjiioni delle fondamenta del muro sono allo scopoi'- to, e veggonsi, spinte fuori della intorna cavità del suolo , ove giacquero prima '•. A pag. 50 : * Il fiume come dicemmo , disparve ; e per tre giorni successivi le sue acque non si videro » comparve fuori della voragine recentemente nata ». A pag. 59 . « Il guasto delle terre non si ridusse alle sole accennate squarciature. Vi furono alcune colline, e alcuni poderi, in cui il rivolgimento fu enorme a segno , che gli alberi e i vi- gneti ne rimasero schiantati , il suolo cangiato di posizione , e le hiade seminative , confuse e involte tra le masse dirute e dt^va- state ». A pag. 49 : « Or quivi nel dì 7 di febbraio nel momento stesso, in cui cadde Soriano., reponte, per cosi dire, s'intenerì tutto il materiale dogli oliveti^ della conca, e de' monti terminali; e, come pasta liquida e molle , rendutosi fluente e scorrevole. cadde in tale universale rivolgimento., che in pochi minuti secondi il tutto fu rimosso, e schiantato dall' antica sede , e tutti quei fondi perdettero interamente 1' antica consistenza ». « Si squarciò il terreno delV oliveto di Fra Ramondo : nah- hissò il piano inclinato ; e rimasero sepolti noli' aporta voragine gli alberi sovrapposti ». « Si aprì il piano dell' oliveto del Covalo., e le parti lacerate ruinarono nella stessa sottoposta aperta voragine ». « Si lacerò tidta la faccia dé'monti terminali., e le masse, che ne furono schiantate, oppressero tutto ciò, che dianzi covria la superficie dei terroni intermedj , fino -all' argine del giardino in- feriore ». « Tutto il volume della conca, inclusivi gli ahituri campestri., e giardini, il tratto della strada pubblica, e il fiume Caridi , cad- dero in una universale rii^(dì(zione ; e quindi sparve in un girar di ciglio il fiume , si aprirono ampie voi-agini , ove prima o si estendea la strada, o si vedean giardini, e abbondantemente emer- sero de' varj e cospicui gorghi di acqua ». « L' unione di tanti sovvertimenti ridusse al semplice niente la figura della conca-, e di quanto in essa dianzi si conteuea , e ne cangiò affatto 1' aspetto ». A ])ag. 47 : « Tutta la superficie di questo monte di Lache, su cui vi ha la sti-ada, olio mona a Jerocarne, è vagamente sparsa — 318 — di olivi, dì cadayni, di quercie, e di viti. Quivi si aprirono orri- bili fenditure; ma di queste ora non ne appariscono nella som- mità e nel dorso del monte, che lo sole fugaci tracce: e pure esse erano sommamente enormi, e pericolose tra per la loro ampiezza, ed estensione, e per la loro profondità. Molti fuggen- do, v'incontrarono dannoso inciampo; e tra coloro, ai quali toccò (li ritrarne detrimento , si fu il P. Maestro Agazio , Priore del Carmine di lerocarne. Questi era per istrada allorché fu sorpreso dal tremuoto : la terra in modo spaventevole vacillava, e parea in- certa, e ondeggiante come nave, a cui dal tempestoso mare ogni quiete si toglie. Repente tutto il suolo di parte in parte si aprì in fenditure, le quali con rapidissima alterna repulsione, e congiun- zione dello stesso suolo produceansi, e si emendavano, come laccio, che con rapido moto si apra, e si annodi ». Il Padre Agazio: « fuggendo rimase con uno dei piedi in- carcerato in una fenditura che si aprì sotto i suoi passi, e che quasi nel punto stesso, che egli v'immerse il piede fino alla sommità del malleolo, tosto si chiuse. La tetra e orrenda scena, che gli si apriva intorno, lo stridore, compagno di tanti violenti squarci, e la dolorosa sua situazione l'oppressero; ma quando per tutto si credea già perduto, in men che non balena, si apri sotto le continue scosse del tremoto il terreno, e sciolto, per così dire, il teso laccio, egli ne ritrasse libero il piede » « Fummo assicurati di tutto ciò che abbiamo narrato, dallo stesso P. Maestro Agazio ». A pag. 46: Nel 1659 si esperimento il tremoto di sbalzo. Nella ruina del Monistero un Frate Domenicano fu spinto di lancio con tidto^ il letto, ove giacca dormendo, nel seno dell'accennato fiume Vesco, e ne usci salvo ». A pag. 101 : « Sarà ben maraviglioso ad udirsi ciò che ci apprestiamo a narrare; e se noi stessi non l'avessimo con inne- gabile testimonianze, e con replicati esempi verificato, appena avremmo ardimento di crederlo, non di scriverlo ». « I fenomeni, prodotti dal formidabile tremoto di sbalzo, furono tanto più orribili, e sorprendenti , quanto è fuori di contesa, che i suoi eifetti non si ridussero a schiantare soltanto i casamenti, e slanciarli di là della loro sede, o semplici, o uniti a poca por- 1 ... zione del pavimento, e del suolo sopra cui essi giacevano ; ma s' inoltrarono anche a produrre tale profonda e insigne revolu- zione nelle parti più intime dai terreni, coi^enenti gli edifici, che questi, a massi grandiosi e dì smisurata mole, furono svelti e schiantati, e con potentessima vibrazione espulsi dal loro cavo, — 314 — e spinti a gnimlu distanza u cdu tutto il loro ccjnLtìuuto, o con parto di ciò elio vi stava soprapposto ». « Di fatto tra tanti fonomoni , elio potrebbero rammentarsi per lU'uova di ciò die asserito abbiamo, basterà il riferirne un solo ». « Noi pendio della strada posta tra lo duo porte (Terranova), che accennammo nel n" 429, esisteva una casa, la quale giacca lontano dal sottoposto fiume Soli quasi 300 passi; e che in ossa vi ora una stanza ben grande, destinata all'uso di pubblica osteria. Quivi in quei momenti infelici, nei quali avvenne il tremoto, si trovavano l'oste, chiamato Giovanni Aquilino., la sua moglie Fran- cesca Marafiori^ una piccola nipote di costei, e quattro altre per- sone. In fondo della stanza stava un letto: e appiè del letto un braciere; e ne occupavano il manco lato, e il destro varie sedie, alcune tavole, e altri arredi, propri di un soggiorno dei viandanti. « L'oste giacea sul letto, prò fondamento immerso tra' vapori del cibo, e del vino. L'ostessa ora in oziosa attitudine di rim- petto alla porta, seduta accanto al braciere, e coi piedi assicu- rati sul legno, che serviva a quello di base; e sostenea colla si- nistra la picciola nepote, che le scherzava dappresso. I quattro avventori dell'osteria stavano in un angolo del manco lato della stanza giuocando alle carte ». « Repente l'intero edificio, e con esso tutta la brigata cangiò sito ; poiché in un girar di ciglio nell'interno, e nelle più cupe parti di tutto quel terreno, sopra cui poggiava il casamento del- l'osteria, si concepi tanta, e cosi rivoltosa commozione, che scuo- tendosi dai cardini suoi, e staccandosi dai mutui legami flolle circondanti terre, fu tratto fuori delle sue sedi con eguagli/ima, e con empito tale, che ne sballò di lancio fino agli arti del sottopo- sto lontano Soli, traendo sul suo dosso l'intero edificio, Voste, V ostessa la picciola nipote, e gli ospiti malarrivati; e lasciò noli' abbando- nato sito una voragine ampia, e mostruosa ». « Appena che questo stupendo ammasso di terreno, di fabbrica di uomini, e di arredi giunse, e piombò sulle sponde del Soli, s'infransero gli strati del suolo; e quindi tutto il soprapposto edi- ficio si disciolse, riducendosi in una confusa e precipitosa congerie di torraloto, di sassi, e di suolp sparso e rivolto ». A pag. 103: « Giunti a Terranova non fu l'ultima delle no- stre cure di chiedere conto di questa avventura. Quivi trovammo che vari in vario modo ne faceano il racconto ; quindi stimammo sano consiglio il parlare coll'oste e con l'ostessa. Costoro or fanno soggiorno a Scrofonio, villaggio che sta in distanza di due mi- I — 315 — glia e più di Terranova. Erano con noi il Parroco, ecc. L'oste è un uomo di matura età : l'ostessa è donna di età non fresca, di una maschia fattura, e piena di accorgimento e vivacità; mala natura nel formarla la neglesse tanto, ohe, forse per farne la ri- parazione, la rispettò nei suoi furori ». « Dalle risposte che costoro dettero alle nostre interrogazioni, rilevammo ciò che dei loro casi abbiamo narrato: il che per altro trovammo uniforme alla testimonianza dei più giudiziosi relatori >. « Per riguardo poi al fenomeno della sbalzo^ e delle cose get- tate di lancio da uno in altro luogo, egli è un affare cosi comune, e con tanti esempi verificato, che per esitarsene, converrebbe ne- gar fede ai fatti più autentici, e alle osservazioni più semplici, che possono farsi non già dal solo filosofo, ma da chiunque abbia occhi per vedere (o per leggere raccomando ai miei denigratori) l'im- mensa copia dei materiali caduti, e sbalzati dalle sedi più alte nelle parti più lontane, e nelle più prossime o al Soll^ o al Marra > . A Rovelletta nei suoi dintorni si lacerò in molte parti la terra e ne sgorgò fuori a pieni rivoli un'acqua lotolenta (pag. 311). Da una lettera del Padre Rosini si rileva che: « altra fen- ditura si fece mezzo miglio lontana dal mare, e propriamente sopra la Rovelletta in un piano inclinato^ da dove scaturì quantità d'acqua, che arrivò fino al casino della medesima, in dove sog- giornava Monsignore di Squillace^ che nel punto stesso mandò a vedere da dove usciva ; ed intimorito dall' acqua che scorreva a fiume^ se ne fuggi in una pagliara situata distante in un rialto ». Riproduco la seguente lettera di Gioacchino Pittare di Borgia Medico-Fisico, diretta alla Reale Accademia delle Scienze di Napoli. « Il tremoto accaduto a 28 di marzo, distrusse molti Paesi, fra' quali Borgia., Maida , Cortale, Girifalco, S. Floro. Il Paese suddetto (Borgia) era situato lungi dal Mar Jonio 4 miglia circa su d' un monte mediocremente alto , il di cui suolo , parte era d'arena, e varj strati di pietra, e parte di creta ; era perciò di- viso da una valle , che avea il suo cammino per mezzogiorno; quella porzione più alta , che riguardava 1' occidente , il di cui strato era arenoso, si mosse in maniera, che se ne scese in detta valle, in modo che i Padroni non distinguevano bene il sito delle rispettive case; quella porzione, che riguardava lo scirocco, ed il di cui suolo era cretoso , è stata più resistente alla scossa , di maniera che restarono inalzati varj pezzi d'edificj, che indicano a' posteri esservi stato quivi un tempo paese ». « Era il distrutto paese circonvallato dalla parte d' oriente da due gran valli , una chiamata Prestio , e V altra gran valle — 310 — ìSpilniga , i di cui orli ,su|n'ii()ri iìIìukj di tiara pietra, elio alla scossa de' 28 si .stritolarono in inaiiiL'ra , portandosi seco varie; caso ch'orano .situato nell'orlo, olio riguardava lo scirocco; l'orhj opposto, eh' avca secondo lo divor.so situazioni varj nomi, corno Manditrauo, ecc. òi sjno.iiaroìio, coprendo quuìitilù di querce^ olivi ed altri alberi >. — Li fenomeni accaduti nell'adiacenze del suddetto distrutto Paese sono li seguenti — . « Pria d'ogni altro bisogna notare, che doj/o il tremolo imme- diatamente si è vedida ìielV aria^ non molto lontana dalla superji- cie , una nuvola oscura , e densa , come se bruciassero all' intorno grandi foreste-, durò questa qualche tempo. In secondo luogo bi- sogna notare, che la mina del (remoto de f^8 pur eh.'' abbia comin- ciata da ponente a levante^ Jion già da libeccio a mezzogiorno, come l'antecedenti. V accensione par che siasi latta sopra le mon- tagne di Girifalco , e propriamente al Monte Covelìo, alla di cui falda v'è una fontana, che essendosi analizzata l'acqua, ha dato molta quantità di ferro ; 1' ocra, o sia terra marziale, è notabi- lissima all' intorno, e non molto lontano da detta acqua minerale vi è una miniera di terra lega ". . A pag. 21 : >< udissi oscuro rombo per quattro volte, ri- tornò il rombo e col rombo il tremoto ». A pag. 25: « a Briatico che fu ridotto in un orrendo sfa- sciume non meno dai primi tremoti, che dagli urti formidabili dei secondi. A pag. 36: « Tosto udimmo da un rombo minaccevole an- nunziare il tremoto. Sul suolo le zolle, e le pietre si commossero: le cime e i rami degli alberi si confusero ondeggiando A noi parve, guardando la terra, di provare quello sti.\sso scomponimento d'occhio, che si prova allorché si passa un fiume ». < Questa scossa fu delle più attive ». A pag. 115: « orrende furono le rivoluzioni avvenute nei terreni, e negli alberi; ed enorme fu la copia di creta, che ap- parve ove dianzi non se n'era orma alcumi veduta ». « Si udì un grave muggito sotterraneo; ma al rombo non succedette tremoto ». Nella relazione del Sarconi si legge spesso: e nell' altra mia pubbli- cazione : « Su le relazioni ecc. sui terremoti calabro-siculi del 1783 e 1908 a proposito del terremoto del 1906 ". Ora viene pure a me il desiderio di rivolgoi'o una interroga- zione: Che cosa hanno fatto o scritto, più di quello che non ho fatto io, tutte le Reali e Ministeriali commissioni che dal 1783 in poi hanno invaso lo Calabrie e la Sicilia ? Ai componenti delle suddetto commissioni furono concessi onori e lauti compensi; a me invece, che dal 1879 in qua ho affrontato disagi e spese non lievi por tenore alto il prestigio delle discipline geologiche e vulcano- logiche in Italia, non sono mancati attacchi violenti, ecc. Continuando nello sue jìoche osservazioni il mio contradittore aggiunge che « il dicco basaltico di Palmi certamente non è stato visto dal socio Ricciardi, perchè avrebbe constatato trattarsi di ojiealce, ed in ogni caso a Palmi vi è terreno eocenico ». Nel Bollettino del R.» Comitato Geologico d'Italia, Anno 1885 p. <)1 e 337, e 1890 p. 150 sono riportati i lavori doU'ing. (■or- teso, il quale asserisco che: « il basalto di Palmi somiglia alle rocco antiche di Lipari ». « Il dicco di Malopasso potrebbe essere anche di trapp (o di basalto) terziario e collegarsi alle rocce ana- loghe dell'isola di Lipari ». Nel 1900 il prof. Giovanni Ui Stefano, dell'Università di Pa- lermo, confermò la presenza delle rocce basaltiche presso Palmi. Ora, se anche il prof. Ricco ^) accolse e pubblicò la scoperta del- l'ing. Cortese e la riconferma del prof. G. Di Stefano, non si com- prende perchè il mio contradittore si rivolga a me e non ad altri: che se -invece di accettare le osservazioni di stimati geologi, (juali sono il Cortese ed il prof. Di Stefano, un naturalista dovesse re- carsi in tutte le località per la constatazione di rito, non avrebbe che a trascinare la sua esistenza in una constatazione perenne e monotona e non molto vantaggiosa per la scienza stessa. (Nel Museo geologico del R. Comitato Geologico d' Italia si possono vedere i campioni del basalto di Palmi). ') Relazione sismologica sul terremoto del Uì novembre 1894 — Annali del R. Ufficio Centrale Meteorologico e Geodinamico Italiano. Roma 190V, pag. 257-258. — 22 H — È stata mia costante consuetudine eli rispettare ciò che hanno osservato o fatto altri scienziati ; e se t[ualche volta non ho con- diviso le loro opinioni, ho esposto le mie vedute con linguaggio così rispettoso, che nessuno fin'oggi me ne ha mosso rimprovero. Mi piace di riportare un fatto a riprova del mio sentimento di doveroso riguardo verso i colleghi. Studiavo da chimico le rocce dei vulcani attivi ed estinti d'Italia, e mi rivolsi all'amico e col- lega prof. G. von Ixath, per avere alcuni campioni di rocce della Toscana e dei Colli Euganei da lui analizzati. La roccia di Monte Amiata conteneva in complesso alcali 7,10 "/u. Io ripetetti l'analisi e, ottenuta la quantità di ossido di potassio e di sodio, col calcolo li riportai al 7,10, quindi mandai i risultati al von Rath e gli chiesi il permesso di pubblicare l'analisi cosi modificata. Egli accondiscese, ed io potetti pubbli- care i risultati. Il mio contradittore viene finalmente alla conclusione e dice che: « non risulta che i due tremuoti della Calabria, del 1783 e 1908, sieno stati causati da eruzioni di vulcani sottomarini, che anzi i fatti da lui riportati, non fanno che aumentare la confu- sione, che esiste ancora intorno ai terremoti, dovuti a tettonismo <ìd a vulcanismo ». Nella mia modesta relazione sull'immane disastro, pubblicata nel voi. XXIIl, pag. 119, degli Atti della nostra Società, anno 1909, riassunsi cosi i fenomeni : « Sbuffi di gas e sollevamento di masse d'acqua, mescolate a sostanze gassose nello stretto di Messina, qualche giorno prima dell'orrenda notte ; la luce abbagliante che si vide da Patti, Ri- posto, Messina, Reggio Calabria, ecc., i rombi assordanti che pre- cedevano le scosse, oppure si sentivano senza che si avvertissero terremoti ; alle 5^ , 20'" , nell'ora fatale , le scosse precedute da boati, avvertite dai piroscafi che passavano in quell' ora nello stretto e dalle imbarcazioni che si trovavano nei porti di Messina e Reggio; il maremoto; l'acqua calda lanciata sulla spiaggia di Pellaro (qualche superstite trascinato a mare trovava l'acqua più calda quando il movimento delle acque lo portava in fondo) ; l'acqua calda, che investi i soldati d'artiglieria tra lo macerie del quar- tiere San Salvatore nella cittadella di Messina, di Reggio e din- torni ; l'acqua del mare dopò le ore otto, nel porto di Messina, ancora tiepida; la trave di fuoco^ ossia una striscia di luce repen- tina apparsa nel cielo al momento dello strepitoso rombo avvertito nel mare alle 5'' , 20™ del 28 dicembre; le bruciacchiature osser- — 324 — vaie nei cavi telegrafici e telefonici dello stretto di Messina; la moria dei pesci gettati sulle spiagge calabro-sicule ». A questi fatti riassunti bisogna aggiungere i seguenti favo- ritimi dal liberale Ministro dulie Poste e dei Telegrati, l'Onorevole Augusto Ciuflelli, che riguardano però soltanto il terremoto del 28 dicembre 1908, e siccome per noi vulcanologi, tanto se li os- serviamo direttamente, quanto se ci vengono riferiti da ufficiali dell'esercito e dell'armata, oppure da noti gentiluomini, essi hanno lo stesso valore, prestandovi fede e servendocene come di docu- mento, così riproduco quanto gl'iug. Brunelli e Jona riferirono dopo la rimessa dei cavi nello stretto di Messina. Ecco le osser- vazioni fatte: « Su uno dei cavi si scorse una schiacciatura ». « Su di un altro cavo si trovarono molti fili di ferro dell'armatura esterna rotti, in 3 giunture distanti circa tOOO metri l'una dall'altra, con l'armatura scomposta come se il cavo fosse stato stirato e scliiac- cìuto ; in altro punto la fasciatura appariva bruciata e più oltre si rinvenne il cavo interamente rotto, con l'armatura in buono stato, ma come se fosse stata strappata dal terremoto ». Siccome di questo fenomeno, che per noi vulcanologi ha una innegabile importanza, il mio contradittore non fa cenno alcuno. Ilo voluto consultare molti lavori di idraulica per vedere se era un fatto comune, o tale che si potesse spiegare coi filetti o filoni di acqua, o soltanto col rammollimento o stemperamento delle marne o depositi sottomarini ; ma niente ho trovato. Mi devo ora difendere dall' accusa che mi si è mossa di avere cioè io con i fatti da me esposti o riportati, aumentata la confusione, che esiste ancora intorno ai terremoti, domili a tet- ionismo od a vulcanismo E inutile eh' io spenda qui molte parole per dire che per me in tutti i tempi il vulcanismo è stato la causa ed il sismismo l'eifetto, poiché di terremoti non ne ammetto altri. Io sono stato sempre uno dei più tenaci demolitori d*^!!' ipotesi o invenzione tectonica, a proposito della quale occorre notare che gli stessi scienziati che l'immaginarono, ammettono che circa quarant'anni or sono la nuova scienza uscì come Minerva bella e confezionata dalla mente di chi non sapeva a (piale causa attribuire alcuni terremoti. Quindi fu e rimane un' atfermazione la mia , e passo a dimostrarla, adducendo fatti e osservazioni personali. Dopo una lunga e paziente preparazione, e ancora sotto l'im- })ressione dell'imponente eruzione vesuviana del 1872, le cui fasi seguii col mio maestro Luigi Palmieri; dopo le ricerche di chimica vulcanologica su tutte le rocce cristalline e sedimentarie italiane; — 326 — dopo la descrizione dell' eriizioiio dell' Etna del 1883, pubblicata negli Atti dell'Accademia G-ioeiiia di Catania , mi occupai del- l'allineamento dei vulcani italiani nel 1887, sul quale lavoro mi piace riferire il giudizio della Commissione giudicatrice del con- corso bandito nel 1902 al posto di direttore dell' Osservatorio Vesuviano : « il prof. Ricciardi ha pubblicato anche dei lavori siili' allineamento dei vulcani italiani , nei quali studi, dopo di aver riassunto le memorie pubblicate da altri in proposito, giunge a conclusioni proprie, le quali presentano un certo interesse scien- tifico, in quanto si riferiscono al collegamento tra fenomeni sis- mici e vulcanici di varie regioni d'Italia ». Alcune fratture da me intravedute allora, come : Pantelle- ria, Amiata, Colli Euganei, Ustica-Eolie-Calabria, Capo Passero Val di Noto, Etna, Stromboli, Vulture, ecc., e che mi procura- rono la diagnosticazione di fantasia vivace, oggi fanno parte del patrimonio scientifico, e pure Hobbs mi ha fatto l'onore di com- prenderle nel reticolato in cui ha chiuso l'Italia nella sua: « The Geotectonic and Geodynamic Aspects of Calabria and Northeas- tern Sicily » senza citare il mio lavoro. Nel cennato mio lavoro s' incontrano fratture trasversali e perpendicolari ai meridiani, neir Italia Centrale (Amiata) e nelle Calabrie. Siccome non ac- colsi r ipotesi del prof. Suess , dello sprofondamento, a propo- sito del gruppo delle isole Eolie mi espressi cosi: « Possiamo am- mettere che il gruppo delle Eolie siasi formato sopra fratture secondarie della grande fenditura Capo Passero-Vulture, oppure sopra fratture determinatesi quando si verificò il distacco della Sicilia dal continente >. Da ciò emerge che io sono alle prese coi te.ctonisti dal 1887, Infatti , il Suess ^) aveva accolto fino ad un certo punto l'ipotesi di Dana e di Heim, e dopo la sua visita nelle Calabrie (1871) . intravide in quelle contrade i caratteri tectonici formu- lati dal Dana in America. Nel 1887 avvenne un terremoto nella Liguria. Il prof. Issel die studiò i disastrosi effetti in quelle contrade, trovò che l'asse della scossa stava a grande profondità sotto il mare, e che la causa doveva cercarsi nei processi tectonici , vai quanto dire : « nei movimenti lenti di quella parte della crosta, e nelle ten- sioni, lacerazioni e rotture che ne risulterebbero ». Condivisi l'opinione dei professori Taramelli e Mercalli, che quel terremoto fosse dovuto a causa vulcanica. 1) Ueber den Bau der Italienischen Halbinsel. Wien. 1872. 22 — 326 — Negli Annali dell' Ufficio Cent. Met. e Good. Italiano, Roma 1892, a pag. 223 v'è la relazione sul terremoto veronese del 7 giu- gno 1891, ed a pag. 274 si legge : « Nemmeno possiamo il terremoto veronese ascrivere alla classe dei terremoti vulcanici^ giacche l'attività vulcanica nella regione che fu desolata il 7 giugno, manifestatasi, come abitiamo visto, con eruzioni di basalti, è cessata da molto tempo; è quindi im- possibile il rilegare detto scuotimento ad un risveglio del vul- canismo, e nemmeno poi connetterlo con 1' aumento di attività tlel Vesuvio, quantunque verificatasi quasi contemporaneamente » . « Non ci resta adunque che ricercare nella tectonica delle for- mazioni la vera causa del parossismo veronese, per escludere le vedute del Vogler, divise dal Miller e dal Giimbel, che vogliono il terremoto prodotto da grandiosi scoscendimenti sotterranei, ed ascrivere detto terremoto a quelli chiamati dall' Hornes tedonici e da me (baratta) terremoti di assettamento ». Il Prof. G. Mercalli per risolvere la quistione li chiamò intervulcanici. Dì modo che i terremoti di assettamento furono scoperti in Italia nel 1891 nel territorio veronese. Intanto, dagli accurati studi di E. Nicolis e G. B. Negri sulla giacitura e natura petro- grafica dei basalti veronesi, si apprende quali furono gli espan- dimenti vulcanici di quella regione, e quali le località tormentate dalle eruzioni. Restano come manifestazione dell'attività endogena nel veronese alcune sorgenti di acque minerali, tra le quali quella di Domejera, che giunge a 42o,6. Prima di dire sui fenomeni che accompagnarono il terremoto del 7 giugno 1891, devo aggiungere che VHornes disse tectonici quei terremoti di cui non sapeva trovare la causa e la provenienza. Ora, il terremoto del 7 giugno fu sussultorio ed a varie ri- prese ; a Stienta (Rovigo) la scossa fu accompagnata da un lampo; pure a Monza fu osservato un lampo a del sereno \ a Massa su- periore il lampo segui la scossa ed a Badia Polesine precedette un rombo. Il Baratta relatore del terremoto veronese a pag. 229 scrisse: « Tettonica. Il sollevamento della grande pila di strati ebbe il suo massimo sviluppo dopo la sedimentazione delle più recenti assise del sistema nummolitico, che ora formano la scarpa ai contraffor- ti arsero pure in questo tempo i vulcani in gran parte sotto- marini che, specialmente nella porzione orientale, lasciarono traccia con i loro prodotti ». Secondo Nicolis, nel Veronese le formazioni che ora sono poste allo scoperto, appartengono alla famiglia dei basalti; però gli — 327 - espaiK limoliti plutonici, che si estesero sulla momuntaiiea super- ficie o su quella porzione di letto marino ora compresa nel ter- ritorio, non diedero tutti il basalto colonnare ; vi troviamo cu- muli di lave eruttate nel loro più grande stato di divisione, e sono le ceneri vulcaniche ora rossastre, ora gialle, ora verdi ; i fanghi vulcanici si presentano verdastri o giallognoli. Vi hanno pure scorie, peperini e tufi basaltici con fauna fossile marina ». Precedette il terremoto del 7 giugno, proprio il giorno 6, il seguente fenomeno osservato dai cittadini di Salò, che cioè nel lago di Garda le acque si innalzavano ed abbassavano, un vero lagomoto, senza che la quiete fosse visibilmente turbata da cause esteriori. Pertanto durante la scossa del 7 le acque rimasero tranquille, in modo che i pescatori che si trovavano in lago, non si accor- sero di nulla. Pure le acque del lago di Como rimasero calme. A pag. 274 il relatore espone come debba intendersi un ter- remoto tedonico o di assettamento ed a grandi caratteri leggesi: « Le vibrazioni della frattura di Tregnago in Val d'IUasi furono la causa del terremoto del 7 giugno 1891, appunto perchè il ria- prirsi di una frattura Qjer opera di quelle stesse for^e che V hanno prodotta, o per un ulteriore assetto degli strati che cercano le loro ragioni di equilibrio) che ha le sue labbra suggellate, deve neces- sariamente produrre uno schianto più o meno violento, vale a dire un terremoto ». « Di ciò abbiamo anche parecchie riconferme nel fatto: a) che il movimento sismico non si irraggiò da un centro unico paragonabile ad un focolare di mina, ma bensì si manifestò con quasi la medesima intensità nei vari punti situati su una linea assai lunga ed ahhastama ristretta, costituevdo la frattura, ciò che il Serpieri ha chiamato un radiale', li) che nella zona di frattura fu assai sensibile la forma sussultoria, cui tennero dietro tremiti ondulatori prodotti dal ri- torno delle labbra della frattura che cercavano di rimettersi in equilibrio ». Qui occorre dire che Suess i) non ammette una forza eleva- toria e quindi dei movimenti dal basso in alto della crosta terrestre, salvo quelli che possono prodursi in modo indiretto e subordinato nella formazione delle pieghe. Per lui gli sprofondamenti di grandi porzioni della crosta terrestre sono gli elementi essenziali del rilievo della superfìcie terrestre ». 1) Das Antlitz der Erde, 1, pag. 778. - 328 — L'illustro geologo viennese ebbe un solo torto, quello di non (lire (love le rocco approfondate andassero a finire. Intanto l'autore della relazione del terremoto veronese venne a queste conclusioni (p. 30(3): < 11 grande terremoto veronese del 7 giugno 1891, ('' un terremoto essenzialmente tectonico o di (fs- srtl ((inculo^ (pianili uque nella regione scossa più gagliardamente si rinvengono gidcimenti di rocce vulcanirJie: esso è dovuto ad uno speciale centro sismico (per l'A. l'Italia ha un terreno molto l'er- tile per la coltivazione del sismismo) e quindi è da ritenersi in- dipendente dalla eruzione vesuviana cominciata quasi contempo- raneamente ». Continua il relatore: « la zona di massima intensità si estese lungo la frattura di Tregnago in valle d'Illasi: ivi la scossa ebbe forvia eminente lì lente siissidtoria, durò da 10 a 12 secondi e fu accompagnata da rombo^ da fenomeni fisiologici, elettrici^ idroter- mali ». Non riporto le altre considerazioni, poiché quelle riportate pei vulcanologi non estemporanei sono più che sufficienti per com- prendere che il terremoto veronese del 7 giugno 1891 fu pro- vocato dal vulcanismo. A proposito della polemica coi tectonisti, riporto dai miei appunti : e Scrivo sotto 1' im]3ressione di una delle più grandi emo- zioni che possa provare un naturalista. Le rocce rigettate da Vul- cano (isole Eolie) durante l'eruzione 1888-1890 confermarono n(d modo più assoluto l'evoluzione minerale; ecco la quantità di si- lice riscontrata nelle rocce favoritemi dall'amico e collega caris- simo, prof. Giuseppe Mercalli : Tradì ite antica 77,55 di SiO^o/o Lava del 1771 76,64 » Lava di Monte Lentia 70,38 > Lava del 1888 69,62 » » 63,27 ì » 58,05 > Lava Punta Tjurcia 53,04 t Vulcanollo 51,04 ì Vulcanello 50,00 » « La trachite antica contiene una (.piantità di silice identica a quella trovata nelle rocce arcaiche su cui poggia V isola Vul- — 329 — cano, ma la quantità di silicu riscontrata uullu loccu eruttato suc- ctìssivamento prova in modo inconfutabile l'evoluzione minerale da me intraveduta e provata. Qualcuno già parla di mia teoria o legge: ciò mi compensa ad usura dei dolori sofferti per la man- cata pubblicazione dei miei lavori negli Atti della R. Accademia di Bologna nel 1887. Se fosse stata fregiata la mia teoria da un casato straniero, come è avvenuto pel tectoiiismOj tutti i geologi e fisici terrestri l'avrebbero accolta e diffusa in Italia; invece io sol perchè italiano sono dai superuomini deriso. Terrà il giorno in cui potrò occuparmi degli strafalcioni clie stampano. Quante noie e molestie capitano a chi si avvia alla celebrità. Pazienza *. Ancora trovo nei miei appunti: « Fouquè ha pubblicato: t Les tremble- ments de terre » Paris 1889. Questo benemerito della vulcanolo- gia accoglie l'ipotesi tectonica; ciò mi produce immenso dolore, della stessa intensità dell'altro provato nel 1883, quando, il La- saulx disse che il terremoto di Casamicciola di quell'anno ed il precedente del 1881 si dovevano attribuire a crollamento e non a causa vulcanica, mentre tutti i fenomeni furono assolutamente vulcanici ». * * Fouqué ^) venne alla seguente conclusione: «^ que les trem- blements de terre considérés en eux-mémes, indépendamment des éruptions volcaniques qui les accompagnent quelquofois , ne produisent aucun dérangement uotable dans les assises du sol accessibles à nos investigations. Rien n' indique qu'ils amèuent souterrainement une dislocation quelconque ou qu'ils s'associent nécessairement à des délivellations, des plissements des couches ou des éboulements >. E sempre frugando tra le mie annotazioni : « Molti scienziati, ed in tutti i tempi, si sono occupati del terremoto. Neumann, Pfaff ed altri geologi, sismologi e studiosi di fisica terrestre, hanno consacrato interi capitoli al terremoto; ma il fenomeno è rimasto come un problema senza soluzione. Io sono profondamente convinto che il terremoto propriamente detto non è la causa, ma 1' effetto del vulcanismo; e siccome il feno- meno vulcanico viene provocato dall' incontro dell' acqua del mare e di circolazione col magma arrovventato, cosi se ciò non 1) Op. e. p. 151. — 330 — accade, non vi sarà terremoto, quindi una è la causa e d(!l pari uno l'efifetto. Fouqué scrisse ^) : « Se quelque jour, un volcan nouveau se niontre daiis une région oìi jusqu'alors on n'a observé aucune manifestation i^ruptive, il est probable que le développement des phénomènes volcaniques normaux aura pour prelude de violents trombi enients de terre; mais, depuis le commencement de la pè- riode historique, rien de pareil n'a été constate ». « La Sicilia e la Calabria saranno sempre tormentate fino a quando un cratere non entri nel periodo storico nello stretto > — cosi io scrissi nel 1890. Inoltre <« Nel giorno 24 giugno 1891 ^) dopo un terremoto sensibile ed una violenta esplosione, lo Stromboli entrò in eru- zione. I miei carissimi amici professori Annibale Ricco e Giuseppe Mercalli ebbero le squisita cortesia di mandarmi un campione della lava, e fattane l'analisi, ebbi i seguenti risultati: Si02 50,00 Ph^O^ 0,71 APO» 13,99 Fe'^O^ 6,18 FeO 9,10 MnO 0,42 CaO 10,81 MgO 4,06 K^O 3,02 Na^O 2,87 i\ fuoco 0,24 (ce 100,36 < Pure lo Stromboli ha subito la evoluzione minerale nelle sue rocce, poiché mentre le rocce arcaiche su cui poggia, comuni ai Peloritani, allo Stretto e ad Aspromonte, contengono circa il 76 per o/o di SiO^, la lava di Stromboli di questa eruzione ne contiene il 60 ^/o. Questa quantità di silice è identica a quella ') Op. e. pag. 137. 2) A. Ricco e G. Mercalli. Sopra il periodo eruttivo dello Stromboli del 24 giugno 1891. Annali dell' Uff. Cen. Meteor. e Geod. Italiano, Voi. XI, pag. 189 -Roma, 1892. - 331 — riscontrata nelle lavo dei vulcani e delle isole vulcaniclic del Me- diterraneo, come Isola Giulia o Ferdinandea, Pantelleria, Capo Passero, Etna, Vulcano, Vesuvio, Santorino ecc., e, senza timore di essere smentito, posso asserire, di tutti i vulcani del globo. « Nello stesso volume degli annali dell' Uff. Cen. Met. ecc. a pag. 309, il Sig. Sebastiano Consiglio Ponte, pubblica un impor- tante lavoro sull'eruzione dell' isola Vulcano 1888-90, come appen- dice alla relazione della Commissione governativa. Sono assai dolente che egli non tenne presente il mio lavoro sull'eruzione dell' Etna del Marzo 1883, e gli sarebbe stato facile, perchè pub- blicato negli Atti dell'Accademia Gioenia di Catania : in esso avrebbe potuto prendere visione di quanto io scrissi sulla genesi delle bombe vulcaniche e delle lave ». « Avvenne il 10 agosto 1893 un terremoto lungo la frattura (da me intraveduta nel 1887) Capo Passero — Etna — Stromboli — Vulture — Gargano, e la scossa fu fortissima : < ruinosa a Mitti- nata ». Da private notizie mi risultava che il terremoto era stato sussultorio e in qualche punto di sbalzo (verticale), e che era stato preceduto da rombo e da maremoto. Mi scrissero pure che il Se- maforo era stato addirittura lanciato in aria e che alcune parti del fabbricato furono trovate 8 metri lontane (Monte Saraceno) ; anche un santo molto pesante venne sbalzato a diversi metri dal piedistallo. Si vide da persone degne di fede uscire dal terreno nei pressi di Monte Saraceno o dintorni abbaglianti vampate. Parecchi mi scrissero che i rombi provenivano da mare. Questo fatto conferma le osservazioni del prof. TchihatchofiP ^) che, avendo rinvenuto lungo il littorale adriatico pezzi di rocce sienitiche e basaltiche, scrisse: < Quivi esisteva probabilmente un vulcano il cui punto di eru- zione si trovava nel fondo di mare che si estende tra il littorale e la piccola Isola di Tremiti, esclusivamente formata di calcare a nummuliti e dove non si scorge alcuna traccia vulcanica >. L'A. soggiunge che quel centro eruttivo deve avere avuto parte nella grande catastrofe che ha separato il Gargano dall'Appen- nino e dalle Tremiti ». Io pure nel 1889 ^) esaminando le sabbie che si raccolgono sulla spiaggia di Rodi, trovai frammenti di roccia vulcanica. 1) Coup d'oeil sur la constitution Gèol. des prov. Mèridionales. Berlin 1842, pag. 45-50. 2) Sulle sabbie delle coste Adriatiche: Atti della Soc. Italiana di Scienze Nat. Voi. XXXni, p. 41. Milano 1889. — 332 — TI dottore A. Tclliiii 'j riferì che uel lb90 un osservatore del- l'ullicio geologico riscoprì ralliorameuto nei dintorni del Lago di Lesina,- e raccolse alcuni campioni della roccia della Punta Pietre Nere. (Vedi pure il lavoro di Grroller von Mildense sul gruppo di Pe- lagosa ^). Scrissi nel Settembre del 1893 "*): « che dal centro vulcanico sottomarino africano che giunge nell'altro, pure s(jtt omarino, tra il Gargano e le Lsole di Tremiti si allineano i vulcanici estinti di Capo Passero, Val di Noto e Vulture, nonché gli attivi, Etna e Stromboli ». Il prof. Griulio Grablovitz, direttore del R. Osservatorio Geo- dinamico di Casamicciola, fu incaricato dal Ministero di Agricol- tura, di recarsi sul Gargano per studiare quel .periodo sismico; e in una nota pubblicata negli Annali dell'Off, di Mot. e Geod. Voi. XV, Parte 1, 1893 pag. 25, espi-esso la conferma, in quanto ai fenomeni, di quanto io avevo pubblicato un anno prima, perchè quel volume fu pubblicato uel 1894. Il Grablovitz scrisse che di vulcanicità locale non aveva trovato alcun indizio; e siccome egli ])ure ammise col Lasaulx che i terremoti di Casamicciola del 1881 e 1883 erano dovuti a crollamenti, cosi concluse che il terremoto Garganico del 10 agosto era da considerarsi di assettamento o tedonico^ e si propose questo quesito: « Quale dei terreni di quella plaga accenna con maggiore probabilità ad essere la sede d' uno scuotimento capace a produrre gli effetti dinamici accennati ? » Dopo molte esclusioni asserì che a suo avviso la causa degli scuotimenti era da ricercarsi precipuamente nel calcare ippui'itico sotto il manto alluvionale. Ai piedi del Monte Saraceno esso è molto lesionato e scompaginato, specialmente in prossimità del mare. A pag. 48 continua l'A. : « Credo di poter concludere col dire che generalmente nei terremoti di assettamento v'è una plaga molto circoscritta, in cui il moto è esclusivamente vibratorio ». Nello stesso volume a pag. 311 con la data Roma, gennaio 1894, finisce un lavoro del Baratta, che ha per titolo « Intorno ai fenomeni sismici avvenuti nella penisola garganica durante il^ 1893 j>. L'A. conferma tutte le osservazioni pubblicate dal Gra- 1) Bollettino del R. Coni. Geolog. cV Italia. Roma 181)0 p. 458; Roma 1893, pag. 131. 2) Topographisch-geol. Skizze der liiselgruppe Pelagosa, 1885, p. 152. 3) Ricciardi. La recente eruzione dello Stromboli in relazione alla frattura Capo Pastìero-Vulture-Reggio Calabria, 1893. — 333 — biovitz e precedentemente da me, ma si scaglia contro chi ha potuto pensare che quel terremoto potesse attribuirsi a causa vul- canica. A pag. 306 egli scrive: « l'azione vulcanica ha duncpie ter- minato di manifestare la sua attività nella penisola garganica in tempi remotissimi ». Il relatore si associa al prof. A. Isscl nell'ammettere hii pure pel Gargano il fenomeno di assettamento o tectonico, che l' Issel ammise nel 1887 pel terremoto in Liguria. A pag. 309 si legge: ^ i terremoti di Monte Saraceno pre- sentarono due serie di fenomeni assai interessanti per il sismologo : la grande violenza dell'urto entro una zona ristrettissima^ i frequenti rombi A pag. 308: « quindi mi pare di non andare troppo nel campo dell'astrazione se io propongo di ritenere che il centro da cui partì l'itnjìulso sia a 7nare, in prossimità della costa e nel punto di intersezione delle due faglie summenzionate, chg hanno funzio- nato da assi sismici ». « La scossa è stata anzitutto in principio sussidtoria. A pag. 307 : « L' impulso deve essere stato quivi quasi ver- ticale ». < U infiltrazione marina a qualunque altro fenomeno dipendente dall'azione dell'acqua^ le credo cause affatto inadeguate a spiegare la violenza delVurto del 10 agosto^ la multiplicità^ Vintensdà e la lunga durata del periodo sismico. « Non rimane perciò che rientrare in altro genere di consi- derazione, nell'esame, cioè, di una ipotesi di ordine tectonico ». A pag. 291: « dal 1» luglio al 10 agosto i rombi provenivaìio da mare, e più propriamente da Monte Saraceno e da Monte Elee... ». A pag. 290 : « secondo il signor Antonio Virgilio, il piroscafo della Navigazione Generale Italiana che va da Manfredonia a Vie- ste, e passa alla distanza di circa tre chilometri dalla costa, sui primi giorni di luglio ebbe a sentire parecchie scosse x. A pag. 288, riporta il Baratta: « il signor R. Mazanotti e parecchi altri mi raccontarono che durante il periodo sismico al- cuni marinai, transitanti nei pressi di Monte Saraceno e della ma- rina di Mattinata di notte tempo, e più propriamente rimpetto alla valle del Carbonara, videro uscire dalla terra delle vampe assai risplendenti >. A pag. 289: « mentre il mare era tranquillissimo, non agitato nemmeno dalla consueta brezza, si videro alla distanza di circa — 334 — 200 metri dalla costa fra Manfredonia e Monte Elee, per una su- perficie di una quarantina di metri quadrati, le onde incresparsi in modo da simulare il fenomeno della ebollizione: ciò durò per qualche ora, e quindi si ripetè por tre o quattro volte a poca distanza dal primo posto: dopo di ciò si ebbe una delle scosse più risentito ». Poiché risultava che il terremoto proveniva da una eruzione sottomarina che investì il Gargano dal lato di Monto Saraceno, come io lo avevo descritto, non raccolsi le insolenze e tanto meno risposi, perchè pei vulcanologi la vittoria era troppo evidente, e perciò lasciai correre. * * * Ecco altre notizie che tolgo dai miei appunti : « Nel 1893 vi fu il terremoto di Zante, pravocato da causa vulcanica, ma definito come tectonico >. < Segui nel 1894 quello delle Calabrie, descritto pure come tectonico, ecc. € Nel Compendio di Geologia del prof. Issel, pubblicato nel 1896 a proposito dell'ipotesi tectonica a pag. 302 si legge quanto se- gue: « Ipotesi tectonica che non ha alcun rapporto manifesto cogli spiragli vulcanici e coi loro parossisimi. Qui interviene una ipotesi di Dana, accettata fino ad un certo segno da Suess e da altri scienziati, la quale sembra adeguata a rendere conto del fe- nomeno >. « In gran parte della superficie terrestre le masse rocciose si mostrano piegate e contorte nei modi più svariati, in virtù delle pressioni laterali, dalle quali ripetono la propria origine quasi tutti i rilievi montuosi. Orbene, se, come s'inferisce dalle oscillazioni lente del suolo, siffatte pressioni si esercitano ancora, è chiaro che quando le masse rocciose raggiungono il limite estremo della loro flessibilità, debbono spezzarsi con violenza formandosi cosi estese fratture, e quindi causa precipua la gravità, anche rigetti. Sia dalle fratture, sia dagli spostamenti bruschi debbono conse- guire scuotimenti, che furono detti terremoti tectonici ». Nel Trattato di Geologia del prof. G, Parone, pubblicato nel 1903, a pag. 292, si legge: « A Suess devesi il concetto che i ter- remoti, i quali scuotono cosi frequentemente la Calabria o la Sicilia settentrionale a Nord dell'Etna, siano tectonici e corrispondano ad una zona di corrugamento e di fratture, disposta ad arco da — 335 — Cosenza a Palermo e ijeriferica al bacino di sprofondamento del Tir- reno Meridionale ». L'ing. Cortese accettò l'ipotesi del prof. Suess, e Mercalli ri- solse la questione chiamandoli terremoti intervulcanici. Il dottore Oddone ^) ha scritto lo scorso anno che : « di tanto in tanto per le gravimetriche che hanno ragione della rigidità, la crosta si spezza, ed è cosi che si producono i terremoti tecto- nici ». Mi pare che tutti gli autori del tedonismo siano concordi nel definire il fenomeno della, nuova scienza; e perchè non si metta in dubbio una tale affermazione, riproduco quanto scrisse uno dei più autorevoli tettonisti che si conosca, nel 1906, il Conte de Mon- tessus de Ballore ^): € Dans l'espace de 25 à 30 années seulement s'est crée, pour ainsi dire presque de toutes pièces, une science nouvelle et au- tonome, celle des tremblements de terre, en un mot la sóismologie, qui n'etait guère jusqu'à Mallet, vers le milieu du XIX™^ siècle, qu'une collection confuse de « faits divers >, qu'on supposait en relation avec les phénomènes météorologiques et cosmiques les plus disparates ». Continua l'A. : « Les théories passent, le observations restent ; tei est le secret du succès d'une evolution qui a rapidement suffi a faire passer la Séismologie au rang des plus importantes bran- ches du savoir liumain, gràce à ses appareils speciaux et à ses observatoires propres Come risulta dalle parole su riportate, v' ha chi segue scuole ed accoglie incondizionatamente i dettami della nuova scienza, o della sismologia, che pretende di spiegare col tettonismo le fre- quenti convulsioni telluriche, che funestano le più belle contrade della nostra penisola. Io però, per parte mia, ho attribuito ii fe- nomeno in più d'uno dei miei lavori al vulcanismo, e non recedo dalla mia opinione, che è frutto di ricerche serie e coscienziose. Onde mi sorprende non poco che il prof. Vincenzo Gauthier, nelle sue poche osservazioni^ lavoro pubblicato nel presente volume, mi ac- cusi di aver aumentato la confusione che esiste ancora intorno ai terremoti, dovuti a tettonismo od a vulcanismo. S'egli avesse se- guito l'evoluzione del mio pensiero attraverso i miei scritti, si sarebbe facilmente avveduto che altri e non io meritava tale ') Boll. d. Soc. Sismologica Italiana n. 9-10, Modena 190!», p. 507. 2) Gerlauds Beitrage zur Geophysik, Bd. Vili, 1907. - 336 — accusa, che cado por su stessa vinta v debellata dalla precisionn e dal ri<^oi'e delle mie affermazioni, intoso a riportare o^ni feno- meno sismico alla causa del vulcanismo (v. il mio lavoro : Il vul- vanismo nel terremoto del 28 die. 1908, pag. 111). Nel corso di questa mia esposiziono siili' invenzione del id- tonismo mi sono scagionato dello diverso accuso che mi si sono voluto rivolgere, e por conto mio mantengo formo (piello che ho dotto in principio, che cioè nell'interesse della scienza e por ri- guardo a me stesso non intondo più continuare sul medesimo ar- gomento. Azinne deiranidpide itaconica soppa i p-amiiìjdofenoli Contrihuto allo studio sulla Tautomeria della socia Jone Foà*) (Tornata del 4 agosto 1910) Lo studio intorno all'azione degli acidi bibasici sulle ammo- niache composte e in particolare su ammidi e ammidofenoli, che il Prof. Piutti iniziò^) prendendo occasione da una controversia fra W. H. Pike ^) e M. Grimaux ^j, venne poi ripreso con buoni *) La presente Nota doveva essere pubblicata da molto tempo, ma per rag-ioni indipendenti dalla mia volontà la pubblicazione ne fu rimandata fino ad oggi. Ora però, in seguito alla pubblicazione fatta ultimamente dal Prof. Piutti nella Gazzetta Chimica Italiana (anno 1910, Parte I, fase. V, pagg. 488-5G3) e negli Atti della E. Accad. d. Se. Fis. e Mat. di Napoli, 1910, dal titolo « Azione di acidi dicarbonici non saturi sui p-amminofenoli », in cui il mio lavoro apparisce confuso e direi quasi assorbito dagli altri eseguiti invece dopo del mio. nel quale richiamavo l'attenzione sopra composti isomeri fin allora o non trovati o trascurati, credo bene di pubblicare integralmente la Nota, già da me completata fin dall'Ottobre 1899 e presentata allora come tesi di Laurea. Tanto più son costretta a ciò, perché, sebbene nella parte generale in un punto si accenni fugacemente che lo studio sull'azione dell'anidride itaconica in tra i primi ad essere fatto e precisamente da me e completato in seguito dal Dott. Rossi, e in altro punto si rilevi che il Dott. Rossi fece reagire le sostanze in soluzione, ed ebbe rispettivamente una 3=i ammide acida diffe- rente dalle due ottenute da me per fusione, nella parte sperimentale della pubblicazione sopra citata il mio lavoro appare come fatto in collaborazione col Dott. Luciano Rossi, il quale invece si occupò di questo tema diversi anni dopo di me. 1) Piutti. — « Harnstoff" u. ThioharnstoflPderivate der Phtalsàure ». Ann. d. Ohem. 214, 17. 2j Ber. d. deutsch. chem. Ges. VI, 1104. 3) Bull. Soc. Chim. XXV, 24. — 338 — risultati ') allo scopo di j)r(!pai'are sostanze antipiretiche. Conti- nuando il Pro!'. Piutti in tale indirizzo, ini incaricò di studiare l'azione tlell'aiiidride itaconica su p-animidofenolo ed eteri cor- rispondenti. Questa ricerca, la <|uaìe si riattacca all'altra già da me istituita intorno all'azione della stessa anidride sull'ammoniaca 2), viene a mostrare che le anidridi degli acidi bibasici non saturi reagiscono sui p-ammidofonoli analogamente a quelle degli acidi bibasici saturi. Di più, nell'andamento del lavoro ho ottenuto sostanze che sembrano avere un interesse per la Chimica teoretica, in quanto si coordinano con la teoria della tautomeria nei composti dal Car- bonio. I risultati avuti e le deduzioni che ho creduto di poterne trarre formano oggetto della presente relazione. Facendo reagire volta a volta p - ammidofenolo, p - anisidina (p- ammidofenmetolo) e p-fenetidina (p-ammidofenetolo) con ani- dride itaconica in quantità equimolecolari, riscaldando a tompe- ^) Piutti. — « Azione di anidridi ed acidi bibasici sopra p-ammidotenol ed eteri corrispondenti ». Rendi(!. della E.. Accad. d. Scienze fis. e matem. di Napoli, voi. 32, pag. 89 (1893). » « Azione dell'acido succinico sopra il p-ammidoteuolo ed i suoi eteri ». Gazz. Chim. It. XXV, li, 509. Castellankta. — « Azione degli acidi ossalico e malonico sopra il p-am- midofenolo ed i suoi eteri ». Gazz. chim. It. XXV, II, 527. » « Azione dell' anidride ftalica sopra il p-ammidofenolo ed eteri corrispondenti ». Or osi, agosto 1893. PiDTTi e Piccoli. — Intorno all'azione dell'etere ossalico sui p-ammidofe- noli ». Rend. d. 11. Accad. d. Scienze fis. e mat. in Napoli » 37, 25 (1898). Vedi, inoltre, su tale argomento: Piutti. — « Sull'aciido ftalamidobenzoico » Gazz. Chim. It. XIII, 329. » « Derivati succinici della dit'enilammina ». Gazz. Chim. Ital. XIV, 467. » « Sull'acido ftalilaspartico » Gazz. Chim. It. XVI, 200. > « Azione dell'anidride ftalicn sulle ammine secondarie ». Gazz. Chim. It. Xm, 542. » « Ricerche sull'acido ftalilaspartico». Gazz. Chim. It. XVI, 1. » « Fumaridi e succinidi di alcune monoammiiie secondarie ». Gazz. Chim. It. XVI, 153. » « Azione dell'anidride ftalica sopra amidi e amidofenoli ». (Tazz. Chim. It. XVI, 251. PeUìLIZZaei. — « Derivati ammidobenzoici dell'acido succinico etc. ». Gazz. Chim. It. XIV. 478. » « Fenilidrazina e composti amidati ». Gazz Chim. lial. XVI, 200. 2) FoÀ J. — « Azione dell'ammoniaca sull'anidride itaconica ». Rendic. R. Accad. Se. Fis. e Matem. di Napoli, Aprile 1903. — 339 — rature convenienti, superiori in ogni caso ai 100°, ottenni insieme o-li acidi itaconammici, le diammidi {itaconidi) e le immidi corri- spondenti. Dall'esame dei prodotti della reazione a diverse temperature risulta che il primo a formarsi è l'acido, o per dir meglio l'am- mide acida sostituita, per addizione di una molecola di anidride con una molecola di ammidofenolo : CHa=C.CO NH2 CH2 = a CONHC6H4OR 1 >0+C6H4/ = 1 CH2-C0^ OR CH2. COOH Da questo primo prodotto si forma da una parte, per eli- minazione di acqua, V immide sostituita : CH2=:C. CO . I )N.C6H4. OR CH2 - C-CO.NH.CeHé OR CH2-CO "^ CH2. COOH = / ovvero -f H2O i), \ CH2-=C — C = N. C6H4 OR I ^0 CHa-CO/^ dall'altra, per addizione di una seconda molecola di ammidofe- nolo e successiva eliminazione di acqua, una diammide sostituita. Le diammidi che si ottengono in questa reazione mostrano verso l'idrato potassico un comportamento analogo a quei derivati cui il prof. Piutti dava prima il nome di azoftaleine ^) poi quello di fialidi ^)\ e cioè resistono all'azione della soluzione di KOH con- centratissima e calda, mentre le diammidi normali si decompon- gono anche con potassa diluita. Questo comportamento caratteri- stico indica che ci troviamo in presenza di composti asimmetrici, analogamente a quanto dimostrava il prof. Piutti in altre occa- sioni ■*). La reazione segue in questo modo : da prima si forma un sale *) V. in seguito fpag. 349) la discussione, quale di queste due possibili strutture dell'immide si debba ritenere più probabile. 2) Sull'acido ftalamidobenzoico etc. Gazz. Chim. It. XIII, 348. ») Gazz. Cbim. it. XVI, 9. 4) » XIII, 561. — 340 — CH2=-0-CONH.C«H4.C)R /NH-, CH,:C-CO NH.C„H40H (JII2 COUii " ' ^Oli CH2-COOIl.NH2.C,ill4.0U (l;i mi si ('liiniii;i una UK.lcfola di ac(iua fra ridroi^i'uo tipico del- rammidofenolii, l'id !■()<;•«' ik» (IflTarido »* r()ssiu;('ii() d(d carijonil*^ clu; i)orta il resto ammidico: NH.C6H4OR CH2=C-C 0 NII.O4H4OR CH2=C. C (^ .^HaO ,, „= NH.CGH4OH CH.-COOII.HNH.C0H4OR / CHo-CO — 0 Questi derivati potrebbero dunque chiamarsi, per analogia, « tli-p-aramidofenolitacoiiidi ^ considerandoli come derivanti da una ipotetica itaconide CH2=C-CH, I /O CH2— 00*^ analoga alla furaaride. alla succinide, all'aspartide. Le immidi sostituite dell'acido itaconico, come già si era os- servato per altre immidi i), riscaldate con soluzione di KOH o di NaOH, si sciolgono, dando una magnifica colorazione rosso-vio- letta, che scompare in eccesso di alcali''^); la soluzione limpida alcalina, saturata con acido cloridrico concentrato, dà luogo a un precipitato fioccoso giallo di acido itaconammico sostituito (acido p-ossi, p-raetossi, p-etossifenilitaconammico). A proposito di questi acidi debbo notare il seguente fatto. Poiché nel corso del lavoro sceglievo, per la saponificazione con potassa, le porzioni di inimidi meno pure, mi accadeva ta- lora di osservare che, neutralizzando con HCl la soluzione del sale alcalino, formatosi secondo l'equazione: 1) PiUTTi. - « Sopra retilfumarimmide ». Gaxz. Cliim. It. XVIII, tHS. Giustiniani. - « Azione tiel (•al..te sui malati acidi di metilammina e ben- zilaramina ». Gazz. Cium. It. XXII, 171 e 172. 2) Ritornerò in seguito (v. p. MS) sulla interpretazione di questo feno- meno. - 341 — /:>' '^' ^^i:< % CiiHsOaNR+KOH^CioHoO-iNR. COOK, \>' si precipitavano due sostanze, Tuna gialla e l'altra bianca,-'/,. -*-' E poiché la separazione non era simultanea, operando "Ì3« una certa cautela riuscii a precipitarle e raccoglierle separatamente, cosi da poterle entrambe caratterizzare. Le due sostarne fondevano a differenti temperature. Ricristallizzai dall'acqua bollente la sostanza bianca, ottenen- dola in tal modo cristallina, di bell'aspetto. E poiché la gialla era amorfa, la feci bollire con acqua come avevo fatto dell'altra, per averla pure cristallizzata ; ma con sorpresa vidi chela soluzione, raffreddandosi, lasciava depositare una sostanza bianca, identica alla prima. Non era possibile di certo che la colorazione gialla precedente fosse impartita alla sostanza da materie inquinanti, le quali rima- nessero in soluzione durante la purificazione dall' acqua, perché la soluzione acquosa era limpida e incolore; cosicché supposi da prima che la sostanza gialla amorfa assumesse acqua di cristal- lizzazione, divenendo bianca. Ma dovetti escludere anche questa ipotesi, dopo che mi fui assicurata che né l'una né l'alLra sostanza conteneva acqua. Inoltre, la sostanza gialla, per l'azione prolun- gata della luce solare diffusa e per riposo in seno alle acque madri, si trasformava nella bianca. Bisognava dunque pensare che si trattasse di modificazioni isomere. E le analisi confermarono tale mia ipotesi, mostrando che mi trovavo in presenza di sostanze di uguale composizione cen- tesimale, le quali per di più. presentano entrambe funzione acida, poiché entrambe si sciolgono in soluzione di carbonato sodico. Ora, di quale specie di isomeria si tratta ? Considerando la formula spaziale dell'acido itaconico, si ca- pisce che né in esso né nei suoi derivati può esistere isomeria geometrica (stereoisomeria). E nemmeno può credersi che nella ebollizione con acqua il nucleo itaconico si sia potuto trasformare nel nucleo isomerico citraconico, perché, oltre che non si è mai osservata la possibi- lità di tali trasformazioni per mezzo di solventi neutri ^), vi è il fatto che i derivati di quest'ultimo acido, studiati da altri in que- sto Laboratorio, sono completamente diversi. 1) Cfr. Fittig , Ber. d. deutsch. chem. Ges. 26, 43 e 2082 ; 27, 2680 ; 29, 1842; Ann. d. (^hem. 304, 117; 305, 1. 23 — 342 — Invece, era bene aumiissibilu l'ipotesi di isomeria di struttu- ra. E io credo di poter pensare con ogni probabilità a un caso di desmotropia ^), potendosi a ciascun paio di acidi attribuire le due formolo : *) Le espressioni « tautomeria » (Laar, Ber. d. deutsch. chem. Grs. 18,648; 19,730) e « desmotropia » (Jacobson, Ber. d. deutsch. chem. Ges. '20.1732) che Hautzsch e Hermann) Ber. d. deut. chem. Ges. 20,2801) propongono di ri.ser- vare per quei casi speciali di sostanze che talora mostrano di avere una co- stituzione e talora sembrano averne un'altra, come pure quella di « merotropia » (Michael , Journ. f. prakt. Chem. 46.208), che in realtà differisce ben poco d.ille precedenti, non sono invero le più adatte per indicare l'isomeria di <'ui si tratta orn, perchè con loro va unita l'idea che in eguali condizioni possa esistei-e solo una forma. Anche il nome « pseudomoria » che Laar (loc. cit,) forma dalla parola « pseudoforma » introdotta da. v. Baeyer (Ber. d. deutsch. chem. Ges. 17,2189) presenta certe difficoltà, che il Claisen (Ann. d. Chem. 291,46) vorrebbe evitare aggiung-Milo, per dilferenziai-e i casi, gli aggettivi di «assoluta » e « relativa ». Ciò si comprenderà meglio con un esempio. Si ab- biano due Isomeri, D e D', di cui D fonde a 90°, D' a HO». Allora, nell'inter- vallo tra 90" e llOo, D è labile, D' è stabile ( pseudomeria assoluta)-, sotto i 90" i due isomeri^ possono esistere entrambi {pseudomeria relativa). Sopra i 110" poi né l'una né l'altra forma é stabile, ma il loro insieme costituisce una mescolanza in equilibrio chimico; in questo punto ha effetto la « tauto- meria » (o « allelotropia »). W. Wisliceuus crede che sarebbe preferibile non introdurre alcuna nuova nomenclatura per casi analoghi al presente , giacché, dice, si tratta sempli- cemente di isomeria di struttura, lo mi permetto di osservare per altro che questa forma di isomeria presenta modalità, che la differenziano sensibilmente dalla i.someria comune. Infatti, mentre fra i comuni isomeri può non esservi alcuna relazione, qui vi ha un rapporto strettissimo, quale è quello della pos- sibile trasformazione reciproca. Frattanto, io mi atterrò alla nomenclatura nettamente designata dal Knorr (Ann. d. Chem. 303,133 nota) , cioè per « Desmotropia » intenderò quei casi di isomeria di struttura in cui, come nel pre.sente, per la mobilità di un atomo di idrogeno e contemporanea oscillazione di un doppio legame , possono gli isomeri facilmente trasformarsi a vicenda l'uno nell' altro. La parola « Tau- tomeria » riserverò per i casi in cui la desmotropia è possibile teoricamente (etere acetacetico; vedi in seguito pag. 348), ma non é stata ancora realizzata. Nei casi in cui esistono di fatto la desmotropia e la tautomeria, questa pren- derà il nome di « Allelotro])ia ». — 343 — I li OH.,=C-COOH CHo^C. COOH CH2-CO.NH.C6H4OR CH2-C (0H)==N.C«H40K aldoforma M • forma enolica ^') Rappresentando queste due possibili strutture in altro modo, mettendo in evidenza l'azoto, I n NH . , . N /^'■^\ 1^ V II j^q'1, J C0-CH2.C=CH2 ; ^q/1 ' C(OH).CH2.C=CH2 COOH COOH appare una certa analogia con le note forme tautomere isati- niche I n /NH /-, /N C (OH) CO co 1) Preferisco tale espressione adottata da W. Wislicenus , la quale è di certo più propria che non quella di « chetoforma » prima usata Per brevità, nel corso del presente lavoro, indicherò con « a » la torma enolica, con « ^ » l'aldotbrma, seguendo la nomenclatura del Beilstein (Handbuch d. org. Chem. 3. a ed. II voi. pag. 16-iO). 2) Anche, in questi acidi, resta insoluta la questione, quale dei due car- bossili rimanga inalterato, potendosi dare i due casi: I II CH, ^ C - COOH CHo = C - CO. NH. C« H^. OE. I I CH, - CO. NH. C« H, OR CH., - COOH — 344 - percli»^ in entrambi i casi si tiovano i irruppi — NK - N I II C=0 C— OH I I uniti al nucleo benzolico per la valenza libera dell" azoto. Ma l'analogia è più apparente che reale, giacché in questo caso non si può parlare di forme lattimiche e lattamiche, dove non ci si può riferire a forme primitive di acidi benzolici o-aramidosostituiti: infatti, se negli acidi itaconammici cerchiamo di introdurre una molecola di acqua, la catena laterale si stacca dal nucleo aro- matico azotato. È ben vero per altro che in entrambi i casi nelle forme II si trova comune un gruppo cromoforo >C=r:N — , co- sicché a priori si potrol^be dire che alla sostanza colorata in giallo appartenga la forma II. Nel presente caso si può parlare ragionevolmente di forma chetonica (aldoforma), e di forma enolica , giacché nell' una si può riscontrare il gruppo >C=^0, nell'altra il gruppo ==:C -OH. E invero, della presenza di questi gruppi mi sono assicurata mediante la reazione , sicura in questi casi, del cloruro ferrico. Si sa che, trattandosi di forme desmotrope, dalla forma ossidrilata si ottiene con cloruro ferrico una bella colorazione rossa, che non si verifica con la forma aldolica. Con questo mezzo poterono ca- ratterizzare W. Wislicenus i suoi eteri formilfenilacetici ^), Clai- sen i p-trichetoni e l'etere mesitilossidossalico ^), Guthzeit l'etere diossipiridindicarbonico ^). Cosi, il tribenzoilmetano descritto da Baeyer '^) e da Perkin ^) non dà colorazione col cloruro ferrico, e questa proprietà, con altre, denota la modificazione ^ (neutra), mentre 1' isomero ottenuto da Claisen dà la reazione colorata, indicando una costituzione a, confermata da ulteriori osserva- zioni. Dei due acetildibenzoilmetani, trovati il primo da G. Fi- scher e Bulow ^) e il secondo — isomero desmotropico — da Clai- sen^), quello acido dà la reazione rossa, che manca con quello neutro. 1) Ann. d. Chem. 291,147; Ber. d. deutscli. chem. Ges. 20,2933: 28,7G7. 2) Ann. d. Chem. 277,184; 291,25. 3) Ber. d. deutsch. Chem. Ges. 26,2795; Ann. d. Chem. 285,35. 4) Ber. d. deutsch. Chem. Ges. 16,2135. ^) Jouru. Chem. .Soc. 47,253. 6) Ber. d. deutsch. Chem. Ges. 19,2133. 7) Ann. d. Chem. 277,64. — 346 — Tale colorazioue è dovuta alla formazione di composti fer- rici, che in certi casi si son potuti anche isolare ^). E dalla teo- ria come dall' esperienza si desume, che il sale colorato debba esser dovuto alla forma enolica -), dal quale fatto, notevolissimo, insieme con altri, si è portati a supporre con tutta probabilità l'esistenza di un gruppo cromoforo — 0— Fe< ^). Nel caso degli acidi itaconammici la reazione col cloruro ferrico è venuta a confermare l'ipotesi ch'io derivavo dalla pre- senza di un gruppo cromoforo azotato (vedi pag. 343) : intatti, sciolti in alcool due saggi delle due modificazioni e aggiunta a ciascuno una goccia di soluzione di cloruro ferrico, ebbi con la forma gialla un liquido, che andava tosto assumendo una bella intensa colorazione rosso sangue, mentre con la forma bianca il liquido prese la tinta giallo-chiara del cloruro ferrico, e solo dopo 8-10 giorni cominciò a colorarsi in rosso, per la trasposi- zione molecolare, che nella soluzione alcoolica doveva di necessità avvenire. 11 liquido rosso precipitava per aggiunta di acetato sodico. Per aggiunta di acqua la sostanza rossa si attaccava alle pareti del tubo da saggio sotto forma di piccole croste simili a quelle notate da W. Wislicenus *). Oltre a questa reazione, noi dobbiamo tentarne altre in cui si abbiano prodotti analizzabili e definibili sicuramente. Tale è la reazione col carbanile o isocianato di fenile CeHs — N=CO, che, come trovò il Goldschmidt ^^), è un reagente sicuro, perché, a differenza della idrossilammina e della fenilidrazina , si com- bina solo con le forme ossidrilate secondo la espressione : Xa = C — 0 — H CO=N— CeHs 1) Per es. Claisen (Ann. d. Chem. 291,128) potè isolare e analizzare il sale ferrico dell'etere a-mesitilossidossalico. 2) La reazione violetta tenolica sembra dovuta al tatto che vicino ai sali rossi, neutri, altri se ne formino, acidi, con intensa colorazione turchina. 3) Un fenomeno sintomatico si verifica nei sali ordinari ferrici, giacche le loro soluzioni son colorate in giallo fiao al bruno se l'acido è forte, se è forte cioè la dissociazione elettrolitica; mentre se l'acido è debole (per es. nel- l'acetato ferrico)— se cioè la dissociazione è debole e quindi il Ferro è in gran parte unito all'ossigeno — le soluzioni sono colorate in rosso sangue. 4) Ann. d. Chem. 291. 5) Ber. d. deutsch. chem. Ges, 23.357. — 346 — Nel caso presenUt la reazione dovrà avvenire nel senso e- spresso dalla stigiiontu equazione : N. CflH4. OR II CeHo. N-^CO+H.OC CH2 CH2=C— COOH C6H5.NH. CO. C=N-C6H40R Il I = 0 CH2 CHa^C— COOH acido carbanilido-p-R-ossifenilitaconammico. Oltreché a questi mezzi chimici, possiamo anche ricorrere a mezzi fisici, tanto più sicuri ed efficaci in quanto che con essi non si debbono alterare le proprietà dei corpi da studiare e si allontana quindi il pericolo — sempre possibile nelle reazioni chi- miche — di trasposizioni difficilmente controllabili. Voglio parlare della determinazione della refrazione molecolare ^) e della rota- zione magnetica ^), dei cui valori i più bassi indicano le aldoforme, i più alti le enolforine. Nel tentare la cristallizzazione dei miei a-acidi, osservai che con l'alcool a 90° caldo si ottiene, dopo raffreddamento, una mesco- lanza in parti uguali (almeno apparentemente) di a- e di ^-forma. Ciò si accorda con le osservazioni fatte dal AVislicenus per i suoi eteri formilfenilacetici. Ed è anche regolare, perché, come è noto, l'alcool è tra i solventi uno di quelli forniti in maggior grado di « potere dissodante » e la dissociazione elettrolitica ha un'azione importantissima per la chetizzazione (aldolizzazione) delle enolforme ^). In ogni modo, è mio desiderio di istituire ricerche sistema- tiche intorno al comportamento di questi acidi itaconammici verso i diversi solventi e verso le diverse temperatui-e , poiché si è constatato che dalla temperatura e dalla natura dei solventi dipende la stabilità dell'una o dell'altra forma. 1) Vedi Bnihl, « Studien iiber Tautomerie » Jourii. f. prakt. Chem. 50,11!». 2) V. Perkin, Journ. of. the chem. Soc. 61,800. 3) Cfr. Knorr. Ann. d. Chem. 306,342. - 347 — Fin d'ora, del resto, credo si possa ritenere eh-, dei due a- e §-acido, quello a è stabile a più basso temperature, il [5 si forma a temperature più elevate. Ciò si desume dal modo con cui si sono ottenuti l'uno e l'altro: l'a-acido infatti si forma saponifi<;ando la immide mediante un leggiero riscaldamento con KOH, il p-acido invece è quello die sf trova preformato tra i prodotti della reazione, compiutasi a temperature relativamente elevate. E lo conferma il fatto su notato (v. pag. 341) della trasfor- mazione a — >P durante l'ebollizione in acqua. A queste come ad altre ricerche tuttavia ho dovuto disgra- ziatamente rinunciare per ora, per difetto di materiale, cagionato dalla difacoltà che presenta l'isolamento delle sostanze sopra descritte e anche dal meschino rendimento che si ottiene da prodotti di costo assai elevato e di faticosa preparazione. Mi riprometto di continuare in seguito tale studio, che formerà og- getto di un ulteriore lavoro, perché mi sembra che la isomeria di struttura riscontrata in questi acidi itaoonammici, non sia priva di importanza, specie nel momento attuale, in cui fervono le discussioni sulla interpretazione del fenomeno della tautomeria. Sostanze che presentino le stesse differenze sono state stu- diate finora da Claisen, da W. Wislicenus , da Guthzeit i), da Knorr 2), da R. Schiff; e con queste, gli isomeri trovati da me verrebbero a mostrare la poca verisimiglianza della teoria di Laar sul fenomeno della tautomeria. È noto che Laar spiega la tau- tomeria ammettendo la labilità di un atomo di idrogeno secondo lo schema, ad es. per l'etere acetacetico, che si può considerare come il prototipo delle sostanze tautomere HsC C CH CO2C2H5 Ò A cosicché ora la sostanza dovrebbe comportarsi secondo la strut- tura H3C.CO. CH2COOC2H5 1) V. i lavori di questi autori citati sopra. I quali hanno avuto una conferma dalla grande autorità di Johannes Wislicenus (Ann. d. Chem. 308,219 -Set- embre 1899). onoia^ 2j Di Knorr v. i magistrali lavori in Ann. d. Chem. 293,70 ; 303,134; 306,333; Ber. d. deutsch. chem. Ges 30,2387, etc. — 348 — ed ora secondo l'altra H3C. C(OH)-=CH. COOC2H5 Secondo un'altra teoria più recente ^), le sostanze che pre- sentano il fonomeno della tautomoria, nel senso speciale ricordato più so})ra, non sarebbero che mescolanze di due corpi isomeri, i quali abbiano la pos.sibibtà di trasformarsi l'uno nell'altro (come sarebbero gli eteri formilfenilacetici di Wislicenus e i miei acidi itaconammici) e che si trovino in equilibrio chimico. Tali miscele Ludwig Knorr chiama allelotrope dalle radici di àXXi^^Xwv e di xpeTCd) -). Parlando intorno a queste teorie, il van 't Hoif ■^) con l'abi- tuale sua acutezza osserva che esse non sono poi in opposizione fra loro, perchè si può considerare la prima come la teoria mec- canica molecolare del fatto osservato e formulato nella seconda. La quale ultima, oltre che dai lavori su citati, e da un cu- rioso studio di Ktister % viene pure ad esser confermata da un recente studio di R. Sc;hiff •^). Facendo reagire benzilaniliua su etere acetacetico, questi ottenne due corpi H3C. CO. ( H. COOC2H5 H3C. COH : C. COOC2H5 C6H5. OH. NHC0H5 ^ CeH5. CH. NHC^Hs P- di f. 78« p. di f. 103° dalla costituzione dei quali bisogna dedurre che l'etere acetacetico sia davvero una miscela di due isomeri ^). >) F. Traube, Ber. d. deutsch. Chem. Ges 29,1715. 2) Ann. d. Chem. 306, 1336. ■5) « Die Chemische Statik » pag. 119. -*) Zeitschr. f. ijhysik. Chem. 18,161. 5) Ber. d. deutsch. CJiem. Ges. 31,603. ") Tale importantissima scoperta viene pure, secondo me, a confermare indirettamente la sicurezza della reazione su descritta del cloruro ferrico. In- fatti l'etere acetacetico dà la reazione rossa con cloruro ferrico, e questo tatto aveva provocato discussioni ed ipotesi. Ma la cosa si spiega con tutta facilità quando si consideri l'etere acetacetico come una miscela allelotropa. E ana- loga riflessione si può fare, secondo me, per l'etere succinilsuccinico. Questa sostanza dà col cloruro ferrico una colorazione rossa, che scompare quando si riscaldi per 1-2 ore a b. m.: per altro col raffreddamento esso torna a ricom- parire. Ciò si spiega pensando alla esistenza, anche per l'etere succinilsucci- nico, di una miscela allelotropa in cui l'a-etere sia stabile solo a temp. ordi- naria; e il solo P-etere persista nel riscaldamento a 100°. — 349 — Nello studio di confronto fra i prodotti che si ottengono fa- cendo reagire i p-ammidofenoli sopra lo anidridi degli acidi citra- conico e itaconico, un altro fenomeno attirò la mia attenzione: e cioè la colorazione giallo-canario più o meno vivace presentata da tutte le imraidi ^). Tale colorazione mi fa supporre che anche in esse, come negli a- acidi itaconammici, debba esistere un gruppo cromoforo >C = N — , possibile infatti quando a tali immidi, invece della formola simmetrica .CO R< )N — R' si voglia assegnare la formola asimmetrica C -=N— R R ^0 E tale struttura si accorderebbe perfettamente con quella sopra dimostrata delle itaconidi e degli a-acidi. Anzi, con questo mezzo si spiega benissimo come, per introduzione di una mole- cola d'acqua, l'acido che si forma assuma tosto la struttura eno- lica, che poi, per l'azione del calore, può trasformarsi nella al- dolica : 0 =N— R' C =N— R' R( >0<-4H ^n( '^OH ^R/^^™^' ^^ I COOH ^COOH •<■ UJl Una reazione caratteristica, che costituiva per me l' indice della purezza dei ^- acidi è la seguente: con soluzione di Na OH (non di Na^COg) o di KOH gli a-acidi si scioglievano con la vi- vace colora/ione rosso-violetta accennata più sopra (v. pag. 340); i P - acidi invece, quando erano perfettamente puri — in generale bastava a purificarli un paio di cristallizzazioni dall'acqua bol- lente — non si coloravano punto. Le soluzioni limpide per altro erano in tutti i casi incolore. Ciò mi permette di stabilire che, ij Dall'acido mesaconico si ottiene, come era ovvio pensare, la stessa im- inide che dal citraconieo. E mediaute il riscaldamento con cai'bone animale, io ho potuto trasformare l'immide p-etossit'enilitaconica (f. 9'J<'-ltX)°) nella cor- rispondente citraconica (f. 107-108°), che presenta caratteri chimici diifereuti. — 350 - contrariamente a quanto credevasi finora, non alle immidi di per sé e come tali è dovuta la colorazione violetta osservata nella saponificazione, bensì all'a -acido nel momento in cui si forma. Sulla natura intima di questa colorazione, così netta od evidente, non posso ancora formulare alcuna ipotesi: f|ualuiique idea si espo- nesse in proposito sarebbe per ora, mi sumbra, azzardata e pre- matura. Spero di poterlo fare in seguito, di proposito, fondandomi soprattutto su dati sperimentali. 1 — 361 PARTE SPERIMENTALK 1. — Azione dell'Anidride itaconica sulla p-fenetidina. Pesate le due sostanze in rapporto equimolecolare. p. 1, 12 di anidride CH2 = C— CO. I )o CH2.CO/ NH2 (1) e p. 1, o7 di p-fenetidina CtjHi' , procedetti alla fu- - OC2H5 ^4) sioiie in palloncino, a bagno di acido solforico; nel bagno era pure immerso il bulbo di un termometro. La reazione avveniva nel modo seguente: a 450-6O0 la mescolanza, di aspetto pastoso e di color bruno cupo, si rapprendeva in una massa bruno-chiarissima, per- sistente fino agli 80° ; a SO** cominciava la fusione, che andava mano mano au- mentando d' intensità fino a 125° ; y 130° cominciava lo sviluppo gassoso; le pareti fredde del palloncino si coprivano di gocciole acquose, che alla carta reattiva mostravano reazione acida Si mantenne la temperatura a 130o-136° sino a fusione tran- quilla. Un saggio del prodotto raccolto a TO^'-TS^» si scioglieva com- pletamente in soluzione di idrato potassico, a freddo. A quella temperatura dunque, cioè nel primo periodo della reazione, si era ottenuto esclusivamente un acido, probabilmente l'acido p-e- tossifenilitaconammico. Un altro saggio, raccolto a 130°, trattato con idrato potas- sico si scioglieva in i)arte a freddo (acido): il liquido decantato infatti si decomponeva con acido cloridrico, dando luogo alla formazione di un precipitato bianco. Di quanto era rimasto in- dietro nel trattamento con potassa, una parte si scioglieva a caldo nello stesso reattivo (immide), mentre una buona porzione rimaneva indisciolta, anche riscaldando fortemente con potassa al 50 "/o (itaconide). — 362 — DlAMMIDE Cr,H402(NH.C6H4.0C2Hr,)2 Il prodotto finale della reazione, che si presentava come una massa resinosa, si sciolse in poco alcool bollente; per raffredda- mento si separò tosto una sostanza grigia, lucente, che raccolta alla pompa e cristallizzata un paio di volte dall'alcool, fondeva a 1780-1740. Questa sostanza insolubile in acqua, in etere, in clo- roformio, in benzolo, poco solubile in alcool e in acido acetico freddi, molto più all'ebollizione, inattaccabile dagli alcali anche concentrati e bollenti, si presenta in graziose lami nette, che si uniscono a formare scaglie sottili, splendenti, madreperlacee. All'analisi diede i seguenti risultati : 1. — gr. 0,2361 di sostanza fornirono gr. 0,5898 di CO2 e gr. 0,1426 di H2O; IT. — In una determinazione di azoto eseguita col metodo di Kjeldahl su gr. 0, 1952 di sostanza, si ebbe : N H2 SO4-S- adoperato cm' 15,00 N Iposolfito sodico ^-^ corrispondente cm^ 30,00 » > occorso per saturare il J messo in libertà cm' 15,20 H2SO4 ,^ saturato dall' NH3 cm^ 14,80 14 corrispondenti a mg. 14,8 di azoto; ossia in 100 parti: trovato calcolato per C)2iH24N204 C 68,12 68,47 H 6,71 6,52 N 7,47 7,60 Considerando duiu|ue i risultati delle analisi e vedendo il suo comportamento verso la potassa (cfr. pagg. 339-340), si può ritenere che la sostanza ora descritta sia d i-p-ammid ofene to- litaconide La costituzione di composto non saturo viene con- fermata da un — 353 — Bromoclerivato. — Sciogliendo la sostanza fusibile a 173o-174« in acido acetico glaciale freddo e aggiungendo bromo a goccia a goccia, dojio riposo di ventiquattro ore in essiccatore sulla calce, ottenni una bella sostanza in fiocchi bianchi con splendore se- riceo, che venne ricristallizzata aggiungendo alla soluzione ace- tica bollente acqua bollente siuo ad incipiente intorbidamento. Il prodotto, asseccato nel vuoto sulla calce, venne analizzato col metodo Piria-Schiff per la determinazione del bromo. L'analisi diede i seguenti risultati : gr. 0,1223 di sostanza fornirono gr. 0,0861 di AgBr, ossia in 100 parti: trovato calcolato per C2iH24N204Br2 Br 29,92 30,30 Immide C5H4O2: N. C6H4OC2H5 Le acque madri da cui fu separata la suddescritta di-p-am- midofenetolitaconide, dopo un breve riposo lasciarono depositare una massa giallo -verdastra che raccolta alla pompa mostrava di essere costituita da diverse sostanze. La feci bollire a ricadere con etere, il quale ne sciolse una porzione, colorandosi in giallo vivo, e lasciò indietro una massa grigiastra. La soluzione eterea, eliminata per distillazione la maggior parte del solvente, lasciò depositare una sostanza gialla, che pu- rificata con molta pena dall'alcool fondeva a 99*^-100*'. Questa sostanza è solubile in etere e in alcool, insolubile in acqua. La colorazione gialla che la distingue permane anche dopo una prolungata ebollizione (in soluzione alcoolica) in presenza di carbone animale puro e di fresco calcinato. A questo proposito vedi le osservazioni a pag. 349. La costituzione di questa sostanza è di una p-ammid ofene- tolitaconimmide. Quanto alla sua costituzione, vedi a pag. 349. All'analisi diede i seguenti risultati: L — gr. 0,2407 di sostanza fornirono gr. 0,5953 di CO2 e gr. 0,1279 di HoO; II. — gr. 0,2097, analizzati col metodo di Kjeldahl, fornirono N tanta ammoniaca da saturare cm^ 13,6 di H2SO4 -r , corrispon- denti a mgr. 13,6 di azoto. I Il iir e ()7,82 — — H 5,90 — — N — 6,48 6,4B — 364 — in. - ^r. 0,1927 l'ornii-imo tanta, ammoniaca ria saliirare cm-' ,-- N . 12,4 (li lij8U4 j-, , cumspoiidenli a ini^r. 12,4 di azoto. Ossia in 100 parti: calcolato per C13H13NO3 67,53 6,62 6,06 Bromoderivato. - Preparai e purificai questo derivato con gli stessi metodi seguiti nel preparare la di-br-diammide. L' a- spetto è pure molto simile. Non fonde, ma imbrunisce se si ri- scalda. Alla luce è abbastanza stabile. All'analisi diede il seguente risultato: gr. 0,1187 di sostanza fornirono gr. 0,1086 di AgBr, ossia in 100 parti: trovato calcolato per CisHisNOsBro Br 40,67 40,92 Acidi C13H15NO4 J La immide p-etossifenilitaconica, riscaldata debolmente con soluzione di idrato potassico o di idrato sodico, si scioglie co- lorandosi in rosso-violetto; la colorazione scompare quando la soluzione è completa. A questa soluzione aggiungendo acido cloridrico concentrato sino a reazione acida, si forma un precipitato fioccoso giallo che, raccolto, si scioglie in soluzione anche diluita di carbonato so- dico, mostrando cesi il comportamento di un acido. Evidentemente, con la potassa si era saponificata l' immide e formato il sale alcalino solubile dell'acido, che poi precipitava quando veniva liberato dall'acido cloridrico. Questo acido giallo è insolubile in acqua e in alcool freddi, solubile in alcool bollente, solubilissimo in acido acetico, dalle cui soluzioni si può riottenere solo evaporando a secco. E inso- lubile, pure a caldo, in etere, benzolo, cloroformio, ligroina, etere di petrolio. Riesce dunque di una estrema difficoltà il purificarlo #! - 355 — dopo la precipitazione od è meglio cercare di ottenerlo già puro. Ciò mi riusciva bene operando nel modo seguente: le soluzioni colorate in bruno di sale alcalino (ottenute saponificando con potassa caustica porzioni non pure di immide) neutralizzandosi con acido cloridrico si riscaldavano fortemente; se si addizionava l'acido a goccia a goccia e si lasciava disperdere il calore svi- luppatosi nella neutralizzazione, quando la reazione era ancora debolmente alcalina, si separava una resina bruna, che poteva venire eliminata per filtrazione-, il liquido allora, acidificato fran- camente con acido cloridrico, lasciava depositare la sostanza gialla relativamente pura. Ripetendo l'operazione due-tre volte, si ot- teneva l'acido fusibile a 148o-149«. Bollito con acqua, si trasforma (vedi parte teorica pagg. 340- 348) in un acido bianco, cristallino, pochissimo solubile in etere caldo, solubile in acqua bollente da cui cristallizza bene, solubi- lissimo in alcool e in acido acetico, fusibile a 1340-135°. Come ho già detto nella parte teoretica di questa relazione, chiamerò il primo, giallo, « a-acido », il secondo, bianco, « p- acido ». In ciò che segue riferisco i risultati analitici dati dai due acidi e dai corrispondenti sali di argento. lo) a -Acido CH2 = C — COOH CH2C(0H) = N.C6H4OC2H5 I. - gr. 0,2354 di sostanza fornirono gr- 0,5386 di CO2 e gr. 0,1190 di H2O; II, _ gY. 0,2103 di sostanza, analizzati col metodo di Kjeldahl, N fornirono tanta ammoniaca da saturare cm^ 12,4 di H2SO4 TJ.^^^^' rispondenti a mgr. 12,4 di azoto: ossia in 100 parti: trovato calcolato per C13H15NO4 C 62.36 62,65 H 5,62 6,02 N 5,91 5,62 — 366 — Det e riu i 11 aziono acid i luet rica. — gr. 0/204:9 di sostanza richiesero ])er la saturazione, stM-V(!ndo come indicatore la fenol- ftaleina, cm3 8,0 di NaOH ^ = gr. 0,0032. ossia in 100 parti: trovato calcolato per Ci3Hir)N04 15,01 16,06 Sale di argento. — Alla soluzione del sale alcalino aggiun- gendo nitrato di argento, eblji un precipitato di sale di argento bianco, difficilmente alterabile, che raccolsi ed asseccai nel vuoto. In esso poi determinai la proporzione dell'argento, calcinando in crogiuolo tarato. gr. 0,1313 di sale di argento fornirono gr. 0,0402 di argento metallico: ossia in 100 parti: Ag 30,69 30,33 2o) rovato calcolato ^ 30,69 * * « P- Acido CH2 = C- COOH CHa- -CO- -NH-( 3GH4OC2H5 1. — gr. 0,2185 di sostanza fornirono gr. 0,5016 di CO2 e gr. 0,1160 di HoO; IL — gr. 0,1948, analizzati col metodo di Kjeldahl, fornirono N tanta ammoniaca da saturare cm^ 10,7 di H2SO4 ya ' t'oi"i'i'^P<>ii- 1 denti a mgr . 10,7 di ossia azoto: in 100 parti: t rovato calcolato per C13H1 5NO4 C 62,60 62,66 H 5,90 6,02 N 5,49 6,62 T» — 367 Determinazione acidimetrica.— f^r. 0,3451 di sostanza N 10 ^ . N richiesero per la saturazione cm'^ 13,7 di NaOH 77. = gì'- 0,0648 di NaOH: ossia per 100 parti: trovato calcolato per C13H15NO4 16,87 16,06 Sale di Argento. — Venne ottenuto e analizzato come il sale di argento dell'a-acido. Calcinando in crogiuolo tarato, da gr. 0,1132 di sale ebbi gr. 0,0342 di Ag: ossia in 100 parti: trovato calcolato per Ci3Hi4N04Ag 30,21 30,33 * * * Distillando quasi tutto l'alcool delle acque madri da cui avevo separato la seconda porzione di prodotto, ottenni una massa grigio-giallastra, un saggio della quale, trattato con so- luzione di carbonato sodico, si scioglieva parzialmente: infatti il liquido filtrato, per aggiunta di acido cloridrico lasciava se- parare una sostanza bianca, fusibile a 1340-135*^, identica al p- acido sopradescritto, il quale dunque si trova già formato tra i prodotti della reazione. Il resto della massa grigio-giallastra , riscaldato con so- luzione di idrato sodico, si sciolse completamente, non senza produrre il fenomeno della colorazione rossa già sopra descritta; la soluzione saturata con acido cloridrico lasciava separare, l'uiia dopo l'altra, le due modificazioni, gialla e bianca, dell'acido. II, — Azione dell'anidride itaconica sulla p-anisidina. Le due sostanze, solide entrambe, prese in rapporto equi- molecolare (p. 1. 12 di anidride e p. 1, 23 di p-anisidina C6H4 (NH2) OCH3), si fusero a bagnò di acido solforico, conservando la disposizione descritta per la reazione con p-fenetidina. La reazione avveniva nel modo seguente: a 74° la mescolanza prendeva a rammollirsi ; 24 — 358 — a 86<'-87<' cominciava lo sviluppo gassoso accompagnato, anche qui, dal depositarsi sulle pareti del palloncino di gocciole acquose a reazione acida; a 130° la fusione era completa, tranquilla; a 153^ riprendeva un debole sviluppo gassoso che a 200° cessava completamente. Poiché l'andamento delle susseguenti operazioni è analogo a quello descritto per la reazione con fenetidina, cosi non farò che descrivere le sostanze ottenute con i loro derivati e riferire i risultati analitici. DlAMMIDE C5H4O2 (NH.C6H40CH3)2 Si presenta in scaglie madreperlacee, appena leggermente brune, fusibili a 165o-156o. Per i caratteri chimici e di solubilità è simile al composto corrispondente ottenuto dalla fenetidina. All'analisi diede i seguenti risultati : I. — gr. 0,2144 di sostanza fornirono gr. 0,5263 di CO2 e gr. 0,1102 di H2O; II. — gr. 0,1888 fornirono una quantità di ammoniaca tale da N essere saturata da cm^ 16,5 di H2SO4 .-^ • corrispondenti a mgr. 15,5 di azoto, ossia per 100 parti: calcolato per C19H20N2O4 67,05 5,88 8,23 Bromoderivato. — Bei fiocchi lanosi bianchi lucenti, che riscaldati non fondono ma si anneriscono. Una determinazione di bromo , eseguita col metodo Piria- SchifiP, diede il seguente risultato: gr. 0,1672 di sostanza fornirono gr. 0,1171 di AgBr, ossia in 100 parti: trovato calcolato per Ci9H2oN204Br2 Br 31,66 32,00 trovato c 66,82 H 5,72 N 8,26 — 359 * * Immide C5H4O2: N. C6H4OCH3 L'aspetto come le proprietà di questa immide non differi- scono sensibilmente da quelle del composto corrispondente otte- nuto dalla fenetidina. Il suo punto di fusione è a 101°-102o. All'analisi diede i seguenti risultati: I. — gr. 0,2341 di sostanza fornirono gr. 0,5654 di CO2 e gr. 0,1190 di H2O; IL — gr. 0,1942 fornirono tanta ammoniaca da saturare cm'^ N 11,7 di H2SO4 j-7 , corrispondenti a mgr. 11,7 di azoto; ossia in 100 parti: trovato calcolato per C12H11NO3 C 65,87 66,35 H 5,64 5,07 N 6,04 6,45 Bromoderivato. — gr. 0,1224 di sostanza fornirono gr. 0,1233 di AgBr; « ossia in 100 parti: trovato calcolato per Ci2HiiN03Br2 Br 42,86 42,44 * * a- Acido. CH2 = C — COOH I CH2— C (OH) = N. C6H4OCH3 Fonde a 1440-145°. — 360 — I. — yr. 0,2257 di .sostiinzii Ibrnirono gr. 0,5041 di CO2 e gì. 0,1046 di H2O; II. — gr. 0,1950 di sostanza fornirono ammoniaca cosi da sa- N turare cnr' 10,9 di H2SO4 r^, corrispondenti a mgr. 10,9 di azoto; ossia in 100 parti: trovato calcolato per C12H13NO4 61,27 5,53 5,95 c 60,89 H 5,15 N 5,60 Determinazione acidimetrica. — gr. 0,2324 di sostanza ricliie- N 10 sero cm3 9,6 di NaOH 77, =gr. 0,0384 di NaOH ossia in 100 parti: trovato calcolato per C12H13NO4 NaOH 16,52 17,02 Sale di argento. — gr. 0,1122 di sale diedero gr. 0,0358 di argento metallico, ossia per 100 parti: Ag P- acido. OH, = C— COOH CH2— CO.NH.C6H4OCH3 Fonde a 1350-136°. I.-gr. 0,2391 di sostanza fornirono gr. 0,5346 di CO2 e gr.0,1123 di H2O; trovato calcolato per C]2Hi2N04Ag 31,90 31,57 * » * — 361 — II. — o-r. 0,2128 fornirono tanta ammoniaca da saturare cm''^ N 12, J 5 di H2SO4 r-, , corrispondenti a mgr. 12,15 di azoto; ossia in 100 parti: trovato calcolato per C12H13NO4 C 60,97 61,27 H 5,22 5,53 N 5,72 5,95 Determinazione acidimeirica. — gr. 0,2575 di sostanza richie- N 10 sero cm3 10,9 di NaOH ^ ^ gr. 0,0436 di NaOH; ossia in 100 parti: trovato calcolato per C12H13NO4 16,95 17,02 Sale di argento. — gr. 0,1669 di questo sale fornirono per calcinazione gr. 0,0443 di argento metallico; ossia per 100 parti: trovato oalcolato per Ci2Hi2N04Ag 31,41 31,57 III. —Azione dell'anidride itaconica sul p-ammidofenolo. Prima di compiere la reazione, procedetti alla purifica- zione del p-ammidofenolo. Sciolsi perciò in acido cloridrico il prodotto del commercio, fortemente colorato in bruno, per formare il corrispondente cloridrato solubile e trattai la soluzione cloridrica con ammoniaca. Quando ebbi quasi neutralizzato, si depositò una resina bruna che separai filtrando alla pompa. Al- calinizzando poi con altra ammoniaca acquosa , ebbi la base libera, che sollecitamente raccolsi, lavai con acqua per asportarne il cloniro ammonico formatosi, e asciugai alla pompa. Ripetendo 2-3 volte queste successive operazioni, ottenni p-ammidofenolo appena debolmente colorato in bruno. — 362 .1: Le duo sostanze), proso in rapporto cquimolocolaro, fp. 1, 12 di anidrido itaconica e p. 1, 09 di p-ammidofonolo (C(iH4 (NHo) OH), si scaldarono a fiamma diretta, agitando sempre, sino a fusione tranquilla. Sciolto il prodotto delia reazione in pochissimo alcool bol- lente, col raffreddamento ottenni una massa cristallina giallastra, che asciugai rapidamente comprimendo fra carta, poiché alla luce facilmente imbruniva. Essa si scioglieva completamente in alcool, etere, mescolanza di alcool e cloroformio, parzialmente in ben- zolo e in cloroformio. Scaldai a ricadere con benzolo e il liquido giallo-bruno, se- parato per decantazione, lasciò deporre una sostanza bruna, che potei purificar bene aggiungendo alla sua soluzione alcoolica calda tant'acqua bollente fino a che non cominciò a intorbidarsi: per raffreddamento, cristallizzò una sostanza in pagliette splendenti giallo-brunastre, che fondevano a 104o-105<'. Il residuo ottenuto nel trattamento della massa con benzolo si sciolse in pochissimo alcool bollente, da cui si separò per raf- freddamento una sostanza in belle laminucce brano-chiare, che fondevano a 1320-133°. Dalle acque madri ottenni, solo evaporando a secco, una massa resinosa da cui, per trattamento ripetuto e prolungato con carbonato sodico e successiva decomposizione con acido clo- ridrico, ebbi una piccolissima quantità di sostanza bruno-chiara, cristallina, fondente a 97°-98o, che per analogia di comportamento si presume essere un acido p-ossifenilitaconammico. Per le piccole — e minima per quest'ultima sostanza — quantità di prodotti di cui disponevo, potei analizzare soltanto le due prime sostanze, senza farne alcun derivato. Immide C5H4O2 = N — C6H4OH Sostanza fusibile a 104o-105o. Si saponifica con gli alcali caustici dando una intensissima colorazione violetta. Sarebbe dunque p-ossifenilitaconimmide, come lo dimostrano i risul- tati dell'analisi ; — 363 — r. — gr. 0,2132 di sostanza fornirono gr. 0,5071 di CO2 o gr. 0,0899 di H2O; II. — gr. 0,189-1 di sostanza fornirono una quantità di ammo- N niaca tale da saturare cm'^ 9,2 di H2SO4 r^ , corrispondenti a mgr. 9,2 di azoto: ossia in 100 parti: trovato calcolato per C11H9NO3 C 64,86 65,02 H 4,21 4,43 N 6,61 6,89 DlAMMIDE C5H4O2 (NH.C6H40H)2 Sostanza fusibile a 1320-133°. È inattaccabile dalla soluzione concentrata e bollente di idrato potassico, presenta cioè il comportamento di una di-p- ammidofenolitaconide. All'analisi diede i seguenti risultati: I. — gr. 0,2148 di sostanza fornirono gr. 0,5134 di CO2 e gr. 0,1007 di H2O; II — gr. 0,1793 di sostanza fornirono una quantità di ammo- N niaca tale da saturare cm^ 15,6 di H2SO4 r-. , corrispondenti a 14: mgr. 15,6 di azoto; ossia in 100 parti: trovato calcolato per C17H1GN2O4 C 65,17 65,38 H 5,21 ^ 5,12 N 8,97 8,70 A.CID1 CiiHiiNO Dalla immide p-ossifenilitaconica, per saponificazione con idrato potassico e successiva decomposizione con acido cloridrico, — 364 — «(bbi un acido giallctto, fbnclenli' a .llH"-119o; ma anche su (|uest(), corno su quello fondente a 97"-y8", non potei per la scarsità del prodotto eseguire alcuna analisi. Tuttavia, dalla reazione colorata con cloruro ferrico (vedi parto teoretica, pag. 344) e per analogia con le sostanze avute nello reazioni con p-fenetidina e p-anisidina, credo possa l'itenersi che il primo descritto sia il p-, il secondo sia l'a-acido p-os- sifenili taconammico. Si riscontra dunque una perfetta ana- logia di comportamento fra il p-amm id of en o lo ed i suoi eteri verso l'anidride itaconica. Eseguito nell' Istituto di Chimici Farmaceutioa della R. Università di Napoli-Ottobre 189!). PROCESSI VERBALI DELLE TORNATE Tornata del 6 febbraio 1910 Presidente : Monticelli Fr. Sav. — Segretario : Milone U. Socii presenti: Milone U.. Gauthier V., Monticelli Fr. Sav.. Police G., Geremicca M., Aguilar E., De Rosa F., Pierantoni U.. Ricciardi L., Si- niscalchi A. M.. Quintieri L., Cutolo C., Trani E. La seduta è aperta alle ore 12.30. Il Segretario presenta i giornali pervenuti in cambio ed i libri in dono. Il socio Pierantoni U. legge il suo lavoro dal titolo : Origine e strut- tura del corpo ovale del Dactilopius citri e del corpo verde dalVApRis bras- siCAE (Il nota sulla simbiosi ereditaria), e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. Il socio Police G. legge il suo lavoro dal titolo: Di due casi di nior- sicatttra di Vipera, e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. Il Presidente comunica la deliberazione del Consiglio Direttivo , in base alla quale tutti i socii indistintamente hanno dritto di fare inserire nei processi verbali le comunicazioni fatte nelle sedute, purché esse non eccedano le due pagine di stampa e ne potranno avere 7o estratti gratis senza copertina a stampa. La seduta è tolta alle ore 15.30. Tornata del 17 aprile 1910 Presidente : Monticelli Fr. Sav. — Segretario : Milone U. Socii presenti: Cutolo A., Piccoli R., Piccoli Foà I. , Ricciardi L., Milone D., Geremicca M., De Rosa F., Gauthier V., Pierantoni U., Mon- ticelli Fr. Sav., Cavara F., Trinchieri G., Cutino L., AguilarE., Cutolo C. La seduta si apre alle ore 15.30. Il Segretario presenta i nuovi cambi ed i libri pervenuti in dono; legge inoltre il verbale della tornata precedente, che viene approvato. 25 — 366 — Il socio Triuchieri G. legge il .suo lavoio: Infonio mi min Lahonllic- niacca nuova per Vltnlia, e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. Il socio Ricciardi legge il «uo lavoro: Su i terremoti. Calabro - .siculi del 1783 e del 1908., e ne chiede la pubblicazione sul Bollettino. Il socio Gauthier V. fa alcune osservazioni sul lavoro del Ricciardi e si riserba di presentarle in iscritto in una prossima tornata. Il socio Gauthier V. legge il suo lavoro sn L'Idrografia dell'Agro 7V- lesino, e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. Il socio Cutolo A. conferma alcuni dati analitici citati dal socio (-rau- thier V., che se ne compiace. fja seduta è tolta alle ore 17. Tornata del 12 maggio 1910 Presidente : Monticelli Fr. Sav. — Segretario Milone U. Socii presenti: Siniscalchi A. M., Guadagno M., Triuchieri. G.. Pie- rantoni U., Aguilar E., Monticelli Fr. Sav., Gauthier V., Milone U.. Cu- tolo E. De Rosa Fr., Gargano C, Police G. La seduta è aperta alle ore 21 e 30. Il Segretario presenta i nuovi cambi ed i libri pervenuti in dono ; legge inoltre il verbale precedente, che viene approvato. Legge poi la Relazione su l'andamento scientifico ed amministrativo della Società durante l'anno 1909. Il Presidente comunica che il 22 corrente si farà le commemorazione del socio Salvatore Lo Bianco, e riferisce ampiamente sul progetto per le feste centenarie di Filippo Cavolini. Il socio Pierantoni U. legge il suo lavoro dal titolo: Osservazioìii .sn V Aplirophora spumaria, e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. Il socio Aguilar comunica: Sul modo d^ inserirsi delle fibre della zo- nula di Zinn su la capsula anteriore del cristallitio nell'occhio umano, e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. In ultimo il Presidente Monticelli fa una comunicazione verbale sul ciclo biologico dei cestodi degli uccelli acquatici., ed un'altra su i Nemer- tini d'acqua dolce in Italia. La seduta è tolta alle ore 23. Monticelli Fr. Sav. — Sul ciclo biologico dei ( 'est odi degli uccelli ar- quatici. Il modo come si svolge il ciclo biologico dei Cestodi ospiti degli uccelli acquatici, le cui larve si trovano nei pesci dei quali essi fanno lor cibo, è un fatto che ha sempre stimolata la mia curiosità. — 367 — Una osservazione casuale sulla voi'acità con la quale alcuni Carassìus (aiirafHs),àì una piccola fontana dell'Istituto zoologico, agguantavano dei pezzi staccati dalla catena di un Cestode caduti nell'acqua , che un co- lombo di un vicino colombaio, poggiatosi sulla sponda di detta vasca, aveva espulsi, mi hanno suggerita, per analogia, una plausibile ipotesi sul come possa svolgersi il ciclo dei cestodi che vivono negli uccelli acquatici,, le cui larve si rinvengono nei pesci marini dei quali essi si nutrono. Difatti, considerando che questi pesci quando vengono alla superfìcie sono beccati dagli uccelli che si slanciano neir acqua per predarli, e che questi uccelli, per ghermire la preda, in frotta affiorano la superficie del- l'acqua e vi si appoggiano, il pensiero corre ad ammettere che, in queste frequenti incursioni sull'acqua di detti uccelli, alcimi pezzi di catena dei Cestodi che ospitano con proglottidi mature, eventualmente espulsi dall'ano degli uccelli, cadano nell'acqua nelle plaghe dove appunto brulicano quei pesci , la cui presenza attira gli uccelli che ne fanno loro preda. E, te- nuto conto della voracità dei pesci in genere, che, come è noto, sono anche coprofagi (osservazione che può farsi facilmente negli acquarli), abboc- cando essi i cordoni escrementizi! dei loro congeneri, per analogia di quanto innanzi ho riferito di avere osservato nei Carassìus^ si può facilmente de- durre che i pezzi di catena con proglottidi mature espulsi dagli uccelli e caduti nell'acqua possano essere agguantati da quei pesci che. per esser preda degli uccelli acquatici, si trovano nelle plaghe da questi frequen- tate. Nel tubo digerente di tali pesci si sviluppano le larve, che, libere nell'intestino (p, e larve di Tetrabotridi osservate nei Clupeidi), od in- capsulate negli organi, passano con gii ospitatori nell'apparecchio dige- rente degli uccelli (che li mangiano), dove assolvono la loro forma adulta. Monticelli Fr. Sav. — Su i Nemertini (V acqua dolce hi Italia. Nella mia nota preliminare riassuntiva sul Prostoma sehethis^ nuovo Nemertino delle acque del Sebeto (Rend. Ac. Se Napoli, 1910, Fas. 1.), fondandomi sulle indicazioni desunte dal Biirger (Nemertini, Tierreich, 1904j. nello scrivere che a mia conoscenza non erano noti Nemertini d'acqua dolce in Italia, mi è sfuggita una nota del Dr. A. Garbini (Z.Anz. 19U6, 19. Bd. pag. 125), nella quale questi ricorda di aver fatta menzione, nelle sue ricerche sulla liranofauna del lago di Garda, del ritrovamento da lui fatto di Nemertini, che sarebbero rappresentati in quelle acque dal Tc/ra- stemma lacustre Du Pless. (Prostoma lacustre). Questa forma a suo « av- viso sarebbe il Tefrastemma ohscurnm Ose. Schm del mare del Nord adattatosi alle acque a salsedine minore del Golfo di Finlandia e più - 8fi8 tarili alle acque dolci dei lagiii europei ». Ma questa conclusione a me pare tropptj teoretica e corriva, non confortata da alcun dato di fatto ; che anzi, i fatti appunto non autorizzano a dedurla, tenute presenti le due specie di Nemertini in questione. Perchè, se il Uè Guerne (C. R. Soc. Biol, Paris, 1892), riferendo alcune osservazioni del Kennel , tenuto conto del fatto dell'adattamento del Prostotwi. (Tetrastemma) obscunim a sopportare la massima riduzione di salsedine delle acque del Golfo di Finlandia, esprime 1' opinione che sia legittimo dedurre da ciò che, se non il Pro- stonia ohsGtirmn, almeno una o piìi forme a questo vicine si sieno poco a poco definitivamente adattate all'acqua dolce diftbndendovisi col tempo, assai ne corre ad ammettere che proprio il Prostoma lacustre (che non- sarebbe poi una delle forme più vicine al P. ohsciirum\ come è d' avviso il Garbini, rappreoenti il prodotto dell'adattamento del P. ohscurmn alle acque dolci d'Europa. In questa sua nota il Garbini si occupa di confu- tare l' ipotesi, emessa dal Du Plessis, sulla maniera d' importazione dei Nemertini nelle acque dolci (Z. Anz. 18, Bd. 1895, pag. 495), asserendo che l'origine dei Nemertini nel lago di Garda è dovuta, più che alla mi- grazione attiva lungo 1' emissario, al trasporto passivo per mezzo degli Uccelli migratori delle regioni nordiche (che avrebbero conseguentemente importato questa specie attuale, derivata dal P. obscuram dei mari del Nord). RELAZIONE su l'andamento scientifico h;i) amministrativo dku.x società di naturalisti DURANTE l'anno 1909 Signori , Chiusi la mia relazione dell'anno scorso, affermando che questa nostra Società di Naturalisti potrà avere delle alternative di vita più o meno prospera, ma non morrà mai. perchè è scaldata dall'amore di voi tutti. Ed è cosi ! Ma vi ha di più ! Essa, che ha già celebrata da varii anni le sue nozze di argento, essa che è gloria ed opera nostra, perchè noi la fondammo, è ancor giovane, perchè trent'anni di vita, se per noi sono una amara constatazione, che ci riempie l'animo di tristezza, per una società scientifica, che noi vagheggiamo di trairc al jiiù piesto dalla condizione I — 360 — di istituto privato a quella, non certo più gloriosa ma indubbiamente, pn'i durevole, di ente morale, non p'iio che poca cosa. Questo desiderio è iiei- l'animo di tutti i socii, perchè, orgogliosi come noi siamo dell'opera no- stra, il dimane incerto ci tiene perplessi al pensiero che questa cosa bella, come le cose mortali, passi e non duri. Ma, oltre di questo umano e però spiegabile desiderio di chi vuol vedere assicurato l'avvenire della sua ci'eatura, un altro sentimento più alto, più nobile, che non poche volte, in pubblico ed in privato, è stato proclamato con legittima soddisfazione dai soci De Rosa, Geremicca, Monticelli. Savastano, e dai nostri socii scomparsi Giuseppe Jatta e Pasquale Franco, il sentimento della libertà vera e reale ci affratella, simpaticamente, mentre ci distingue dalle vecchie accademie. È un organismo che vive e palpita secondo il momento storico sociale; esso si evolve, è un organismo moderno. Tutto ciò ha contribuito grandemente, se non è stata l'attrattiva mag- giore, a raccogliere nel suo seno i numerosi soci che questo sodalizio ha avuto nei suoi trent'anni di vita, ad indurre i numerosi sodalizii scientifici italiani e stranieri ad accettare o domandare il cambio col nostro Bol- lettino, a donare libri e giornali, in tale copia che la nostra sede, questa dove siamo raccolti, che è pure la nostra Biblioteca, non è più capace di contenerli. Di ciò siamo tutti preoccupatissimi e specie il Consiglio Direttivo di cui ho avuto l'onore di far parte finora, perchè, oltre a non avere una sala decorosa e comoda per le adunanze, renae difficile, per non dire im- possibile, l'uso della nostra cospicua biblioteca, che contiene pure libri rari, e che è il nostro patrimonio più caro, perchè è, insieme ai volumi del Bollettino sociale, la parte tangibile della nostra Società: il nostro tesoro. Ed il Consiglio Direttivo, per opera del suo Presidente e nostro ca- rissimo amico, professor Monticelli, da due anni nulla ha trascurato per cercare di dai e a questo sodalizio una sede bella, comoda e duratura, pen- sando che le cose belle, per essere meglio apprezzate, hanno pur troppo bisogno, come il bel quadro, di una bella cornice che lo circondi. Ogni più tenace opera nostra ha trovato ostacoli nell'impossibilità di avere locali adatti e con spesa lieve, da non aggravare il nostro modesto bilancio. Ma, se nulla è stato possibile di ottenere fuori di questo edifizio, forse grazie all'opera affettuosa e premurosa del Presidente, non sarà dif- ficile di allogarci meglio ciuì, per poter andare avanti per un altro paio di anni, fino a quando cioè, per effetto dei nuovi e grandiosi locali che gli istituti universitari del Palazzo del Salvatore annetteranno, non sarà pos- sibile realizzare un desiderio del professor Monticelli, di ospitare, cioè, — 370 — nell'Istituto Z(j()logic'o la Società di Naturalisti, la quale non potrebbe così trovare sede più tlecorusa e più comoda per i soci, che allora po- tranno davvero usufruire della Biblioteca. Ma queato fraterno e cordiale accoglimento che il professor Monticelli farà alla Società, se per lui è un atto nobile e spontaneo, per l' Univer- sità è un dovere, perchè questo sodalizio, mentre non l'ebbe fra i Boci, fu da Salvatore Trinchese, — il quale si credeva socio perchè di esso si inte- ressava con amore, — rettore e professore, sempre incoraggiato e sorretto in maniera energica e seria, fino al punto che volle darci un locale gra- tuito e molto spazioso nell'abolito ed oi-a distrutto Monastero della Sa- pienza, dove noi fummo per molti anni e donde uscimmo per forza di eventi, ma con l' impegno che 1' Università ci avrebbe riaccolti dopo la sistemazione dei suoi locali vecchi e nuovi, in un posto dei quali sarebbe stato sempi-e facile dar ricetto a questa Società, secondo pensava il Trin- chese. Ed ora consentitemi di parlarvi del lavoro scientifico della nostra Società durante il passato anno. Nel decorso anno si sono tenute otto sedute, di cui due anche a scopo amministrativo, cioè sei dall'aprile ad agosto e due alla fine dell'anno. Ricordo ai soci che la Società, avendo ceduto il salone e questa sala per il Comitato in soccorso dei feriti del terremoto del 1908, solo alla fine di marzo potette riavere liberi i locali. Ciò spiega come la prima se- duta sia stata tenuta il 4 aprile. Il concorso dei soci non fu molto cospicuo. La frequenza di essi ebbe un massimo di 13 ed un minimo di 9. I lavori letti furono dieci, di cui 2 di Botanica, 1 di Chimica, 2 di Geologia, 3 di Patologia e 2 di Zoo- logia. I lavori letti furono i seguenti : Ricciardi — Per una critica del prof. Sigismondo Gunther. Nota. » — 11 vulcanismo nel terremoto calabro-siculo del 28 dicembre 1908. Nota. PiBRANTONi — Sopra alcune Euplotidae del mare di Napoli. De Rosa — Note Orticole. Gargano — l." Molluscum contagiosum di Batemann. 2." La Cinesi nei sarcomi a cellule polimorfe. 3.° Su la presenza di corpuscoli cheratoidi nei sarcomi ulcerati. PiERANTONi — Su T Origine dei corpi grassi à' Iceria piirchasi e su la simbiosi ereditaria. Furono anche lette due lelazioni, una del socio Frullano Cavara e l'altra X dal socio Fr. Sav. Monticelli, la prima: Sul giardino itlpino di Monfevergine; la seconda Su la cerimonia inaugurale della statua di Lamarck a Parigi. — 371 — Il Bollettino del l'.IO'J è di circa 220 pilline, con 9 ligure tipI testo. 2 tabelle numeriche e 3 tavole litografate. In quanto ai soci, ve ne furono tre nuovi, uno dimesso ed 1 morto. La Società il 14 luglio 1909 perdette il noto carissimo socio professor Vitt. Raffaele Matteucci, Direttore dell' Osservatorio Vesuviano. Mando alla memoria del nostro socio, cosi immaturamente scomparso, un mesto saluto e mi auguro che prima che si compia l'anno dalla morte si faccia di lui in questa sede una degna commemorazione. La Biblioteca si è arricchita di nuovi cambi e di parecchi libri ri- cevuti in dono , di cui l'elenco è pubblicato in fine dal volume del Bol- lettino. Fra le deliberazioni importanti prese dalla Società su proposta del Consiglio Direttivo, bisogna ricordare: 1." L'invito fatto al professore Francesco Sanfelice per tenere in Na- poli, nella nostra sede, una conferenza, su gli studi sul cancro, confe- renza che fu promessa dal Sanfelice, ma per ragioni indipendenti dalla sua volontà ed anche di opportunità non fu più tenuta. Ma il- Sanfelice ha promesso che dopo gli esperimenti su l' uomo, allorché riprenderà a fare le conferenze, la prima sarà fatta in questa Società. 2." Si è elevata a tre fogli di stampa il di-itto di pubblicazione per ogni socio, computando nei tre fogli anche le tavole che vengono attri- buite in valore. 3.° Si è elevato il quantitativo degli estratti, che dà la Società, a 75 con copertina a stampa. Questi due ultimi provvedimenti sono vantaggiosissimi., il primo perchè incoraggia i socii a pubblicare nel nostro Bollettino, il secondo perchè sem- plifica i rapporti fra Società, autori e tipografia, e, se apparentemente il provvedimento è un aggravio pel bilancio, sia pur lieve, nel fatto non Io è ed agevola la nostra contabilità sociale. Infine, la deliberazione con la quale si consente a qualsiasi socio, anche l'aderente, di fare comunicazione verbale nelle tornate col dritto a vederne pubblicato il sunto nel Bollet- tino, purché non ecceda le 2 pagine, è tale una liberalità e di tale van- taggio pratico che non occorre che io mi indugi a dimostrarlo. Dirò solo che, grazie a questa deliberazione, è aperta la via ad un giovane studente, il quale voglia veder pubblicata una sua prima ricerca scientifica. Anche delle comunicazioni verbali si danno 75 esfratti ., ma senza copertina a stampa. Una sola escursione si fece. Fu fatta a Montevei-gine in occasione dell' inaugurazione del giardino alpino Tenorea, fondato dal socio prof. Ca- vara. La Società non sol" fu rappresentata da numerosi socii, ma lo fu — 372 — iitficialiiiente dal Presidente, che per deliberato del (\m.si^di(> Direttive iuaugiirù ima lapide a ricordo della festa. Anche in quest'anno non mancò qualche nobile iniziativa. E difatti, per iniziativa e volere del Presidente, la Società si è fatta promotrice delle feste centenarie a Filippo Cavolini, illustre scienziato napoletano, professore del nostro Ateneo, ed autore di importantissime opere, che in questa occasione saranno ristampate a cura del Comitato organizzatore. Queste feste, mentre onorano uno scienziato napoletano, provano come ho detto cominciando, gli scopi scientifici e sociali altissimi, che questo sodalizio non perde mai di vista. Ugo MiLONE Tornata del 22 maggio 1910 Commemorazione uel socio iSalvatore Lo Bianco Prenidente: Monticelli Fr. Sav. — Segretario Milone U. La seduta è aperta alle ore 15 e 30. Il socio Milone legge una lettera del segretario Fr. De Rosa, il quale si scusa di non potere intervenire, perchè infermo. Il Presidente, nel far voti per la pronta guarigione del segretario, invita il socio Milone U. a farne le veci. II Segretario legge le lettere ed i telegrammi per\'enuti, fra i (jufdi quelli del Ministro di Agricoltura : S. E. Ranieri , del prof. Alessandro Pasquale e del Dottor Vincenzo Cuomo, del Bibliotecario capo dell' Uni- versitaria: Prof. A. Miola, del Prof. Victor Bauer, di G. Norti. del Prin- cipe d'Abro. Il Comm. L. Correrà interviene come rappresentante il Municijjio di Napoli. Il Dottor Rinaldo Dohrn interviene quale Direttore della Stazione Zoologica e come rappi-esentante del Senatore professor Todai-o, n Preside della Facoltà di Scienze Naturali, Professor Chistoni , si scusa di non poter intervenire, perchè obbligato a recarsi sull'Osservatorio Vesuviano. Quindi il presidente dice: < La Società dei Naturalisti in Napoli, compresa dal lutto per l' improv- visa immatura scomparsa di Salvatore Lo Bianco, che ebbe fra i suoi più antichi soci, ha creduto doveroso farsi promotrice di questa pubblica com- memorazione, alla quale conferiscono la desiderata solennità il largo in- tervento vostro e le numerose adesioni ». « A nome della Società ringrazio tutti coloro che. accettando il nostro invito, hanno con noi voluto rendere questo tributo di memore ricordan/.a 373 — a Salvatore Ln Bianco, rapito alla scienza, mentre più fecondo spendeva l'opera sua pel progresso della biologia marina ». Dopo di che, dà la parola al professor Federico Raffaelo, il quale fa la commemorazione del socio Salvatore Lo Bianco. (E inserita integralmente a pp. 99-112). La seduta è tolta alle ore 1B.45. Tornata del 9 giugno 1910 Presidente: Fr. Sav. Moììticelli — Segretario: Fr. de Rcsa Socii presenti: Piccoli -Foà J., Piccoli R., Milone U., Pierantoni U., Gauthier V., Galdieri A., Capobianco Fr., Cutolo A., Cutolo E.. Police G.. Siniscalchi A. M., CaroH E., Monticelli F. S., de Rosa Fr. La seduta si apre alle ore 21.30. Il Presidente si congratula col socio de Rosa della sua presenza. Il socio de Rosa segretario ringrazia il Presidente per le sue parole cortesi e dice come la sua assenza è stata dovuta ad infermità, e prende pure occasione per ringraziare tutti gli amici soci, che hanno preso conto di lui. Il Segretario presenta le pubblicazioni pervenute in dono ed i nuovi cambi, quindi prega il Presidente di dispensarlo dalla lettura del lavoro del socio Ricciardi assente, per difetto di voce. Il socio Pierantoni per invito del Presidente legge il lavoro del socio Ricciardi, dal titolo : Il sismismo. il vulcanismo e la costituzione gcofèsica del geoide. Il socio Gauthier chiede se tutti i lavori che si presentano alla So- cietà e dei quali si chiede la pubblicazione debbano essere inseriti nel Bol- lettino. Il Presidente dice che, per l'art. 33 del Regolamento, ogni socio ha diritto di avere pubblicato il lavoro, ma nel caso di osservazioni, queste debbono essere messe nell'ordine del giorno di un'altra tornata e la di- scussione deve essere inserita nel Bollettino in seguito al lavoro. I socii Gauthier, Cutolo A., Galdieri, de Rosa, Cutolo E., Pierantoni, Police e Capobianco fanno osservazioni in vario senso, dopo di che si concorda il seguente ordine del giorno : L'assemblea, udita la discussione di massima, sorca a proposito del lavoro del socio Ricciardi , dal titolo: Il sismismo^ il vulcanismo e la costituzione geofisica del geoide^ invita il consiglio direttivo a studiare un mezzo, atto a garantire che nel Bollet- tino sieno inseriti solo quei lavori che saranno ritenuti degni di stampa dietro votazione dell'assemblea. Quest'ordine del giorno che porta le firme dei socii Galdieri, Gauthier, Police, de Rosa, Pierantoni. Caroli, messo ai voti, è approvato all'una- nimità meno uno, avendo il socio Cutnlo A. dichiarato di astenersi senza entrare in merito. - 374 — Il socio Uauthier, pei- un senso di «lelicat,ozza, esprime il desiderio di rimandare la lettura del suo lavoro: Poche osservazioni al lavoro del prof. L. Ricciardi: su le relazioni delle RR. Accademie delle Scienze di Napoli e dei Lincei di Roma s„ i terremoti Calabro-Siculi del 178S e 1908. E ammesso all' unanimità socio ordinario residente il Dr. Paolo della Valle. Il Presidente dice che il Consi^dio direttivo sulla proposta dei socio Untolo A. ha stabilito che abbia luogo una escursione a Telese il gi(jrno 2(i corrente. Il Socio Siniscalchi lamenta che la nostra Società non è stata tenuta presente nell'assegnazione degli attestati di benemerenza in occasione del terremoto calabro-siculo. I socii Pierantoni, Cutolo A. e de Rosa fanno osservazioni in vario senso, e si delibera di mandare una dignitosa protesta in occasione del- l'invio delle lettere di ringraziamento. La seduta è tolta alle ore 11.15. Tornata del 29 Giugno 1910 Presidente: Fr. Sav. Monticelli — Segretario: Fh. uè Rosa Socii presenti: Gabella A., Milone U., Gauthier V., Gufino L., Guadagno M.. Cutolo A.. Monticelli F. S., de Rosa Fr. La seduta è aperta alle ore 16. Il Segretario legge il processo verbale della seduta precedente, che non può essere approvato per mancanza di numero legale. Presenta quindi le pubblicazioni venute in dono. Il socio Gauthier legge il suo lavoro, rimandato dalla seduta prece- dente, e ne chiede la pubblicazione. Il Segretario riferisce sulla escursione fatta il giorno 26 a Telese e dà un cenno della regione visitata, in ordine specialmente alla ricchezza di acque minerali, e parla dei progressi fatti in ordine alla utilizzazione di quella naturale risorsa. Mette quindi in rilievo la cortese ospitalità del Gav. Minieri, proprietario dello stabilimento. Il Presidente ricorda che fu diretto al Cav. Minieri un telegramma di ringraziamento, e propone che l'assemblea esprima in forma più solenne i suoi ringraziamenti. L'assemblea approva. Il Presidente propone pure un voto di ringraziamento al socio Gauthier. anima e guida della escursione. L'assemblea approva. Il socio Gauthier ringrazia. Il Presidente comunica che il Gonsiglio direttivo, in ordine all'art. 33. in seguito alla deliberazione votata nella seduta precedente, nella sua tor- nata lic(i ninni). Casopis Ceské Spoiecnosti Pvntomologické {Ada So- ci ci ali s Kitl(nii()ht(ii<-ac liolicmido). Budapest Briìnn — 391 — A(|itila — Magyjir Oniithologiai Kozpoiit Folyciirata. Societé Royale Hongi'oise des 8cieuce.s Naturelles. Naturtbschenden VereinesJ. ( Vcrhandlunycri). Inghilterra Cambridge — Philosophical Society i Proceedin(/s nnd Trannactions). London — Eoyal Society (Prnveedinf/s , Reports of the sleejnng sickHCs-fi coììimis.sioH. and Obituari/ noti cefi}. Plymouth — Marine l)iological Association of the United Kingdoin. {Joxnuit). Svezia Upsala — Creological Institution of the University of Upsala (Bulletin). Stockholm — K. Vet. Akadems-Bibliothek (Arkiv for Botanik- Arkiv il ir Zoologi). Norvegia Tromsoe — Tromsoe Museum Finlandia Helsingfors — Societas prò fauna et tlora fennica (Ada et Mrddi, landen). Kiew Moscou Tittis Russia ■ Société des Naturalistes [Ménioires). Société imperiale des Naturalistes {Bulletiii) Giardino botanico (Lavori). Olanda Amsterdam — Academie Royale (Memoires). \ o ^< LIBRARY » ^^^ 'ytAs '^. v: 3y2 - Tokyo ASIA Giappone — Aunotationes zoolugiciie japonenses. Cairo AFRICA Egitto Société entomologique d' Egypte [Bulleliu et Mé- ìiioircs). Colonia del Capo Capetown — South Alricaii Museuin ( Auitaisj. AMERICHE Brasile Rio de Janeiro — Arcbivos do Museu Nacioual. Lima Perù Boletin de la Societad geogi'afica. Uraguay Montevideo — Museo nacioual (Auales y Coiiuiuiciuioiics : Scrción his(órico-/ìlosófìca}. Paraguay Asuncion — Revista de Agi-onoiuia y de Cieucias aplicadas. — 393 — Repubblica Argentina Buenos Ayres Museo nivcional i AiKi/i's y (' |. Bakumn M. e l'vKi.ATi L. — Studio SUI prodotti di disidratazione dell' a- citlo i'enilortunitrocinnjimico e dei prodotti che accom- pagnano quest'acido nella sintesi del Perkin. 1 op. 8.", pag. 18. Napoli, 1906. (Dono del prof. F. S. Mon- ticelli). Bassani V. — Sui fossili e sull'età del deposito di Castro dei Volsci in provincia di Roma (Miocene superiore). 1 op. 8.". pag. 10 e 1 tav. Roma, 1910. (Dono dell'autore). Bki KKH (i I''. — Relations between locai magnetic disturbances aud the genesis of petroleum. 1. op. 8". pag. 24. Washington, 1909. (Dono dell'U. S. Geological Survejj. Iìksana e. — 'IVent'anni di attività della R. Stazione Sperimentale di Caseiticio di Lodi. 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Vktkke V. — Sull'impiego del tetracloruro di carbonio nella ricerca delle materie coloranti proibite dalla legge sanitaria nelle paste alimentari. 1 op. 8.°, pag. 13. Napoli, 1907. (Dono idem). — Viaggio di esplorazione nei Monti del Kai-akoram. Con- ferenza letta da S. A. R. il Principe Luigi Amedeo (li Savoia, Duca degli Abruzzi in Torino il 16 feb- braio 1910. 1 op. 8.°, pag. 46 ili. e carte. Torino, 1910. (Dono del Club Alpino Italiano). Viola C. - La, supposta vita dei cristalli. 1 op. 8.*>, pag. 20. Roma, 1902. (Dono del prof. F. S. Monticelli). Wahrhkit — Nota sulla Flora dei dintorni di Napoli, 1 op. 8.°. pag. 2. Napoli, 1897. (Dono idem). Whitk D — The Effect of Oxygen in Coal. 1 op. 8.°, pag 74. Wa- shington, 1909. (Dono dell'U. S. Geoiogical Survey). Wrihht C. L — Briquetting tests at the United States Fuel - testing Plant Nonfolk, Virginia, 1907-8. 1 voi. 8", pag. 41. Washington, 1909. (Dono idem). I IV 1^ I O K^ PiERANTONi U. — Origine e strvittura del corpo ovale del Dacfplo- jùnscitriedél corpo verde delV AjìÌììs brassicae. il nota, preliminare sulla simbiosi ereditaria. .... pa^j. 1 PoLiCE G. — Di due casi di morsicatura dì vipera. Nota ...» 5 Gauthier V. — L' idrografia dell'agro teleslno. Nota . . . . » 9 Trinchieri G. — Intorno a una Laboulbeniacea nuova per l'Italia (Tre- HODììjces histnphturns Chatton et Picard). Nota . . . » 18 Ricciardi L. — Su Je Relazioni delle Reali Accademie di Sienze di Napoli e dei Lincei di Roma sui terremoti calabro-siculi del 1783 e 1908 ^ 2?, Armenante e. — Contributo allo studio dei Mallofagi. Osservazioni sul Menopon pallidum (con la tav. I.) . . . . » 76 Aguilar e. — Sul modo d'inserirsi delle fibre della Zonula di Zinn sulla capsula anteriore del cristallino nell'occhio umano. Nota preliminare ("con la tav. II) . . . . . . » 96 Raffaele F. — Salvatore Lo Bianco Commemorazione . . . » 99 Gauthier V. — Poche osservazioni al lavoro del prof. L. Ricciardi « Su le Relazioni delle Reali Accademie delle Scienze di Napoli e dei Lincei di Roma sui terremoti calabro-siculi del 1783 e 1908. » » 113 Cdtolo a. — Una nuova sofisticazione dell'olio di ulive. Nota . » 117 Ricciardi L. — Il sismismo, il vulcanismo e la costituzione geofi.sica del geoide ........... 121 Cotronei G. — La fascia vitellogena nell'oocite in crescita di An- tedon rosacea. Nota preliminare riassuntiva . . . » 155 CuTOLO A. — Composizione e valore nutritivo dei « taralli », pro- dotto della panificazione speciale di Napoli ...» 158 Gargano C. — Di alcune formazioni patologiche a tipo epitelioide. I. Il MoUuscum contagiosum di Bateman (con la tav. Ili) » 165 PiERANTONi U. — Osservazioni su Aphrophora spumaria L. . . » 289 CuTOLo A. e Calendoli E. — Analisi chimica e batteriologica del- l'acqua di Assano ......... 295 PiERANTONi U. — Sul corpo ovale del Dacti/lopiìis. Nota ...» .303 Gargano C. — Trapianti di tumori epiteliali umani nel sorcio (Mus Musculus) e loro trasformazione in sarcomi. Nota pre- ventiva. ...... 305 RiccuRDi L. — Su la invenzione del Tectonismo .... » 309 PiccoLi-FoÀ J. — Azione dell'anidride itaconica sopra i p-ammido-fe- noli. Contributo allo studio sulla Tautomeria ...» 337 — 408 — l'ROrK.sSI VKRHAM UKLLE TOKNATK . ..... Monticelli Fr. ÌSav. — Sul ciclo biologico dei cestodi degli iiccell acquatiti ......... — — — Su i Neincrtiiii d'ac^jua dolce in Itiilia. l'iERANTONi U. — Sull'ennalroditismo larvale dUcerya purclirtsi. Consiglio direttivo per l'anno 191 1 . Elenco dei socii . Elenco dei canihi ....... Elenco delle pubblicazioni j^ervcnule rn dono /<«//. ;>iif) :W6 1^67 I37D ^81 383 387 3^5 Gli Autori assumoiio f intera respoosaliililà dei loro scritti. Bdl.Soc.NatJapoli.VdXXIV 191C Rg. Atìonucq E, ed taenanle it Tacclimanii e Ferrari boli. d. Soc. di X(d. ili Xapoll A?nio XXIV. Jf)l'l ■ Tav. IL Fot. E. Aguilar Diam. 101.,. Aguilar E. — Sul modo /:r/(Xaf. fh ,V/7/w// IhUW MO fm:///. K.I,:?. • .•;' '■ ''-f, • -. *' t^ W Hn-S. l-lg..,. ^; ■-•'^"^':(^ V ,i ;; ,7; V l^^' 1'^' ..*.x->'r'/ C.Ctargario ad nat.del lit Tacchifiai'dieFsrrari-ftvia ONORANZE E FESTEGGIAMENTI NEL l." CENTENARIO DALLA MORTE DI FILIPPO CAVOLINI PROMOSSE SOTTO L'ALTO PATRONATO DI S, M. VITTORIO EMANUELE IH RE D' ITALIA DALLA (12-13 SETTEMBRE 1910) SUPPLEMENTO AI- BOiiLETTlNO DELIiR SOCIETÀ DI KflTURflLISTl in KTapoli Anno XXIV -Voi. XXIV NAPOLI R. Stabilimento Tipografico Francesco Giannini & Figli Cisterna dell' Olio 1911 La Società di Naturalisti in Napoli , ispirata dal- l'alto ideale di serbar viva la memoria degli antichi nostri maggiori nelle discipline naturali, monito e sprone a giovanile entusiasmo pel progresso di queste da noi, ricorrendo nel 1910 il primo Centenerario dalla morte di Filippo Cavolini, non volle lasciar passare in silenzio una data memorabile per la storia della Scienza alla quale questo insigne napoletano appartiene per magi- strali lavori di Zoologia e di Botanica, che destarono l'ammirazione dei dotti d' ogni parte del mondo. Su proposta del Consiglio direttivo, da più anni ma- turata, prese perciò 1' iniziativa, accolta con unanime voto di tutti i Socii, di ricordare degnamente 1' illustre scienziato napoletano, che fu professore nella patria Uni- versità. L' iniziativa della Società raccolse il plauso delle Autorità cittadine e di quanti hanno a cuore 1' antica tradizione scientifica del napoletano. S. M. il Re lia voluto testimoniare il suo Sovrano interessamento alle onoranze a questo illustre italiano, concedendo l'augusto Suo alto patronato. Ed il Sindaco di Napoli ed il Magnifico Rettore dell' Università assun- sero con simpatica premura la presidenza della solenne commemorazione di questo grande napoletano. Costituitosi allo scopo nel seno della Società di Na- turalisti un comitato ordinatore per organizzare le ono- ranze e festeggiamenti, suo primo pensiero fu, per ren- dere la manifestazione cittadina più degna e solenne, d' invitare quanti con l' autorità del grado e del nome potevano contribuirvi, a far parte di un comitato d'onore; al quale tutti, quanti furono invitati, solleciti aderirono, testimonianza della importanza die il paese dav^a alle onoranze centenarie di questo napoletano che, per l'opera sua ha illustrata la patria italiana. Il Comitato ordinatore divisò non potersi meglio onorare la memoria di Filippo Cavolini se non ristam- paiido le sue classic-lic opere ed apponendo una lapide sulla villa, a Posillipo, dove visse il Cavolini (oggi Villa de Mellis), che fu il suo laboratorio di biologia marina; mentre indiceva una solenne pubblica commemorazione nell'Aula Magna della Università, sotto gli auspici i del Rettore Magnifico, che a questa cerimonia invitava le Università consorelle d' Italia e dell' estero, le Acca- demie e Società italiane e straniere, gli istituti ed i cultori di biologia, che d'ogni parte risposero con una- nime simpatia, attestazione di stima ed ammirazione per l'opera di Filippo Cavolini. Le adesioni numerose di sodalizii italiani e stra- nieri resero maggiormente solenne la manifestazione mondiale di omaggio allo scienziato italiano, onore del nostro paese, che si svolse nella cerimonia commemo- rativa alla presenza delle autorità cittadine e dei de- legati esteri e nazionali. I Alla ristampa delle opere contribuirono generosi oblatori, che secondarono l' iniziativa della Società di Naturalisti, sottoscrivendo per la pubblicazione del ma- gnifico volume in quarto grande, ricco eli numerose ta- vole, che raccoglie le memorie di Zoologia e Botanica del Cavolini. L'opera disinteressata, omaggio di artista, dello scul- tore Comm. Mossuti, tramanda ora ai posteri il nome dell' illustre nostro concittadino sulla casa, che fu sede dei magistrali suoi studi. Comitato d' Onore Comitato Ordinatore Com itato d'Onore Presideuti onorarti IL SINDACO DI NAPOLI M. se Ferdinando Del Carretto Senatore del Regno IL RETTORE DELLA R. UNIVERSITÀ Prof. Pasquale Del Pezzo Duca di Gaianiello Componenti S. E. IL MINISTRO DELLA PUBBL. ISTR. Oli. Prof. Luigi Credaro S. E. IL MINISTRO DELL'AGRICOLTURA Ou. Dott. Giovanni Ranieri Il Prefetto di Napoli, Marchese Francesco De Seta, Senatore del Regno. 11 Presidente del Consiglio Provinciale, on. Prof. Comiu. Francesco Girardi, Vice Presidente della Camera dei Deputati. 11 Presidente della Deputazione Provinciale, Corani. Paolino Angrisani. 11 Presidente della Reale Accademia delle Scienze , Prof. Cav. Francesco Bassani. II Presidente del R. Istituto d'Incoraggiamento. Comm. Nicola Miraglia. Il Direttore della R. Scuola Superiore di Agricoltura in Portici, Prof. Coram. Orazio Comes. 11 Direttore della R. Scuola Superiore di Medicina-Veterinaria di Napoli, Prof. Comm. Salvatore Baldassarre. 11 Preside della Facoltà di Scienze Naturali, Prof Ciro Chistoni. L'Assessore del Comune di Napoli per la Pubblica Istruzione, Prof. Comm. Luigi Correrà. il Presidente dell'Unioue Zoologica Italiana, Prof. Comm. Lorenzo Camerano, Senatore del Regno. — io- li Presidente della Società Botanica Italiana, Prof. (Jav. Pasc^ualk Baci'arini. Il Presidente dell'Accndemia i^)ntaniana, Prof. Comm. Fkdkrico Pkrsico. Il Presidente della Società di Naturalisti in Nai)o!i, Prof. Fr. Sav. Monti- celli. 11 Presidente dell'Associazione dei Naturalisti e Medici, Prof. (Jav. Domenico MoRISANI. Il Direttore dell'Istituto di Anatomia Coin])arata della R. Università di Na- poli, Prof. Cav. Antonio Della Valle. 11 Direttore dell'Istituto Botanico e R. Orto Botanico della R. Università di Napoli, Prof. Fridiano Cavara. Il Direttore dell'Istituto d'Istologia e Fisiologia Generale della R. Università di Napoli, Prof. Comm. Giovanni Paladino, Senatore del Regno. 11 Direttore dell'Istituto di Geologia della R. Università di Napoli, Prof. Cav. Francesco Bassani. Il Direttore dell' Istituto Zoologico della R. Università di Napoli, Prof. Fr. Sav. Monticelli. Il Direttore della Stazione Zoologica di Napoli, Prof. Dott. Rinaxdo Dohrn. Il Vice-Direttore della Stazione Zoologica di Napoli, Prof. Paolo Mayek. Il Presidente del Comizio Agrario di Napoli, Prof. Francesco De Rosa. Il Direttore del Museo Nazionale, Prof. Comm. Vittorio Spinazzola. 11 Presidente della Società di Storia Patria di Napoli, Prof. Comm. Giuseppe De Blasiis. 11 Presidente della Società Africana d'Italia, on. Prof. Errico De Marinis. Il Presidente della Camera di Commercio ed Arti di Napoli , Comm. Luigi Petriocione. 11 Presidente del Circolo Filologico, ou. Prof. Comm. Alberto Maruhieri. Prof. Comm. Nicola Tbrracciano, già Direttore del Giardino Inglese del Parco Reale di Caserta. On. Conte Girolamo Giusso, Presidente Onorai'io dell'Associazione per gii in- teressi agrari del Mezzogiorno. Barone Vincenzo De Mellis, rappresentante della famiglia di Filippo Cavolini. Presidenti effettivi Pluf. Fr. Saverio Monticelli Prof. Fridiano Cavara Vice Presidenti Prof. Michele Geremicoa Prof. Francesco De Kosa Segretari Prof. Ugo Milone Prof. Umberto Pikrantoni Tesoriere Dott. Oav. Enrico Cutolo Com itato Ord inatore Presidente Prof. Fr. Sav. Monticelli Presidente della Società di Naturalisti Vice Presidenti Prof. Fkidiano Cavara Prof. Michele Gkremicca Seg:retaril Prof. Umberto Piera ntoni Prof. Ugo Milone Vice iSegretarii Dott. Eugenio AouiLAR-Dott. Alessandro Bruno- Dott. Ernesto Caroli— Prof. Attilio Cerruti - Luigi Gufino — Dott. Francesco ^icolosi — Prof. Gesualdo Police. Tesoriere Dott. Cav. Enrico Cutolo Componenti Prof. Antonino An ile— Prof. Francesco Balsamo — Prof. Francesco Capo- bianco— Prof. Abele de BLASio-Prof. Aurelio de GASPARis-Dott. Paolo Della Valle - Prof. Francesco de Rosa - Prof. Gioacchino di Paola — Prof. Oreste Forte — Dott. Claudio Gargano— Cav. Carlo Praus— Dott. Cav. Luigi Quintieri - Prof. Comiu. Leonardo Ricciardi - Prof Luigi Savastano — Prof. Alfonso Siniscalchi -Sig. Emilio TRANi-Barone Raf- faele Valiante. SOLENNE IIOMMEMORAZIONE DI FILIPPO CAVOLINI NELL'AULA MAGNA DELLA R. UNIVERSITÀ Xas ^^l;^^!^^»!^!?^ lOlO g^g^g^ìMSg^g^S^g^P^^^'*''^* La soleiinu cerimonia commemorativa di Filippo Cavolini ebbe luogo neir» Aula Magna » della R. Università riccamente addobbata con piante. Sono presenti il corpo accademico, le au- torità cittadine, i rappresentanti del Ministro della Pubblica Istru- zione e di quello di Agricoltura, Industria e Commercio, i dele- gati delle Università e dei corpi scientifici esteri e nazionali, i rappresentanti della Famiglia Cavolini, e moltissimi invitati, si- gnore e signori. A tutti gli intervenuti venne offerto un opuscolo contenente la vita di Filippo Cavolini con numerose illustrazioni rappresentanti la villa di Posillipo e diversi facsimili di docu- menti e di manoscritti inediti. Apre la seduta il Rettore Magnifico: Duca di Caianiello, col seguente discorso: « Quest'antica gloriosa studiorum mater Neapolis è ricono- scente all' omaggio clie oggi da ogni parte si rende a Filippo Cavolini nel primo centenario dalla sua morte. « Ringrazio S. E. il ministro della I. P. che si associa alla odierna solenne commemorazione e voi tutti qui intervenuti e tutte le Università e sodalizii italiani e stranieri , che nei loro rappresentanti e con le loro adesioni alla nostra festa di fami- glia, hanno voluto affermare la solidarietà della scienza nell'o- norare l'illustre nostro concittadino che è vanto di questo patrio Ateneo. E porto il mio saluto a voi, zoologi d'Italia qui radunati pel vostro convegno, che con cortese deferente pensiero avete - l(i — voluto tenero in Napoli nijll'oceasione di queste foste ccmtcnarie, rievocando il ricordo di nostra antica «i^loria, auspicio di lavoro fecondo, di risultati efficaci pel progresso delia scienza del nostro paese ». Prendo poi la parola l'assessore delegato coram. Rodino, il quale, in nome del sindaco e della città, si unisce alle onoranze all'illustre figlio di Napoli che nel decimottavo secolo seppe tener alto il nome della nostra scienza. Rivolge infine un saluto be- neaugurante ai componenti l'ottavo Congresso zoologico italiano. /^=^^^ DISCORSO DEL Senatore Prof. G. PALADINO Rappresentante della R. Accademia delle Scienze di Napoli Signori , Lontano da Napoli il Presidente della nostra Reale Accademia delle Scienze, il chiarissimo Prof. Bassani, ho ricevuto io il gra- dito incarico di portare oggi la parola riverente ed esultante dell' illustre sodalizio alla festa commemorativa di uno dei sommi tra i passati suoi socii. Il ricordo degli uomini sapienti, la commemorazione degli nomini eccelsi in qualunque ramo delle attività umane è omaggio doveroso per parte di gente cosciente e civile. Si dimostra d'altra parte con fatti il valore della sentenza che la storia è la maestra della vita o meglio la guida come diceva il Manzoni. La vita degli uomini sapienti e novatori o la storia docu- mentata delle scoperte, delle invenzioni, delle idee sublimi e rin- novatrici è gran parte dello svolgersi generale dello spirito umano, e quindi in altri termini ben può dirsi, che la storia universale in massima sia una serie di biografie degli uomini preclari o degli Eroi dell'umanità come li chiamò il Carlyle. Filippo Cavolini, o Signori, è appunto uno di tali Eroi, uno di quegli scienziati che insieme ai politici scrissero, colla loro vita esemplare a Napoli nella fine del secolo antipassato, quella pagina che ben fu detta di pura gloria italica nella storia del mondo. Il Cavolini, nato nel 1766, fu da morte rapito a soli 54 anni, cioè nel marzo del 1810. Ebbe ingegno privilegiato, ingegno potente e fattivo. In ossequio al volere del padre studiò Giuris- prudenza , ma per intima passione fu attratto alla studio della Storia Naturale e propriamente delle Scienze biologiche, duci — 20 — Cotugno o Domenico Cirillo. Complossa fu perciò la sua attività. Scrisse un'opera legale molto apprezzata ai suoi tempi e non di- menticata dal titolo: Progymnasma in veterum. juris consultonim phUosophia , Napoli 1799, ma la maggiore, la cospicua sua atti- vità la spiegò nello studio, nell'esplorazione di quel Thesaiirum profundis terrae viscerihus absconditum densisque tenebris involiitiun, come era allora indicato il nostro golfo colla splendida sua fauna e l'interessante flora. Benché egli dicesse « di non professare Storia naturale, e non pretendere in questa di divenire solenne maestro », pure si segnalò siffattamente dal bel principio, esegui indagini con tanta profondi- tà, con tale sagacia di osservazioni, accuratezza di esperimenti, e con tante e sì luminose scoperte, che il Bonnet, una delle mag- giori autorità scientifiche del tempo, potè dire: che il Cavolini era il Colombo di lutto il mondo dei polipi marini, ed il Fon- tana, altra autorità scientifica, ebbe a dichiararlo un vero e felice interprete della Natura. La nostra Accademia delle Scienze, come fu riorganizzata e dotata nel 1808 sotto Giuseppe Bonaparte, l'ebbe per socio ordinario residente, sebbene per poco tempo, essendo morto come si è detto nel marzo del 1810. Che vuoto avesse lasciato tra i contemporanei e tra i posteri si rileva dal fatto che l'Accademia delle Scienze in toto e qualche socio in particolare non desistet- tero dal proposito di pubblicare e il molto che aveva lasciato inedito il Cavolini e ristampare alcune delle memorie originali pubblicate in Patria e fuori. Grli è cosi che nel 1° volume degli Atti della nostra Accademia pubblicatosi soltanto nel 1819, cioè dopo 9 anni dalla morte del commemorato, fa compreso il 1» frammento inedito sotto il titolo di Appendice sulla generazione dei pesci cartilaginosi. Dopo molti anni e propriamente nel 1845 l'Accademia ritornò ad occuparsi della stampa dei lavori del Ca- volini ed incaricò due suoi socii, tra cui l'esimio Delle Cliiaje, coli' intento di far scegliere i migliori tra i manoscritti, di com- pierli ove ve ne fosse stato bisogno e pubblicarli. Quali difficoltà avesse incontrata nella sua opera una tale commissione non sap- piamo, poiché della sua opera nulla venne a luce. Però il Ca- volini non fu dimenticato, ed infatti nel volume del Rendiconto della nostra Accademia uscito nel 1849 fu stampato il lavoro: Sulla fruttificazione del Carrubo (Ceratonia siliqua di Linneo) e più tardi, cioè nel 1853, il Delle Chiaje, vincendo tutti gli ostacoli, pubblicò un volume in 4*^ con tavole e con bella dedica all' in- — 21 - signe Alessandro Humbold ammiratore del nostro Paese ed esti- matore dei nostri uomini di valore. Ma non solo in Zoologia produsse esuberantemente il Ca- volini. Egli scrisse pui-e in Geologia e fu un vero astro luminoso in Botanica come ebbe a denominarlo il compianto nostro Col- lega Delpino nell'occasione d'illustrare i lavori botanici di Do- menico Cirillo. Ed invero il Cavolini ebbe il raro merito di non arrestarsi alla sterile cognizione tecnica zoologica e botanica, ma seppe a tempo addentrarsi nell' interpetrazione dei fatti, riportare questi a generali principi!, a concrete dottrine; non omise di ser- virsi di quel portentoso mezzo di analisi che è il Microscopio; fu insomma un anticipato Biologo nel vero senso della parola, onde il nome di lui sarà onorato fino a quando si terranno m pregio la scoperta del vero, l'aumento delle cognizioni positive, il genuino amore per la cultura e l'onore del proprio Paese. Il Cavolini ebbe attestati di stima in Patria e fuori. Fu isti- tuita con decreto del 20 settembre 1808 nella nostra Università un'apposita cattedra per lui dal titolo : Sulle teorie generali della Storia Naturale con dimostrazioni. Oltre di essere nominato socio ordinario residente della nostra Accademia delle Scienze e del- l'Accademia Pontaniana, fu socio corrispondente dell'Accademia di Torino e di quella dei Georgofìli di Firenze. Fu inoltre cor- rispondente di diverse accademie estere fra le quali della Società Linneana di Londra. Qui va pure ricordato che parecchi suoi lavori furono ori- ginalmente tradotti e pubblicati in tedesco nel 1790 e nel 1792 da persone note nella cultura speciale. Fra le difficoltà in cui si svolse il lavoro del nostro festeg- gi ato non bisogna dimenticare lo stato deplorevole nel quale si trovavano le Biblioteche, onde spesso non si era in grado di co- noscere lo stato delle cognizioni e quindi la letteratura riguar- dante i diversi argomenti. Divise il Cavolini collo Spallanzani il gran merito di essere stati i precursori neU' istituire i laboratori! scientifici, l'uno a Po- sillipo e r altro a Portovenere presso la Spezia , per lo studio degli animali e delle piante marine, seguiti oggigiorno dalle Sta- zioni zoologiche, fra le quali la nostra grandiosa nella Villa na- zionale, restata sempre il primo e maggiore Istituto scientifico internazionale del genere. Bene a proposito viene oggi la commemorazione di un tan- t'uomo, e vanno lodati e ringraziati i benemeriti promotori della - 32 - tosta di oggi o degli altri pi-opositi commemorativi; iii;i iioii hasta, o Signori,che il Cavoliai sia ricordato. Fa d'uopo che la sua me- moria resti ??ionito perenno per le presenti e le future generazioni, affine d'imitarlo e contribuire così efficacemente, ora e sempre, al progresso delle scienze ed all'accrescimento della gloria, e d<'i pii-- stigio della Nazione. DISCORSO DEL Prof. STEFAN VON APATHY della Università di Kolozwar (Ungheria) Happreseiitante i delegati esteri Magnifico Rettore^ Illustri Presidenti^ Signore e Signori! Fra tutt' i rappresentanti stranieri di Accademie, Università e altri Istituti scientifici, adunati qui per rendere omaggio alla me- moria di Filippo Cavolini, sono forse io legato all'Italia, e spe- cialmente a Napoli, con i più numerosi legami di lavoro scientifico compiuto sotto il cielo italiano. Questa circostanza mi dà, credo, il diritto di parlare in nome di tutti i rappresentanti stranieri. Gli Italiani moderni, benché la loro divisa sembri essere e potrebbe essere con ragione : « 1' Italia non fu, l'Italia sarà ! », fanno bene di non mostrarsi ingrati verso la memoria degli uomini grandi del loro glorioso passato. Mi- gliaia di forestieri vengono in Italia ogni anno per ammirare le opere d'arte del rinascimento. Non tutti sanno — e nemmeno tutto il mondo scientifico se ne rende sempre conto — che la scienza italiana di oggi sia basata sopra tradizioni equivalenti a quelle dell'arte italiana. Gli ultimi anni ci hanno rammentati Galileo Galilei, Aldrovandi ed altre illustrazioni della scienza italiana. Adesso commemoriamo Filippo Cavolini, l' iniziatore dei nostri lavori intorno alla conoscenza della Fauna e della Flora dell'in- cantevole Golfo di Napoli. L'opera cominciata da lui fu conti- nuata soltanto un secolo dopo, colla fondazione della Stazione Zoologica di Napoli. E noi che godiamo dell'ammirevole organiz- zazione della Stazione Zoologica, • noi dobbiamo pensare con una certa commozione alla vecchia villa a Posillipo, dov'egli comin- ciò la conquista biologica del mare. I biologi compiono un alto dovere celebrando oggi il centenario della sua morte, e noi stra- — 26 — niori ci associamo con vivo sentimento di fratellanza ai collochi italiani nell'espressione di gratitudine per l'opera compiuta dal Cavolini, la gratitudine dulia posterità essendo la sola ricompensa ambita da ogni vero scienziato quale fu il Cavolini. Gloria dun- que alla memoria di Cavolini e all' Italia ! ,^^S^ DISCORSO DEL Senatore Prof. LORENZO CAMERANO Presidente della Unione Zoologica Italiana Signore^ Signori^ L' Unione Zoologica Italiana accolse con entusiasmo la pro- posta di tenere 1' ottavo convegno nazionale a Napoli, in occa- sione delle onoranze a Filippo Cavolini. In tutti i soci erano vivi i ricordi del convegno di Napoli del 1901, i ricordi della bellezza del cielo e della natura, i ricordi della schietta, cordiale, signo- rile accoglienza ricevuta, i ricordi delle glorie passate di cui è ricca la Città e della sua rigogliosa vita scientifica presente. Né meno vivo era in tutti noi il desiderio di prendere parte alle onoranze a Filippo Cavolini, che nella seconda metà del 1700 seppe tenere cosi alto il nome della scienza italiana. Nel 1901 l'Unione Zoologica Italiana era appena uscita dalle inevitabili difficoltà del suo costituirsi : oggi ritorna fra voi dopo un decennio di vita e di lavoro lieta se riconoscerete che ha de- gnamente corrisposto agli auspici, che per essa trassero allora con parola cosi cortese il prof. Finto, Rettore magnifico e il senatore Paladino, Presidente del ( 'omitato locale. Non vi parlerò minutamente dell'opera compiuta dall'Unione Zoologica Italiana, nel suo decennio di vita. Essa cercò di giu- stificare la sua ragione di essere creando intorno a sé un fecondo movimento di idee, e nessuno dei problemi più importanti, che riguardano lo studio dei viventi animali , venne trascurato nei suoi convegni annuali. Ricorderò che, nell' ultimo convegno a Bormio , 1' Unione Zoologica iniziò l'organizzazione dello studio, con intendimenti scientifici moderni , della fauna alpina , che è tanta parte della fauna nostra. È un lavoro di lunga lena e di grande importanza — 30 — cho r Unione Zoologica Italiana spera di condurre a termine in modo soddisfacente , affinchè l' Italia venga a trovarsi , anche a questo riguardo, al livello delle nazioni che la circondano. Ma l'Unione nostra ben sa che nel campo della ricerca scien- tifica , come in qualunque altro nel quale si esercita 1' attività umana, « sostare è regredire », ed oggi essa viene dinanzi a voi colla proposta del suo benemerito segretario, il prof, Fr. Sav. Mon- ticelli, di organizzare Io studio della fauna littorale , cosi ricca e cosi interessante nel lungo svolgersi delle coste italiane. L' Unione Zoologica Italiana, nel suo decennio di vita, non restrinse l'opera sua alla ricerca puramente scientifica; ma si oc- cupò anche di una questione che interessa il decoro nazionale, l'ammissione, voglio dire, della lingua italiana fra le lingue uf- ficiali dei Congressi zoologici internazionali. Coli' opera tenace ed energica dei vari colleghi che si succedettero alla presidenza, e con quella efficacissima del suo segretario il prof. Fr. Sav. Mon- ticelli, riusci nell' intento. Ma anche in questa via molto rimane da fare, e l'occasione odierna delle onoranze, che vengono rese ad una delle migliori glorie italiane nel campo delle scienze biologiche, si presenta op- portuna a cho io vi esponga alcune nuove proposte. L' Italia si appresta a celebrare nell'anno venturo il cinquan- tesimo anniversario del suo risorgimento a nazione. In questo primo cinquantennio di vita nazionale un lungo cammino si è percorso , molte difficoltà sono state vinte ; al ri- sorgimento politico segui il risorgimento finanziario ed industriale e noi possiamo guardare l'avvenire con piena fiducia nelle nostre forze. Una cosa tuttavia di valore grandissimo manca ancora; manca una forte ed equilibrata coscienza italiana che ci faccia valutare in giusta misura l'opera nostra, senza aspettare il giudizio degli stranieri; manca un forte ed equilibrato sentimento di italianità, dico, che ci sproni a pensare un po' di più colla nostra testa e che dia la fiducia in noi stessi. E necessario in una parola che gli Italiani imparino a co- noscere il loro paese e sé stessi non solo nei difetti , ma anche nelle buone qualità. Paese meraviglioso, questa nostra Italia! Non è possibile muo- vervi passo senza incontrarsi in un luogo o in un nome che non ^ — 31 — richiami alla monte qualche bellezza naturale, o splendore d'arto, qualche fatto glorioso, o di nobile iniziativa, qualche esempio di forte operosità o di abnegazione, o che non ricordi qualcuno dei momenti più salienti della evoluzione del pensiero umano nelle arti, o nelle scienze. Orbene, è d' uopo confessare, per quanto la cosa possa riu- scirci dolorosa, che gli italiani non conoscono, come dovrebbero, la patria loro. Qualche cosa oggi si incomincia a tentare per far conoscere fra noi le bellezze naturali d' Italia , e si incomincia a ricercare e a studiare con amore anche i più modesti artefici del suo patrimonio artistico: ma molto più si dovrebbe fare. Poco 0 nulla all'incontro si è fatto, e si fa, per far conoscere la serie numerosissima di coloro che in mille guise contribuirono al pro- gresso della scienza nostra. A che giova, si vien dicendo da taluno, rivolgere la mente al passato delle scienze: la loro storia ci appare oramai come una lunga serie di edifici sfasciati, caduti, come un cumolo di rovine. A costoro risponderò colle parole di Quintino Sella: « Nei tempi odierni tutto cammina rapidamente, e rapidis- « simamente progrediscono e si trasformano le scienze naturali, « sicché la vecchiaia dei naturalisti è spesso amareggiata dallo « spettacolo della caduta delle teoriche sulle quali fondarono i « loro lavori. « Ma non minore deve perciò essere la gratitudine dei suc- 1 cessori verso chi li precedette in questa scabrosa lotta contro « l'ignoto, e ciò non solo per il principio evangelico di fare agli « altri, ciò che aspettiamo per noi; ma anche perchè chi giunge « a piantare la bandiera sullo spalto, deve molto, se non tutto, « a chi cadde prima di arrivarvi ». Le parole di Quintino Sella non hanno bisogno di lungo commento. Le ricerche storiche nel campo delle scienze ci pongono in contatto intellettuale con coloro che ci precedettero: « La verità » dirò a voi ancora col Leibniz, « è più diffusa di quanto si pensi; « ma spessissimo è ascosa, sepolta, affievolita, mutilata e corrotta i con aggiunte; col rilevare le tracce di verità presso gli antichi « ed i predecessori si trarrà il diamante dal sasso, la luce dalle < tenebre e si riuscirà a fondare una filosofia perenne >. Tutte le scienze crebbero per l'opera paziente, tenace , ora brillante, ora, molto spesso, modesta ed oscura di molti lavora- k — 32 — tori; tutte le scienze ebbero le loro vittime che devono essere sacre alla nostra riconoscenza; ma di tutto le scienze, quella che tratta delia conoscenza dei viventi dovette percorrere la via più difficile e dolorosa, nella quale spesso risuonarono lugubramente i lamenti dei torturati, una via che appare di tratto in tratto con- sparsa di sangue ed illuminata dalla sinistra luce dei roghi. In Italia, forse più che altrove, la teocrazia collegata col feu- dalesimo e coll'impero, mosse guerra accanita, implacabile allo sviluppo della scienza dei viventi, ora con arti finissime, ora con mezzi brutali. Essa costrinse spesso i ricercatori a nascondere l'opera loro la quale, tuttavia, sebbene non apparentemente divul- gata , contribuì potentemente a mantenere vivo il fuoco sacro della ricerca della verità e alla emancipazione dell'umano pen- siero. Il ricercare ed il far conoscere tutto ciò che coloro che ci precedettero operarono in condizioni così difficili e pericolose, con tanti sacrifizi, e con tanta abnegazione, il rivendicare ad essi la priorità di molti concetti scientifici e la scoperta di molti fatti è opera, non solamente doverosa per noi , ma alta- mente patriottica; è opera che deve darci la conoscenza chiara del genio italico; è opera che deve spronarci, ora che siamo in possesso della più santa di tutte le libertà, la libertà del pen- siero, a dare tutte le nostre forze alla conquista del sapere. L' Inghilterra, la Francia, la Germania già da tempo hanno ben compreso la grande forza morale che scaturisce dalla cono- scenza diffusa delle glorie passate delle loro genti in tutti i campi della attività umana, e con gran cura hanno studiato i loro archivi per mettere in buona luce i loro lavoratori. L'Italia ciò non ha fatto fino ad ora che in misura troppo esigua ed incompleta. Quel poco tuttavia che è stato fatto, come ha detto recentemente al Senato Luigi Luzzatti, ha messo in luce < gloriose manifestazioni del genio italico nel passato che « sono anche augurio per l'avvenire ». Per restringermi ora al campo nostro, propongo che l'Unione Zoologica Italiana studi l'organizzazione di una serie di ricerche accurate e minute nelle biblioteche e negli archivi pubblici e presso i privati intorno ai documenti che riguardano la vita e l'opera di tutti i zoologi italiani in modo che ne esca uno stu- dio completo tanto delle figure di cui più rifulse la luce nei tempi passati, quanto della serie dei ricercatori modesti, spesso ingiustamente dimenticati, ma non meno benemeriti del progresso della scienza. Si potrà cosi scrivere la storia della Zoologia in Italia e far cessare lo spettacolo per noi umiliante, di dover ricorrere, anche per i più semplici dati biografici, ad opere compilate da stranieri, nelle quali le notizie che riguardano i nostri zoologi sono spesso monche, inesatte, ed anche talvolta, è d'uopo dirlo, non imparziali. L'Unione Zoologica italiana dovrebbe inoltre curare, per quanto è possibile, che i documenti che si riferiscono ai zoologi passati, manoscritti, lettere, sunti delle lezioni ecc., ora posseduti da privati, e perciò di stadio sempre difficile, talvolta impossibile, vengano raccolti nelle biblioteche, o negli archivi pubblici, o nei Musei zoologici per renderli accessibili agli studiosi e per sal- varli da eventuale disperdimento o distruzione. È questa un' opera lunga e paziente che V Unione nostra dovrebbe compiere in ogni luogo d'Italia, poiché in ogni luogo si ebbero nei passati secoli studiosi delle cose naturali. Io ho ferma speranza che dall'odierno convegno della Unione Zoologica Italiana partirà un impulso efficace alla esecuzione dell'opera che vi ho proposto. Io prego tutti voi di concedere a questa opera patriottica e doverosa la più ampia cooperazione. Signori , Si dice, voi ben lo sapete, che la scienza è universale, che essa ha in mira l'umanità intiera, che non conosce diversità di popoli, di razze, di nazionalità. 1 suoi cultori sono una famiglia sola; tutti lavorano a raggiungere un comune altissimo fine. Poco importa che un passo fatto fare alla scienza, che la scoperta di una legge, di un fenomeno, sia compiuta da un ricercatore ap- partenente ad una nazione piuttosto che ad un'altra. Tutto ciò sta bene. Ma. o Signori, il sentimento della patria non si cancella, esso vibra pur sempre nel nostro cuore, ed an- che nel lavoro comune con tutti i popoli inciviliti per il progresso della scienza, il pensiero della gloria maggiore della patiia deve essere presente alla mente nostra. Il sentimento della gloria della patria noi dobbiamo con tutti i mezzi tener desto e coltivare nei giovani, che saranno! lavo- — 34 - latori del domani, nei giovani ai quali i sacrifizii t; la virtù di'i padri hanno aperto tutte le vie delle attività sociali e hanno con- cesso libero e pieno svolgimento delle loro energie. A questo nobilissimo fino mirano lo odierno onoranze a F i- lippo Cavolini, uno dei grandi l)iologi italiani ; a raggiung(U'(3 lo stesso intento è indirizzata la proposta, che ho avuto l'onore di fare, di preparare i materiali per una storia completa dei ri- cercatori italiani di tutti i tempi noi campo dogli studi intorno ai viventi animali. Da essa verrà la prova luminosa che anche nei periodi più tristi della nostra storia, quando più feroci e spietati erano i vin- coli nei quali l'oscurantismo teneva .str(;tto il pensiero umano, quando la patria nostra era dagli stranieri in mille guise conculcata, quando era derisa come terra dei morti, il genio italico non ri- stette mai, ed anche nel campo nostro, non solo mandò di tratto in tratto lampi di luce vivissima; ma con lavoro paziente, tenace, continuo contribuì in misura gì andò all'innalzamento del moderno edificio scientifico. DISIÌORSO COMMEMORATIVO DI FILIPPO CAVOLINI DEL Prof. FR. SAV. MONTICELLI Presidente del Comitato * Magnifico Rettore^ Efjregi colleghi, Signore, Signori, Se il tempo trascorso permette imparzialità di giudizio, co- sichè uomini e cose, ad un secolo di distanza, possono guardarsi con serenità di mente, non è pertanto men vero, che le condi- zioni di mentalità, di coltura e d'ambiente del presente , frutto d'evoluzione del pensiero e di progresso di tempo, dei quali non è sempre facile spogliarsi, rendono il giudizio sull' opera di un uomo assai difficile. Che, per metterla nel suo giusto valore, in rapporto all'epoca nella quale si svolse e per quanto da essa ne derivò vantaggio al progredire del sapere, occorre trasportarsi, nell'esame dell' opera, immedesimandovisi appieno per bene in- tenderla, nell'ambiente e contigenze del tempo in cui si svolse per condizioni di cultura e mezzi di ricerca. E sono appunto l'odierno progresso conseguito dalla scienza e la perfezione ed incremento nei mezzi d' indagine facilitanti la ricerca, che, per quanto si faccia, suggestionando nel giudizio, rendono più d'ogni altro difficile la esatta valutazione dell'opera scientifica di un uomo, vissuto ora è più di un secolo; quando non si consideri obbiettivamente il rapporto tra l'opera sua, la coltura del momento, i mezzi di cui disponeva e l'influenza avuta nel progresso della scienza, rivelando dei fatti, che, passati inosser- vati per le conoscenze di allora, hanno poi assunto grande im- portanza scientifica, od altri che forse non meglio, in progrediti tempi, da altri furono illustrati. Se, difatti, si considera l'opera di Filippo Cavolini in base alle grandi conoscenze oggi acquisite sulla vita e l'architettura delle piante e degli animali e sulla loro biologia, alla facilità di procurarsi materiale di ricerca, ai laboratori largamente forniti di mezzi di studii e d' indagine d' ogni sorta, alle stazioni bio- logiche e zoologiche che rendono agevole in ogni modo il compito degli studiosi, essa apparirà quantità trascurabile che si — 38 — p(.!iclo nul tempo; un ricordo storico cvanoscoiito nulla dinienti- canza di posteri che vanno ignorandola col tempo. Ma l'opera di Filippo Cavolini, obbiettivamente considerata, in sé e per quanto è stata causa di progresso per i tempi in cui visse, per i mezzi di cui disponeva, appare davvei'O meravi- gliosa per acume d'osservazione, non superata, e por indirizzo di ricerca e di sperimentare precorritrice di tianpi moderni. Dovere di posterità riconoscente, carità di patria e dignità di quest'antica scuola napoletana, nella quale è nobile tradi- zione lo studio delle disciplino naturali, reclamavano fosse tolto da ingiusto oblio 1' opera di Filippo Cavolini, napoletano, onore della scienza italiana; e che la patria non immemore, non ingrata ricordasse l'opera sua consacrandone in marmo la memoria. La Società di Naturalisti in Napoli ha voluto rivendicare questa gloria cittadina; ed auspice 1' Università ed il Comune, si è fatta promotrice di queste solenni onoranze; alle quali si è degnato con- cedere il suo alto patronato S. M. il Re, che simboleggia oggi la patria unità onorante i suoi figli illustri di ogni regione, che, nella patria divisa, nell'arte e nel sapere, unificarono il pensiero italiano. E la memoria di Filippo Cavolini non si poteva meglio ono- rare che ripubblicando le sue classiche ricerche di zoologia e bo- tanica che lo rivelarono ai contemporanei biologo insigne; e rie- vocando r opera sua in questa odierna solenne commemorazione nel primo centenario dalla sua morte, alla quale si sono simpati- camente associate le università consorelle italiane e d'ogni parte del mondo, le accademie nazionali e straniere, le società scienti- fiche d' Italia e dell'estero. Filippo Cavolini nacque in Napoli nell' 8 Aprile 1756 da Nicola, avvocato, e da Angela Auriemma della vicina poetica Sor- rento. Fin da giovanetto fu avviato allo studio delle lettere e delle scienze. In queste ebbe a maestro per la fisica Gfiovanni Torre e Giuseppe Vairo , per 1' anatomia Domenico Cotugno ed Amantea, perla botanica Domenico Cirillo: studiò disegno e fu cultore di musica. Mentre per accontentar suo padre si avviò al- l' esercizio della avvocatura seguendo la scuola di Diritto , nel quale giovanissimo si addottorò, particolarmente si interessava agli studi di botanica ed entomologia frequentando le lezioni di Domenico Cirillo che gli fu particolarmente largo di ammaestra- 1 I — se- menti, accogliendolo in quella casa ospitale nella quale, attorno a Cirillo, conveniva quanto Napoli raccoglieva allora di uomini noti per dottrina e sapere. E pel suo grande e sventurato mae- stro, egli serbò sempre venerazione ed affetto. Mortogli il padre, Cavolini, che seguiva l'esercizio dell'av- vocatura non per propria inclinazione, pure interessandosi agli studii giuridici di che fa fede la sua opera Progymnasma in vetere jureconsultornm philosophia, pubblicata in Napoli nel 1778, abbandonò pandette e codici e si consacrò ai suoi studii predi- letti di zoologia e botanica. Ma già egli, pur esercitando la sua professione di avvocato, aveva pubblicato, nello stesso anno 1778, uno studio sul Pulce acquaiuolo e più tardi una indagine sulla generazione dei funghi; argomento sul quale ritornò poi ancora rettificando, con l'esperienza dal tempo acquisita, inesattezze in- corse in questo lavoro giovanile. Quattro anni dopo, nel 1782, quando aveva appena 26 anni, dette alle stampe la « Memoria per servire alla storia del fico e del caprifico » che lo rivelò osservatore profondo, attirando su di lui r attenzione degli scienziati del tempo. Libero della sua vocazione, Filippo Cavolini, ritiratosi nella sua villa di Posillipo, in riva al mare, volse il suo studio agli animali marini, al quale fu incitato dalle amare parole di rimprovero che Pietro Simone Pallas,nel suo libro sugli Zoofiti, lanciava agli italiani abitatori delle coste del nostro mare, cosi ricco di animali marini, di trascurarne lo studio. Ed egli volle provare non con vane pa- role di proteste, sdegnando l'ingiusta accusa, che gli studii di Saverio Macri e le classiche ricerche di Giuseppe Poli sui Mol- luschi , da sé stesse smentivano, come qui, a NapoU, vi fosse chi tali studii seguiva ; e seppe dimostrare in essi tale perizia, e raccoglieva fecondia di risultati da riscuotere l' ammirazione dei contemporanei conquistando fama imperitura. Lo stesso Pallas faceva onorevole ammenda di sua avventata accusa, lodando l'o- pera del Cavolini del quale sollecitò la scientifica intesa. Con l'aiuto di alcuni marinai di Posillipo, coi quali era en- trato in dimestichezza, non risparmiando spese e fatica, egli an- dava investigando la costa di Posillipo, accuratamente visitando oo-ni grotta, ogni antro, gli scogli, le secche, che vi s'incontrano; raccogliendo egli stesso il materiale per i suoi studii, sopra luogo osservando ed attentamente scrutando la biologia degli animali e delle piante che gli capitavano all'osservazione, dei quali so- — 40 - guiva per lungo tempo le viceiid.ì per rendersi esatto conto d(ù rapporti loro con rambientu. Chi oggi comodamente seduto ad una tavola di studio della Staziono Zoologica di Napoli, modello di un Istituto scienti- fico del genere, trova pronti gli animali di cui ha bisogno per le sue ricerche, con tutte le notizie biologiche che possono in- teressarlo, avendo a sua disposizione ogni mezzo d'indagine dei più perfezionati, od a portata di mano una ricchissima biblioteca, consideri l'opera di quest' uomo che, più d' un secolo fa, fhi solo, in una modesta barchetta con ingegnosi e semplici mezzi di pe^ica da lui stesso ideati, andava scrutanrlo il mare, cercando da sé stesso il materiale per le sue ricerche e raccogliendo le osservazioni biologiche occorrenti per gli studi che su piante ed animali andava compiendo; i cui risultati restano ancora immutati e furono Lniida sicura e preziosa a studii posteriori! E quest'uomo seppe anche ideare un laboratorio per le sue ricerche, che istituì nella sua casa di Posillipo; dove, raccolta dovizia di libri, radunato un ricco museo di produzioni marine, istallò la sede dei suoi studii ed esperimenti, sui viventi del mare. Cosi sul finire del 1700 qui, da noi, nella casa di Filippo Cavolini, sul mare di Posillipo, si embrionava, rispetto ai tempi, come in quella di Lazzaro Spallanzani dall'altro capo del Tirreno il concetto, l'idea precorritrice di un laboratorio di biologia ma- rina, del quale doveva più tardi, nel progresso degli studi, allac- ciarsi il bisogno alla mente di illuminato studioso, incarnandosi in tempi più maturi nella Stazione Zoologica che A. Dohrn, col favore del Comune, ha saputo quarant' anni or sono far soro-ere in Napoli : centro internazionale di ricerche sulla vita del mare. I risultamenti dei suoi studi sui polipi marini egli consacrò in una classica memoria pubblicata nel 1787; e molte altre pre- ziose osservazioni egli aveva raccolte sull'argomento e su molti altri animali marini che, rimaste inedite, furono poi pubblicate lunghi anni dopo la sua morte. Ciò ha portato che di molte sco- perte sue fosse sconosciuta l' antica priorità , che va loro ri- vendicata. A questi studi seguirono quelli sulla generazione dei pesci e dei granchi, ricchi d'interessanti fatti non prima sospettati e che destarono il più vivo interesse nei dotti. Ed è a proposito di questi studi, che Lazzaro Spallanzani gli scriveva : « senza punto farle la corte io lo dirò che i di lei ritrovamenti fanno onor — 41 — crrande e al suo nome e all'Italia: olla batto maestrevolmente la strada dei Redi, dei Malpighi e dei Vallisneri v. Nò queste in- dagini egli trascurò di proseguire, di che fanno fede le postume memorie desunte dai suoi manoscritti lasciati alla sua morte. E dalla zoologia passando alla botanica, detto alle stampe nel 1792 uno studio sulla zoostera oceanica : e nello stesso anno fece noti i risultati delle sue ricerche sul Pliucagrostis : memorie, frutto di pili anni di costanti e pertinaci indagini, che lo rivelarono specialista di gran valore nello studio della flora marina. Col 1796 si arresta la manifestazione pubblica della attività scientifica di Filippo Cavolini con una memoria sul Citino ipocistide, che fu, poi, ristampata con aggiunte, tolte dai manoscritti da lui lasciati, insieme ad altre osservazioni botaniche in questi contenute, ri- maste inedite alla sua morte. Ma non il suo lavorare cessò : lo provauo i numerosi ma- noscritti da lui lasciati, di cui ancora una residua parte è giunta fino a noi; ed è oggi qui esposta, per cortesia della signorina Aima De Mellis, nipote del Cavolini, che ne ha concesso l'esame. Innanzi a questi manoscritti, jDer quanto frammentari, si resta ammirati dalla paziente accuratezza delle osservazioni in essi contenute, dalla costante attività di lavoro che essi rivelano, dalla quantità e va- rietà di osservazioni che egli aveva fatte sugli animali marini che ritraeva in modo meraviglioso dal vero, come mostrano i suoi di- segni originali tracciati con precisione di acuto osservatore non disgiunta da fine gusto d'arte nella maestria del tocco. Le ragioni dell' ulteriore silenzio del nostro Cavolini vanno in parte ricercate nelle vicende politiche che agitarono il regno di Napoli sul finir del secolo XVIII ed all' inizio del XIX, alle quali pertanto egli rimase estraneo , ma che molto influirono sull'animo suo per contingenze diverse. Per naturale mitezza, che gli fece rifiutare onorifico posto nella Repubblica partenopea, egli si chiuse nella pace della sua villa assorto nelle sue ricerche. Ma nel 1806 questa casa, nella quale gli si era svelato il mistero della vita del mare, fu invasa dalle soldatesche francesi. Manomessi i suoi libri, le sue raccolte, e danneggiato nel patri- monio, colto da scoramento si ridusse nella sua casa di Napoli in- terrompendo i suoi studi. A questi fu richiamato dalla promessa di ottenere linalmente sgombera la casa di Posillipo , dalla nomina a socio dell' Acca- — 42 — (icmiu delle Scienze, costituitasi allora in Napoli, o da quella di professore in (jue.sta Università per una spezialo cattedra « Sullo teorie «generali della Storia Naturalo dimostrata con le osserva- zioni », creata per lui, nel 1808, in riconoscimento dei suoi meriti. Cattedra che , con quella di minoralogia , 1' altra di botanica e quella di zoologia da poco istituita, prima in Italia , nel 1806, dovevano rappresentare la consacrazione ufficiale del movimento di coltura nelle scienze naturali, che rigoglioso allora fiorivano nel regno di Napoli. Ma Cavolini poco potè godere la cattedra che il suo merito gli aveva guadagnata. Riavutosi appena dalle amarezzo passato, che ne avevano fiaccata la fibra, ripigliò il gusto per le sue pe- regrinazioni marittime, per le sue indagini biologiche; delle quali purtroppo doveva rimaner vittima. Nel 1810, mentre egli un giorno, come soleva, andava nella barchetta coi suoi fidi marinai scru- tando le grotte, costeggiando la riva tra Posillipo e Nisida, un doganiere, dalla costa, chiese imperiosamente di essere accolto nella navicella, ed essendosi i marinai a ciò rifiutati accennando di pigliare il largo, il soldato, saltando nella barca, la foco capovol- gere. I marinai solleciti salvarono entrambi ; ma Cav(jlini, per lo spavento', fu colto prima da grave malore e poi, dopo pochi giorni, per tifoide, mori il 13 Marzo 1810 in Napoli, lontano dalla sua prediletta villa di Posillipo, sede dei suoi studii, purtroppo non ancora a lui restituita! Cosi finiva miseramente appena a 54 anni, ancora nel pieno promettere della sua attività , Filippo Cavolini , vittima del suo amore per i proprii studii, martire, potremmo dire con odierna eufemica frase, della scienza ! lasciando, nel rimpianto per la sua immatura scomparsa, il vivo desiderio che l'assidua opera sua per anni durata, a tutti nota nella massa degli scritti da lui lasciati non andasse per sempre perduta! E sollecita fu l'Accademia delle Scienze a deliberare la pubblicazione dogli studii lasciati inediti dal Cavolini , nominando una apposita Commissione per farne la cernita; mentre a Teodoro Monticelli, Segretario perpetuo dell'Ac- cademia, si dava incarico di tesser l'elogio di Cavolini. Questo fu presto pubblicato sulla scorta dei documenti originali e della corrispondenza del Cavolini: e por esso 1' opera scientifica del Cavolini fu messa, in rapporto ai tempi, in piena luco. Io non starò a rivangare il destino che pesò su questi pre- ziosi manoscritti rimasti, malgrado il voto dell'Accademia, per lungo tempo inediti; né seguirò il Dello Cliiaie nella storia che, — 43 — delle vicende della pubblicazione di questi manoscritti, iutesse nella prefazione al Volume, nel quale, a sue spese e cura, li raccolse sotto il titolo di Memorie postume di Filippo Cavolini, edito nel 1853. Nel ristampare ora le opere del nostro Cavolini era molto de sidorato un riesame dei suoi manoscritti avuti fra mano dal Delle Ghiaie: ma le ricerche fatte, per lungo tempo infruttuose, parvero aver assodato che di essi più non rimanesse traccia; quando per un caso fortuito, si venne a sapere della esistenza di manoscritti cavoli- niani. Ma, se troppo tardi per valersene per la ristampa delle opere, già molto innanzi, sempre in tempo, dopo che viuta una certa riluttanza in chi li possedeva, ne fu permesso lo studio, per averne buona conoscenza, e per convincersi che un paziente ed illuminato esame di essi potrà ancora rivelare importanti dati inediti sulla grande attività e perizia scientifica del nostro Ca- volini. Si deve certo far plauso al devoto omaggio reso alla memo- ria di Filippo Cavolini, da Stefano Delle Chiaie, che, pubblicando le ricerche inedite di lui, ha reso noti nuovi tesori d'osservazioni, di studi, ed esperimenti del nostro Cavolini, che ci permettono oggi di rivendicare al suo nome molta parte di posteriori scoverte anatomiche o biologiche d'alto valore. Ma si deve pur riconosere imparzialmente che, talvolta, il Dello Chiaie ha ecceduto per zelo nel render pubbliche delle osservazioni assai frammentarie ed in- complete e degli studii che, evidentemente, Cavolini non aveva in animo di dare alle stampe nello stato in cui li ha lasciati ; ed in ciò può forse, sotto un certo punto di vista, avergli anche nociuto. Né il Delle Chiaie è stato sempre fedele trascrittore nel senso e nella lettera degli autografi cavoliniani ; né sempre si è dispogliato, nel curarne l'edizione, della sua personale competenza nella comunanza di studii con quelli di (tavolini, facendo astra- zione dalla propria mentalità e personalità scientifica. Tracciata la vita di Filippo Cavolini e ricordate le vicende dei manoscritti da lui lasciati, esaminiamo ora, per quanto som- mariamente riassumendola, l'opera sua nei risultati che olfre in sé stessa rispetto ai tempi, ed alle ricerche posteriori. Per como- dità ed ordine di esposizione distinguerò l'opera sua botanica da quella zoologica, disaminandole successivamente e partitamenie per metter meglio in evidenza il merito che al nostro Cavolini per ciascuna delle parti di essa, gli deve riconoscere la posterità - 44 - «Ifgli studiosi ^). Comincurò dallo ricerche zoologiche con le quali si apre la serio di suoi magistrali studii: dirò poi di quelle bo- taniche. Le opere di Zoologia di Filippo f'avolini, sia pubblicate iu vita che dopo la sua morte, possono, per rispetto agli argomenti in esse trattati, ripartirsi in diversi gruppi. Al primo appartiene la memoria sul Pulce acquaiolo con la quale Ca velini si affaccia nell'agone delle discipline zoologiche. In esso è notevole la parte che dimostra con la critica delle te- stimonianze degli antichi autori che le piogge di sangue da questi riferite, non dovevano essere altra cosa che l'effetto di un grande sviluppo di queste pulci acquaiole (Dafnie) nelle pozzan- ghere formatesi dopo gli acquazzoni. Nel secondo gruppo vanno in uno riunite tutte le ricerche di Cavolini sui Polipi marini, consacrate in sei memorie accompa- gnate da numerose tavole; tre delle quali postume. Il merito principale che da questi studi torna al nostro Cavolini è quello di aver pel primo studiata, con osservazioni e con lo esperimento, quello che ora diremmo la biologia degli Idroidi marini rive- lando con incomparabile esattezza, frutto d'indagine pazientissima, non superata finora, le condizioni di esistenza e le diverse manife- stazioni di questi esseri cosi poco noti allora, riconosoendo la loro identità di struttura con l'Idra d'acqua dolce, non ostante l'esistenza di parti scheletriche nei poHpi marini, che ne rendono tanto varia e differente l'architettura, delle quali determinò le relazioni con le parti viventi. E Cavolini precorrendo d' un secolo i tempi, istituì pel primo quelle esperienze su questi polipi marini diventate oggi classico soggetto di indagini sperimentali; determinando con ammirabile precisione la correlazione negativa fra lo sviluppo di alcuni polipi e l' intensità della illuminazione degli scogli dove essi vivono, e dimostrando col suo sperimen- tare iìn d'allora l'esistenza di una polarità assile, e la possibilità di inveitire la natura delle estremità nei polipi marini del gruppo delle Serto la rie, secondo le condizioni in cui queste sono man- tenute. Studii sulla polarità che oggidì tanto interessano gli zoo- logi per speciali indagini sperimentali, alle quali quelle di Ca- volini nulla hanno da invidiare. In queste ricerche su i po- ^) Nella disamina critica delle opere di Cavolini sono stato efficacemente coadiuvato dal Dr. Paolo Della Valle per la parte Zoologica e dal collega Prof. F. Cavara per rpiella Botanica. — 45 — lipi marini la descrizione ed illiistraziouo delle singole formo da lui studiate è fatta in modo così preciso che, con l'aiuto delle figure, con la sua grande maestria d'artista da lui stesso dise- gnate dal vero e dal vivo, sono con certezza subito riconoscibili anche oggi fra le specie del golfo di Napoli. Queste memorie su i Polipi marini contengono pure, come note e frammenti staccati, numerose osservazioni su altri animali invertebrati marini, fra le quali ricorderò quelle sulla biologia ed anatomia di alcuni mol- luschi Eolididei e principalmente quelle sulle Spugne, per l'affer- mata animalità di questi esseri allora messa in dubbio, e dopo di lui ancora discussa. Va anche ricordato che a Cavolini spetta di aver per primo chiaramente descritte e disegnate le larve delle Ascidie composte, che però non riconobbe come tali. E mentre si disputava di generazione spontanea, Cavolini, sperimentando con infusioni fatte bollire e non bollite, dimostrava che gl'infusorii marini, dei quali rivelava l'esistenza, non si formano spontanea- mente. A questo gruppo di lavori devono collegarsi le osserva- zioni sparse come note in altri studii del Cavolini, sulla anato- mia e biologia della Seppia della quale riconosce e descrive le spermatofore, ed illustra anche stadii di sviluppo che sono forse le prime figure che si conoscano di embrioni di Cefalopodi. Edoardo Van Beneden descriveva nel 1876 alcuni parassiti dei Cefalopodi da lui chiamati Diciemidi. Forme che hanno dato luogo a molti studi e furono ragione di discussioni sul valore si- stematico che il loro autore volle riconoscere in questi esseri di animali intermedii fra i protozoi ed i metazoi; i cosi detti meso- zoi. Or bene maraviglierà non poco il sapere che Cavolini aveva già pel primo, in modo non dubbio, trovati e riconosciuti un se- colo prima questi esseri microscopici nella seppia; cui certo, per le conoscenze d'allora, non potè dare il valore loro attribuito più tardi dal Van Beneden. A questa serie di lavori, che abbraccia gì' invertebrati ma- rini, si collegano puro gli studii sull' anatomia e la generazione dei granchi, dove sono interessanti notizie biologiche, special- mente suir accoppiamento , sul genere di alimentazione e su quei curiosi loro parassiti (Rizocefali ed Entonischi) , che do- vevano poi molti anni dopo esser fonte di interessanti ricerche del Delage e del Giard, la scoperta dei quali spetta al Cavolini, che ne disegnò perfino le larve. Ed a questo gruppo si collegano ancora le frammentarie osservazioni e studii che si contengono nella postuma memoria su varii e diversi animali marini per molti dei quali gli spetta priorità ; che certo dovrà fargli rico- — 46 - noscoro chi dai suoi manoscritti o dallo hoUissiiiK^ figure saprà iiiottero in valore lo suo diuioiiticato od ignorato osservazioni. Un altro importantissimo gruppo di lavori del nostro Ca- volini è quello nel quale tratta principalmente della genera- zione del pesci in due memorie pubblicato in vita, che si rifori- scono ai pesci (Teleostei), ed una postuma sulla anatomia ed em- briologia dei selacei, nella quale indaga pure lo sviluppo della Lucertola e del Rospo e si contengono ancora osservazioni sulla Lampreda {Pdromyzoìì) del più grande interesse. È merito di Ca velini d' avere per primo accuratamente studiato il sistema circolatorio dei pesci marini, e specialmente il sistema genera- tore; di aver determinato con esattezza, non superata da ulteriori indagini il periodo di maturità sessuale di molte specie : di aver con certezza provata e dimostrata la fecondazione esterna nei pesci ovipari ; di aver fatta nota la gestazione esterna nei pesci del genere Synynuthìis per opera del maschio, dando nello figure degli stadii embrionali di questi pesci le primo immagini concrete della embriologia dei pesci; e di avere anche messa la questione della esistenza di pesci ermafroditi. Nello studio del sistema cir- colatorio e respiratorio dei pesci Cavolini per primo rileva la non continuità fra le arterie e le vene branchiali, l'esistenza delle pseudobranchie opercolari e l'adesione della parte ventrale della plica opercolare nei pesci del genere Syngnatlms. E poiché a Ca- volini spetta di aver descritto il nucleo negli oociti dei pesci, a lui dunque dovrebbe riconoscersi il merito di aver scoperto il nucleo delle cellule, che si rivendica così ad un italiano. Cavolini per il primo riconosce e descrive la placentazione vitellina nella Torpedine; e spetta pm^e a lui di aver rivelata la natura olfattiva dell'orifizio che Linneo aveva descritto per fì- stola polmonare nella Lampreda, aiformando, fatto nuovo ed unico nei vertebrati, l'esistenza di una narice impari. E della Lampreda riconosce e descrive pure, pel primo, la differente struttura dello apparecchio di sostegno branchiale da quella degli altri pesci. Nella memoria postuma è dal Cavolini illustrato il sistema circolatorio della Lucertola e del Rospo adulto ricono- scendo la relazione fra la circolazione polmonare e quella cu- tanea. E per dimostrare come sia possibile la vita acquatica dei Rospi nei primi tempi della loro esistenza, egli studia l'anato- mia del girino di Rospo e con particolare cura disamina il si- stema circolatorio: e descrive con esattezza, molto maggiore di quanto ha di poi fatto, il fondatore della embriologia, Von Baer, nella rana, e molti anni prima di quc^sti, la seconda metamorfosi — 47 — (lol rospo por ciò che riguarda la comparsa degli arti, la scom- parsa dello spiracolo, la riduzione delle branchie. Prima delle pre- cise osservazioni del Cavolini non vi erano sull'argomento che quelle incomplete e deficienti nello Swammerdam, e dopo di lui si devono aspettar molti anni e giungere agli autori dell'ultimo ventennio dello scorso secolo per veder completate , mercè i uuovi mezzi d'indagine, e di ricerca, gli studii di Cavolini. Delle Ijucortole egli dà in questa sua memoria postuma anche delle figure di alcuni stadii di sviluppo, che, evidentemente, sono i primi ■ ben riconosciuti da un zoologo, e studia anche la relazione esi- stente fra la circolazione vitellina e quella epatica negli ultimi stadii di sviluppo. Dei selacei descrive e figura lo sviluppo esterno degli embrioni di Torpedine che sono anch'esse, in ordine crono- logico le prime figure disegnate. A Cavolini si deve inoltre la prima descrizione e figura della placentazione vitellina dei Mustehis della quale determina il destino definitivo. Perchè se il lavoro del Miiller sui selacei, come quello di Von Baer sulla rana, sono an- teriori, per data di pubblicazione, rispetto alle memorie postume di Cavolini, certo i loro studi ed osservazioni sono di molto po- steriori all'epoca nella quale il Cavolini faceva queste sue inte- ressanti ricerche consacrate nei manoscritti, trovati alla sua morte nel 1810. Se l'opera botanica di Filippo Cavolini non è larga, rispetto a quella zoologica come produzione scientifica, essa è geniale e novatrice , e rispecchia il risveglio, come la reazione contro l'in- vadente indirizzo linneano che nella descrizione di forme,o meglio di specie, trovava la sua massima esplicazione. Il Cavolini non seppe adagiarsi sulla facile via, spianata ai cultori delle scienze naturali, dal grande svedese col suo metodo sessuale, che ebbe si grande fortuna, per darsi alla illustrazione di questa o quella flora; ma portato dalla sua spiccata tendenza alla osservazione dei fatti naturali, e sopratutto dei processi bio- logici, amò di indagare con grande perseveranza questi, in al- cune piante , piuttosto che estendere le sue ricerche a numero grande di forme. Il nome di Cavolini è particolarmente legato a due soggetti di indagine che lo hanno reso notissimo agli studiosi di bota- nica, cioè, agli amori del fico, come fu detta la caprificazione, ed a quelli delle piante marine; questi e quelli assorbirono il suo spirito fine di osservazione per più anni, permettendogli di con- [ sacrare in memorie, che restano classiche, il frutto delle diligenti — ès- sile indagini, o di prenderò posto eminente fru i cultori di bio- logia vegetale. La vaga induzione degli antichi che nella fecondazione e ma- turazione dei frutti del fico inttìrvciigano, quali pronubi, dei mo- scherini le cui uova vengono deposte nei fiori del fico selvatico o profico, d'onde la pratica di sospendere questo ai rami del fico domestico, analogamente come si praticava con la palma da Dat- tero, parimenti riferitoci da Teofrasto, trova nelle accurate os- servazioni di Filippo Cavolini la piìi brillante conferma e una ingegnosa spiegazione. L'argomento era seducente per un abile osservatore quale egli era, sebbene irto di incognite che dopo di lui, e tuttodì, lasciano adito alla meditazion»^. Egli portò, in- tanto, la più viva luce sulla organizzazione del fico e del capri- fico, sulla varia distribuzione dei sessi negli organi fiorali del- l'uno e dell'altro cosi da rendere più che plausibile, logico, che soltanto mercè l' intervento dei pronubi il polline dei fiori del profico potesse fecondare gli ovuli del fico nel quale difettano o restano sterili i fiori maschili. Spetta al Cavolini il merito di avere assodato il processo essenziale della caprificazione , sia in base a fatti di osservazione, come ad esperimenti di varia natura abilmente condotti. L'argomento è stato ed è dei più controversi, onde il Cavolini trovossi a competere con gli antichi e con i mo- derni, che rispondevano ai nomi di Teofrasto, di Linneo, di Tourne- fort di Pontedera. La sua teorica fu in parte accettata, in parte con- tradetta da valorosi che gli succedettero quali un Gallesio, un Ga- sparrini; ma quest'ultimo, che con tanta autorità, in due elaborate memorie trattò la stessa materia, riconosce il gran merito del Ca- volini che egli chiama sapientissimo osservatore , e sottilissimo ricercatore di cose naturali. E che tale egli fosse, invero, lo dimostrano appieno i suoi studi sulle piante marine, alla conoscenza delle quali dedicò anni molti della sua vita. Questi studi, che lo rendono uno specialista della fiora marina, riguardano parecchie monocotiledoni libera- mente crescenti o tra gli scogli o nel basso fondo delle limpide acque del nostro golfo, e più particolarmente alcune Najadacee. Ben due elaborate memorie , corredate di nitide tavole di sua mano disegnate egli dedica a queste piante, l'una su due specie di Phiicagrostis, l'altra sulla Zostera oceanica su cui il Decandolle, più tardi, in omaggio alle belle ricerche di Cavolini, fondava il genere Cmilinia, mentre il Kcinig riferendola invece al genere Po- sifìovìa. ne dedicava pavimenti a lui l;i specie (P. Coiilhi i Kòn.). - 49 — Il genere Phucagrostis, creato dal Cavolini per piante nelle quali egli ravvisava alcune descritte da Teofrasto e mai più da altri identificate, venne rimesso in onore dal Parlatore dopo che da altri fitografi era stato considerato sinonimo di Zostera. Lo studio che il Cavolini fa di queste piante è dei più ac- curati e minuziosi. La sua non è l'arida descrizione a base di caratteri organografici che permettono di classificarle, ma è una diligente indagine biologica, seguita con pazienza su esemplari con difficoltà pescati dal fondo delle acque, e sorpresi, in varii tempi, ne" loro processi fecondativi, dei quali è data la più par- ticolareggiata descrizione, li Cavolini ha messo in luce per primo la dioicità della Phucagrostix major e ne ha seguito la feconda- zione e ht maturazione de' frutti. Più laboriose e più lunghe ancora sono state le sue belle ricerche sulla Zostera o Caulinia oceanica^ proseguite per più anni al fine di sorprendere le nozze di questa interessante Najadacea, il che gli permise di darne una monografìa che si può dire un modello del genere. Michele Tenore nella sua classica Flora Na- politana , la chiama «la più accurata illustrazione dell'insigne naturalista napolitano che ci onoriamo di averlo avuto concit- tadino » . Tale elogio consacra i pregi di questo lavoro che basta da solo a fare annoverare il nostro Cavolini fra i botanici il- lustri. Un'altra preziosa monografia, sarebbe certamente uscita dalla sua penna, se le tristi vicende non l'avessero impedito, intorno al Cythius hypocistis, la singolare pianta parassita delle radici dei Cisti : di queste ricerche resta soltanto una splendida tavola con la descrizione latina e la spiegazione delle figure, dalla quale ben si rileva come egli si fosse reso conto esatto dei processi anatomo-fisiologici determinanti la simbiosi del Citino col Cisto. Tra le opere minori del Cavolini vanno ricordate la nota giovanile sulla generazione dei Funghi in cui sono esposte idee non conformi sulla costituzione di queste piante, che egli stesso più lardi modificò in base a più maturo studio, ed i suoi saggi mi- croscopici sul polline di varie piante nostrali, i quali, dati i mezzi ottici di osservazione di quel tempo, segnano sempre un progresso per la conoscenza dell'organo maschile e per il comportamento e la destinazione della materia fecondante. Le opere botaniche del Cavolini rivelano in lui uno spirito moderno, avido di penetrare nei processi della vita, di indagarne i meccanismi, i congegni fisiologici, non pago della pura osserva- zione delle forme, ma desioso di scoprirne le funzioni e le leggi. i — 50 — Non ricorderò qui aUnini .scritti rli Cavolini di Geologia e Paleontologia di scarso interesse, ai ([iiali lo stesso aut(jre non ne attribuiva, cosi da non averne voluta la pubblicazione durante la vita e facenti parte in genere di quei manoscritti non destinati alla pubblicazione. Questa che ho esaminata è l'opera biologica di Filippo Ca- volini, nella quale certo, per equanimità di giudizio, non possono, accanto ai meriti grandi, messi in luce, non riconoscersi mende e manchevolezze di che nessuna opera umana può esser del tutto esente al giudizio dei posteri. Ma bisogna tener conto nel va- lutare l'opera di Cavolini di molti coefficienti di tempo, di cul- tura, di mezzi di indagine, di sussidio bibliografico, e ricordarsi ancora come non sempre, né tutto quanto nelle postume si con- tiene era dal Cavolini destinato alla stampa; che fu eseguita con criterio e mente diversa dall' Autore e senza la sua revisione. Assai facile è oggi la dotta critica in proposito ad inesatto riferimento e ad intcrpetrazioni ed apprezzamenti anatomici di viventi in base alle conoscenze accumulate per oltre un secolo d'in- dagini e he sono ora abito mentale da noi acquisito; per quanto difficile era allora l'orientarsi nella massa di organismi che si andavano studiando rivelandosi per la prima volta, nell'ar- chitettura e biologia, alla indagine scientifica! Filippo Cavolini fu uno di quegli ingegni versatili e mul- tiformi meridionali , che vissero nel periodo di larga coltura intellettuale che fioriva nel regno di Napoli sul finire del decimot- tavo ed al principio del secolo decimonono per opera di uomini illustri per ingegno e conoscenze in ogni ramo di sapere, che tor- narono ad onore del nostro paese e furono l'affermazione di una rigogliosa coltura italica irraggiante per tutta la penisola civiltà di sapere: uomini che, idealizzando una rivoluzione, intesero nella libertà del pensiero la libertà civile e da eroi la difesero , con martirio di vite illustri. E più specialmente Cavolini appartiene a quella schiera di na- turalisti che, con Domenico Cirillo, Saverio Macrì, Giuseppe Saverio l*oli, Petagna, Cotugno ed altri loro contemporanei, rilevando la tradizione dello Imperato e del Colonna avevano iniziato un largo movimento di studio delle discipline naturali, favoriti dagli ordinamenti rinnovati dei nostri studi e dalle buone volontà di go- verni per la istituzione di Biblioteche , di Musei e di giardini botanici. Scolaro di Domenico Cirillo, vissuto in un ambiente di — 51 - tendenze alle scienze naturali, si spiega il fascino esercitato su di lui da questi studii specialmente per opera del suo maestro che ne era entusiasta cultore , e come egli avesse lasciato il giure per la indagine scientifica, pur avendo quello coltivato con conoscenza di causa dando alle stampe opera onorevolmente ricordata. Caratteristica mente italiana, egli affermò nei suoi studi il metodo della serena, obbiettiva, non speculativa osservazione dei fatti, e lo sperimentare fuori d' ogni preoccupazione di pensiero, per assurgere dai fatti alla interpretazione di essi. Si che ben di lui poteva lo Spallanzani dh-e che le orme seguisse dei Redi e Vallisneri. Osservatore calmo, paziente, accurato, le sue indagini egli ripeteva con tenace costanza, per rendersi esatta ragione dei fatti constatati. Sperimentatore semplice , senza preconcetto di problemi da risolvere, questi faceva derivare dal suo esperimento. E, certo, alla sua maniera, tranquilla, serena, obbiettiva di in- dagine di studio, solo intesa alla ricerca dei fatti e di loro spiega- zione, molto potrebbero invidiare moderni metodi affrettati di indagare, e di sperimentare finalistico, dal concludere corrivo. Filippo Cavolini fu un biologo nel vero e moderno senso della parola cosi nella ricerca come nello sperimentare e 1' opera sua segna un indirizzo nella indagine dei viventi che si è poi affermato, non diverso di quanto Cavolini, dati i tempi, seguiva e praticava. L' esame delle sue opere lo dimostra appieno e prova ancora come egli, un secolo fa, sperimentasse nella medesima di- rettiva ai nostri giorni seguita, precorrendo i tempi. Ed egli ben chiaro ebbe il concetto della necessità, per intendere le forme di più complicata struttura e dell'uomo stesso, dello studio delle forme semplici: « è canone scientifico, egli scriveva, il cominciar dal semplice per giungere al composto. Se la fisiologia si fosse cominciata a studiare da questi animali semplici (i polipi), forse, non si sarebbero incontrati tanti scogli quanti ne hanno arrestati i progressi » . E con ciò traccia un indirizzo che il successivo svol- gersi della biologia ha consacrato! Questo modesto napoletano che la sua vita dedicò ai suoi studii prediletti, che , precorrendola nel tempo , impersona una scuola oggi in onore; che un secolo fa con la sua opera ma- gistrale rivelava la vita e l' architettura degli animali e delle piante nei loro rapporti reciproci e con 1' ambiente, come ai no- stri tempi, per serenità di ricercatore, sagacia di osservazione ed accuratezza paziente di indagine non si potrebbe far di più e meglio; quest'uomo al quale i dotti del tempo, del civile consorzio d'ogni r)2 — p;iit,tj,LestiiiiuniiUouu aiiiuiiiazioneprotouciii ustiiiui sincera per lo sue originali ricerche, e la tanta mosse di preziosi studii pur sorpren- dente attività d' indagine da lui raccolta ; quest' uomo al quale con ])atrio orgoglio dobbiamo rivendicare 1' onore di scoperte scienti- ticlie prima da lui rivelate, ben meritava di esser degnamente ram- mentato, con le odierne onoranze centenarie, ai suoi concittadini. Perchè questi, non dimentichi di nostra antica coltura, si ricordino che in tempi men felici per le italiche sorti , ma più fortunali che altrove per civiltà di sapere in questa nostra terra , Filippo Cavolini, onorando la patria, affermava, nella scienza, il nome di Italia. Dopo il discorso commein orati vo la presidenza della Società (li Naturalisti oiFri al Sindaco, al Rettore, ai rappresentanti e delegati esteri ed alle autorità intervenute, la medaglia coninie- niorativn. fatta coniare dalla Società per l'occasione. Finita la cerimonia, il Rettore Magnifico Duca di Caj anello ricevette gl'intervenuti (delegati, rappresentanti ed invitati) nelle Sale del Rettorato e del Consiglio Accademico ed offri loro un rinfresco. I ^^.^=^^^9 Alla sera, i delegati e rappresentanti italiani ed esteri e gli invitati alle feste cavoliniane, nonché i partecipanti al Congresso zoologico si riunirono numerosi con le rispettive signore nella Galleria Vittoria, per un ricevimento ufficiale offerto in loro onore e delle autorità cittadine dalla Società di Naturalisti in Napoli. I Rappresentanze ed Adesioni » America University of Chicago. Leeland Stanford Junior University. University of Toronto, Biological Department. University of Stanford. State University of JoM'a. University of North Dakota. Harvard University of Cambridge. Jolm Hopkins University of Baltimore. Australia University of Melbourne. Austria K. K. Universi tat Wien. Zoologisches Institut K. Universitilt Wien. K. K. Zoologisches Institut Universitat Krakau. Nat.ui'wissenschaftliche Verein fiir Steiermark in Graz. K. K. Universitat Graz. K. Universitat Czernowitz. IUniversité de Bruxelles. Université Catholique de Louvain. f Belgio Danimarca nlversità di Copenaghen. Francia Museum d'Histoire Naturelle de Paris. Societé Zoologique de France, Paris. Laboratoire de Zoologie de 1' Université de Lyon. — 5tì — Prof. E. Perrier an nom des natnialistes fran (lolla Sociolà eli navigazione (l<'l (ùdlu. I)ii- rauto la breve traversata il [)ii-o.scat"o vioiio scortalo dai va,[)oretti della Stazione Zoologica recanti a bordo la direzione vaì il per- sonale scientifico dell'Istituto, Giunti presso il capo di Posillipo, a pochi metri dalla villa de Mellis, a mezzo di lance rimorchiate dalla barca a vapore della Stazione Zoologica, si effettua lo sbarco degli invitati sulla ban- china che fronteggia il piazzale della villa de Mellis, che fu del Cavolini, sulla cui facciata trovasi la lapide coverta da un drappo bianco. E presente il rappresentante del Sindaco, Assessore comm. Correrà giunto per via di terra. Il piazzale e le ville circostanti sono riccamente addobbate con bandiere e festoni di fiori. Raccoltisi gli invitati ai piedi della facciata ove è stata appo- sta la lapide, opera dello scultore prof. comm. E. Mossuti, prende >u: riLIPPO CAVOLI ^ Ì J^'ot. Tullio Bozza la parola il Prof. Monticelli, presidente del Comitato per le ono- ranze e della Società di Naturalisti e pronunzia il seguente discorso: € Sul tramonto di una giornata di autunno del 1824 Alessan- dro Humboldt, passeggiando lungo la Riviera del Chiatamone con Stefano Delle Chiaie, celebrava il cielo meraviglioso e la fertile terra nostra; ed ammirato innanzi al nostro mare evocava il fe- condo brulicare in esso di viventi, invidiabile inesausta fonte d'in- — 63 — dagine per il naturalista. Ed al giovine Delle Ghiaie, incitandolo a continuare negli studii di Zoologia marina che onoratamente seguiva sotto la guida di Giuseppe Saverio Poli, indicava nel lontano Posillipo, nascosta nel verde della collina lambita dal mare, quasi faro luminoso, la casa dove Filippo Cavolini, inda- gando i viventi del mare, orma si grande aveva impressa nello studio della biologia marina. ;< Su questa casa oggi, ad un centennio dalla morte di Filippo Cavolini, auspice il Comune e l'Università, la Società di Natura- listi in Napoli, fedele custode di giovanile entusiasmo per la col- tura scientifica del nostro paese e vindice di suo glorioso passato di sapere, ha voluto che una lapide ricordasse ai posteri come in essa Filippo Cavolini onorava la patria difendendone con magi- strali opere il nome ed il decoro che affermò fuori i confini d'Italia. Perchè si sappia che, qui in Napoli, sul finh"e del 18» secolo, un napoletano modesto, quanto valoroso, in questa casa, pel museo che yi aveva creato, por libri che vi aveva raccolti, fattone la- boratorio dei suoi studi, incarnò, come i tempi lo consentivano, il concetto di un Lahoratorio di biologia marina. «. A voi signor Sindaco, che nel vostro alto ufficio, impersonate per volere di popolo questa nostra nobilissima città, in nome della Società di Naturalisti che ho l'onore di rappresentare, io consegno questo marmo consacrato alla memoria di un illustre figlio di questa terra feconda d'arte e di scienza, perchè nel conforto di un glorioso passato sia monito a conservarne viva la tradizione nell'avvenire. Appena il prof. Monticelli ha terminato il suo discorso i vigili municipali strappano il velario, mentre suona il concerto civico. La lapide in marmo con bassorilievi porta la seguente iscri- zione: IN QUKSTA CASA CHE FU SUA FILIPPO CAVOLINI NAPOLETANO NOBILMENTE ONORAVA LA PATRIA ILLUSTHANDO CON MAGISTRALI RICERCHE LA FAUNA. E LA FLORA DEL GOLFO DI NAPOLI NEL PRIMO CENTENARIO DALLA SUA MORTE LA SOCIETÀ DI NATURALISTI DI NAPOLI IL COMUNE E l' UNIVICRSITÀ 13 SETTEMBRE 1010 — 64 — U rapi)r('.son1anti' doIlM (Jiltà di Napelli pn.l'. rcniim. Correrà cosi risponde : « La città di Napoli, cìw. ho l'oucre di rappresentare, riceve in consegna la lapide, che la vostra Società di Naturalisti, auspice il Comune e l'Università, decretò al nostro grande concittadino, continuatore della nobile tradizione scientifica della nostra pa- tria, non mai interrotta, da Ferrante Imparato e Fabio Colonna, a Domenico ( 'irillo, Saverio Macrì, Giuseppe Poli, Petagna, Co- tugno, Delle Ghiaie ed altri moltissimi. < Qui, innanzi a questa lunga distesa di azzurro, il nostro bel mare, qui, dove pare che aliti tuttora un soffio della vita an- tica, e dove sou tanti ruderi classici, dei quali ben possiamo dire: Sepolcri maestusi Fin le vostre rovine Sono apoteosi. - Questa pietra, sulle pareti di questa casa, dalla quale, quasi faro luminoso, Filippo Cavolini svelava ai dotti italiani e stra- nieri i segreti della natura, sia monito perenne ai posteri e ri- cordi ai Napoletani il nome venerato, di questo illustre figliuolo della bella Partenope, per opera del quale ad uno straniero, che ci accusava d' ignavia potemmo rispondere : eravaiii gi-andi E là non eran nati. Da ultimo il Cav. Eugenio de Mellis, in rappresentanza della famiglia Cavolini, pronunziò le seguenti parole : Permettete a me, umile pronipote di Filippo Cavolini, che in nome mio e degli altri congiunti esprima con breve e mo- desta parola il sentimento di profonda gratitudine verso tutti coloro che vollero onorarne la memoria in questo primo cente- nario dalla sua morte. E innanzi tutti alla Maestà del Ke, che con sovrana degna- zione si compiacque di accettare l'alto patronato di questa festa della scienza; al Municipio e alla Università di Napoli, sotto i cui auspici si svolse; agli altri sodalizi italiani e stranieri, e agli scienziati tutti, che vi lianno partecipato; nonché allo eietto — 65 — pubblico intervenuto, clie vi lia recato la spontanea e calda ade- sione di cosi numeroso concorso. Ma più specialmente vogliamo manifestare la gratitudine nostra alla fiorente Società di Naturalisti di Napoli, che fu la prima iniziatrice di questo movimento ; la vivida scintilla , che accese una fiamma di entusiasmo patriottico e scientifico con la rievocazione di una gloria genuina della nostra Napoli. E poiché questa illustrazione viene indirettamente a proiet- tare un raggio luminoso anche sulla fortunata famiglia in cui l'eminente uomo sorti i natali, è giustificata nei discendenti la commozione della gioia, doveroso il sentimento della riconoscenza verso gli autori dell'odierno faustissimo avvenimento. Come proprietari poi di questa villa, che da lui ereditammo c'incombe più specialmente l'obbligo (che solviamo) di porgere le più vive azioni di grazie ai solerti componenti il Comitato Ordinatore, che tra le altre onoranze indisse pure l'apposizione di un ricordo marmoreo su queste mura, il quale in elettissima forma letteraria ed artistica tramandasse ai posteri la notizia che qui Filippo Cavolini pose la sede dei suoi studi; che questo fu il mare che gli rivelò i segreti della sua fauna e della sua flora; e quando la perseverante sagacia delle sue indagini non arrivava a vincere la tenacia del mistero, era da questa plaga di cielo, da questo incanto di panorama che egli attingeva le sue ispirazioni a divinare le leggi fisiologiche, che poi i pro- gressi ulteriori della scienza dovevano confermare e proclamare. E medesimamente questa lapide ci ammonisce che qui sorse per opera sua personale quell'embrione di laboratorio per la in- vestigazione biologica del nostro golfo, che a distanza di un secolo precorse l'attuale rigoglioso istituto da altri fondato coi larghi sussidi odierni, come con scultorio rilievo ebbe a ricordare ieri il chiarissimo oratore che chiuse splendidamente la solenne commemorazione della vita e delle opere dei Cavolini. Ed ecco, o Signori, il marmo stesso ce lo addita, ecco l'Ar- cetri del nostro Galilei, dove accorato per le amarezze sofferte si ritirò, senza mai abbandonare i suoi studi prediletti; ecco il lido donde partiva coi suoi fidi marinai per le consuete escur- sioni scientifiche lungo la costiera; ecco le acque nelle quali ebbe malauguratamente a precipitare, capovolta la barca per una ar- rischiata prepotenza soldatesca, causa determinante il fiero morbo che in pochi giorni lo condusse alla tomba. Or questa pietra che tante cose ci narra nella magistrale Loncisione di una epigrafe, noi con animo riconoscente accet- ^<:^^n^° — 66 — ti.inio ili j)i\'.xio.so cle}j(jsi((j e piombi liaiiKj di custodiihi con culto it'ligioso in momoria non meno del nostro glorioso anionato, che in memoria vostra, o Signori benemeriti della Scienza e del paesi'; e facciamo voti che la nobile e suggestiva scritta accenda gli animi e gli ingegni di altri napoletani a seguire le orme del prerlaro concittadino per mantenere vive le nostre tradizioni in ogni ramo dello scibile e segnatamente in quello delle naturali discipline. Terminata la cerimonia per cortese invito della famiglia de Mellis i partecipanti alla cerimonia accedono alla Villa, od ivi, sulla splendida terrazza prospiciente sul mare di fronte al Ve- suvio venne offerto un rinfresco. (ili invitati ritornarono a Napoli sul medesimo piroscafo « Ca- pri j>, dopo aver fatto un breve giro nel golfo, allo ore 18. La sera di Mercoledì alle ore 22 il Municipio offri nel gran salone municipale alla Galleria Principe di Napoli un grande ri- cevimento in onore dei delegati ed intervenuti alle feste Cavo- liniane e dei socii dell' Unione Zoologica Italiana convenuti in Napoli per il IX Convegno Zoologico Nazionale. -^^ Telegrammi e Lettere Telegrammi Prof. Monticelli. In nome Ministro Istruzione assente e mio associomi giuste onoranze a Filippo Cavolini. Teso (Roma) Prof. Monticelli, Spiacemi che impegni già in precedenza presi non mi consentano come avrei vivamente desiderato assistere solenne commemorazione insigne natu- ralista Filippo Cavolini che professore in cotesto Ateneo e con sue ricerche originali lasciò orme indelebili nella botanica e nella zoologia. Piacemi co- gliere occasione per esprimerle egregio Presidente sensi mia particolare stima. Ministro Agricoltui'a, Ranieri l'Roma) Rettore, Tornato oggi a Roma trovo in ritardo suo cortese invito per assistere alla Commemorazione solenne Filippo Cavolini e mi rammarico che doveri mia attuale carica mi abbiano tenuto lontano dalla festa intellettuale in onore il- lustre scienziato che onorò l'insegnamento universitario ed il nome di Napoli nostra. G u a r r a e i n o (Roma) Rettore, Zur Gedachtnisfeier flir Filippo Cavolini sendet den Ausdruck ihrer lebhaften Anteilnahme die Universitat Berlin. R. U u i V e r s i t à , Festis in memoriam Philippi Cavolini sacratis Senatus reg. scient. Uni- versitatis Huugaricae Budapestinensis in animo adest et cum summa revereatia vobis salutem dicit. Julius De Saghi. — Rector (Budapest) - 7-2 -- R.^k tor. Ali der Feier des grossen Gelelirteii Filippo Cavoliiii dessen Andenken in der gesaniniten Kultiirwelt tbrtlebf. iiimnit innigsteii Ariteli die Franz .Tosephs Universitat in fizernowil-/ Hnkowina. I )r. I\ Il r I A d I e id /, . — Rekt^r (O.ernowitz) Società di K a t u r ;i 1 i s t i , Beste GlUckwiinsche zur Jahrhundertfeier Filippo Cavoliiii sendet die Uni- versitat Graz. K r a 1 1 e r. — Kektor ( (xraz) R. Università, Universitati Neapolìtanae gloriosae memoriam celebranti Philippi Cavolini viri praeclarissimi naturaiii animalium et piantarli m penitus perscnitantis gra- tiilationes sinceras mittit Università^ Finlandia e (Helsingfors) R e e t e u r , À Toccasion des fétes da .Tubile de ('avolini ce grand biologiste de son temps rUniversité de Christiania envoie ses liommages les plus cordiaux. Broegger. — Rectenr (Kristianiaj Il e e t e u r , Faculté physico-mathématique de l'Université de Moscou presente à l'oc- casion de la séance soleiinelle ses sentinients de profonde admiration poiir l'oevre gcientifique de l'inoubliable bctaniste et zoologiste Filippo ('avolini. Le Doyen : An d re ef (Mosconi Rektor , Filr die freundliclie Einladung bestens dankend llbersende ich im Nameu unserer Universitat unsere herzlichsten (rlitckwUnsche zn dem .Tubelfeste. Thiele. — Rektor (Strassburg) Società Naturalisti, Istituto Zoologico della Università di Cracovia si riuni.sce con mondo scientifico italiano per onorare la memoria dell" illustre naturalista Filippo Ca- volini. Prol'. Sit'dlecki d^racoviai — 7H Rettore. Quest i K. Afcademia dei [jiiicei prende viva parte alle onor.mze che da codesto insigue Ateneo per iniziativa della Società di Naturalisti in Napoli veii- <>ono tributate alla memoria del benemerito naturalista Filippo (Javoliul oc- correndo ora nn secolo dalla sua morte. P r e .s i d e 11 1 e , Pietro R 1 a s e r n a (Roma ) S o e i e t à Naturalisti. Accademia Senese Fisiocritici aderisce onoranze Filippo Cavolini, delegandn lappresentarla Professore Diaraare. B a r d u z z i. - P r e s i d e n t e (Siena) Società di Naturalisti, Ali der Gredenkfeier tur Filippo tavolini nimmt in ehrender Erinneruna,- gern Anteil die Konìgliche Preussiclie Akademie der Wissenschaften. Deyer (Berlin) Prof. Monticelli, Plaudendo onoranze illustre Havolini Società Adriatica Scienze Natui'ali prega vossignoria gentilmente rappresentarla. Marchesetti, Valle (Trieste) Prof. Monticelli, Società Italiana Progresso Scienze plaudendo nobile iniziativa Società Naturalisti Napoletani si associa onoranze centenarie Filippo (tavolini insigne biologo onorato patria con magistrali lavori. C i a m i e i a n (Bologn a) Prof. Rioja. Lieve representacion Museo y Sociedad Commemoracion Cavolini. B o 1 i V a r (Santander) Prof. Monticelli , Suis de coeur avec vous daiis liommages rendus au très illustre naturaliste napolitain Filippo Cavolini. P r o f . G u i a r t (Lvonì 74 — S o r i e 1. à di Nat ii r a 1 i s t i , Irli molline wai-men Anteil an der Feier l'Ur Filippo tavolini. Grobben (Wien) Società di Naturalisti, Herzliche Glilckwiinsclie zur Cavolini Feier. S p e n g e 1 (Giessen) ,^^5^ Lettere Sknaat der IJnivk«sitkit TAN Amsterdam Amsterdam, 24 Aug. 1910 Mr. le Recteur, Nous estimons hautement les travaux biologiques de ce savant et constatons à grand regret l' impossibilité de faire reprèsenter noti-e Université à l'occasion des tetes en son lionneui'. V . S t r a u b Moiisieur le Rectenr de l'Uuiversité de Naples KONINKI.TKR AKADEMIF. VAN Wetenschappkn TE Amsterdam Amsterdam, lo 16 Aoùt 1910 l'Académie tient à vous esprimer qu'elle s'associe de tout coeur à ce suprème hommage. rendu à un savant, qui appartient à l' immortalité et qui resterà une des gloires de la Science et de l'Italie. Le Secrétaire General J. D. V au il e r W a a 1 s À M. M. Fr. Sav. Monticelli et Fridiano ('avara ') Le lettere suuo lipoititte per ordiue .ilfabetico delle ciltà doude proveugono. rNlVKKSITAI) l)K HAIirKI.ilNA R;ircflona. 2H de Agosto 191U Sr. Rector. Ciimplo con In grata misióii de manit'estaile en nonibie del Claustro y i'iì el mio propio . (\w' està l'niversidiid se adhiere al homeiiaje de admi- racion que su herniaua. hi de Napnles. tributa à uno de sus mas esclarecidos hijos. Dios guarde à V. S. muchos anos. El Rector .r 11 a (| Il i 11 B o n e t Kector de la b'niversidad de Nàpoles University Haij, ( 'ambridgk. Septembei- 5 1910 Presjdeut Lowell oi' Harvard University regrets exceedlingly that he shall he unable to be present at the cevimonies attending the commemoration of the one hundredth anniversary of the death of the distinguished biologist Filippo Cavolini whose brilliant work ni the fìeld of zoology and botany has proved aii inspiration to generations of scientists in the Cnited States. To the Hector of the University of Naples Garmisch, 2 September 1910. An personlicher Teiluahme bin ich leider verhindert und muss deshalb bitten mir zu gestatten meine lebhafte Sympathie fiir diese Feier und meine warmste Verehrung fiir den bedeutenden Forscher, dem die Festlichkeiten gelten, hiermit schriftlich zum Ausdrucke zn bringen. In ausgezeichneter Hochachtung der Director des zoologischeii iind ver- gleichend-anatomischen Instituts und Museums der Kg), preussischen Uni- versitat Bonn. L 11 d w i g An. d. Rector Universitut Nenpel 77 — Vjlle de Genève MUSEE d'Histoire Naturelle Genève, le 26 Aout 1910 Monsieur le Prof. Fr. Sav. Monticelli à Naples. Malheureuseuieut, des circttnstaiices indépendantes de ma volouté m'im- pècheut de in' absonter de Genève pendant le mois de Septeniber. Je le legrette d'autant plus que j'aurais été fort heureux de pouvoir m'associer aux nom- breux naturalistes qui viendront rendre hommage à la mémoire de l' illustre 8avant pour le quel j'ai toujours eu une profonde admiration Université de Genève Laboratoire de Zoologie Genève, le 8 Septemhre 19iU Monsieur et eniinent Collègue. 11 ne me sera malheureusement pas passible d'assister à la célébration du 1" Centenaire de la mort de votre illustre compatriote Filippo Cavolini pour laquelle vous avez bien volu m' addresser une invitation. Mes regrets sont d'autant plus vifs que je nourris une grande admiration pour les travaux et pour le caractère de ce zoologiste précui-seur de uotre science moderne. Je vous felicite de commemorer sa mémoire et Je m'associe de tout coeur aux éloges qui lui seront adressés. E m i 1 e J u n g À Monsieur le Prof. Dr. Monticelli Naples Univek8itat Jena Jena, deii 6 September 1910 Wir seuden unsere herzlichsten Gliickwunsche zu der Feier, und nehmen Teli an der Verehrung, die dem Namen des grossen Toten dargebracht wird. Prorector und Senat der Universitat Jena Dr. (ì. G oet/. Pro ree tur Au die Società di Naturalisti in Napoli 7fi SkNA^I DKI; I»IVK> I NIVKKSIIKIl TK I.KIDKX llliistrissiiiiu Signor IJeUore. Leiden, (]en 2:5 Akk.sIo litio i^ Senato dell' Uiiivursità di Leiden ha l'unore di cunuuiicarle che non è possibile di trovare in questo momento un rappresentante alla cornmemo- razione solenne dell" insigne scienziato Cavolini, i cui magistrali lavori sono «■onosciuti ed onorati anche da noi. Con dolore alloccasioue di questa con- giuntura noiosa, con sincere congratulazioni e grazie del suo cortesissirao invito. in nome del Senato l'. J. Bluk All'Illustrissimo Sig. Rettore della R. Università di Napoli UmvKRsrrK ('atholkìlik DK LtiUVAlN Louvain, le 22 Aoiìt l!»iO Le Eecteur prie iVlonsieur le Becteur d'agréer l'assurance de la part qu' au noni de l'Alma Mater de Louvain, il prendra de loin a vos fétes. Avec vous, nos professeurs de zoologie et de botanique acclament le célèbre savant dont le noni est grave en lettres d'or dans l'historie de la Science. Mr. le Recteur de l'Université de Naples R. IsxrruTo ku Orto Eotanico Padova Selva di Volpago (Trevisoì 12 Agosto 1910 Dolente che speciali impedimenti mi tolgono il piacere e l'onore di inter- venire alle Onoranze che saranno prossimamente tributate in Napoli ai due insigni naturalisti Cavolini e Tenore, vi aderisco nondimeno con caldo senti- mento di omaggio e gratitudine, ben consai)evole di quanto deve la scienza a cotesti due precursoii vissuti in tempi ed ambienti nei quali le ricerche erano ben altrimenti difficili e scarse che non sia oggidì. Sia dunque gloria — 79 ed onore all'illustre notomista e biologo Cavoliui ed airoperosissinio fonda- tore ed esecutore della Flora napoletana, Michele Tenore ! i\ A. Sacca rd o lUnio Sig. l'roi'. F. Sav. Monticelli MUSEUM d'Hjskurk Naturkllk Direction Paris, le 15 Septembre 1910 Le Directeur du Museum National franvais d' Histoire Naturelle à MiM. Monticelli et Fridiano Cavava, Presidents du Comité des fètes du ler Centenaire de la mort de Filippo Cavolini. Messieurs, Les Naturalistes francais presenta au Cougrès de Graz, m'ont chargé de vous faire connaìtre qu'ils s'associent de tout coeur aux Fètes commemora- ti ves que vous avez organisées en l'honneur de Filippo Cavolini. Ils saisissent catte occasiou pour esprimer tous leurs voeux à la Societé des Naturalistes de Naples et à 1' Université de Naples. Le Président de la Délégatiuu francaise au Congrès de Graz membre de rinstitut de France. E d in o n d P e r i- i e r Museum u'HisToiRE Naturelle Direction Paris, 15 September l'JlO Le Directeur du Museum National francais d' Histoire Naturelle à M.M. Monticelli et Fridiano Cavara, Presideuts du Comité des Fètes du I.er Cen- tenaire de la mort de Filippo Cavolini. Messieurs, Le Museum National franyais d'Histoire Naturelle vous remercie de 1" in- vitation que vous avez bien voulu lui adresser. Il s'associe tout entier aux Fètes qui seront célébrées en coiniuemoratiou du premier centenaire de la mort de Filippo Cavolini et adresse touts ses, voeux à la Société des Naturalistes et à 1' Université de Naples. Le Directeur du Museum National francais d'Histoire Naturelle, membre de r Institut de France E d m o n d P f r r i f v — 80 K. r.MVKHSlTA III l'iSA Pisa, Ifi Agosto 19 10 III. Ilio Si};. Rettore delhi lì. Università di Napoli. LTiiiversilvii di Pisa, nelle cui Scuole delle dlU Ms. et très honoré Collègue. .Te vous serais très reconnaissant de vouloir bien ètre auprès de la Societé dcs Naturalistes de Naples, i' intei'prète de mes regrets et de ma profonde admiratiou pour le grand Naturaliste doiit s'honore la. Science italienne. Un certa in nombre de biologistes pi-esents à la Station en ce moment 'j ont tenu à honneur de signor avec raoi catte lettre, pour esprimer la com- munion de leur sentiments avec ceux des Naturalistes presents à la Ceré- monie. ') Les naturalistfs préseuts à la Station: Prof. Délage. Uiiecteur di; la Station; 0. Dubofscq. Professeur de Zoologie k riTniversit<'' de Montpellier; C. Schlegel, .Utaché au Service scienti- fique dos Pf'clies maritimes et M.me Schlegel ; Or. Picqué, Professeur agregi- au Val de Grace; A. Delornie, Répéiileur au Collège Chaptal , Or. .1. S. .\le.xandrowicz; L. Frcdericq, professeur de physiologie k T Uuiversité de Liège; L. Fredericq; H. Fredericq; Henri Fredericq ; Fritz Levy; M. Wietzykowski; M. Thieren. M. De Holmberg ; Dr. Erhard: Dr. R. D. Beauchannl*: Dr. Fred, Vl.s; R. Gourvitoh; L. .\lliaud; M. Boppe; Jacques Boureatli. — 81 — Veuillez agrer, Monsieui- et très honoré Oollègae, l'assurance de ma très haute consideration. J. D é 1 a g e Mr. le Prof. Fr. Sav. Monticelli. MusKO DI Storia Naturale IN Trieste Trieste, addi 10 Settembre 1910 Ringraziando vivamente per il gentile invito alla solenne Commemora- zione dell'illustre Scienziato, gloria dell'insigne Ateneo Napoletano e d'Italia tutta, che stampò orme si luminose nel campo della zoologia e della botanica, deploro che la grande lontananza m'impedisce d'intervenirvi personalmente e portarvi il doveroso tributo di ammirazione e riconoscenza di queste estreme spiagge dell'Adria e dei suoi Istituti Scientifici. D r . M a 1' I" li e s e 1 1 i Jll.mo Signor Rettore della R. Università di Napoli Station Zoologique DE Wimkreu.x-Pas de Calais Mon oher Collèsrue et ami. Wimerenx. B Septembve 1910 Je viens vous éxprimer à nouveau, apiès l'avoir fait dejà à Graz mon sincère i-egret de ne pouvoir assister atix fétes en l'honneur de Cavolini. C est toujours un plaisir pour moi d'aller en Italie et en particuliei' à Naples. L'occasion actuelle m'aurait séduit d'autant plus que le souvenir de Cavolini est vivant a la Station Zoologique de Wimereux, Giard ajant eu à maintes l'eprises dans ses travaux sur les Bopyriens, l'occasion de rappeler les decouvertes de ce vieux maitre. Je vous adresse donc à distance, l'expression de la part que je prends à l'hommage qui va lui ètre renda et y joins pour vous personellement celle de mes sentiments aftectueux et biens devoués. M . ( ; a u 11 e r y Mr. le Prof. F. Sav. Monticelli Museo Civico ^es Elenco dei Sottoscrittori pcf le onuiauze S. M. il Re d'Italia . Municipio di Napoli Società di Naturalisti in Napoli Ministero della Pubblica Istruzione Provincia di Napoli R. Istituto d'Incoraggiamento. R. Accademia delle Scienze fisiche, matematiche e naturali ...... Camera di Commercio ed Arti di Napoli . Prof. Francesco Saverio Monticelli , Presidente della Società di Naturalisti Prof. B."^ Francesco de Rosa, Segretario della Società di Naturalisti .... Cav. D.'' Luigi Quintieri . . . . Lire 500.00 >^ 2500,00 800,00 500.00 » 500M0 » 300,00 200M 200 M » 200.00 100,00 » 200.00 -2.S- APPENDICE CENNI BIOGRAFICI FILIPPO CAVOLI NI nel primo centenario dalla morte A CURA DEL GOMITATO PER LE ONORANZE E FESTEGGIAMENTI (Distribuito nei giorno della seduta commemoratira, il 12 settembre N Napoli, l'otto aprile 1756, nacque Filippo Ca- voLiNi, nella casa sita alla Porta piccola della, Pietatella, da Nicola, avvocato, e da Angela Au- liemma, e gli furono imposti i nomi di Giovan Filippo. Vincenzo, Francesco, Gennaro, Gae- tano 1). Fin dalla tenera età, fu avviato allo studio delle lettere e delle scienze, ed ebbe a maestri, per le lettere greche e latine, Giacomo Masto- relli e Gennaro Vico; Giovanni Torre e Giuseppe Vairo gì' insegnarono la fisica: Giuseppe Marzuchio le matematiche, Domenico Cirillo la bota- nica. Studiò l'anatomia con Domenico Cotugno, ed ebbe a maestro nel giure Giuseppe Cirillo, in quell'epoca professore nel nostro Ateneo. A compimento di questi studii, imparò anche la musica, la ginnastica ed il disegno. Il giovane Cavolini attendeva agli studii con tale ardore, da non concedersi quegli svaghi, che son proprii dell'adolescenza. Ed a ciò gli valse l'esempio dei genitori, e dei maestri, della cui compagnia sommamente si dilettava Dal Torre, illustre fisico, imparò il metodo della 1) Parrocchia di S. Maria della Eotonda. Attesto io qui sottoscritto Rettore Curato che avendo riscontrato il libro XIV dei Battezzati alla pagina 25, appendice, ho letto quanto segue: L'anno del Signore 1756 nel giorno 8 aprile il Reverendo Don Cesare Caldiero canonico, con licenza e presenza di me qual Rettore Curato ha bat- tezzato Giov. Filippo Vincenzo Francesco Gennaro Gaetano Caulino, figlio di D. Nicola e D. Angela Auriemma coniugi, abitante alla porta piccola della Pietatella, casa del Monte della Monica. Mammana Felicia Mosca, nato ai cinque detto di sopra, battezzato in casa con licenza di Monsignor Vicario Generale di Napoli. - ■ IJO — ricerca, ^iovando.si aiiclie, degli istrumenti, dei quali (|uesti era fornito. E mentre, [ler accontentare il suo genitore, si avviava all'esercizio del- l'avvocatura, studiando il diritto sotto la guida di Giuseppe Cirillo, non trascurava di seguire le lezioni di botanica di Domenico Cirillo. E traeva grande profitto dagli aimiiaestramenti. dei (juali questi, tra le pareti do- Fot. U. PlERANTONI Casa di Cavolini a Posillipo (ora Villa De Mellis) vista dal mare mestiche, gli era largo, in quella casa ospitale, in via Poitienuovo, nella quale convenivano quanti erano in Napoli, noti per dottrina. E sotto la guida di lui intraprese non poche ricerche di botanica ed entomologia II Cavolini serbò sempre un grande affetto verso il suo sommo e sventurato maestro, conservando tra le sue carte , quali sacre reliquie, alcune schede botaniche, accompagnate da tavole all'acquerello, di mirabile esecuzione. Queste schede oggi trovansi tra i manoscritti ca- voliniani, presso i signori De Mellis, eredi e discendenti del Cavolini. Frutto di questi studii fu una memoria sulla caprificazioue , da lui pubblicata nel 1782, all'età di ventisei anni, nella quale investiga la na- tura del fico, le diverse sue specie, i fiori femmine, maschi ed ermafroditi: e la produzione . ed il sesso dei fiori del profico. I dotti accolsero con plauso unanime le i-icerche del Cavolini e gli illustri Filippo Fontana ed Attilio Zuccagni gli richiesero, con lettere, i fiori e gli insetti del profico, per farli riprodurre in (^era nel museo fiorentino di storia na- turale, ad uso degli studiosi. — 91 — Mortogli il padre, il Cavolini, che come si è detto, erasi dato all'eser- cizio dell'avvocatura nou per propria inclinazione, ma per le premure dei genitori, abbandonati Digesti e Decretali, si consacrò, a tutt' uomo, ai suoi studii prediletti. E ritiratosi a Posilipo, in una villa prossima al lido, oggi Villa De Mellis, che, fra gli altri beni, aveva ereditata , for- nitala di libri e di strumenti atti allo studio delle scienze naturali, die opera ad investigare gli animali e le piante marine. E così', a Napoli, sul cadere del Settecento, per opera di un napoletano, sorgeva un em- brione di laboratorio per la investigazione biologica del nostro golfo, ' •.J.U.C :J::.^-~^<^ f'-^^ '^^,^.''•,^,■^^n?^<».^Ta.^M'^^cy^ u ^^rà^ ^^>^.^-' :l\x^if>^l.{0 cJf<»rl'K ,■.- ,/'>t^' I ' V , ' . , . , , ■ r~ ■ ■ K- ■" I /•'o^ U. PlERANTONl Fac-simile del mamiscritto di una memoria di F. Cavolini Non è dunque a maravigliarsi se il Guelin annovera il Cavolini tra i più chiari scrittori della storia dei zoofiti, e, ripetute volte, lo cita nelle sue opere. E grandi lodi ebbe puranche da Giuseppe Olivi e Lazzaro Spallanzani, come prova la corrispondenza tra essi interceduta. E lo stesso Pietro Simone Pallas, che in un suo libro su' zoofiti ac- cusava gl'Italiani, abitatori di coste così ricche di animali, di trascurarne lo studio, dovè nmtare il suo giudizio dopo gli studii del Oavouni del quale sollecitò la corrispondenza. <)H — <^ V f ■i ± ^ -è --3 4i J4 è ■; - ^ " ? - il ^ ^^ -:| 14 i 3 3 '1 ■t. r 5E 1 ? i 4='-,j " '; "t,?--'3 c^ ì 1, — 94 - Incoraggiato «lai plauso dei dotti, uell'anno 1788, il Cavomni diede in luce lo scritto, dal titolo: « Menmrhi .sulla genera.ìione dei pesci e dei f/idìirìn ». per la quale notomizzò numerosi pesci, fece ripetute osser- vazioni microscopiche, ritrueiidone. con somma diligenza. le varie parti, in ottimi disegni. E continuando sempre, con pari alacrità, le sue dotte ricerche, nell'anno 1792 pubblicò una memoria, in latino, frutto di ben quattro anni di studio, con la quale rivendicò i fiori ed i frutti della zostera, che il Turnefort. seguendo Teofrasto, aveva negato. Con siffatte opere, non grandi di mole, ma dense di grandi novità scientifiche, la fama del Cavolini crebbe talmente, che, quanti erano in Europa, insigni cultori di scienze naturali, entrarono con lui in rapporti epistolari, e non pochi tra essi, venendo a Napoli, si recavano a visitar!»». Lo Zimmermann tradusse in tedesco il suo libro sulla generazione dei pesci e dei granchi; l'Abildgard diede il suo nome ad una conchiglia, da lui illustrata, che chiamò Caolinia natans. E le accademie, Linneana di Londra, quella delle scienze di Torino e di Mantova, la fiorentina dei Georgiotìli lo ascrissero tra i loro socii e numerosi botanici; imposero il nome del (Javolini a varie piante. Questa fu l'opera dei Cavolini, alla quale attese, senza raiuto de" colleghi 0 di discepoli, e senza concorso di danaro pubblico o privato, ma da solo, e con le proprie risorse. Menava vita modesta e frugale, dedito soltanto ai suoi studii, die erano il suo unico e sommo diletto. E non ricordava la sua qualità di giurista, se non quando doveva prestare la sua opera, gratuita, per il povero, per l'orfano, per la vedova. Fu di somma modestia, godendo della sua fama, che lo rese celebre, forse, più tra gli .stranieri, che tra i suoi stessi concittadini, nell'interno del suo animo. Non chiese né sollecitò officii ed onori, e rifiutò quello, offertogli nel governo, nell'anno 1799. da Vincenzo de Filippis, ministro dell'interno della Repubblica pai'tenopea. E menò vita solitaria, beandosi soltanto dei suoi studii, fino all'anno 1805. nel quale gl'incoi'se una grave sventura. La sua casa, nella quale gli erano svelati i segreti della natura, ed in cui aveva raccolta una suppellettile preziosa di libri, d'istrumenti, di pesci, d'insetti, fu occupata dalle soldatesche ed egli ne pianse in cuor suo. Le vicende politiche gli avevano assottigliato il patrimonio, ed allora uno scoramento lo colse. Istituitasi, in quell'epoca, la R. Accademia delle scienze, ne fu nominato socio ed egli accettò, ed un decreto di Gioac- chino Napoleone del 1808, lo nominava professore nella nostra R. Uni- versità, alla cattedra speciale., creata per lui: Delle teorie generali della Storia Naturale dimostrata con le osservazioni i). 1) Decreto 20 novembre 1808, n. 206. Giuseppe Napoleone, ecc. Art. 1. Fra le cattedre di prima classe della nostra Univeri^ità degli studii — 95 — Ma ben poco tempo potè tenere l'ufficio affidatogli, perchè le amarezze passate, fortemente ne avevano danneggiata la salute. L'avvicinarsi della primavera gli aveva fatto rinascere il gusto delle sue peregrinazioni ma- littime. e fatta approntare, un giorno, come soleva fare, una barchetta, con i suoi lìdi marinai si accingeva ad andare scrutando le grotte, che trovansi tra Posilipo e Nisida, quando, ad un tratto, un soldato, armato, con fare imperioso, chiese di essere accolto nella navicella , e di essere condotto alla casa di Cavolini occupata dai suoi commilitoni. I marinai si rifiutano ed accennano a pigliare il largo, ma il soldato, di botto, si gitta nella imbarcazione, facendola capovolgere. Solleciti i marinai salvano il soldato ed il Cavolini, che è condotto a Napoli, nella sua casa in Via S. Giovanni in Porta, e per lo schianto, ebbe a sentirsi male e, dopo pochi giorni, colpito da febbre tifoide, nel 15 marzo 1810 moriva. Il suo corpo fu sepolto neUa Chiesa di S. Michele a Piazza Dante i). Di Filippo Cavolini non ab- itiamo ritratti, tranne quello, a dir di Delle Ghiaie^), nella vignetta che riproduciamo, che rappresenta la veduta meridionale della Gaiola , a Posillipo. Sotto la grotta, se- micoverta vede si Cavolini. dentro una barchetta . ]n"ov- veduto di ombrello, nell'atto di dirigere dei marinai che Fot. v. Pierantoxi raccolgono animali marini. ,, j . a i ^ n /■ ,-,1 „ d^oìh;.,, ° Veduta ineiidioualc della (xaiola a Posulipd Delle Chiaie dice pure che rappresenta Cavolini accanto ad un spaccamonte la figura che .si vede ve ne sarà dal prossimo novembre in poi una delle teorie generali della Storia naturale dimostrata con le osservazioni. Art. 2. E nominato professore della medesima il -Sig. Filippo Cavolini il quale dovrà trasmettere al Museo di Storia Naturale con la conveniente descrizione gli oggetti raccolti, analizzati e dimostrati... 1) Matrice parrocchiale Chiesa di S. Giovanni in Porta Napoli. Certifico che dal libro dei defunti di questo archivio parrocchiale risulta quanto appresso: A di 15 mai'zo 1810 D. Giovanni Filippo Cavolini, figlio del quondam avvocato D. Nicola e D. Angela Auriemma di anni 51 circa, celibe, munito con tutti i Santi Sacramenti è passato in miglior vita ed il suo cadavere è stato sepolto nella Congrega Jei Sacerdoti di S. Michele a Porta Spirito Santo. 2) Stefano Delle Chiaie nel 1853 (Benevento tipografia delle Streghe) pub- blicava le Memorie pnatunie sceverale dalle autografe di Filippo Carolini. Molla vi^nettìi iiiizialf di micsti) so ELENCO GENERALE IJKLLK OPKHK DI FILIPPO CAVOLIN I If.iflessioni sulla memoria del Sig. Abate Eaimondo Maria de Tekmeyee sopra il Pulce acquaiolo, nelle quali si espone la meravigliosa fabbrica ed eco- nomia di questo animaletto. Riflessioni sulla generazione dei Funghi. Memoria per servire alla Storia compiuta del Fico e della Proficazione (con 1 tav.). Tavole sulla proficazione (tav. I-IV). Memorie per servire alla Storie dei Polipi marini (con 12 tavole): Memoria Prima — Sulla Gorgonia, Corallo, Madrepora e Millepora — Ri- flessioni sopra i Polipi descritti. Memoria Seconda — Nuove ricerche sulla G-orgonia e sulla Madrepora e conferma delle ricerche precedenti. Memoria Terza — Sulla Sertolara e Tubolara. Memoria Quarta ed ultima — Su le Pennatole, gli Alcioni, le Spugne. Ulteriori osservazioni sulle Sertolare (con 1 tavola). Memoria sulla generazione dei Pesci e dei Granchi (con 3 tavole l. Parte Prima — Lia generazione dei Pesci Spinosi. Parte Seconda — La generazione dei Granchi. Appendice sulla generazione dei Pesci Spinosi. Appendice sulla generazione dei Pesci cartiliginosi, ossiano Amfibii respiranti per mezzo delle branchie al modo dei Pesci Spinosi (con 3 tavole): Zosterae Oceanicae L'mnei ANOHSIS (con 1 tavola). Phucagrostidwn Theophra^ti ANeHSIS (con 2 tavole). Nota sul Citino Ipocistide (con 1 tavola). Discorso sulla Fisiologia dei Piantanimali. Saggi microscopici sul Polline di varie piante nostrali e descrizioue del con- volvolo marittimo d'Imperato. Animali molluschi indigeni o esotici del cratere napolitano scoperti ed illu- strati (con 5 tavole). Note miscellanee. Sulla Fruttificazione del Carrubo. Appenninorum montium Carapaniam ambientium physica disquisitio (con 3 tavole). Saggio di Storia Naturale dell'estremo ramo degli Appennini che termina di- rimpetto all'Isola di Capri (con 1 tavola). Progymnasma in veterum Jureconsultorum Philosophia. INDICE -SOMMARIO RIASSUNTIVO DELLE PUBBLICAZIONI DI FILIPPO CAVOLINI premesso alla ristampa delle Opere edita dalla {Sooiotà. di ISta.tvir-a.listi 1910 ZOOLOGIA l.e opere di Zoologia posswuo ripartirsi nel cinque s^ruppi ses^uenti: 1. Sopra il pulce acquaiolo (1778;. Sopra il pulce acquaiuolo Anatomia e biologia di due specie di cladoceri e discussione della possilDile importanza di una di esse per la spiegazione delle piogge di sangue riferite dagli antichi 2. Su i polipi marini [dove sono pure note intercalate ri- guardanti i protozoi, le spugne ed altri invertebrati marini] 1785. Memorie per servire alla storia de' Polipi marini I. Sulla (.Torgonia, Corallo. Madrepora, e Millepora. II. iNuove ricerche sulla Gorgonia, e sulla Madi-epora: e conferma delle ricerche precedenti. IH. Sulla Sertolara e Tubolara. IV. Su le Pennatole. gli Alcionj, le Spugne. \. Discorso sulla Fisiologia de' Piantanimali. VI. Ulteriori osservaziojii sulle Sertolare. Descrizione particolareggiata delle località in (-ui si trovano . delle condizioni naturali di esistenza e della tecnica più opportuna per l'osser- vazione sul vivo degli organismi studiati, — 102 — Esame accurato delh; diverse manifestazioni vitali, specialmente per ciò che riguarda motilità, modo di alimentazione, formazione ed emissione delle uova e caratteri di queste, rapporti esistenti fra lo scheletro e le parti molli nei singoli animali e struttura intima di quello in confronto con altre produzioni organiche analoghe. Osservazioni ed esperienze intorno alla capacità di rigenerazione dopo lesioni naturali od artiiicialmente prodotte in animali mantenuti nelle con- dizioni naturali di vita; dimostrazione di intensa rigenerazione, della pos- sibilità di innesto fra rami dello stesso organismo, della esistenza di una polarità assile e della non esistenza di predeterminazione polare. Descrizione minuta dei caratteri esterni di molte specie di Idroidi ed altri organismi più o meno affini viventi nel Golfo di Napoli con som- marli; riferimenti alle notizie datene precedentemente specialmente da Im- perato, Donati, Pallas, Ellis, Linneo. Paragone tra l'organizzazione degli Idroidi marini e quella dell'Hydra studiata dal Trkmbley. Note caratteristiche e differenziali di ciascun gruppo di animali esaminati e caratteri comuni della loro organizzazione generale. Excui'sus sull'importanza dei resti organici per la formazione delle rocce calcaree, sulla enorme distruzione di uova capitate in siti illuminati come causa dell'esistenza di Sertolare solo nelle caverne ombrose, su di alcuni infusorii marini e sulla esclusiva formazione di questi da organismi preesistenti, provata con la sterilità di infusioni bollite, su due specie di Aeolididei, su di alcune alghe marine e sulla propagazione dei funghi per spore. B. Sulla generazione dei pesci [in queste memorie si tro- vano pure osservazioni su altri verterbrati (Lampreda , Rospo, Lucertola)] 1787. Memoria sulla generazione dei pesci e dei granchi Parte prima. — La generazione dei pesci spinosi. Appendice. — Sulla generazione dei pesci spinosi. Descrizione anatomica minuta di alcuni teleostei , specialmente ri- spetto al sistema circolatorio, digerente e riproduttore maschile e fem- minile di parecchie specie. Varie notizie biologiche relative, specialmente sui periodi di maturità sessuale. Osservazioni sulla gestazione esterna dei Sj/nf/uafha.s e sugli embrioni di queste e di altre specie di Teleostei, notandone le somiglianze con lo sviluppo degli Anfibii studiati da Spallanzani e le differenze con quello degli Amnioti, Osservazioni e considerazioni varie per escludere per i pesci ovipari una fecondazione interna e per ammetterne invece una esterna. - 103 — Dimostrazione anatomica dell'ermafi-oditismo di due Teleostei ed eli- minazione di altri pretesi casi simili metliante la diretta osservazione Considerazioni gf^nerali sulla riproduzione. Appendice sulla generazione dei pesci cartilaginosi (Postuma) Discussione della posizione sistematica dei Sciaci. Descrizione accurata del sistema circolatorio nel Rospo adulto e nel Girino, speciahnente in rapporto al sistema circolatorio, e dei fenomeni della metamorfosi. Descrizione anatomica, specialmente del sistema circolatorio , della Lacerfa, Trìton, Sajllium e Petromyzon^ per il quale viene confermata l'osservazione precedentemeute pubblicata deUa natura olfatti\'a della na- rice impari (creduta fistola polmonare da Linneo) e notata la differenza dell'apparato branchiale fra esso e gli altri pesci. Descrizione degli organi riproduttori nella Lacerta e di alcuni punti dello sviluppo, specialmente per ciò che riguarda la circolazione vitellma ed i rapporti di questa col fegato. Appunti anatomici specialmente sul sistema riproduttore di un ofidio e di alcuni pesci con descrizione di alcuni stadii di sviluppo di Torpedo. Osservazioni sul riassorbimento del sacco vitelUno e su di alcuni crostacei parassiti dei gelaci e specialmente in Squatina e Mustelus , con descri- zione dei rapporti e del destino della placenta vitellina di quest'ultimo. 4. Sulla generazione dei granchi [contiene anclio osserva- zioni su i Molluschi cefalopodi] 1787. Memoria sulla generazione dei pesci e dei granchi Parte seconda. — La generazione dei granchi. Biologia di varie specie di crostacei. Descrizione anatomica del loro sistema circolatorio, respiratorio, nervoso, degli organi di senso e dell'ap- parato digerente. Esame accurato degli organi riproduttori, femminili e maschili, dei caratteri delle uova, di alcuni stadii di sviluppo di queste. Osservazioni sull'accoppiamento, sulla muta di questi animali e sul genere di nutrimento loro e di altre specie marine. Osservazione e descrizione dei fenomeni di parassitismo da parte di Rizocefali ed Isopodi parassiti, con descrizione delle larve che ne derivano. Osservazioni sulla biologia e l'anatomia della Seppia, ed anche dei Meaozoi suoi parassiti. - 104 — Osserv^tzione delle larvo di accidie composte, interpretate pero .nolto diversameute. 5. Opere liammeiitarie. Animali molluschi indigeni o esotici del cratere napolitano Uonsideruzioiii generali sull'aiiatoniia e la HsioJugia degli invertebrati e note miscellanee varie su di un gran numero di questi, appartenenti ai più diversi tipi (Celenterati, Echinodermi, Vermi , Molluschi . Tunicati , con speciale riguardo alla biologia ed all'anatomia delle singole forme Numerosissime osservazioni interessanti, ma frammentarie, da consi- derare come appunti staccati. Più estese le osservazioni sull'anatomia e lo sviluppo della Seppia CUI aveva già accennato nella Memoria sulla generazione dei pesci e dei granchi. ■J '- BOTANICA l,e opere botaniche possono ripartirsi nei tre g:rnppl seRruentlt 1." Sulla Froticazione. Del Fico e della Proficazione La memoria è divisa iu 40 capitoli dedicati allo studio organografico del fico ed a quella pratica in uso fin presso gli antichi che è la capri- ficazione. Intorno alla natura morfologica del tico, sconosciuta fino al se- colo XV. rileva il Cavolini trattarsi di uno speciale ricettacolo nella su- perficie interna del quale stanno impiantati i fiorellini. Tanto nel fico do- mestico che nel selvaggio (profico, caprifico) si ha una duplice produzione di ricettacoli, gli uni sul ramo antico, gii altri sul nuovo. Nei soli primi fichi del profico hannosi fiori maschili e femminili . mentre nei secondi fichi di tal pianta (madri del profico), come in entrambi i ricettacoli del fico domestico si hanno soli fiori femminili. Per questi caratteri il Cavo- uni ritiene doversi ascrivere il fico alle Polygamia-Dioecia considerando androgini, ossia ermafroditi, i ricettacoli primi del profico. Data la natura ricettacolare del fico, la maturazione di esso può es- sere promossa da condizioni varie talché la fecondazione non sia di as- soluta necessità. Ma si è visto in antico che certe varietà di fico dome- stico perfezionavano il loro frutto solo quando si trovavano nella vicinanza del profico : da questa osservazione ebbe origine la pratica della profi- cazione che il Cavolini discute ampiamente dal lato storico e teorico. Gli agenti naturali della raprificazione sono dei moscherini che compiono l'uf- ficio di trasportare il polline o polvere fecondante dai profichi o primi fiori del profico, alle madri di questo u ai fiori del tico, mentre vanno a deporre le loro uova nei fiorellini femminili. Al Cavolini parvero due le specie di tali moscherini, e cioè Vlchimimon Psenes di color nero [aten e più frequente, e l'I. Ficaritis di color rosso (rnfus). Di entrambi dà la descrizione latiiui. e descrive minutamente la « maniera bizzarra » con cai questi animaletti rendono all' uomo un sì gran servigio. Pvagiona a lungo sui loro costumi, compie esperimenti per — 106 — deteriuiiiiii'e coiiu' .si iiutroiu» o .si moltiplicano. Os.scrva la tliacliiusione delle loro uova e le metamorfosi nei ricettacoli del proKco, e discute la mancata di.schiu.sione nei fiori del fico, che io porta a considei-azioni sui piocos.si iermontativi indotti dalla d(qiosizione delle uova nei ti(jri iem- ininili, d'ondo la lallazione di (jue.sti e la successiva maturazione dei frutti, che nella comune pratica viene pur agevolata con la puntura e l'unzione, con olio, dei ricettacoli. A spiegare poi come alcune varietà di fico periezionino i loin iVutti senza bisogno della caprilicazione, il Cavolini fa intervenire il concorso di speciali cause intrinseche ed estrinseche clie riduce a tre principali: la diversa tessitura delle varietà, il sito ove crescono e la natura del terreno. Esposta la pratica ed i fenomeni della proficazione, l'autore tratta di altri animali che o danneggiano il moscherino o si allevano ancor nel fico o sono, comunque, nocivi alle piante di fico. Seguono poi alcune conside- razioni sulla produzione di ricettacoli tanto nel profico che nel fico, la quale ordinariamente è duplice, ma può ridursi talora ad una volta sola. Chiude la memoria il Prospecfus Caprificationis nel quale sono bi'e- vemente riassunti i fatti osservati e le deduzioni da essi tratte. Accom- pagna la memoria una bella tavola ove sono disegnati rami di profico e di fico, i fiori maschili e femminili, e i moscherini colle loro metamorfosi. Sull'argomento vi sono anche quattro tavole postume. 2." Sulle piante marino. a) Phncagrostis . h) Zostera. e) Sul Citino ipocistide. Phucagrostidum Theophrasti 'Ave-rjaig (1792) In questa memoria il Cavolini studia la fioritura di due piante ma- rine che distingue coi nomi di Phncagrostis maggiore e minore su cui qualche cenno diede Tkofrasto mentre solo della seconda fu conosciuta fra i suoi contemporanei dal Rey, che la chiamò Zostera marina. Quanto alla maggiore egli dice trattarsi di specie dioica; ne descrive il fiore ma- schile, il femminile e ne indaga la fecondazione, descrive il seme e studia il processo della germinazione, concludendo col classificare la pianta nella Dioecia Tetrandria col nome di Phuragrostis major Theophrasti. Quanto alla fucagrostide minore nota le inesattezze delle descrizioni del Rky e del Moering che la chiamò Ruppia. Descrive poi gli organi sessuali da cui riconosce trattarsi di specie ginandra; indaga il modo di fecondazione. Descrive il seme, in cui trova due cotiledoni , ed il modo come (juesto si sviluppa e germoglia. Fa indi delle considerazioni sulla — 107 — fecondazione nelle piante ac(iuatiche sommerse ed emerse, riportando sue osservazioni su vai-ie specie di Fotaiuogcton del Sebeto e delle paludi di Napoli, sulla ZanichdUa pahistris, la Callitnche verna, il Ccratophijllnm, il Myriopìn/lhon vcìiinllatum, la Ghara vulgaris e la Lemna (jibba, descri- vendone gli organi sessuali e la fecondazione che solo per alcune avviene fuori dell'acqua. Zosterae oceanicae Linnei Avoyiaig (1792j In questo lavoro l'A. tratta della fioritura, fruttiticazione, germina- zione e sviluppo della Zostera, pianta già conosciuta dai Greci e menzio- nata da Teofeasto, ma di cui i iiori non erano conosciuti, fino ai nostri tempi dai botanici, mentre se ne conosceva il frutto. Dopo aver riportato e discusso un passo di Teofeasto, ed aver accennato alle scarse cono- scenze che si avevano di questa pianta per opera di alcuni botanici e specialmente del Vallisnieei, che ne descrisse il frutto, riferisce la posi- zione sistematica della specie alla classe Ginandria ordine Poliandria se- condo Linneo, ed all'ordine delle Aroidee, secondo A. L. De Jxjssied. I lavori dell'HEDWiG sui muschi, e sulla fecondazione delle piante m generale fecero nascere nell'animo del Cavolini il desiderio di conoscere alcunché della riproduzione delle piante acquatiche sommerse: e quindi intese a fare le sue osservazioni sulla Zostera, pianta fanerogama marina assai abbondante nel nostro golfo. Avendone raccolto nell'ottobre del 1787 esemplari in fiore, ne fece oggetto di continuati studii dal 1787 al 1791. Descrive pertanto, nel suo lavoro, ampiamente la Zostera marina od ocea- nica, ne osserva i fiori, e nota la particolare forma filamentosa del polline. Studia la struttura e lo sviluppo della pianta tutta, dei fiori , del frutto, dei semi, fa esperienze sulla loro germinazione, per seminagione artificiale, e quindi dà una descrizione botanica delle specie facendo se- guire alcune osservazioni sulla fioritura della pianta. In ultimo tratta della fecondazione della specie nella quale l'aura seminale dallo stimma feconda il germe. Chiude il lavoro con la spiegazione della tavola. Nota sul Citino ipocistide ^1806) Con questa nota viene illustrata la descrizione botanica e la tavola del Citino ipocistide, pubblicata tra le opere postume del Cavolini. Il Ci- tino ipocistide che vive parassita sulle radici dei Cistus salviaefoUus è una pianticella non infrequente nelle nostre regioni meridionali in luoghi pochi discosti dal mare. Dopo un accenno alla descrizione della specie lasciataci dal Fasano (1788), si ricorda che il Cavolini ne fece oggetto dei suoi studi, dei quali, per disgraziate circostanze, non rimangono che la descrizione botanica ed una tavola illustrativa di mano del Cavolini me- desimo. Si descrivono quindi i caratteri della pianta, il modo come ger^ mogliando il seme, si unisce coi tessuti della radice del GiMus, l'epoca delta fioritui-a e fruttificazione. L'A. discorre del succo gommo-resinoso — 108 — del Citino , adtipeiato per la coiiteziuue della teriacH . ed osserva die i contadini mangiano i giovani germogli della pianta . a soiniglian/a dei caroiotì. Dai caratteri fiorali della specie l'A. la riferisce alla classe Mo- noecia ordine Ginandria, e non come Linnko aveva fatto, alle Ginandi-ia dodecandria, pel fatto che sulla stessa pianta vi sono liori staminiferi e pistilliferi. Segue la descrizione botanica della specie preceduta da min bi-eve nota etimologica del nome generico e specifico, e seguita dalla spie- gazione della tavola. H." Sulla i^cnerazione dei Funghi. Saggi micro.scopici sul pollino. Sulla t'ruttificazioue dol Carrubo, Sulla generazione de' funghi 1778» Dopo aver riassunto le conoscenze del tempo sulla propagazione di questi infimi vegetali, cerca di provare che i funghi nascono per fer- mentazione nei vegetali disfatti a guisa delle galle sul ramo per lo squarcio prodotto dal cinipe. A tale scopo studia la struttura del fungo trovando che gli agarici formati per contiguità delle serie di parti solide o glo- betti i quali sono gli stessi che riempiono gli spazi tra vasi e fibre nelle piante. Tali sue vedute però vennero in seguito totalmente modificate (v. memoria sui polipi marini). Saggi microscopici sul polline di varie piante nostrali etc i Posi urna ì Questo lavoro è diviso iu due paragrafi: uel primo l'A descrive gli organi fiorali, specialmente stilo e stimma, ed il polline di varie piante, in particolare del Convolvultis Soldanella (di cui nota la viviparità) C. al- theoides, G. seplum, C. Imperati., discorrendo pure delle modificazioni che subisce il polline in contatto dei liquidi e della sua funzione fisiologica. Nel secondo paragrafo dà la descrizione del Convolvolo marittimo d'Imperato. Comincia col descrivere il C Soldanella, trovato nel 1785 al lido dei Bagnoli, ne osserva lo stimma e vi riconosce la esistenza di papille atte a trattenere il polline, descrive la struttura vescicolare e la forma dei granelli pollinici e riconosce che nei casi osservati . non il granello di polline, ma solo il suo contenuto, il quale è mescolato ali" umore vi- scoso dello stimma, passa nell'ovario a fecondare gli ovuli. Discorrendo della fecondazione ammette 1' analogia tra i grani di polline e le vesci- — 109 — rhettp seminali defili animali, tra Ip. antere ed i teisticoli. Ammette, rome fattore necessario per la fecondazione dell'ovulo la unione del onntenuto liquido dei gfranuli di polline, col liquido vischioso dello stimma. Nelle piante osservate i granelli di polline, goniìandosi, scoppiavano in presenza dell'acqua producendosi la fuoriuscita del liquido interno. In un caso pare abbia osservato, senza riconoscere il valore, la formazione di uno o più tubi pollinici (polline dei Convolvolo delle siepi). Ha studiato pure il pol- line della ('appans spinosa, echinato come nelle malve, del Rosolaccio, di cui analizza anche il peduncolo fiorale pel decorso dei fasci vascolari, delle Orohioiclie. dello Spartlum jimceuni . del Sonchus oleraceus , di cui esamina la struttura dello stilo e dello .stimma riconoscendo essere im- possibile il passaggio del polline nello stilo per la differenza delle dimen- sioni dei gl'anelli pollinici e degli elementi conduttori dello stilo e dello stigma. La seconda parte del lavoro comprende la descrizione particolareg- giata dei caratteri specifici del Convolvolo d' Imperato, l'epoca della fio- ritura, il modo di propagarsi per organi sotterranei, terminando colla de- scrizione del fiore e delle sue parti. Sulla fruttificazione del Carrubo iPostunid) In questa nota l'A. discorre della posizione sistematica della Cera- fonia Siliqua collocata dal Linneo nella classe Polygamia, ordine Dioecia, ed osserva che avendo studiato i caratteri sopra specie spontanee, proprie del nostro Appennino non vi riconobbe i caratteri assegnati alla specie dal Linneo. Spiega il fatto, notando che Linneo ne aveva studiato i ca- ratteri sopra individui coltivati, e non già spontanei. Ed inoltre poco poteva il Linneo desumere dagli autori antichi, i quali non avevano ben conosciuto il carrubo o male ne avevano raffigu- rati i caratteri specifici. Parlando della ubicazione del carrubo, che sul nostro Appennino ver- deggia da Castellammare ad Amalfi, accenna alla struttura geologica ed alla climatologia della regione. Descrive quindi la fioritura del carrubo che si verifica in settembre e dà i caratteri specifici secondo il sistema linneano, del fiore maschile e dell'ermafrodito. Nota la deiscenza longitudinale delle antere; questo ar- gomento, dice, meriterebbe ulteriori indagini dal filosofi botanici. Pai'la della forma del polline e nota nel fiore di un sesso, l'abbozzo dell'altro sesso, come si osserva in piante simili a fiori diclini; la indagine però della cagione fisica della distribuzione dei sessi sulle piante non potrebbe condurre che ad affermazioni vaghe od ipotetiche. Volendo poi indagare come avvenga la impollinazione nel carrubo, del quale, per lungo tratto . non si trovano che individui femmine (di- struggendosi per io più i maschi dai contadini, od innestandovi su fem- - no — mine, perchè li ritengono selvaggi ed inetti) non sembrò all'iiutore potere essere il vento il veicolo del polline, data la scarsezza di questo ed il lungo tratto che avrebbe dovuto percon-ere, ostacolato ancora dal fogliame dell'albero sul (juale avrebbe dovuto cadere. E però ben osservando si avvide che sciami di moscherini , tra i quali riconobbe diverse specie d'insetti, correvano sopra i carrubi fem- mine; non potette per altro osservare se questi moscherini avessero vi- sitati prima i liori maschili per inqHilliiiarsi, ovvero corressero sulla ])iaiita femmina a solo scopo di difendersi dai raggi del sole. Crede l'A. che questi moscherini riceventlo il polline sparso nell'atmosfera dalle piante maschili, lo trasportassero poi sulle piante femmine. La pratica usata dai contadini di innestare cioè su carrubi maschi ì rami di piante femmine, pur lasciando intatto il ramo principale del soggetto, spiega come possa avvenire facilmente la impollinazione, sul quale argomento l'A. si riserba di fare ulteriori studi su piante vegetanti nella sua villa ai Camaldoli e constatare i rapporti tra l'uno e l'altro individuo della specie. Corregge, in ultimo, l'opinione di Giov. Banino il quale asseriva che il carrubo nato da seme non giunge al terzo anno senza perire. Ad Amalfi infatti , se- condo l'A. tra le spazzature abbondano i semi del carrubo, i cui frutti si mangiano dalla povera gente, e questi semi subito germogliano, certo per le favorevoli condizioni di clima. Accenna inline alla struttura del seme del carrubo ed alla forma e posizione dell' embrione , notando una differenza tra i semi provenienti da carrubi della costiera e quelli di altre regioni. BOLLETTINO DELLA ÌTA DI NATURALIST iiv :x:A.i*orvi VOLUME XXIV (SERIE II, VOL. IV) 1910 G o n. 3 t a -^ o 1 e (Pubblicato il 30 ma.i^gi.) 1911) A '0\ "^"-^ /-V NAPOLI K. STABILfMRNTO TIPOGRAFICO FRANCESCO GIANNINI \ Flftl.l S>trada Cisterna dell'Olio I]VI3I0e: 1 5 '.» is PiEBANTONi U. — Origine e struttura del corpo ovale àe\ Dacti/lo- jiius citri e del corpo verde doli' Aphis brassicae. il u 9'.J Gauthier V. — Poche osservazioni al lavoro del prof. L. Ricciardi « Su le Relazioni delle Reali Accademie delle Scienze di Napoli e dei Lincei di Roma sui terremoti calabro-siculi del 1783 e 1908. » . » li:} Cdtolo a. — Una nuova sofisticazione dell'olio di ulive. Nota . » 117 Ricciardi L. — Il sismismo, il vulcanismo e la costituzione geofisica del geoide » 121 CoTRONKi G. — La fascia vitellogena nell'oocite in crescita di .1/;- tedon rosacea. Nota preliminare riassuntiva . . . >- 155 ('UTOLO A. — Composizione e valore nutritivo dei « taralli », pro- dotto della panificazione speciale di Napoli ...» 158 Gargano C. — Di alcune formazioni patologiche a tipo epitelioide. I. Il Molhiscìiììt contagioswn di Bateman (con la tav. Ili) » 1G5 FiERANTONi U. — Osservazioni su Apkrophora spmnaria L. . . » 289 (Mutolo A. e Calendoli E. — Analisi chimica e batteriologica del- l'acqua di Assauo . . » 295 PiER.ANTONi U. — Sul corpo ovale del Dadi/lopins. Nota ...» :}0:5 Garuano C. — Trapianti di tumori epiteliali umani nel sorcio {Afus jinsculus) e loro trasformazione in sarcomi. Nota pre- ventiva. ........... 305 Riccardi L. — Su la invenzione del Tectonismo . . . . » 309 PiccoLi-FoÀ J. — Azione dell'anidride itaconica sopra i p-ammido-fe- noli. Contributo allo studio sulla Tautomeria ...» 337 Processi verbali delle tornate » 3(55 MoNTicELU Fr. Sav. — Sul ciclo biologico dei cestodi degli uccelli acquatici ........... 3(i(i — — — Su i Nemertini d'acqua dolce in Italia. . » 3G7 Pikrantoni U. — Sull'ermafroditismo larvale àUcerya purclmsi. . » 379 Consiglio direttivo per l'anno 1911 » 381 Elenco dei socii » 383 Elenco dei cambi ..........>• 387 Elenco delle pubblicazioni pervenute in dono . . . . » 395 Gli Autori assumono l' intera respousaiiillta dei loro scritti. ESTRATTO DAL REGOLAMENTO lll'LLA SOCIETÀ {approvato nella tornata del 14 agosto 1898) IV. Del Bollettino. Art. 31. La Società, pubblica un Bollettino contenente i^'/'O- cessi verbali delle assemblee e delle tornate e lavori o-riginali dei soli soci ordinarii. Art. 32. I processi verbali delle tornate ordinarie debbono contenere : a) r elenco dei socii presenti ; b) V enumerazione dei lavori originali letti , con 1' indica- zione se vengono o no pubblicati nel Bollettino ; C) una breve notizia delle comunicazioni verbali ; d) V indicazione delle letture e delle conferenze fatte nella tornata ; e) e i nomi dei socii ammessi, e quelle deliberazioni che si crederà opportuno pubblicare. Art. 33. I lavori da pubblicarsi nel Bollettino dovi-anno esser letti nelle tornate. Sui lavori letti potrà esser fatta discussione. Quindi i lavori restano sette giorni in Segreteria a disposizione di quei soci , che volessero ponderatamente esaminarli. Trascorsi i sette giorni, se non è pervenuta alla Segreteria nessuna osser- vazione da parte di alcun socio, il lavoro è passato alla stampa. Essendovi discussione, questa verrà fatta nella prossima tornata, informandone 1' autore, perchè possa intervenirvi : la discussione sarà pubblicata nel Bollettino, in seguito al lavoro, tenendosene pure conto nel processo verbale. Art. 34. I lavori già pubblicati non possono essere stampati nel Bollettino. Art. 35. Il socio , che non è in regola con la cassa sociale, non può pubblicare nel Bollettino. Art. 36. I soci ammessi a far parte della Società da meno di un anno non hanno dritto a pubblicare nel Bollettino, se non pagano anticipatamente 1' annata intera. Art. 37. Nel caso di lavori fatti in collaborazione da più soci, questi debbono essere tutti in regola con la cassa, perchè il la- voro possa essere pubblicato. Art. 38. I lavori debbono versare sopra argomenti di scienze naturali e loro applicazioni. Art. 39. Il'' Consiglio direttivo cura la pubblicazione del Bol- lettino. Art. 40. Il numero dei fascicoli del Bollettino sarà determi- nato anno" per anno dal Consiglio direttivo. Art. 41. Grli autori avranno gratuitamente gli estratti dei loro lavori. Il numero di questi sarà ogni anno determinato dal Consiglio direttivo. Art. 42. Gli autori potranno avere un numero maggiore di estratti a proprie spese. Art. 43. Le tavole e le figure nel testo saranuo fatte a cuiii (Iella Società, e gli autori pagheranno, per ciascuna tavola o fi- "•ui-a, un contributo, che sarà caso por caso stabilito dal Consi- glio direttivo, tenendo conto dell' importo delle tavole e delle condizioni del bilancio. Gli autori, pertanto, saranno obbligati a depositare una somma , che sarà anche volta per volta stabilita dal Consiglio, prima di dare alla slampa il lavoro. Essi potrannc» indicare il litografo dal quale intendono siano eseguite le tavole salvo il consenso del Consiglio direttivo. Art. 44. La Società può limitare i fogli di stampa, cui gli • autori hanno diritto, in ciascun anno sociale, su proposta del Con- siglio direttivo in un'Assemblea generale; tuttavia nel caso che sia presentato un lavoro, che per la sua mole importi una spesa considerevole, il Consiglio direttivo può invitare la Società, anche in una tornata ordinaria, a deliberare sopra la opportunità di stamparlo. Art. 45. Per quei lavori, che importino una spesa tipografica straordinaria, gli autori , dietro proposta del Consiglio direttivo, approvata dall'Assemblea in una tornata ordinaria, potranno es- sere obbligati a concorrere alla spesa. Per quanto concerne la 'parte scienti-fica ed amministrativa dirigersi al SEGRETARIO .DELLA SOCIETÀ Dr. Francesco de Rosa, presso la sede della Società : Via S. Sebastiano, 48 d. Sono vivamente pregati i sodi m-dinarii non residenti di spedire la loro contribuzione annuale al sodo cassiere Sig. EMILIO TE ANI Istituto Zoologico della B. Università^ Napoli. Gli autori assumono la piena responsabilità dei loro scritti. Per questo anno la Società dà agli Autori 75 copie di estratti con copertina stampata secondo apposito modello. Per dò die riguarda la vendita del Bollettino rivolgersi alla Via S. Anna dei Lombardi. N. 53 —Napoli Prezzo del presente volume L. 20,00. ONORANZE E FESTEGGIAMENTI NEL 1.» CENTENARIO DAtJ.A MORTR Df FILIPPO CAVOLINI SOTTO L'ALTO PATRONATO DI S. M, VITTORIO EMANUELE III RE D' ITALIA DALLA (12-13 SETTEMBRE 1910J SUPPLEMENTO AI. BOliLETTlKO DELLA SOCIETÀ DI HflTUHflIilSTr>,\ . \p^/ ^ in KTapoli \^p^ , Anno XXIV -Voi. XXIV NAPOLI R. Stabilimento Tipohrafico Francesco (Giannini & Pkìm Cisterna dt'll' Olio 1911 MBI, WUOI I lURARY UH ITRH H ^^l '-\»\-! #f^^ 'jP'kJf*^ Ita <- ;^ .i^> •J^ W<> TV> t- .?)1' M"