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BOLLETTINO
BELLA
SOCIETÀ DEI NATURALISTI
IN NAPOLI
VOLUME L X X I I - 196 3
PUBBLICATO SOTTO GLI AUSPICI DEL CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE
NAPOLI
Stabilimento Tipografico G. Genovese Pallonetto S. Chiara, 22 1964
BOLLETTINO
BELLA
VOLUME L X X I I - 1 9 6 3
PUBBLICATO SOTTO GLI AUSPICI DEL CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE
NAPOLI
Stabilimento Tipografico G. Genovese Pallonetto S. Chiara, 22 1964
GEREMIA D’ ERASMO
Commemorazione del socio MARIA MONCH ARMONT ZEI
(Tornata del 22 febbraio 1963)
Ho accettato con animo grato ronorifìco incarico del nostro Presidente di commemorare in questa sede, che ne vide la fattiva operosità, l’indimenticabile mio Maestro, prof. Geremia D’Erasmo, nel primo anniversario della Sua morte.
Temo tuttavia che la mia inesperienza e soprattutto la profonda commozione che mi domina per l’affetto filiale che mi legava a Lui, non mi consentirà un’esposizione ordinata e serena della Sua lunga e feconda opera.
Conobbi Geremia D’Erasmo nell’ottobre 1944 quando, dopo gli eventi bellici della seconda guerra mondiale, cominciai a frequentare l’Istituto di Geologia per completare i miei studi.
Ancor prima di raggiungere la laurea ebbi la disgrazia di perdere tragicamente il mio adorato Babbo e non potrò mai dimenticare quanto il prof. Geremia D’Erasmo mi sia stato vicino in quei tristi giorni. Tale circostanza mi legò da allora a Lui, nella cui bontà trovai un conforto al mio dolore. Egli, già duramente provato dalla vita, era sempre molto comprensivo verso chi soffriva.
Conseguita la laurea, nel luglio 1945, fui da Lui trattenuta presso l’Istituto di Geologia e da allora ne ho seguito e talora diviso le ansie ed il lavoro fino alla Sua scomparsa.
Ora più che il dovere di ricordarlo qui, in questo Sodalizio, dove è presente alla memoria di ciascuno di noi, è più vivo in me il bisogno di tributargli quella testimonianza di affetto filiale che ebbi per Lui, anche se altri, più degnamente di me, avrebbe potuto commemorarLo. Ma desidero ricordare in particolare le sue doti di bontà di cuore, di affabilità e di ricchezza di umani rapporti, la Sua personalità di Maestro, a cui debbo la guida nei primi passi della
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carriera, l’incoraggiamento nei momenti difficili, l’aiuto illuminato che generosamente largiva a chi ricorreva a Lui.
Geremia D’Erasmo, figlio di Pasquale e di Celeste Gigante, nacque a Carbonara di Bari il 23 marzo 1887. Iscrittosi alla Facoltà di Scienze Naturali nell’Università di Torino nell’anno 1904-1905, passò poi in quella di Napoli, dove completò gli studi universitari nel 1908. Si laureò all’età di 21 anni ed oggetto della sua tesi fu uno studio originale, geologico e paleontologico, sui calcari fossiliferi di Pietraroja nel Beneventano, che condusse sotto la guida del prof. Francesco Bassani.
Subito dopo la laurea cominciò a prestare volontariamente l’opera sua nell’Istituto di Geologia dell’Università di Napoli, del quale occupò l’unico posto di assistente ordinario a cominciare dal dicembre 1911. Conservò questo ufficio ininterrottamente pei un ventennio e, fin dai primi anni, si dedicò con passione e completa dedizione al buon funzionamento dell’Istituto, cooperando alacremen¬ te, nel 1912, al trasferimento di questo dai vecchi locali del porti¬ cato del Salvatore, in quelli del monumentale chiostro di San Marcellino.
Nell’aprile 1916 Geremia D’Erasmo ebbe la sventura di perdere, a pochi giorni di distanza, l’adorato padre ed il venerato maestro. Ma, anche se doppiamente orfano, Egli non si perse di coraggio, e nonostante su di Lui gravasse la responsabilità delle sorelle e del fratello, tutti più giovani di Lui, continuò senza posa il Suo lavoro. Per un semestre supplì nell’insegnamento il defunto Direttore ; poi, essendo stati temporaneamente affidati a Giuseppe De Lorenzo la direzione dell’Istituto e l’insegnamento, Egli potè dedicarsi con mag¬ gior lena all’attività scientifica e conseguire, nell’agosto 1918, la libera docenza in Paleontologia.
Nel marzo 1919 la Facoltà di Scienze fu unanime nell’affidargli, quale continuatore dell’opera di Francesco Bassani, l’incarico del- P insegnamento della Paleontologia, Contemporaneamente Egli con¬ tinuò a dare la sua collaborazione all’Istituto di Geologia tanto nel triennio (1922-1925) in cui la cattedra fu tenuta da Giotto Dainelli. quanto negli anni successivi, nei quali tornò ad occuparla stabilmente Giuseppe De Lorenzo,
Nell’anno 1930-1931 fu incaricato del corso ufficiale di Geologia applicata alle costruzioni nella Facoltà d’ingegneria e della direzione
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del relativo Istituto. Tenne inoltre, dal 1930, il corso di Mineralogia e Geologia nella Facoltà di Architettura.
Ternato in un concorso di Geologia, fu chiamato a ricoprire, nel 1932, la nuova cattedra di Paleontologia del nostro Ateneo. Nel 1942 passò poi alla cattedra di Geologia, lasciata vacante da Giuseppe De Lorenzo e tenne la direzione dei due Istituti fino al 1957, sino a quando cioè dovette lasciare Tinsegnamento per raggiunti limiti di età.
Non per questo però la sua attività venne a cessare o a dimi¬ nuire, perchè Egli continuò a frequentare ITstituto, che tanto sa¬ pientemente aveva diretto, attendendo soprattutto alle sue ricerche preferite ed al riordinamento del Museo. Libero dagli obblighi didat¬ tici delTinsegnamento ufficiale, che aveva sempre disimpegnati con zelo instancabile, Egli si era infatti prefisso di provvedere ad una più opportuna sistemazione delle importanti collezioni litologiche e paleontologiche, che disgraziatamente non erano state risparmiate dalle offese belliche. La parte maggiormente danneggiata era la sala delle collezioni ittiologiche ed assai grande fu il suo dolore per la quasi totale perdita di tanto importante materiale scientifico fatico¬ samente accumulato e amorosamente ordinato.
L’opera scientifica di Geremia D’Erasmo, assai vasta e com¬ plessa, è dimostrata da oltre 130 note e memorie, che abbracciano un periodo di cinquanta anni. Dando uno sguardo a tale ricca biblio¬ grafia si scorge subito che, pur non mancando lavori di Geologia stratigrafica, ricerche di paletnologia e di bibliografia, recensioni cri¬ tiche, argomenti di cultura varia e scritti commemorativi, il massimo dell’attività sia stato assorbito dallo studio di ittiofaune di svariata provenienza ed età.
Il D’Erasmo fu un vero paleontologo, ed uno specialista nel campo della ittiologia fossile, la cui profonda conoscenza gli aveva procurato larga stima tra i più eminenti ittiologi delle diverse na¬ zioni. Le sue memorie, sempre ricche di numerose illustrazioni, rap¬ presentano il frutto di ricerche lunghe, pazienti e diligenti, pubblicate soltanto quando i risultati gli apparivano sicuri e definitivi. L’illu¬ strazione delle faune non venne mai da Lui considerata come fine a sè stessa, ma ebbe sempre di mira che la Paleontologia, storia della creazione organica, deve soprattutto avere un fine cronologico. Tale era la sua fama quale specialista in paleoittiologia, che più volte gli vennero affidate in studio ricche collezioni di pesci fossili facenti parte delle raccolte dei maggiori musei italiani; sicché le sue ricer-
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che, feconde di risultati, potettero abbracciare materiali di studio delle più varie età, dal Trias al Quaternario.
Non è qui il caso di esaminare in dettaglio la notevole mole di pubblicazioni di argomento strettamente paleoittiologico ; pur tuttavia un quadro sintetico della sua attività scientifica, in tale difficile campo della Paleontologia, suddiviso cronologicamente, varrà a mettere nella giusta luce ed a fare apprezzare l’opera vasta di scrupoloso indagatore.
Ittioli ti triassici della provincia di Salerno furono illustrati in uno dei suoi primi lavori, con il quale oltre a far conoscere una nuova località fossilifera della zona, aggiungeva nuove specie all’ittio¬ fauna del Salernitano.
Non privi d’interesse sono i contributi portati alla conoscenza dei pesci giurassici della Somalia. Nonostante la frammentarietà degli avanzi provenienti dalle vicinanze di Barrar, Egli riusciva infatti a ricostruirne l’habitat ed a stabilirne, anche se con riserva, l’età giu¬ rassica. Considerazioni ancora più interessanti gli permisero i resti provenienti dalla « serie di Lugli » ( Somalia meridionale) special-
mente per la presenza del nuovo genere Priohybodus.
Impulso senza confronto maggiore ebbe dai suoi studi la cono¬ scenza della ittiofauna cretacica, sia per la ricchezza del materiale esaminato che per la molteplicità delle località di provenienza. Fra le pubblicazioni maggiori meritano un particolare cenno la grande monografia illustrante la fauna dei calcari di Pietraroja, premiata al IX concorso Molon della Società Geologica italiana, nella quale viene illustrata una ricchissima collezione di fossili (circa 400 esem¬ plari) consistenti principalmente in pesci, rettili, anfibi e crostacei, il cui studio gli permise di giungere a conclusioni precise ed inte¬ ressanti sull’età dei calcari compatti cenerognoli ad ittioliti ; quella di Capo d’Orlando, in collaborazione col suo maestro Bassani; quella della Dalmazia e dell’Istria, ed infine quella di Comeno, con la quale venne ad aggiornare e ad accrescere le conoscenze sull’ittio- fauna cretacea del Carso Triestino, esaminandone criticamente la costituzione, descrivendone particolareggiatamente le varie specie, riassumendone i caratteri ecologici e climatologici e stabilendone i rapporti con le altre ittiofaune coeve dell’Italia e dell’estero. Va ancora ricordato, fra gli altri lavori riguardanti ittioliti cretacei, l’accurato studio di una raccolta di pesci fossili provenienti dal Brasile, di cui stabilì l’età cenomaniana. La fauna, pur risultando costituita per la massima parte da specie esclusive dei depositi brasi-
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Ha ni, offriva lo stesso grado di evoluzione e spiccate affinità con quelle riscontrate in Europa, nell’America settentrionale ed in Australia.
Ugualmente degno di nota è il complesso di lavori sui pesci neogenici d’Italia. Nelle poderose memorie vengono infatti magistral¬ mente illustrate le ittiofaune fossili, costituite da oltre duemila esem¬ plari, provenienti dagli scisti tripolacei e dalle sovrastanti marne ed argille gessose di Racalmuto, di Senigallia, del Gabbro. La descrizione degli ittioliti è accompagnata dagli opportuni confronti con le già note faune dei coevi giacimenti di Licata e di Gran ed è seguita da considerazioni riguardanti l’habitat e l’età di tali depositi.
Ma non solo alla ittiologia fu rivolta l’opera paleontologica del D’Erasmo; che anche nello studio di altri vertebrati Egli rivelò ancora una volta le sue doti di solida preparazione, di acuta Gsser- vazione, di minuziosa e precisa descrizione, di ampio e sicuro con¬ fronto. Così meritano ancora speciale menzione le importanti mono¬ grafie scritte in collaborazione con De Lorenzo e quella, ultima in ordine di tempo, alla quale ebbi l’onore di collaborare io stessa, sui mammiferi quaternari e l’uomo paleolitico nell’Italia meridionale. In questi lavori sono esaminati, confrontati ed illustrati tutti i più importanti avanzi che YElephas antiquus italicus , VHippopoiamus amphibius e gli altri grandi mammiferi lasciarono nelle principali valli fluviali e nei depositi lacustri pleistocenici, mettendoli in rela¬ zione con le vestigia dell’attività dell’uomo paleolitico e discutendone le affinità specifiche e razziali, nonché la filogenia.
A questo stesso gruppo di lavori, condotti con ampiezza di respiro e scrupolosità di metodo appartengono anche le ricerche sui resti di Elephas meridionalis rinvenuti in Abruzzo ed in Lucania. Non solo vengono illustrati gli importanti reperti, ma, con una visione spiccatamente naturalistica, vengono esaurientemente spie¬ gate le ragioni che impedirono a questo elefante pliocenico di rag¬ giungere nel mezzogiorno d’Italia la grande diffusione che vi ebbe invece, nel successivo Pleistocene, YElephas antiquus .
Se i lavori di cui dianzi ho fatto cenno rivestono un carattere esclusivamente paleontologico, di non minore importanza appaiono quelli più spiccatamente geologici, fra i quali mi limito a ricordare quello riguardante l’esame del copioso materiale estratto dai numerosi pozzi profondi trivellati- della Campania, l’interessante illustrazione dei così detti crateri della pozzolana nei Campi Flegrei, la discus¬ sione su di un preteso centro eruttivo della pianura campana ad
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ovest di Aversa e la vasta ed esauriente trattazione sul mare plioce¬ nico nella Puglia, che rappresenta il risultato di un’approfondita analisi di una ricca bibliografia, dalla quale Egli seppe far scaturire un’armonica sintesi geologica e paleogeografica.
Accuratissimo nella ricerca bibliografica, il D’Erasmo fu ben lieto di collaborare alla compilazione delle bibliografie geologiche d’Italia, fra le quali spiccano, quali modelli di meticolosità, preci¬ sione e completezza, quelle stese da Lui per la Campania e per la Puglia.
La lunga serie di necrologie da Lui fatte per ricordare nelle varie Accademie i meriti di insigni colleghi italiani e stranieri scom¬ parsi, mentre dimostra i legami di schietta amicizia e di affetto che lo legavano ai più eminenti scienziati, ci permette altresì di intra¬ vedere, sotto la veste dell’uomo di scienza, le intime qualità di un animo nobile e profondamente sensibile.
Le numerose benemerenze di Geremia D’Erasmo, largamente riconosciute nel mondo scientifico, gli procurarono meritati onori. Molti Sodalizi italiani e stranieri lo vollero socio. Oltre che della nostra Società a cui apparteneva dal 1929 e di cui era, da più anni, attivissimo Presidente, Egli era socio nazionale della Accademia dei Lincei, dell’Accademia delle Scienze fisiche e matematiche di Napoli alla quale era particolarmente legato facendone parte dal 1921 e di cui era Segretario dal 1931 ; Segretario generale della Società na¬ zionale di Scienze, Lettere ed Arti ; socio ordinario dell’Accademia Pontaniana, dell’Istituto d’incoraggiamento di Napoli. delLAccademia Pugliese delle Scienze ; corrispondente della Accademia delle Scienze di Torino ; era socio della Società Geologica Italiana, della Società Paleontologica Italiana, deìlTstituto italiano di Paleontologia umana ; era poi componente della Commissione per le bibliografie geolo¬ giche ; era stato anche componente del Comitato nazionale per la Geologia del Consiglio nazionale delle Ricerche e del Centro di Studi Silani ; vice presidente della Commissione geologica del Ser¬ vizio geologico d'Italia ; membro del Comitato tecnico e componente del Consiglio di Amministrazione dell’Osservatorio Vesuviano; mem¬ bro dell’Istituto italiano di Preistoria e Protostoria e della Paleonto- logical Society of America.
Fra le tante società ed accademie che si sentirono onorate di averlo socio, a due Egli era particolarmente legato, sì che quasi si poteva considerare un tutt’uno la figura del nostro grande amico e maestro, con l’attività di esse. Intendo riferirmi alla nostra Società
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dei Naturalisti, per la cui sempre maggiore affermazione da alcuni anni dava tante delle sue cure e della sua attività assicurandone la vita ed il funzionamento ; e ben a ragione quindi noi lo volemmo nostro Presidente, riconfermandolo ripetutamente. Ma ancora mag¬ giore fu il suo attaccamento ed il suo interesse per la Società Nazio¬ nale di Scienze, Lettere ed Arti, già Società Reale, per il cui per¬ fetto funzionamento si prodigò in mille modi, soprattutto nel periodo post-bellico, allorquando la Società andava lentamente risorgendo dalle rovine della guerra.
Oltre al già notato premio Molon della Società Geologica italia¬ na. conferitogli nel 1913, aveva ottenuto nel 1929 il premio della Accademia delle Scienze fisiche e matematiche di Napoli; nel 1929 la medaglia d’oro della Società italiana delle Scienze (detta dei XL): nel 1931 il premio ministeriale per le Scienze naturali dell’Accade¬ mia dei Lincei. Era cavaliere della Corona d’Italia dal 1919. Nel 1959 era stato insignito di diploma e medaglia d’oro dei Benemeriti della Scuola, della Cultura e dell’Arte.
Alle alte qualità di scienziato e di maestro Geremia D’Erasmo univa quelle dell’animo nobile e gentile. Integro di carattere, delicato nei sentimenti, esemplare nell’ordine. Egli era cortese e comprensivo con tutti. In tutta la sua vita ebbe di mira l’adempimento del proprio dovere ed esigeva die anche gli altri si comportassero alla stessa maniera. Laboriosissimo, dedicava l’intera giornata all’attività del suo Istituto, occupandosi con grande zelo degli allievi, della biblio¬ teca, del Museo.
L’insegnamento fu per Lui un apostolato ; quelle delle lezioni erano le sue ore più liete. Quante volte ebbe a dirmelo, mentre assieme preparavamo il materiale dimostrativo ! La precisione e la semplicità del suo linguaggio attirava i giovani alle lezioni, che furono sempre vero modello di sobrietà e di chiarezza. Non è perciò da meravigliare se molti dei suoi allievi raggiunsero posti preminenti, riconoscendo sempre in Lui il buon consigliere, il valido protettore, il dotto maestro di scienza e di vita.
Egli soleva dire : « Cerco di trarre dal lavoro la forza per continuare a vivere ». La sua vita infatti fu tutt’altro che lieta, le avversità si accanirono più volte contro di lui privandolo, troppo prematuramente, degli affetti più cari. Nel 1943 mentre nulla gli faceva presagire la grave sciagura che stava per colpirlo, perse, alla tenera età di nove anni, l’unico figliuolo, Mario, che rappresen¬ tava lo scopo della sua vita. Ma il suo calvario non era finito ; dopo
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alcuni anni, nell’aprile 1953, la sua rassegnata esistenza fu di nuovo messa a dura prova : la sua diletta compagna Rosetta, colpita da un’emorragia cerebrale, rimaneva semiparalizzata e priva di parola. Assieme alla buona sorella Lina assistette per 8 lunghi anni l’adorata moglie inferma e per quanto a volte fosse veramente stremato di forze, non venne mai meno al suo lavoro.
Egli non volle mai avere troppi riguardi per sè e con l’andar degli anni la sua forte fibra cominciò naturalmente a dar segni di stanchezza. Ma bisognava indovinare, più che capire, che a volte non si sentiva bene ! Riservatissimo fino all’eccesso, Egli aveva sempre timore di dar fastidio ; visse molto modestamente e con semplicità di gusti.
Il 4 febbraio 1962, nelle prime ore del mattino, in Napoli, mentre si dirigeva a dare il suo estremo saluto ad un congiunto deceduto a Bari, il prof. Geremia D’Erasmo chiudeva improvvisamente la sua vita terrena. Egli si è allontanato da noi in silenzio, quasi con quella discrezione che era per Lui un costume di vita.
Signori ,
le mie disadorne parole, inadeguate alla esaltazione dei meriti di Geremia D’Erasmo, rappresentano soprattutto l’espressione vivis¬ sima del mio affetto e della mia gratitudine verso Tillustre Estinto. Io ebbi la fortuna di essere la sua allieva prediletta, e la Sua vene¬ rata memoria rimane scolpita nell’animo mio, come sono certa rimarrà imperitura nel cuore di voi tutti, fulgido esempio di virtù, di sapienza, di rara modestia !
Napoli , Istituto Paleontologico dell' Università, febbraio 1963.
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ELENCO CRONOLOGICO DELLE PUBBLICAZIONI
1. Sopra alcuni avanzi di pesci cretacei della provincia di Lecce . « Atti Acc. Se. fis. e mal. », s. 2a, voi. XV, n. 5, pp. 1-8, lav, 1. Napoli, 1911.
2. Risultati ottenuti dallo studio di alcuni Actinopterigi del calcare cretacico di Pietraroja in prov. di Benevento. « Atti Soc. it. Progr. Se. », IV Riun. (Napoli, 1910), pp. 797-800. Roma, 1911.
3. Recensioni di paleoittiologia. « Riv. ital. di Paleont. », voi. XVII I. Parma, 1912.
4. Appunti sui fossili del monte Libano illustrati da Oronzio Gabriele Costa. « Riv. ital. di Paleont. », voi. XVIII, pp. 91-100, tav. 1. Parma, 1912.
5. La ittiofauna del calcare cretacico di Capo d’Orlando presso Castellammare (Napoli). « Mem. Soc. it. d. Se. (detta dei XL) », s. 3a, voi. XVII, pp. 185-243, tavv. 6, figg. 15. Roma, 1912 (in collabor. con F. Bassani).
6. Il Saurorhamphus Freyeri Heckel degli scisti bituminosi cretacei del Carso triestino (Comen, Malidol e Vucigrad )„ « Boll. Soc, Adriatica di Se. nat. », voi. XXVI, pp. 45-88. figg. 15, tavv. 2. Trieste, 1912.
7. Su alcuni avanzi di pesci triassici nella prov. di Salerno. « Atti Acc. Se. fis. e mat. », s. 2a, voi. XVI, n. 1, pp. 12, figg. 4. Napoli, 1914.
8. La fauna e l’età dei calcari a ittioliti di Pietraroja (prov. di Benevento ). « Pa- laeont. ital. », voi. XX, pp. 29-86, tavv. 7 ; voi. XXI, pp. 59-112, tavv. 6. Pisa, 1914 e 1915.
9. Francesco Bassani. Coinmemorazione. « Boll. Soc. geol. it. », voi. XXXV, pp. IL- LXXVI. Roma, 1916.
10. Su alcuni ittioliti miocenici della provincia di Siracusa. « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 3a, voi. XXVI. pp. 114-128, tav. 1. Napoli, 1920.
11. Su due specie di pesci delle arenarie langhiane bellunesi. « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 3a, voi. XXVII, pp. 226-232, tav. 1. ]\apoli, 1921.
12. Contributo alla ittiologia dell’Italia meridionale. I. Un Picnodonte (Coelodus Costai Heckel ) del calcare di Alessano in prov. di Lecce ; IL Leptolepis uff. sprattiformis (de Blainville) Agassiz del calcare cretacico di Roccadevandro in prov. di Caserta ; III. Nuovi ittioliti delle argille marnose plistoceniche di Ta¬ ranto. « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 3% voi. XXVIII, pp. 14-38, tavv. 4. Napoli, 1922.
13. Catalogo dei pesci fossili delle tre Venezie. « Mem. Ist. Geol. Univ. Padova », voi. VI, pp. 1-181, tavv. 6. Padova, 1922.
14. Giovanni Cappellini. Commemorazione. « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 3a. voi. XXVIII, pp. 181-184. Napoli, 1922.
15. Il Petalopteryx elegans (Bassani) dei calcari cretacici dell’Istria e della Dalmazia. cc Boll. Soc. geol. it. », voi. XLII. pp. 109-120, tav. 1. Roma, 1923.
16. Su di un preteso centro eruttivo nella pianura campana ad ovest di Aversa. « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 3a, voi. XXIX, pp. 28-35, tav. 1, fig. 1. Napoli, 1923.
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17. lttioliti miocenici di Rosignano - Piemonte e di Vignale. « Meni. Uff. geol. d’It. », voi. IX, p. 2a, pp. 7-39, tavv. 4. Roma, 1924.
18. Brevi osservazioni sul « Coelodus materanus Silvestri » del calcare cretacico delle Murge. « Riv. it. di Paleont. », voi. XXX, fase. 1° e 2°, pp. 13-16. Parma, 1924.
19. Nuovi vertebrati del calcare bituminoso di Ragusa in Sicilia , « Rend. Acc. Se. fis. è mat. », ?.. 3\ voi. XXXI. pp. 125-132. Napoli. 1925.
20. Su alcuni fossili dell’isola di Milo raccolti dal doti. Sonder. « Zeitschr. fiir Vulkan. », voi. Vili, pp. 230-237. Berlino, 1924.
21. A proposito del carbone delle Murge. « La Gazzetta di Puglia », a. XXXIX, n. 189, p. 3. Bari, 9 agosto 1925.
22. Avanzi eneolitici della caverna del Cervaro presso Lagonegro . « Atti Acc. Se. fis. e mat. », s. 2a, voi. XVII, n. 7, pp. 26, tavv. 6. Napoli. 1926.
23. Arambourg C. Révision des poissons fossiles de Licate. « Riv. it. di Paleont. », voi. XXXII, pp. 6-13. Pavia, 1926.
24. L’Elephas antiquus nell’Italia meridionale. « Atti Acc. Se. fis. e mat. », s. 2a, voi. XV IL n. 11, pp. 1-105, tavv. IO, figg. 21. Napoli, 1927 (in collabor. con G. De Lorenzo).
25. U Istituto di Geologia , Geografia fisica e Paleontologia della R. Università di Napoli. « Annali Oss. Vesuv. », s. 3a, voi. Ili, pp. 99-147, figg. 5, tavv. 7. Napoli, 1926.
26. Su alcuni ittioliti del Museo Civico di Storia naturale di Trento. « Studi tren¬ tini », classe II, a. Vili, pp. 12, tavv. 2. Trento, 1927.
27. Il petrolio nell’Italia meridionale. « Riv. di fis., mat. e se. nat. », s. 2a, voi. II, pp. 345-368, fig. 1. Napoli, 1928.
28. Studi sui pesci neogenici d’Italia. I. L’ittiofauna fossile di Racalmulo. « Giorn. Soc. di Se. nat. ed econ. », voi XXXV, pp. 42, tav. 1. Palermo, 1928.
29. Cenni geologici sui Campi Flegrei. « Atti XIX Congr. Naz. Assoc. it. idrol., elimat. e terap. fis. » (Campi Flegrei, 1928), pp. 162-173. Napoli, 1928.
30. Il Tetrabelodon ( Trilophodon ) angustidens Cuvier sp. della pietra leccese. «Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 3a, voi, XXXIV, pp. 220-235, tavv. 2. Napoli, 1928.
31. Ciro Chistoni. Commemorazione. « Atti Acc. Pontan. », voi. LIX, pp. 357-375. Napoli, 1929.
32. Studi sui pesci neogenici d’Italia. IL L’ittiofauna fossile di Senigallia. « Atti Acc. Se. fis. e mat. », s. 2a, voi. XVIII. n, 1, pp. 1-88. tavv. 4, figg. 13. Napoli, 1929.
33. Nuove osservazioni su l’Elephas antiquus dell’Italia meridionale. « Atti Acc. Se. fis. e mat. », s. 2a, voi. XVIII, n. 5, pp. 1-15, figg. 12. Napoli, 1930 (in collabor. con G. De Lorenzo).
34. Studi sui pesci neogenici d’Italia. III. L’ittiofauna fossile del Gabbro. « Atti Acc. Se. fis. e mat. », s. 2a, voi. XVIII, n. 6, pp. 118. tavv. 4. Napoli. 1930.
35. L’Elephas meridionalis nell’Abruzzo e nella Lucania. « Atti Acc, Se. fis. e mat. », s. 2a, voi. XVIII, n. 8, pp. 1-25, tavv. 3. Napoli, 1930.
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36. Studio geologico dei pozzi profondi della Campania. « Boll. Soc. Naturai. », voi. XLIII, pp. 15-143. Napoli, 1931.
37. / crateri della pozzolana nei Campi Flegrei . « Atti Acc. Se. fis. e mat. », s. 2a, voi. XIX, n. 1, pp. 1-55, tavv. 6, figg. 5. Napoli, 1931.
38. Ancora su VElephas antiquus di Pignataro Interamna. « Rend. Ace. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. I, pp. 16-19. Napoli, 1931 ( in collabor. con G. De Lorenzo).
39. Avanzi di pesci della « Serie di Lugh » in Somalia. « Palaeontographia italica », voi. XXXII, pp. 29-34, figg. 5. Pisa, 1931.
40. Michele Guadagno. Commemorazione. « Boll. Soe. Naturai. », voi. XLIII, pp. 425- 434. Napoli, 1932.
41. S. Alberto Magno e le Scienze naturali . « Riv. di fis., mat. e Se. nat. », anno VI, fase. 3, pp. 158-160. Napoli, 1932.
42. L’uomo paleolitico e VElephas antiquus nella valle del Liri. « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. II, pp. 40-44 . Napoli, 1932 (ristamp. in Bull, di Pa- letnol. ita!., anno LII. Roma, 1932 (in collabor. con G. De Lorenzo).
43. Necrologia di Raffaello Bellini. « Boll. Soc. geol. it. », voi. LI, pp. CLXI-CLXVI. Roma, 1932.
44. Relazione dei lavori compiuti dalla R. Accademia delle Scienze fisiche e mate¬ matiche durante Vanno 1931. « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. II, pp. 3-6. Napoli, 1932.
45. La fauna della grotta dì Loretello presso Venosa. « Atti Acc. Se. fis. e mat. », s. 2a, voi. XIX, n. 4, pp. 18, tavv. 3. Napoli, 1932.
46. L’uomo paleolitico e VElephas antiquus nell’Italia meridionale. « Atti Acc. Se. fis. e mat. », s. 2a, voi, XIX, n. 5, pp. 107, tavv. 9, figg. 42. Napoli, 1933 (in collabor. con G. De Lorenzo).
47. Un capitolo inedito dei « Viaggi alle Due Sicilie » di Lazzaro Spallanzani. « Riv. di fis., mat. e Se. nat. », s. 2a, voi. VII, pp. 449-462. Napoli, 1933.
48. Relazione dei lavori compiuti dalla R . Accademia delle Scienze fisiche e mate¬ matiche durante Vanno 1932. « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. Ili, pp. 3-7. Napoli, 1933.
49. Sui resti di vertebrati terziari raccolti nella Sirtica dalla Missione della Reale Accademia d’Italia (1932). «Rend. Acc. Lincei», Gl. Se. fis. », s. 6a, voi. XVII, 1° sem., pp. 656-658. Roma, 1933.
50. Il bradisismo di Paestum . « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. XV, pp. 157- 166. Napoli, 1934.
51. Su alcuni avanzi di vertebrati terziari della Sirtica. « Missione della R. Acc. d’It. a Cufra ». Fondaz. A. Volta, Viaggi di studio ed esplorazioni, pp. 23, tavv. 2, figg. 16. Roma, 1934.
52. Sopra alcuni avanzi di vertebrali fossili della Patagonia raccolti dal doti. E . Feruglio. « Atti Acc. Se. fis. e mat. », s. 2a, voi. XX, n. 8, pp. 26, tav. 1. Napoli, 1934.
53. Relazione dei lavori compiuti dalla R. Accademia delle Scienze fisiche e mate¬ matiche durante Vanno 1933. « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. IV, pp. 3-6. Napoli, 1934.
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54. Il mare pliocenico nella Puglia. « Meni. geol. e geogr. tli G. Dainelli », voi. IV, pp. 47-138, 1 carta geol. 1:500.000, 1 carta moviin. vert. 1:1.000.000. Firenze, 1934.
55. Relazione sui lavori compiuti dalla R. Accademia delle Scienze fisiche e mate¬ matiche durante Vanno 1934. « Rend. Acc; Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. V,
pp. 3-6. Napoli. 1935.
56. Avanzi di ippopotamo nelVltalia meridionale, « Atti Acc. Se. fis. e mat. », s. 2a, voi. XX, pp. 1-18, tavv. 2. Napoli, 1935 (in collabor. con G. De Lorenzo).
57. Il bradisismo di Paestum. « Pubblicazione dell’Ente per le Antichità ed i Mo¬ numenti della prov. di Salerno », n. II, pp. 32, figg. 18. Salerno, 1935.
58. La Società Reale di Napoli dalle origini alVanno 1934, pp. 19. Napoli, 1935.
59. Relazione dei lavori compiuti dalla R. Accademia delle Scienze fìsiche e mate¬ matiche nelVanno 1935. « Rend. Accad. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. VI, pp. 3-6.
Napoli, 1936.
60. Commemorazione del socio straniero Henry Fairfield Osborn. « Rend. Accad. Se. fis. e mat. », s. 4', voi. VI, pp. 78-82. Napoli, 1936.
61. Incrostazioni calcaree simulanti organismi fossili. « Rend. Accad. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. VI, pp. 118-121, figg. 2. Napoli, 1936.
62. Sopra una roccia silicea rinvenuta nel sottosuolo di Minervino Murge. « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. VI. pp. 236-242. Napoli 1936 (in collabor. con
F. Penta).
63. 2a edizione della Geologia delVItalia meridionale di G. De Lorenzo, pp. 326, figg. 143. Napoli. Editr. Politecnica, 1937.
64. Relazione sui lavori compiuti dalla R. Accademia delle Scienze fisiche e mate¬ matiche nelVanno 1936. « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. VII. pp. 3-9. Napoli, 1937.
65. Bibliografìa geologica della Calabria, con particolare riguardo alla Sila. « Studi Silani », pp. 48. Napoli, Itea, 1937 ( in collabor. con E. Abbolito).
66. Storia della Società Reale di Napoli, dalle origini alVanno 1937. Annuario Soc. Reale di Napoli per l’anno 1937, pp. 28. Napoli, 1937.
67. Relazione sui lavori compiuti dalla R. Accademia delle Scienze fisiche e mate¬ matiche nelVanno 1937. « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. Vili. pp. 3-8. Napoli, 1938.
68. Ittioliti cretacei del Brasile. « Atti Acc. Se. fis. e mat. », s. 3a, voi. I, n. 3, pp. 44. Napoli, 1938.
69. Avanzi di elefante e di ippopotamo nella Valle del Seie . « Atti Acc. Se. fis. e mat. », s. 3a, voi. I, n. 4, pp. 11, tav. 1, figg. 14. Napoli. 1938. - « Rass. stor. salern. », a. II, n. 2, pp. 203-220, figg. 14. Salerno, 1938 (in collabor. con
G. De Lorenzo).
70. Relazione dei lavori compiuti dalla R. Accademia delle Scienze fisiche e mate¬ matiche durante Vanno 1937-38. « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. IX, pp. 3-8. Napoli, 1939.
71. Emanuele Quercigh. Commemorazione , « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. IX, pp. 108-116. Napoli, 1939.
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72. Il Vesuvio e i Campi Flegrei alla fine del Settecento nelle descrizioni di Lazzaro Spallanzani e di altri contemporanei. « Comm. Spallanzaniane Univ. di Pavia », voi. II, pp. 7-41. Pavia, 1939.
73. Carlo Fabrizio Parona ( 1855-1939 ). Commemorazione . « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. IX, pp. 130-147. Napoli, 1939.
74. Relazione sui lavori compiuti dalla R. Accademia delle Scienze fisiche e mate¬ matiche durante Vanno 1938-39 . « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. X, pp. 3-9. Napoli, 1940.
75. Due secoli di attività scientifica della R. Accademia delle Scienze fisiche e matematiche di Napoli . Suppl. al « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. IX, pp. 171. Napoli, 1940.
76. Relazione sui lavori compiuti dalla li. Accademia delle Scienze fisiche e mate¬ matiche della Società Reale di Napoli durante Vanno 1939-40. « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. XI, pp. 3-9. Napoli, 1941.
77. Di Niccolò Braucci da Coivano ( 1719-1774 ) e della sua opera inedita dal titolo : Istoria naturale della Campania sotterranea. « Alti Acc. Se. fis. e mat. », s. 3a, voi. II, n. 2, pp. 48. Napoli, 1941.
78. Relazione sui lavori compiuti dalla R. Accademia delle Scienze fìsiche e mate¬ matiche della Società Reale di Napoli durante Vanno 1940-41. « Rend. Acc.
Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. XII, pp. 3-8. Napoli, 1942.
79. Relazione sui lavori compiuti dalla R. Accademia delle Scienze fisiche e mate¬ matiche della Società Reale di Napoli durante Vanno 1941-42. « Rend. Acc.
Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. XIII. pp. 3-10. Napoli, 1943.
80. Elementi di Geografìa fìsica. Voi. in 8°, pp. 342, figg. 40. Napoli, Morano, 1946 (in collabor. con G. De Lorenzo).
81. L’ittiofauna cretacea dei dintorni di Comeno sul Carso triestino. « Atti Acc.
Se. fis. e mat. », s. 3% voi. II, n. 8, pp. 128, lav. 1, figg. 34. Napoli, 1946.
82. Giuseppe Checchia Rispoli. Commemorazione. « Rend. Acc. Se. fis. e mat. »,
s. 4a, voi. XIV, pp. 268-278. Napoli, 1948.
83. I proboscidati fossili nello stato attuale della scienza. « Rend. Acc. Se. fis.
e mat. », s. 4a, voi. XV, pp. 41-53, figg. 3. Napoli, 1948.
84. Elementi di Geologia. Parte I. Litologia. Voi. in 8°, pp. 116. Napoli, 1949.
85. Appunti sulla costituzione geologica dell’ Italia meridionale. Op. in 8°, pp. 43, tavv. 4. Napoli, 1949.
86. Le date di pubblicazione della « Fauna del Regno di Napoli » di Oronzio Ga¬ briele Costa e di Achille Costa , « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. XVI, pp. 14-36. Napoli, 1949.
87. Nuovi rinvenimenti di pachidermi quaternari nella valle del Liri. « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. XVI. pp. 160-168, tav. I, fig. 1. Napoli, 1949.
88. Relazione sui lavori compiuti dall Accademia delle Scienze fìsiche e matema¬ tiche durante gli anni 1943-1949 . « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. XVII, pp. 3-15. Napoli, 1950.
89. Annuario della Società Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti in Napoli per il 1930 (in collabor. con F. Nicolini). Napoli, 1950.
16 —
90. Sopra un teschio di Bos taurus primìgenius Bojanus recentemente rinvenuto a Pignataro Interamna. « Rend. Acc. Se. fìs. e mat. », s. 4% voi. XVII, pp. 259- 262, fìg. 1. Napoli, 1950.
91. Relazione sui lavori compiuti dall’ Accademia delle Scienze fisiche e matema¬ tiche durante Vanno 1950. « Rend. Acc. Se. fìs. e mat. », s. 4a, voi. XVIII, pp. 3-11. Napoli, 1951.
92. Annuario della Società Nazionale di Scienze , Lettere ed Arti in Napoli per il
1951. Napoli, 1951.
93. Relazione sui lavori compiuti dalVAccadeTnia delle Scienze fisiche e matema¬ tiche durante Vanno 1951. « Rend. Acc. Se. fìs, e mat. », s. 4a, voi. XIX, pp. 3-9. Napoli, 1952.
94. Annuario della Società Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti in Napoli per il
1952. Napoli, 1952.
95. Revisione degli ittioliti miocenici di Era studiati da Oronzio Gabriele Costa. « Rend. Acc. Se. fìs. e mat. », s. 4a, voi. XIX, pp. 125-144, tav. 1, fìg. 1. Napoli, 1952.
96. Nuovi ittioliti cretacei del Carso triestino. « Atti Museo Civico di Storia Natu¬ rale », voi. XVIII, fase. 4, pp. 81-122. tavv. 3, fìgg. 12. Trieste, 1952.
97. I pesci di Sahabi in Paleontologia di Saliabi ( Cirenaica ). « Rend. Acc. Naz. dei XL », s. 4a, voi. Ili, pp. 33-69, fìg. 1, tavv. 4. Roma, 1951.
98. A proposito di una nota del prof , Luigi Ranieri sul bradisismo del Serapeo di Pozzuoli. «Boll. Soc. geogr. ri. », s. 8% voi. VI, pp. 42-44. Roma, 1953.
99. Relazione sui lavori compiuti dall' Accademia delle Scienze fìsiche e matema¬ tiche durante Vanno 1952. « Rend. Acc. Se. fìs. e mat. », s. 4a, voi. XX, pp. 3- 10. Napoli, 1953.
100. Annuario della Società Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti in Napoli per il
1953. Napoli, 1953.
101. Relazione sui lavori compiuti dall'Accademia delle Scienze fisiche e matema¬ tiche durante Vanno 1953. « Rend. Acc. Se. fìs. e mat. », s. 4% voi. XXI, pp. 3-9. Napoli, 1954.
102. Annuario della Società Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti in Napoli per il
1954. Napoli, 1954.
103. La rideterminazione altimetrica del Serapeo di Pozzuoli eseguita dall'Istituto Geografico Militare nel 1953. « Boll. Soc. Natur. », voi. LXIII, pp. 37-44. Na¬ poli, 1955.
104. Ramiro Fabiani. «Atti Acc. Pontaniana », voi. V, pp. 445-449, Napoli, 1954.
105. Sul rilevamento geologico del foglio Ccrignola (175) quadrante III. « Boll. Serv. geol. d Tt. », voi. LXXV, pp. 680-681. Roma, 1954 (in collabor. con A. Lazzari, V. Minieri, M. Monch armoni Zei).
106. Ramiro Fabiani. «Boll. Soc. geogr. ital. », s. 8a, voi. VII, pp, 343-348. Roma, 1954.
107. Annuario della Soceità di Scienze, Lettere ed Arti in Napoli per il 1953. Na¬ poli, 1955.
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108. Relazione sui lavori compiuti dall* Accademia delle Scienze fisiche e matema¬ tiche durante Vanno 1954. « Rencl. Ace. Se. fis. e raat. », s. 4a, voi. XXII, pp. 3-8. Napoli, 1955.
109. Relazione preliminare sul rilevamento del F. 175 - Cerignola ( Quadrante 11, Lavello ed aree adiacenti ). « Boll. Serv. geol. d’It. », voi. LXXVI, pp. 455- 462. Roma, 1955 (in collabor. con A. Lazzari, V. Minieri, M. Monchae- mont Zei).
110. Sopra un molare di T eleoceras del giacimento fossilifero di Sahabi in Cirenaica. « Rend. Acc. Naz. dei XL », s. 4a, voi. IV e V, pp. 89-102, figg. 14, tav. 1. Roma, 1953-1954.
Ili Giovan Battista Alfano . Cenno necrologico. « Il Mattino ». Napoli, 28 dicem¬ bre 1955.
112. Il cranio giovanile di Elephas antiquus italicus di Pignalaro Interamna nella valle del Liri. « Atti Acc. Se. fis. e mat. », s. 3a, voi. Ili, n. 6, pp. 1-32, figg. 17, lavv. 5. Napoli, 1955 (in collabor. con M. Moncharmont Zei).
113. Annuario 1956 della Società Nazionale di Scienze , Lettere ed Arti in Napoli. Napoli, 1956.
114. Relazione sui lavori compiuti dall Accademia delle Scienze fisiche e matema¬ tiche di Napoli durante Vanno 1955. « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4% voi. XIII, pp. 3-9. Napoli, 1956.
115. Pietra leccese. « Lexique stratigraphique international », voi. I, Europa, fase. 11, pp. 81-82. Paris, 1956.
116. Annuario 1957 della Società Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti in Napoli. Napoli, 1957.
117. Relazione sui lavori compiuti dalV Accademia delle Scienze fisiche e matema¬ tiche di Napoli durante Vanno 1956. « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi.
XXIV, pp. 3-8. Napoli, 1957.
118. Commemorazione di Giuseppe C bacchia Rispoli. « Rend. Acc. Lincei ». Cl. Se. Fis., Appendice: Necrologi dei Soci defunti nel decennio die. 1945 - die. 1955, fase. 1, pp. 14-26. Roma, 1957.
119. Poche parole a ricordo di Giuseppe De Lorenzo, «Boll. Soc. Naturalisti», voi. LXVI. pp. 35-39. Napoli, 1957.
120. Maestri che scompaiono : Giuseppe De Lorenzo ( 1871-1957 ). «Boll. Un.v. degli Studi di Napoli», anno VII (1956-57), fase. 3, pp. 64-67. Napoli, 1957.
121. Commemorazione di Giuseppe De Lorenzo. « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. XXIV, pp. 152-185. Napoli, 1957.
122. Annuario 1958 della Società Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti in Napoli. Napoli, 1958.
123. Relazione sui lavori compiuti dalV Accademia delle Scienze fisiche e matema¬ tiche di Napoli durante Vanno 1957 . « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi.
XXV, pp. 3-8. Napoli, 1958.
124. Bibliograf.a geologica d'Italia, Volume 111. Campania, pp. 556. Napoli, Geno» vese, 1958 (in collabor. con M. L. BeNassai Sgadari).
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125. La Vulcanologia nell’opera di Giuseppe De Lorenzo, a Bull. Vulcanol. », s. 2a, voi. XIX, pp. 203-220. Napoli, 1958.
126. Bibliografia geologica d’Italia . Volume III. Campania. Indice analitico , pp. 557- 625. Napoli, Genovese, 1959.
127. Annuario 1959 della Società Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti in Napoli. Napoli, 1959.
128. Relazione sui lavori compiuti dall’ Accademia delle Scienze fisiche e matema¬ tiche di Napoli durante l’anno 1958. « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. XXVI, pp. 3-10. Napoli, 1959.
129. Il vulcanismo meridionale nell’opera di G. De Lorenzo. « Ann. Osserv. Vesu¬ viano », s. 6a, voi. Ili, pp. 1-23. Napoli, 1959.
130. Sopra alcuni avanzi ittiolitici delle arenarie di Harrar. « Studi sulla missione geol. dell’A.G.I.P. (1936-1938)», voi. IV, pp. 251-260, tav. 1. Roma, Acc. dei Lincei, 1959.
131. Bibliografia geologica d’Italia. Volume V. Puglia, pp. XXVI + 252. Napoli. Genovese, 1959.
132. Annuario 1960 della Società Nazionale di Scienze. Lettere ed Arti in Napoli. Napoli, 1960.
133. Relazione sui lavori compiuti dall Accademia delle Scienze fisiche e matema¬ tiche di ISapoli durante l’anno 1959. « Rend. Acc. Se. fis. e mat.», s. 4a, voi. XXVII, pp. 1-12. Napoli, 1960.
134. Nuovi avanzi ittiolitici della « serie di Lugli » in Somalia conservati nel Museo geologico di Firenze. « Palaeont. ilal. », voi. LV, pp. 1-23, figg. 22, tav. 1, Pisa, 1960.
135. Annuario 1961 della Società Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti in Napoli. Napoli, 1961.
136. Relazione sui lavori compiuti dall’ Accademia delle Scienze fìsiche e matema¬ tiche di Napoli durante l’anno 1960. « Rend. Acc. Se. fis. e mat. », s. 4a, voi. XXVIII, pp. 3-14. Napoli, 1961.
137. Giuseppe De Lorenzo. Commemorazione. « Problemi attuali di Scienza e di cultura», quaderno n. 50. Roma. Acc. dei Lincei. 11 marzo 1961 (pp. 5-26).
Appunti di geologia sul Monte Bulgheria (Salerno)
Nota dei soci PAOLO SCANDONE e ITALO SGROSSO e del dott. FRANCO BRUNO
(Tornata del 29 marzo 1963)
Precedenti conoscenze e stratigrafia.
La regione che descriviamo è compresa tra Marina di Camerota, S. Severino, Celle di Bulgheria, S. Giovanni a Piro e Scario.
Già nel 1882 De Giorgi [3], attribuendo alle « formazioni giu- raliassiche » i terreni che vi affiorano, notò con grande acutezza che al Bulgheria « sembra non potersi riferire nessuno dei sistemi geo¬ grafici del Salernitano » e che questo gruppo « forse rappresenta un frammento di catena sprofondato nel mare tra il Cilento e le Calabrie ».
L’Oppenheim [7] riportò osservazioni inedite riferitegli dal Baldacci il quale aveva rinvenuto al Bulgheria Ellipsactinie in calcari grigi azzurrognoli, assieme a coralli e crinoidi. Queste El¬ lipsactinie sono citate anche dal Canavari [1].
Una descrizione più dettagliata del M. Bulgheria è opera di Di Stefano [4,5] il quale riconobbe dei calcari compatti grigio chiari che attribuì al Lias inf. per la presenza di una varietà di Rhynchonellina Seguenzae Gemm., e dei calcari a crinoidi grigio scuri, raramente ros¬ sastri, stratigraficamente sovrapposti ai primi.
Nella parte alta dei calcari a crinoidi, laddove a questi ultimi si intercalano delle marne, lo stesso A. rinvenne Pentacrinus jurensis Quenst., Hildoceras bifrons Brug. e Hildoceras levisoni Simps. Al di sopra di questa formazione del Lias sup. veniva riconosciuto un Tito-
(1) Questo lavoro, eseguito con il contributo del C.N.R., costituisce la premessa ad uno studio dettagliato sul Cilento sud-occidentale compreso nel programma di ricerche sull’Appennino meridionale svolto dallTstituto di Geologia dell’Università di Napoli sotto la guida del prof. Francesco Scarsella che qui vivamente rin¬ graziamo.
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nico trasgressivo, con Ellipsactinie, facente passaggio verso l’alto ai calcari cretacei.
Nel 1949 Mirigliano [6] rende nota la presenza del Pliocene tra Licusati e Porto degli Infreschi.
Più recentemente Selli [10] nella regione in questione riferisce al Norico e Retico « dolomie e calcari dolomitici chiari o più spesso nerastri »; al Lias (c calcareniti silicifere »; al Dogger cc ealcareniti con interstrati marnosi » ; al Malm « calcareniti, brecciole e calcari scuri oolitici » ; al Cretacico inferiore « calcareniti e brecciole organogene nerastre » ; al Cretacico superiore « calcareniti e brecciole gradate » ; al Miocene ( Aquitaniano) trasgressivo, « calcareniti ».
Nel 1962 Cestari [2], in una comunicazione al Convegno sulla geologia dell’Appennino, annuncia il rinvenimento di scaglia di età cretaceo superiore-eocenica.
Dai nostri studi risulta che i terreni affioranti sono di età com¬ presa tra il Trias sup. ed il Plio-Quaternario. Lo studio del Plio- Quaternario sarà oggetto di un prossimo lavoro.
I terreni più antichi affioranti sono rappresentati da una forma¬ zione costituita nella parte media e inferiore da dolomie grigio scure e nere ; in quella superiore da calcari dolomitici, compatti e concre- zionari grigio chiari. Tra questi tipi litologici esiste un passaggio graduale.
Dove la stratificazione è ben evidente, come a Marina di Carne- rota e in molti tratti lungo la costa, le dolomie immergono a nord con debole inclinazione. La pendenza uniforme degli strati fa sì che, pre¬ scindendo da disturbi di scarso rilievo, procedendo dalla fascia co¬ stiera di Camerota verso l’interno si passi con regolarità a termini più recenti.
Nelle dolomie nerastre e grige, microcristalline o distintamente saccaroidi di Marina di Camerota abbiamo rinvenuto numerosi gusci di molluschi tra i quali riconoscibili con certezza Gervilleia exilis Stopp. e Pleurotomaria solitaria Ben. L’età della parte più bassa delle do¬ lomie spetta cjuindi al Norico.
Nei calcari grigio chiari compatti cui le dolomie fanno regolare passaggio, non abbiamo rinvenuto le Rhynchonellinae citate da Di Stefano.
La formazione calcareo-dolomitica che chiamiamo nel suo in¬ sieme « formazione di Camerota » risulta quindi datata soltanto infe-
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riormente da fossili norici ; superiormente è limitata da un elemento
litologico caratteristico: la selce.
Il complesso che segue le dolomie triassiche e i calcari dolomi¬ tici, compatti e concrezionari infraliassici, è rappresentato da calcari con selce. Più o meno dolomitico nella parte bassa esso è francamente calcareo nella porzione media e superiore. I calcari con selce sono de¬ tritici o, più spesso, minutamente delritici; si presentano ben stratifi¬ cali con strati di spessore variabile da 10 a 100 cm. . Nelle dolomie e nei calcari dolomitici basali non è raro rinvenire cristalli di pirite che presentano un anello di alterazione limonitica ; nella parte superiore della formazione invece compaiono interstrati marnosi giallastri dello spessore di qualche centimetro. Laddove questi interstrati diventano più frequenti i calcari contengono gusci di Rhynchonelle che formano veri e propri ammassi. Questo complesso affiora estesamente al M. Bul- gheria, nei rilievi tra questo e Camerota e Ricusati, nei dintorni di San Giovanni a Piro.
I primi strati con Rhynchonnella formano la base di un com¬ plesso calcareo-marnoso-silicifero molto fossilifero. Le Rhynchonelle sono contenute in calcari detritici e pseudoolitici ; fra esse sono pre¬ senti Rhynchonella clesiana Leps. e Rhynchonella vigilii Leps. .
Procedendo verso Paltò diminuisce la frequenza di R. clesiana ; contemporaneamente i calcari detritici sono gradualmente quasi del tutto sostituiti da marne giallastre spesso silicifere con ammoniti. Le marne contengono intercalati calcari detritici con radioli e piastre di Echini, articoli di Crinoidi, Rhynchonelle. Nella parte som¬ mitale del complesso ammonitifero si rinvengono calcari ricchissimi di piccole Rhynchonelle, nonché un livello a Posidonomya sp.
Queste marne affiorano ampiamente al M. Bulgheria, alla Pornia, alla Picotta, alla Tragara ed in altre località.
Le ammoniti riconosciute in queste marne sono (2):
Calliphylloceras spadae (Meneghini)
Ly tacer as dorcadis (Menighini)
Lytoceras (Thysnolytoceras) cornucopiae (Young e Biro)
Lytoceras sp.
(2) Le determinazioni sono della dott. Lina Barbera dell’Istituto di Paleon¬ tologia delFUniversità di Napoli che ha suirargoinento un lavoro in corso di stampa.
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Dactylioceras annidali! orme (Bonarelli)
Dactylioceras sp.
Catacoeloceras sp.
Collina aculeata Parrisch e Viale Hildoceras bifrons (Bruguiere)
Hildoceras sublevisoni Fucini Hildoceras sublevisoni raricostatum Mitzopulos Hildoceras semipolitum Buckmann Hildoceras caterinii Merla Hildoceras sp.
Brodieia gradata (Merla)
Brodieia alticarinata (Merla)
Mercaticeras mercati ( Hauer)
Phymatoceras elegans (Merla)
Phymatoceras sp.
Erycites sp.
Harpoceras falciferum (Sovverrà)
Harpoceras sp.
F ontanelliceras fontanellense ( Gemmellaro)
Canavaria li augi (Gemmellaro)
Canavaria sp.
Ludwigia sp.
Dalle specie citate risulta evidente Fetà ( Lias superiore) dei se¬ dimenti che formano questo complesso ( 3).
In perfetta continuità di sedimentazione alle marne ad ammoniti e da queste perfettamente limitati e datati nella porzione basale, se¬ guono calcari generalmente oolitici o pseudoolitici di colore grigio¬ azzurro chiaro o scuro. La roccia è spesso ricca di radioli di Echini, articoli di Crinoidi, e di Coralli.
La parte alta del complesso in questione è composta da calcari
(3) Associati alle ultime ammoniti e, per alcuni metri, nei calcari ad esse sovra¬ stanti, si trovano orbitolinidi riferibili a Dictioconus ( ?) cayeuxi Lucas. La presenza di questo fossile in questo particolare livello è di grande importanza perchè, essendo associato ad ammoniti, è databile con esattezza. Si può così correlare con questo un livello con gli stessi foraminiferi contenuto nella serie carbonatica in varii luoghi del- l’Appennino meridionale, assegnandolo alla fine del Lias. Un livello analogo è stato inoltre rinvenuto da uno di noi (ScANDONE 1962) anche nei calcari con liste e noduli di selce di S. Fele.
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neri sottilmente stratificati a frattura subconcoide, ceroidi all’aspetto, ricchi di selce nera e subordinatamente biancastra. Subito sotto a questo livello, caratteristico al M. Bulgheria, sono ricchi di Ellipsacti- nie che riferiamo dubitativamente al Titonico.
Ai calcari neri con selci nere seguono calcari detrici, pseudoolitici ed oolitici di colore grigio-azzurrognolo, anch’essi ben stratificati. Spo¬ standosi verso la parte medio-superiore del complesso prendono la prevalenza calciruditi e calcareniti che sono, a luoghi, vere e proprie bioclastiti con frammenti di rudiste e di Ostreidi.
I calcari con frammenti di Rudiste fanno passaggio stratigrafico ad una formazione di tipo « scaglia » dal colore giallastro e rosato. Il pas¬ saggio netto e brusco, senza transizione graduale, è molto ben osser¬ vabile presso S. Giovanni a Piro e presso S. Severino.
La porzione più bassa di questa scaglia è ricchissima di Globo- truncane e Globigerinidi ; le prime consentono di attribuirle una età maestrichtiana. La scaglia, prima giallastra, diventa rossa nella parte media, quindi variegata ed infine grigia. Alle Globotruncane si sosti¬ tuiscono le Globorotalie finche queste scompaiono e sono presenti quasi esclusivamente Globigerinidi e spicole di spugna.
Questa formazione è stata di recente segnalata e studiata da Cestari [2].
Letti marnosi e calcarenitici limitano superiormente la « scaglia ». La parte più alta delle calcareniti contiene Miogypsina sp. . Il pas¬ saggio dalla scaglia eocenica alle calcareniti eomioceniche, visibile in molte località tra S. Severino e Centola, è realmente insensibile : sul terreno non si riconosce traccia alcuna di trasgressione. Riteniamo perciò possibile l’ammissione di una continuità di sedimentazione dalla scaglia con Globorotalie alle calcareniti con Miogypsine. Non si può, però, fare a meno di restare meravigliati dello esiguo spessore (alcune decine di metri) che spetterebbe aH’Eocene superiore e all’Oli¬ gocene, anche tenendo conto che si ha a che fare con sedimenti di tipo pelagico. Nè sinora si è rivelata di aiuto la micropaleontologia per risolvere questo problema, poiché nel suddetto intervallo si rinvengono solo Globigerinidi e spicole di spugne.
I letti a Globigerinidi si alternano, nella parte alta della forma¬ zione, a quelli con macroforaminiferi (Nummuliti, Assiline, Lepidoci- cline, Miogypsine) che il pili delle volte mostrano chiaramente di essere fluitati.
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Presso S. Severino le calcareniti eomioceniche sembrano far pas¬ saggio stratigrafico, verso Paltò, a sedimenti flyscioidi di tipo rn ar¬ ti o s o -argilloso- a r e i 1 a c e o e silicifero. Questo flysch è costituito essenzial¬ mente da un’alternanza di calcari marnosi di colore giallastro, rosso, bruno, verdastro che talora presentano le fessurazioni latenti della (( pietra paesina », argilliti grigio piombo con patina ocracea, brecciole.
Questa formazione affiora da Scario fino a Centola, Esiste poi un altra formazione flyscioide che chiamiamo « flysch nero ». Esso è costituito da un’alternanza di calcari marnosi, marne argillose, brec¬ ciole, arenarie e argilliti ed è distinguibile dal precedente per il suo colore grigio scuro, quasi nero. Esso affiora nei dintorni di S. Giovanni a Piro.
E interessante notare che in questo complesso esistono, oltre a frequenti brecciole con Nummuliti, Anfistegine, Eterostegine, Rotalidi dei livelli calcarei costituiti da ammassi di Discocicline e di Lepido- cicline che parlano in favore di un’età oligocenica.
Nell’ammissione che questo flysch nero faccia parte della serie del M. Bulgheria, esso rappresenterebbe un’eteropia di facies della porzione più alta della scaglia e di tutto il complesso marnoso-calca- renitico. In favore di questa tesi parlano alcuni elementi, e cioè:
a) il flysch nero affiora solo nei dintorni di S. Giovanni a Piro dove non è presente il Miocene calcarenitico ;
b) nella zona dove affiora il flysch nero la scaglia, nella sua por¬ zione superiore, manca di quei termini che normalmente sottostanno alle calcareniti e ad essa sono direttamente sovrapposti (purtroppo a causa della copertura detritica non è riconoscibile con sicurezza la natura stratigrafica del contatto) terreni del flysch che presentano, ad una certa altezza, livelli con Lepidocicline ;
c) il flysch nero sembra passare, verso l’alto, al flysch marnoso- argilloso-arenaceo.
Secondo l’interpretazione da noi data a questa parte della serie del Bulgheria si sarebbe verificata una sedimentazione continua dalla scaglia al flysch marnoso-argilloso-arenaceo ; nel corso di questa sedi¬ mentazione, su un’area relativamente ristretta, si sarebbe verificata un’eteropia di facies durante l’Oligocene, per cui la sedimentazione di tipo flyscioide sarebbe iniziata in alcune zone (S. Giovanni a Piro) nell’Oligocene, in altre (S. Severino, Centola) nel Miocene inferiore.
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Tettonica.
Per quanto concerne la tettonica, il motivo strutturale principale è dato da una grande faglia inversa posta al margine orientale del massiccio che va da S. Severino sino a Scario.
È da notare che questa faglia presenta presso Scario un rigetto massimo che va riducendosi verso S. Severino, sino a passare ad una piega faglia e quindi ad una piega.
A S. Severino il piano di faglia presenta un’inclinazione com¬ presa tra 59° e 60°. L’inclinazione presso Scario si riduce a 30°-35°.
Nella prima località i calcari con frammenti di rudiste formano il tetto e la scaglia rossa il letto, nella seconda località i calcari con selce sono direttamente sovrapposti al fìysch.
Le faglie di distensione sono prevalentemente di direzione tir¬ renica e appenninica e sono posteriori alla faglia inversa.
Conclusioni.
Riassumendo quanto si è esposto viene riconosciuta nel M. Bul- gheria una serie che va dal Trias al Miocene con caratteristiche pecu¬ liari che la differenziano dalle altre serie carbonatiche dell’Appennino meridionale. Queste caratteristiche la fanno ritenere una serie di tran¬ sizione a sedimenti di mare più aperto o più profondo sconosciuti perchè non emersi o sprofondati nel Tirreno.
È da notare che la differenziazione con la vicina serie carbona- tica del Cilento e dei monti di Sapri diventa marcata a partire dalla parte alta del Lias inferiore, inserendosi in quel fenomeno generale che ha interessato tutto l’Appennino centro - meridionale (Scar¬ sella 1958) e che ha individualizzato i due distinti bacini della
« facies occidentale » e della « facies orientale ». Soltanto nel Miocene inferiore si ristabiliscono condizioni di uniformità giacche le calca- reniti a Miogypsina del Bulgheria presentano caratteristiche molto
simili a quelle dei monti di Sapri che sono però trasgressive sui
calcari senoniani o paleocenici.
Si può quindi asserire che nel Cretacico superiore emergeva la dorsale carbonatica silentino-lucana mentre ad ovest di essa continuava la sedimentazione in dominio marino. Nel Paleocene e nell’Eocene locali ingressioni interessavano le aree emerse. La trasgressione gene-
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rale del Miocene ristabilisce condizioni pressocchè uniformi con de¬ positi in un primo tempo calcarei, quindi marnoso-arenacei flyscioidi.
RIASSUNTO
Vengono descritte, nelle loro linee generali, la stratigrafia e la tettonica del gruppo del M. Bulgheria.
La serie stratigrafica riconosciuta va dal Trias superiore al Miocene, con carat¬ teristiche peculiari che la differenziano dalle altre serie carbonatiche delTAppennino meridionale. Queste caratteristiche la fanno ritenere una serie di transizione a sedi¬ menti di mare più aperto o più profondo sconosciuti perchè non emersi o sprofon¬ dati nel Tirreno. La differenziazione si rende sopratutto marcata a partire dal Lias inferiore.
Nel Miocene inferiore si ristabiliscono condizioni di uniformità.
Il motivo tettonico principale è offerto da una faglia inversa che limita a NE il gruppo e decorre da S. Severino a Scario portando in quesf ultima località, all’acca- vallamento dei calcari infraliassici sul flysch miocenico.
SUMMARY
The subject of this note is thè description of thè stratigraphy and thè tectonic of thè M. Bulgheria, in generai lines.
The stratigraphic series range from thè upper T rias till Miocene, having distinctive features by which is made different from others carhonatic series of thè southern Apennines. By these features is considered a trinsition series with sediments of open or dipper sea, unknow becouse not emerged or sinked under thè Tyrrhe- nian sea.
The differenziation is over all marked from iower Lias. During thè lower Mio¬ cene were re-established uniform conditions. The main tectonic phenomenon is a reverse fault which ends towards thè North-East all thè group. In locality Scario thè calcareus sediments of thè « Infralias » are overlupping thè miocenic flysch.
BIBLIOGRAFIA
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27
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[11] Selli R., Il Paleogene nel quadro della geologia dell’Italia meridionale. Mem. Soc. Geol. It., voi. ITI (1960), pp. 737-789, tav. 1, fig. 1. Pavia, 1962.
Sulla presenza di una stazione paleolitica in un riparo sotto roccia nei dintorni di Cicciano (lNola)^* (1) 2 3
Nota dei soci ANTONINO IETTO e ITALO SGROSSO (Tornata del 29 marzo 1963)
I rilievi della piccola dorsale rocciosa che forma la parte set¬ tentrionale della tavoletta 185-IV-INO-NOLA, sono costituiti da sedi¬ menti mesozoici della serie calcareo-dolomitica ; in essi sono rappre¬ sentati tutti i termini dal Lias inferiore al Cretacico superiore (2).
Alla base di queste alture e sino a quote oscillanti intorno ai 250 metri, abbiamo ritrovato delle formazioni clastiche, plio-pleistoceniche, marine in buona parte (3), in lembi trasgressivi sulla sottostante serie mesozoica.
Si tratta in prevalenza di conglomerati, che nella parte bassa passano a vere e proprie sabbie molto cementate, i quali formano un terrazzo, più o meno continuo, lievemente inclinato a valle e che ter¬ mina, intorno alla quota 150, con ripide scarpate di oltre 20 metri di altezza. In queste scarpate, si ritrovano, più o meno allineati, al¬ cuni probabili solchi di battigia, i quali a luoghi formano cavità, al¬ lungate in senso orizzontale e profonde al massimo 3-4 metri. In una di queste abbiamo trovato una breccia ossifera contenente, tra l’altro, numerosi manufatti litici in selce.
Questa cavità è situata a quota 130 circa a monte di Masseria Can-
(*) Lavoro eseguito con il contributo del C.N.R.
(1) La presente nota, scritta in stretta collaborazione tra i due autori, s’inquadra nei lavori di completamento e aggiornamento della Carta Geologica d’Italia (legge 3 gennaio 1960 n. 15) eseguiti per conto del Servizio Geologico d’Italia sotto la dire¬ zione scientifica del prof. Francesco Scarsella.
(2) Ietto A. e Sgrosso I., Il rilevamento geologico della tavoletta 185-IV-NO- Nola. (In corso di pubblicazione sul Bollettino del Servizio Geologico d’Italia).
(3) Ietto A. e Sgrosso !.. Formazioni marine plio-pleistoceniche nei dintorni di Cicciano (Nola). Nel presente volume.
Boll. Soc. Nat. in Napoli, 1963. A. Ietto, I. Sgkosso. Sulla presenza di una stazione paleolitica , ecc.
Boll. Soc. Nat. in Napoli, 1963.
A. Ietto, I. Sgrosso, Sulla presenza, ecc.
Tav. II. — Tipologia dei manufatti litici in selce rinvenuti nei lembi residui dei materiali di riempimento.
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de la io sita sulla strada provinciale Ciceiano-Aeerra (coordinate chilo- metriche della cavità: YF 5722-3448). Essa hà una profondità massima di tre metri ed è formata da due ambienti comunicanti, divisi ante¬ riormente da un pilastro centrale.
Lungo le pareti e intorno al pilastro si notano appiccicati brandelli residui della breccia ossifera sino ad una altezza di 140 centimetri dal piano di calpestio i quali rappresentano il residuo del materiale che originariamente doveva aver riempita quasi tutta la cavità. Più estesa¬ mente, anche se con spessore meno rilevante (80-100 eoi, al massimo) questa breccia ossifera si ritrova anteriormente all’ingresso posto ad est ed anche, sempre nella parte orientale, sotto la parete in quel punto strapiombante.
Questo riempimento è costituito da frammenti di ossa, talora di notevoli proporzioni, detrito calcareo a spigoli vivi, resti organici carbonizzati, oggetti e frammenti litici ed abbondantissimi gusci di gasteropodi polmonari (4), il tutto inglobato in materiale piroclastieo e variamente cementato.
In un sommario esame degli oggetti litici rinvenuti (5) abbiamo potuto riconoscere alcune punte, delle lame e dei raschiatoi, tipici di un industria microlitica del Paleolitico superiore (Aurignaciano); in¬ sieme a questi numerose schegge atipiche e residui di lavorazione.
La selce usata per la fabbricazione di questi oggetti è di vani tipi, vi si può riconoscere della selce bionda quasi trasparente, della selce color bianco latteo e di quella zonata molto calcarifera, delle breeciole diasprigne, inoltre diaspri verdi e rossi appartenenti al com¬ plesso degli « scisti silicei » che affiorano in Lucania e nei ditomi di Gì (foni Yallepiana (Salerno). Il luogo di provenienza della materia prima per la fabbricazione degli utensili è quindi vario; comunque fonte principale di approvvigionamento dovevano essere gli estesi af¬ fioramenti di flysch del vicino Avellinese a luoghi ricchi di diaspri compatti ed omogenei; la presenza però di selce bionda e di mate¬ riale proveniente dal complesso degli cc scisti silicei » confermano quanto già noto, cioè che gli approvvigionamenti di questa materia
(4) La notevole abbondanza dei gusci di questi molluschi, nonché il fatto che questi appartengono tutti ad individui adulti, ci fanno ritenere che essi siano serviti da pasto agli abitatori di questa stazione.
(5) Abbiamo prelevato soltanto il materiale trovato sciolto sul suolo della cavità e qualche frammento d’osso e di selce sporgente dal conglomerato, perchè ci ripro¬ mettiamo di eseguire razionalmente lo scavo senza alterare l’originaria stratigrafia del giacimento, e di studiarne i reperti.
prima venivano effettuati anche in zone piuttosto lontane dalle sedi di residenza.
A quanto ci consta il Paleolitico non era mai stato segnalato in questi dintorni; noi riteniamo invece che le molte cavità naturali che si aprono nei conglomerati addossati alla base dei rilievi che formano Finterà dorsale dell’Avelia, data la loro favorevole posizione, possano essersi prestati ad un insediamento umano in età preistorica. Di questo insediamento il giacimento da noi trovato rappresenta un chiaro indizio.
Napoli , Istituto di Geologia delVU niversità , marzo 1963.
RIASSUNTO
Per la prima volta, nella zona, si segnala la presenza, nei pressi di Ciceiano, di un riparo sotto roccia con una breccia ossifera contenente, tra l’altro, manufatti in selce del Paleolitico superiore.
SUMMARY
In thè zone is for thè first tirile signalized, nearby Ciceiano, a cave filled with ossiferous breccia containing, among other things, flint band-manufactured goods of thè upper Palaeolithic.
Nuovi aspetti delia tettonica della serie calcareo-dolomitlca mesozoica nel salernitano ( M1 2)
Nota del socio ? ANTONINO IETTO (Tornata del 29 marzo 1963)
Durante il rilevamento delle tavolette 185 - Il - SE - S. Cipriano Pi¬ ceni ino e 185 » II - SO - Salerno, è stato possibile osservare frequen¬ temente un fenomeno tettonico interessante la serie calcareo-dolomitlca mesozoica, del tutto particolare in considerazione delle precedenti vedute sulla geologia dell’Appennino campano.
Infatti, la tettonica interessante i massicci calcarei e calcareo- dolomitici mesozoici della zona presa in esame, è stata finora conside-
(1) La presente nota si inquadra nei lavori eseguiti su incarico del Servizio Geo¬ logico d’Italia in adempimento alla legge 3-1-1960 n, 15, riguardante il rilevamento ed aggiornamento' della Carta geologica d’Italia, sotto la direzione scientifica del Prof. Francesco Scarsella, Direttore dellTstituto di Geologia dell’Università di Napoli. In parte è stata svolta con contributi del C.N.R.
(2) Al fine di una più agevole interpetrazione di quanto sarà esposto nel presente lavoro, si ritiene opportuno riportare il sommario di una nota dello stesso Autore in corso di stampa, opera citata [20] :
« Le formazioni dei calcari a liste e noduli di selce, degli scisti silicei e del sovrastante complesso dolomitico, affioranti nei dintorni di Giffoni Valle Piana (Salerno), finora considerati come facenti parte di una serie unica e stratigrafica- meete continua attribuita interamente al Trias superiore, risultano invece appar¬ tenenti a due serie distinte ed in sovrapposizione tettonica ?
a) una serie sottostante, stratigraficamente continua, probabilmente autoctona, costituita dalla formazione dei calcari a liste e noduli di selce e da quella degli scisti silicei, della quale alcuni termini sono stati datati come Lias ;
b ) una serie sovrastante, continua, sovrascorsa sulla precedente e costituita, negl’immediati dintorni di Giffoni Valle Piana, da un complesso dolomitico-marnoso carnieo e, superiormente, dall’Hauptdolomit nerica. Al monte Accellica detta serie sovrascorsa, si estende fino a comprendere tutto il Giura superiore ed al monte Mai fino al Cretacico superiore, sempre in facies calcareo-dolomitlca ».
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rata una tettonica di distensione con faglie generalmente verticali o subverticali ad andamento prevalente NO - SE e NE - SO [6, 18, 23].
Senonchè, osservazioni e studi da noi condotti nelle zone tra Salerno ed i Picentini, mettono in luce, per la prima volta in queste zone, la esistenza di particolari situazioni strettamente collegate ad una tettonica con effetti di compressione.
Tavoletta 185 - II - SO - Salerno
Monte Stella.
A nord di Ogliara si eleva con aspri versanti il rilievo del Monte Stella che raggiunge la quota di 953 metri. Esso risulta costituito, in prevalenza, da formazioni cretaciche calcareo-dolomitiche con Ippu- riti, Requienie, Nerinee ecc., tettonicamente sovrapposti alle dolomie del Trias superiore, come si osserva chiaramente sul versante sud¬ occidentale.
Tali dolomie si presentano generalmente di colore grigio cenere, straterellate o stratificate e con alternanze di livelli marnosi giallastri. L’età di questa formazione è carnieo-norica [20],
Sul versante N, i calcari dello Stella, limitati da ripide pareti, vengono egualmente a contatto con le dolomie su descritte, ma qui la estesa copertura vegetale impedisce di intravederne con chiarezza i rapporti.
Comunque, le chiare situazioni osservabili sul lato sud-occiden¬ tale, consentono di riconoscere una sovrapposizione tettonica di tutto il Cretacico calcareo -d oiomi tieo dello Stella sul Trias superiore preva¬ lentemente dolomitico.
Ed infatti, quanto per citare la situazione di maggiore chiarezza, considerando un percorso da SO a NE e precisamente da Fuarde ( 1 Km. ad 0 di Ogliara) verso Pianello e Grotta degli Sbirri, si ha modo di osservare : dopo una lieve copertura di detrito frammisto a mate¬ riale piroclastico, affiora il complesso calcareo-marnoso a Myophoria vestita del Gamico [20], con una potenza approssimata intorno ai 150 metri. A questo complesso segue, in normale successione strati¬ grafica, la formazione delle dolomie grigio cenere carnico-noriche da
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q. 375 a q. 550 circa. A queste dolomie si sovrappongono tettonica¬ mente i calcari ad Ippuriti di Grotta S. Salvatore (vedi foto 1).
Fot. 1. — Contatto dolomie cornico-noriche (D) e calcari cretacici (C) sul versante S-SO del Monte Stella (sulla mulattiera da Case Mandrizzo al Serbatoio verso E).
Ma quanto è più interessante osservare, è che la sommità della collina Pianelle è costituita da un lembo di calcari cretacici staccati dalla massa centrale dello Stella, e quindi in posizione di klippen, sovrapposti tettonicamente, con un piano di contatto che immerge di poco a S, sia al complesso calcareo-marnoso carnico, sia alle dolomie carnico-noriche (vedi sezione I e foto 1 bis).
Ovest
Fot. 1 bis. — Il Monte Stella visto da S : a) Complesso calcareo-marnoso a Myopho- ria vestita (Carnico); b) Dolomie carnico-noriche; c) Calcari cretacici in sovrapposizione tettonica.
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Tavoletta 185 - li - SE - S. Cipriano Picentino Monte Monna.
Il rilievo del monte Monna (q. 1195) risulta costituito da una successione litologica calca reo-dolomitica giurassica s. 1. : da q. 750 a q. 950 circa, una formazione stratificata costituita da alternanze di calcari grigio scuri, dolomia grigio perla oolitica, livelli di dolomia saccaroide grigia, calcari beige detritici. Segue una formazione, con potenza sui 40-50 metri costituita da calcare finemente oolitico grigio, ben stratificato. All’oolitico succedono, da q. 1000 circa, calcari e calcari marnosi grigio scuri o nocciola, a volte detritici, con piccole Rineonelle. Superiormente, infine, chiudono la successione, dei calcari neri, bituminosi, fogliettati, con abbondanti resti di Echi n oli e piccoli Lamellibranchi ; la potenza di questi calcari è sui 60-70 metri.
L’età di tutta questa successione, osservabile sul versante SE del Monna, è difficile stabilirla in quanto non sono stati trovati fossili, sia macro che micro, di limitata distribuzione stratigrafica. Conside¬ rando, però, detta successione dal punto di vista litologico, essa risulta nettamente diversa dalle circostanti serie sia cretaciche che triassiche, mentre presenta marcate analogie con le vicine serie giuresi.
Tutti questi terreni, verosimilmente quindi giurassici e con poten¬ za complessiva sui 500-600 metri, si sovrappongono tettonicamente alle dolomie del Trias superiore che formano la base del Monte Monna. Tale sovrapposizione tettonica, è bene evidente in zona Naso Aperto a NO di Castiglione dei Genovesi, lungo il tracciato della costruenda strada Castiglione-Calvanico. Qui e su tutto il versante occidentale, alla dolomia del Trias superiore in stato cataclastico, si sovrappone direttamente il calcare oolitico grigio. Altrove, invece, e cioè sul ver¬ sante settentrionale ed orientale, i terreni giuresi del Monna si sovrap¬ pongono alle dolomie carnico-noriche con i termini più bassi (calcari grigio scuri ecc.).
Il piano di contatto tra le formazioni triassiche e giuresi, dalla media dei dati rilevati, risulta pressoché orizzontale, con una leggera immersione ad O-SO.
Monte Castello ( Terravecchia ).
Fenomeno analogo ai precedenti, interessa la collina subito ad O della frazione Mercato ( Giffoni Valle Piana). Anche qui. su una base di dolomia farinosa carnica, poggia tettonicamente una forma-
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zione calcarea, disturbatissima da pieghe e fratture, di potenza non ben determinabile ma probabilmente sui 150-200 metri, costituita, in basso, da calcari grigio scuri straterellati o a banchi cui segue una pila di strati calcarei prevalentemente colitici di colore nocciola.
Fot. 2. — Contatto dolomia farinosa (D) e calcari giurassici (G) al Monte Castello di Giffoni (versante SO).
Sezioni sottili di una campionatura effettuata in questa formazione, hanno messo in evidenza associazioni faunistiche di tipo giurese s.l. (probabile Lias-Dogger).
Il piano di contatto tra le formazioni giurassiche e triassiche, immerge a S-SO con inclinazione variabile ma contenuta fra i 20 ed i 40 gradi.
Monte Cuculo .
Alla base del versante S del Monte Cuculo, in zona Olivete Chiuso e Pimbo, si ha modo di osservare un’altra situazione analoga a quelle precedentemente esposte. Infatti, lembi di calcari compatti grigio scuri straterellati e calcari stratificati o a banchi generalmente colitici di colore grigio o nocciola, si sovrappongono tettonicamente alle dolomie grigio cenere carnico-noriche.
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Questi calcari, del lutto eguali a quelli di Monte Castello, ven¬ gono similmente ascritti al Giura s.l.
L’estenzione topografica degli affioramenti è relativamente note¬ vole, specie in contrada Pimbo dove raggiunge dimensioni di circa 1 Km. per 400-500 metri. La potenza è difficilmente valutabile e quanto mai variabile dati i numerosi disturbi. Comunque sembra non dover superare i 100 metri.
I piani di contatto immergono a S con inclinazioni intorno ai 25°.
Tavoletta 186 - III - SO - Montecorvino Rovella Monte Salvatore.
Il Monte Salvatore ( q. 874), a N di Gauro, già considerato come costituito esclusivamente da dolomie massicce grige noriche [2], ri¬ sulta invece costituito da ben tre distinti complessi litologici, bene esposti sul versante O.
Fot. 3. — ■ Il Monte Salvatore visto da 0: a) Scisti silicei; b) Dolomia bianca farinosa, base della serie dolomitica-calcarea sovrascorsa ; c) Calcari giurassici e cretacici in sovrapposizione tettonica alla dolomia farinosa.
Inferiormente, e cioè ad E di S. Rocco e di Vassi, in sinistra oro¬ grafica del Picentino, affiora una parte della serie degli scisti silicei, già descritta in una precedente nota [20], potente circa 100 metri. Sugli scisti silicei si sovrappone tettonicamente la tipica formazione carnica della dolomia farinosa massiccia bianca o grigia, con potenza intorno ai 400 metri. Al di sopra della dolomia farinosa, poggia, an¬ cora per contatto tettonico, una formazione prevalentemente calcarea con potenza tra i 350-400 metri (fot. 3 bis).
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Avendo già trattato gli scisti silicei e la dolomia sovrastante dal punto di vista sia tettonico che stratigrafico [20], si ritiene qui op¬ portuno esaminare soltanto i rapporti tra dolomia e calcari, con par¬ ticolare riferimento alla tettonica e stratigrafia di quest’ultimi.
Per una più chiara esposizione consideriamo la successione lito¬ logica procedendo ad 0 verso E lungo la linea di sezione 3 (vedi sez. 3).
I calcari che vengono direttamente a contatto con la dolomia
Fot. 3 bis. — Contatto dolomia farinosa (D) e calcari giurassici (G) al Monte Salva¬ tore (versante 0, alla base della parete visibile nella foto 3).
sono dei calcari grigi, detritici, a frattura scheggiosa, con rare alter¬ nanze di calcari oolitici e pseudooliticL Hanno una potenza valuta¬ bile sui 200 metri ed immergono a NE di circa 25-30°.
Nella porzione basale di questa formazione, si rinvengono a tratti, alcuni strati ricchi di grossi gusci di bivalvi (probabili ostreidi) completamente spatizzati. La porzione terminale invece di questi calcari è caratterizzata dalla presenza di livelli a Cladocoropsis mira¬ bili s Felix, per cui può essere ascritta al Giura superiore (Malm) [29],
Ai calcari a Cladocoropsis succedono, con netta discordanza an¬ golare (vedi fot. 5), dei calcari a grana fine di colore nocciola chiaro,
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talora biancastri subcristallini, raramente grigi. La potenza di questa ultima formazione è sui 150-200 metri ed alcuni degli strati più alti sono delle vere e proprie biostrome a Rudiste s.s. (Cretacico sup.).
Ricapitolando, quindi, i calcari del monte Salvatore, costituiscono una successione litologica composta da due formazioni calcaree di-
Fot. 4. — Contatto dolomia farinosa (D) e calcari giurassici (G) al Monte Salvatore (estremità SO di Toppo Cocuzzo; vedere foto 6).
stinte ed entrambe databili: una inferiore appartenente al Giura superiore ed una più alta appartenente al Cretacico superiore.
I rapporti tra le due formazioni risultano chiaramente tettonici. Ciò in considerazione : della netta discordanza angolare tra esse esi¬ stente ; degli spessori che intercorrono tra i livelli a Cladocoropsis e quelli a Rudiste ; della mancanza di elementi a favore di un fenomeno trasgressivo dei terreni cretacici su quelli giuresi.
Infatti, in tutte le zone prossime a questa in esame, e cioè dalla penisola Sorrentina ai Picentini, la serie calcareo-dolomitica. dal Giura superiore al Cretacico superiore, risulta continua e con una potenza non inferiore ai 1000 metri. In essa, inoltre, si rilevano, costantemente compresi tra i due livelli fossiliferi anzi citati, altri numerosi livelli fossiliferi tipici e cioè: livelli a Nerinee, livelli a
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Kequienie, livello ad Orbitolina . Livelli questi die al monte Salvatore risultano assenti.
Se ne deduce, che i calcari su descritti, sovrapposti alla dolomia careica, costituiscono a loro volta due distinte scaglie tettoniche, aseri- vibìli rispettivamente al Giura superiore ed al Cretacico superiore.
Fot. 5. — Discordanza angolare tra calcari giurassici (G) e calcari cretacici (C) al Monte Salvatore (versante S di Ripe del Gauro. Ved. fot. 6 e sez. 3).
Alla base del versante E del Salvatore, dove i calcari a Rudiste vengono a contatto laterale con la dolomia bianca farinosa carnica della base SO del monte Circhio, si ritrovano, lungo la linea di con¬ tatto, brandelli di flyseh. argilloso miocenico.
I rapporti, però, tra calcari a Rudiste, dolomia e flyseh, non sono bene evidenti nel senso che non è chiaro se il flyseh sia preso lungo i piani tettonici delle scaglie calcaree, oppure se viene intrappolato lungo il piano della faglia normale, grosso modo N-S, che porta a contatto le formazioni del Salvatore con quelle del monte Circhio.
Altra ipotesi è che la faglia normale esistente tra i calcari del Salvatore ad 0 e la dolomia ad E, porti nuovamente in affioramento il piano di sovrascorrimento della serie carbonatica sugli scisti silicei ed, in questo caso, anche sul flyseh miocenico. Se così è, il flyseh in parola, verrebbe ad essere sottoposto tettonicamente alla dolomia della
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base SO del Circhio. Tale ipotesi, tra quelle enunciate, sembra la più probabile essendo la più avvalorata dai dati rilevabili sul terreno (vedi sez. 3).
❖ * *
Oltre alle situazioni finora esposte, è facile rilevare nella serie mesozoica calcareo-dolomitica, fenomeni collegabili ad una tettonica con effetti di compressione. Ciò dicendo mi riferisco alla presenza di faglie inverse, fra cui la più tipica è quella tra Pezzale e Toppo Corno ad E di Sovvieco, con andamento E-0 e vergenza a S. Tale faglia inversa, causando la sovrapposizione della dolomia farinosa sul complesso calcareo-marnoso a Myophoria vestita , porta alla ripeti¬ zione, lungo la dorsale da Vassi al monte Licinici, delle due forma¬ zioni più basse della serie triassica qui affiorante.
Conclusioni
Contrariamente a quanto finora ritenuto e cioè che la tettonica della serie calcareo-dolomitica mesozoica nel Salernitano fosse esclu¬ sivamente una tettonica di distenzione con faglie normali verticali o subverticali, da quanto esposto in questo lavoro, risulta evidente l’esistenza di una tettonica con effetti di compressione, di età postcre¬ tacica e, con ogni probabilità, miocenica (3). A questa tettonica è da collegarsi il sovrascorrimento di tutta la serie carbonatica sugli scisti silicei [20] e tutti quei fenomeni ad esso connessi, esposti nel presente lavoro. Fenomeni che, a nostro avviso, possono essere inter- petrati soltanto ammettendo nel corpo della serie carbonatica, episodi di avanscorrimento di alcune formazioni rispetto ad altre.
Posteriormente alla fase tettonica descritta, sia la serie carbona¬ tica dal Trias al Cretacico, che la sottostante serie dei calcari con selce e scisti silicei, sono state interessate da una tettonica a carattere iso¬ statico con faglie normali di rilassamento. Questa tettonica sarebbe stata caratterizzata, secondo gli AA. [6. 18. 23] dalla direzione pres¬ so celiò costante delle linee di faglia principali e cioè NO-SE (appen¬ ninica) e NE-SO (tirrenica). Senonchè, nella zona studiata, è stato possibile osservare come, assieme a faglie con andamento « appenni-
(3) Ciò anche in base al ritrovamento, in zone poco a S, di lembi di flysch miocenico al di sotto delle dolomie del Trias, come riferito dal Dott. Ghelardoni dell’A.G.LP. Mineraria in un suo intervento alla relazione di Ietto A. [20] al Con¬ vegno su « La geologia delFAppennino » indetto dalla Società Geologica Italiana (Roma 13-14 dicembre 1962).
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nico » e « tirrenico », numerosissime siano le faglie con andamento E-0 e N-S. Anzi, molte linee di dislocazione con andamento NO-SE o NE-SO risultano, in effetti, dovute all’incrocio di numerosi gruppi di faglie con andamento prevalente N-S ed E-O.
A conferma di quanto detto basta considerare la situazione della valle del torrente Bonea presso Vietri sul Mare. Questa valle, infatti, incisa lungo una linea di dislocazione ad andamento appenninico, è in realtà sede di incrocio di numerose faglie ad andamento preva¬ lente N-S ed E-O. Inoltre la valle del fiume Irno, che divide la tavo¬ letta Salerno, corrisponde ad una linea di faglia con andamento chiaro N-S. Similmente, in destra alla valle dell’Irno. i rilievi dolo¬ mitici delle « Creste », hanno un allineamento N-S e sono lateral¬ mente bordati da innumerevoli piccole faglie che. mantenendo lo stesso andamento, preludono alla faglia principale del fondo valle. Anche qui, assieme a faglie N-S, si rileva la presenza di numerose faglie con andamento ortogonale E-O.
Comunque, alle forze agenti nella descritta tettonica di disten- zione, sia Eautoclono (4) che Falloctono (5) hanno reagito con eguali modalità, dislocandosi uniformemente in zolle grosso modo mono- clinali.
Ciò ha. tra l’altro, causato l’attuale smembramento del piano di contatto tra le due serie, portando spesso formazioni della serie autoctona a contatto laterale con formazioni della serie alloctona. Ciò, per esempio, avviene in contrada Scalelle a S di Sieti dove i calcari a liste e noduli di selce camici vengono a contatto laterale, per faglia normale, con le dolomie grigio cenere carnico-noriche.
Questa successiva tettonica di rilassamento, in considerazione delle formazioni che interessa e all’esame delle situazioni tettoniche generali, è da considerarsi postmiocenica o, al massimo, a partire dal tardo Miocene.
Napoli , Istituto di Geologia delVUniversità - Dicembre 1962 .
(4) Le formazioni degli scisti silicei c dei calcari a liste e noduli di selce affioranti nei Pìcentini. vengono ritenute autoctone, sia per le loro condizioni di giacitura, sia perchè non si rilevano in campagna, nonostante la discreta distanza ed estenzione degli affioramenti, situazioni che possano autorizzare a supporre di¬ versamente.
( 5) L’alloctonia della serie ealcareo-dolomitica dei Picentini rimane tuttora un argomento aperto, nel senso di stabilire, mediante studi nelle rimanenti zone appenniniche, l'entità maggiore o minore del sovrascorrimento o, se invece, si può parlare di un vero e proprio carreggiamento.
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SOMMARIO
Vengono esposte alcune osservazioni sulle vicende tettoniche che hanno inte¬ ressato la serie mesozoica calcareo-doloniitica nel salernitano con particolare riferi¬ mento ai bordi meridionali dei Picentini.
Questa serie presenta, frequentemente, delle lacune dovute alla sovrapposizione tettonica di formazioni più recenti su formazioni più antiche. La stessa, mostra anche delle ripetizioni dovute a faglie inverse con piani generalmente poco inclinati.
Tutte queste Situazioni tettoniche vengono collegate al sovrascorrimento della serie calcareo-dolomitica mesozoica (Trias sup.-Cretacico sup.) sul complesso degli scisti silicei comprendente, nella zona dei Picentini, termini appartenenti al Lias.
SOMMAR Y
Some observations are exposed on thè tectonic intercourses wich have interested thè Mesozoic series caleareous-dolomitic in thè Salernitano country, with particular reference to thè southern edges of thè Picentini mountains.
The said series frequently presents gaps due lo thè tectonic overposition of more recent formations on more ancient ones. The same series shows also repeti- tions, due to reverse faults, with scarcely inclined plains.
These tectonic situations are all connected to overthrust of Mesozoic caleareous- dolomitic series (Trias sup.-Cretaceous sup.), on thè complex of thè scisti silicei, wich in thè series of Picentini mountains, compreends terms wich belong to thè Lias.
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Calcari stratificati con alternante
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dolomie stratificate o slraterelleJe grigie con alternante di livelli marnosi . (Attui co tropico
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Calcari
stratificali . (mtacico surrnioRt
Complesso calcareo- marnoso con Hifoptioria vestita • (.orni co
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A. Ietto. Nuovi aspetti della tettonica ,
■ Tav. II.
(tipo del Cauro
~WcrT
Dolomia bianco formosa • CARNicq j*X. ~Z.\ Sasti silìcei • Trias suneatotìc-vas
Calcari a liste e nodali di sette - (nerneo
Super feci di loerapposlnotH tettonica
Taglie normali certe ii • probabili
Caratteristiche pirografiche e tecniche di alcune calcareniti plio-quaternarie della Piana di S. Eufemia
(Calabria)
Nota del socio ANTONIO VALLARIO
(Tornata del dì 31 maggio 1963)
§ 1 — Premessa.
Oggetto di questo lavoro è lo studio delle caratteristiche petro- grafiche e tecniche di alcuni materiali lapidei affioranti sulla sponda destra della bassa valle del fiume Amato.
Lo studio è stato eseguito in occasione della sistemazione dei tronchi vallivi degli affluenti del fiume Amato che è curata dal Con¬ sorzio di Bonifica della Piana di S. Eufemia.
Il problema applicativo alla base delle ricerche riguarda l’im¬ piego di tali rocce per il riempimento di gabbionate metalliche da utilizzare nella sistemazione delle sponde.
Tali opere di difesa constano di due parti principali di cui una agente in ambiente subacqueo ed una saltuariamente immersa in acqua.
Le opere immerse in acqua sono costituite da un cordolo situato al limite tra l’alveo e la sponda e da una piattaforma che dal còrdolo si spinge verso l’alveo.
Alle spalle del còrdolo , verso la sponda, con una inclinazione di 45°, si estende la mantellata per una larghezza di circa 4 metri. Questa parte delle opere di difesa viene lambita dalle acque quando, in particolari ed eccezionali condizioni, aumentano le portate dei corsi d’acqua che generalmente sono molto modeste.
La mantellata , il còrdolo e la piattaforma sono costruiti mediante Taccostamento di gabbionate metalliche in maniera da avere una struttura nel complesso resistente alle azioni erosive e, nello stesso
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tempo, che reagisca plasticamente alle sollecitazioni meccaniche deri¬ vanti dalle spinte operate dalle acque in piena.
Le rocce da utilizzare quindi per il riempimento delle gabbionate devono avere caratteristiche tecniche tali da sopportare e superare le azioni di disfacimento chimico e di disgregazione meccanica in modo da impedire che le gabbionate stesse subiscano deformazioni indipen¬ denti dalle forze spingenti delle acque fluenti.
Per accertare tali caratteristiche si sono eseguite le esperienze di laboratorio che appresso si espongono.
§2 — Cenni geologici.
Il fiume Amato ha origine dal Monte Reventino (m. 1416) che è la cima più elevata dei rilievi che separano le valli dei fiumi Sam- biase, a nord, ed Amato a sud.
La sua valle, inizialmente di modeste proporzioni, giunge nella piana ad est dell’abitato di Decollatura dove si congiunge col torrente Gallico di Stocco, proveniente dai piani di Soveria Mannelli. Di qui l’Amato si dirige in direzione nord-ovest fino a Tiriolo dove converge poi verso nord-est immettendosi nell’ampia pianura di S. Eufemia.
L’Amato in regime di magra assai modesto, in periodo di piena è dannoso per la sua azione sull’estesa pianura alluvionale dell’ultimo tronco. Numerosi valloni ed incisioni solcano la sua valle. In condi¬ zioni di piene essi danno luogo a veri e propri corsi d’acqua a carat¬ tere torrentizio che irrompono con impeto nella valle principale. Fra i tributari di notevole interesse ricordiamo La Fiumarella, il fiume Cancello ed il S. Ippolito alla destra orografica ed i torrenti Torbido e Pesipe alla sinistra.
La lunghezza del fiume è di circa 56 km. e la superficie del suo bacino imbrifero è di circa 412 kmq.
La valle dell’Amato si amplia notevolmente allorquando il fiume, dopo le gole di Marcellinara, si immette nella Piana di S. Eufemia. Questa è costituita principalmente da terreni terziari in cui sono incisi tutti gli affluenti di sinistra dell’Amato, mentre quelli di destra, come il S. Ippolito, entrano subito nelle formazioni del Quaternario lasciando affiorare nelle valli le argille plioceniche sottostanti.
I terreni più antichi affioranti in quest’area sono rappresentati da calcari con gessi in grossi banchi con immersione verso nord. Essi
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rappresentano il termine superiore delle formazioni mioceniche ed affiorano in stretti lembi sulla sponda sinistra dell’Amato, poco a valle della confluenza col torrente Pesipe.
La serie dei terreni pliocenici ha inizio con un potente conglo¬ merato con intercalazioni di livelli marnosi e sabbiosi. Gli elementi del conglomerato, molto irregolari, sono costituiti da scisti cristallini.
Negli strati marnosi intercalati sono stati rinvenuti fossili che hanno permesso di datare questo complesso come parte basale del Pliocene inferiore.
Il Pliocene inferiore è inoltre rappresentato da un complesso argilloso che progressivamente, verso l’alto, diviene più sabbioso. Le facies argillose persistono fino alla sommità della formazione rendendo impossibile la distinzione fra Piacenziano ed Astiano.
Sul versante ionico della Calabria, invece, alle argille del Plio¬ cene inferiore segue un potente complesso marnoso con intercalazioni calcaree alla base. Gradatamente scompaiono poi le facies franca¬ mente marnose e si hanno alternanze di sabbie e marne. I materiali divengono sempre più grossolani da sabbiosi a vere e proprie ghiaie fino a conglomerati.
Le diversità riscontrate nelle due serie mettono in evidenza le variazioni di facies, sempre più litorali, da oriente ad occidente. È da notare ancora che lo spessore dei sedimenti decresce dallo Ionio verso il Tirreno.
Alla fine del Pliocene inferiore si assiste ad un approfondimento graduale del bacino di sedimentazione da ovest verso est. Tale varia¬ zione scompare alla fine del Pliocene ed i sedimenti dei due versanti sono caratterizzati da sabbioni, ghiaie e conglomerati.
Nella valle del fiume Amato ai terreni argillosi e poi argilloso- sabbiosi seguono sedimenti detritici rappresentati da calcareniti e sabbioni fino a ghiaie ; questo complesso è ben stratificato e presenta una vergenza ad ovest.
Tali livelli detritici e conglomerati costituiscono la base del Calabriano.
La serie dei terreni plio-quaternari, i cui materiali sono oggetto di questa nota, è bene esposta sulla sponda destra del fiume S. Ippolito.
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§ 3 — Caratteristiche petrografiche e tecniche.
Le prove di laboratorio sono state eseguite su campioni prele¬ vati nella formazione detritica soprastante ai sedimenti argilloso- sabbiosi del Pliocene superiore.
I campioni provengono da un complesso ben distinto che trovasi intercalato ai sabbioni ed alle ghiaie stratificate che formano la base del Calabriano.
Essi sono stati raccolti nel Vallone Molinelle a circa un chilo¬ metro a monte del ponte Calderaio, sul fiume Amato, sulla Strada Statale N. 280 ( F. 241-1 S.E. - Màida).
Nel vallone Molinelle si segue abbastanza bene la successione dei terreni dal Pliocene al Calabriano. Qui, alla base, affiorano le argille che verso Paltò passano ad argille-sabbiose fino a sabbie. Addentran¬ dosi nel vallone per circa due chilometri si notano le formazioni detritiche, stratificate, soprastanti a questo complesso.
A) Determinazioni chimiche e petrografiche.
Per determinare il contenuto di carbonati si sono eseguite al¬ cune calcimetrie dei campioni in esame.
È da precisare che per il campione n. 1 si è ritenuto sufficiente eseguire quattro prove di cui due polverizzando la parte esterna del campione, che era più alterata, e due sulla parte interna.
Come si vede dalla tabella I i risultati delle quattro prove con¬ cordano e danno una media dell’80,79% di carbonati.
TABELLA I.
|
Calci metria |
prova |
II prova |
III prova |
IV prova |
Valori parziali |
Valori medi |
|
Campione n. 1 |
88,51 |
90,03 |
90,03 |
90,54 |
89,78 |
|
|
Campione n. 2 |
||||||
|
Parte fine |
73,12 |
71,20 |
72,79 |
72,37 |
||
|
Parte grossolana |
88,15 |
87,41 |
88,23 |
87.93 |
80.15 |
— 49 —
Per il campione n. 2, meno omogeneo del precedente, che pre¬ senta alternanze di straterelli a grana fine e grossolana, si sono eseguite tre calcimetrie sulla parte fine e tre su quella più grossolana. Dai dati esposti nella tabella si può rilevare che la differenza tra i due gruppi di valori è del 15% circa. La media complessiva del campione n. 2 è dell’80,15%.
Riconosciute nelle rocce in esame le quantità di carbonati in percento di peso è stato utile eseguire le analisi chimiche per defi¬ nirne la composizione. I risultati sono esposti nella tabella II (1).
TABELLA II.
|
Analisi chimiche |
ì Campione N. 1 |
Campione N. 2 |
|
Perdita a fuoco |
39,25 |
35,03 |
|
Titolo di silice (Si02) |
8,62 |
17,90 |
|
» » sesquiossido di ferro |
||
|
(Fe203) |
0,40 |
0,55 |
|
» » allumina ( A1203) |
1,11 |
1,16 |
|
» » calce (CaO) |
49,15 |
43,20 |
|
» » magnesia (MgO) |
1,40 |
2,10 |
Si sono inoltre eseguile delle osservazioni al microscopio su sezioni sottili delle rocce esaminate.
Camp. n. 1. — La roccia rivela al microscopio una natura pre¬ valentemente clastica. Si nota una grande abbondanza di fossili, molti dei quali in frammenti, con cemento calcareo e con una notevole quantità di quarzo detritico. La roccia è interessata da frequenti litoclasi non tutte riempite da calcite spatica ed è attraversata da piccoli vacui e pori uniformemente distribuiti nella massa. Le dimen¬ sioni dei granuli costituenti la roccia sono uniformi e dell’ordine del millimetro.
La microfauna è rappresentata da: Amphistegina , Globi ger inidi. Rotalidi , Briozoi , frammenti di Molluschi , radioli di Echinidi , (Tav. I).
(1) Le analisi chimiche sono state gentilmente eseguite dal Dr. Gios afatte Mondelli, Assistente Ordinario alla Cattedra di Chimica Industriale del Politecnico di Napoli.
— 50 -
Camp. n. 2. — Anche qui trattasi di una roccia clastica con grande abbondanza di fossili spesso in frammenti. Il cemento è cal¬ careo e la quantità di quarzo detritico è notevole.
La roccia ha struttura vacuolare non uniforme ed è costituita da alternanze di letti a grana fine, omogenei e compatti a struttura are¬ nacea con abbondanza di quarzo detritico, e di letti formati da fram¬ menti grossolani di gusci di organismi con struttura non uniforme e con una grande quantità di vacui delle dimensioni variabili da 0,2 a 0,6 cm.
L’associazione faunistica e floristica è costituita da: Amphiste- gina , Globigerinidi , Rotalidi , Briozoi , Elphidium crispum Linnè, Textularidi , frammenti di Molluschi , radioli di Echinidi e Melohesie , (Tav. II).
B) Proprietà tecniche.
Per la razionale utilizzazione delle rocce in esame come mate¬ riale da costruzione si sono eseguite delle prove di laboratorio ten¬ denti a precisare alcune caratteristiche fisiche e meccaniche che hanno permesso di valutarne le proprietà tecniche.
Delle caratteristiche fisiche si sono determinate : il peso specifico reale, il peso specifico apparente, il grado di compattezza, il coeffi¬ ciente di porosità, il coefficiente d’imbibizione riferito al peso, il coefficiente d’imbibizione riferito al volume ed il grado di saturazione.
Tra le prove di resistenza meccanica si sono determinate la resi¬ stenza a compressione ed il logoramento per attrito radente.
Le prove di laboratorio sia fisiche che meccaniche sono state eseguite in conformità a quanto precisato dalle norme italiane di accettazione dei materiali lapidei ( R. D. 16-11-1940, N. 2232).
Si descrivono di seguito le modalità di esecuzione delle prove e si analizzano i risultati ottenuti.
a) Caratteristiche fi siche.
1 — Peso specifico reale e peso specifico apparente.
La determinazione del peso specifico reale è stata fatta con un picnometro ad acqua adoperando da 5 a 10 gr. di sostanza preven¬ tivamente polverizzata in modo da non lasciare residuo al setaccio di 900 maglie, ed essiccata in stufa a 110°.
— 51 —
Sono state eseguite complessivamente sei prove di cui due per il campione n. 1 e quattro per il campione n. 2. Si è ritenuto oppor¬ tuno eseguire più prove per il secondo campione in quanto esso è costituito da alternanze di straterelli a granulometria diversa. Le quattro prove hanno dato valori prossimi ma si può constatare che i primi due valori, prove eseguite polverizzando la parte a grana fine, sono leggermente inferiori agli altri due. Ciò potrebbe essere colle¬ gato ai dati calcimetrici che per la stessa parte a grana fine del campione n. 2 presentano valori del 72% di carbonati cioè dell’8% circa inferiore rispetto alla media assoluta del campione.
Nella tabella III sono riportati i valori delle singole prove e le relative medie.
TABELLA III.
|
, V~m.ru ■■■■■ i unnr.!—. ~ r - . n, PESO SPECIFICO REALE |
||
|
Campione |
Campione |
|
|
Prove |
N. 1 |
N. 2 |
|
I Prova |
2,729 |
2,711 |
|
II Prova |
2,715 |
2,717 |
|
III Prova |
2,726 |
|
|
IV Prova |
2,729 |
|
|
Valore medio |
2,722 1 II |
2,721 |
I valori del peso specifico reale dei campioni esaminati rientrano nella categoria dei calcari discretamente compatti, come risulta dal confronto con altre tabelle riportate da vari Autori.
II peso specifico apparente o peso di volume si è ottenuto facendo il rapporto tra il peso ed il volume di alcuni provini delle rocce in esame.
Tutti i provini di forma cubica con volume, calcolato geometri¬ camente, variabile da 9 a 130 cc. sono stati essiccati in stufa a 110° fino al raggiungimento del peso costante. Tale operazione ha messo in evidenza la percentuale di acqua naturalmente contenuta in ogni campione.
Nella tabella IV sono riportati i dati relativi alle caratteristiche dei provini sia allo stato naturale che dopo l’essiccazione.
I valori del peso specifico apparente corrispondono a] peso di
— 52 —
TABELLA IV.
|
P rovini |
Volume cm3 |
allo stato naturalo gr |
P E S C provini •essiccati gr |
) acqua eliminata gr |
Percentuale acqua eliminata |
||
|
Valori singoli |
Valori medi |
||||||
|
1' |
130,25 |
310,01 |
308,44 |
1,57 |
0,51 |
||
|
1 " |
130,16 |
305,83 |
304,10 |
1,73 |
0,57 |
||
|
rH |
|||||||
|
C |
1 a |
13,57 |
31,79 |
31,62 |
0,17 |
0,53 |
|
|
CD |
Ib |
11,17 |
26,28 |
26,12 |
0,16 |
0,61 |
|
|
c |
|||||||
|
o |
1 c |
10,62 |
25,35 |
25,21 |
0,14 |
0,55 |
|
|
a |
|||||||
|
s |
1 d |
13,07 |
31,70 |
31,51 |
0,19 |
0,60 |
|
|
CO U |
1 e |
9,65 |
23,85 |
23,72 |
0,13 |
0,55 |
|
|
1 f |
— |
52,90 |
52,58. |
0,32 |
0,60 |
||
|
lg |
— |
38,27 |
38,00 |
0,27 |
0,71 |
||
|
1 h |
34,00 |
33.79 |
0,21 |
0,62 |
|||
|
0,58 |
|||||||
|
2' |
126,93 |
308.80 |
307,75 |
1,05 |
0,34 |
||
|
2" |
125,71 |
306,63 |
305,62 |
1,01 |
0,33 |
||
|
2 A |
12,39 |
30,95 |
30,83 |
0,12 |
0,39 |
||
|
g |
2 B |
13,40 |
33,41 |
33,28 |
0,13 |
0,39 |
|
|
CD |
2 C |
12,48 |
30,99 |
30,88 |
0,11 |
0,35 |
|
|
E O |
2 D |
10,78 |
27,00 |
26,93 |
0,07 |
0,26 |
|
|
CL S |
2 E |
12,45 |
31,07 |
30,98 |
0,09 |
0,29 |
|
|
CO QJ |
2 F |
12,57 |
30,79 |
30,70 |
0.09 |
0,29 |
|
|
2 G |
— • |
20,08 |
19,96 |
0,12 |
0,60 |
||
|
2 H |
— ■ |
30,70 |
30,56 |
0,14 |
0,46 |
||
|
2 I |
— |
53,25 |
53,00 |
0,25 |
0,47 |
||
|
1 |
0,38 |
kg. 2373 e kg. 2466 al metro cubo rispettivamente per il campione n. 1 e per il campione n. 2.
Il peso di volume rappresenta un importante parametro dal punto di vista applicativo ; esso infatti viene utilizzato per quanto riguarda i trasporti dei materiali ed i calcoli di carico. A volte con¬ viene riferire il valore del peso di volume allo stato naturale della
— 53 —
roccia ossia senza sottrarre l’acqua che i campioni contenevano natu¬ ralmente prime delle operazioni di essiccazione. Ciò permette di conoscere un dato che può presentare, in particolari condizioni, un interesse maggiore specialmente quando le rocce in esame sono molto porose e contengono naturalmente una notevole quantità di acqua.
Nel caso in esame i valori del peso specifico apparente così calco¬ lati sono rispettivamente per i campioni n. 1 e n. 2 di 2387 e 2476 kg. al me. Le lievi differenze esistenti tra i valori calcolati con i due metodi prima detti sono da mettere in relazione alla bassa percen¬ tuale di acqua contenuta naturalmente nei due campioni di roccia e cioè 0,58%. per il campione ri. 1 e 0,38% per il campione n. 2.
I valori del peso specifico apparente dei campioni in esame, determinati dal quoziente tra il peso dei provini asciutti ed il loro volume, rientrano tra quelli corrispondenti alle rocce calcaree discre¬ tamente compatte.
Seguendo la classificazione del Salmoiraghi i valori ottenuti rien¬ trano nella categoria delle rocce mediocremente pesanti.
Nella tabella V sono riportati i valori singoli e le medie gene¬ rali del peso specifico apparente dei due campioni.
TABELLA V.
|
PESO SPECIFICO |
APPARENTE |
||||
|
Campione N. 1 |
Campione N. 2 |
||||
|
1 Provini |
Valori singoli |
Valore medio |
Provini |
Valori singoli |
Valore medio |
|
r |
2,368 |
2 ' |
2,424 |
||
|
i" |
2,336 |
2n |
2,431 |
||
|
1 a |
2.330 |
2 A |
2,488 |
||
|
1 b |
2,338 |
2 B |
2,483 |
||
|
1 c |
2,373 |
2 C |
2,474 |
||
|
1 d |
2,410 |
2 D |
2,498 |
||
|
1 e |
2,458 |
2 E |
2,488 |
||
|
2 E |
2,442 |
||||
|
2,373 |
i |
2,466 |
— 54 -
2 — - Grado di compattezza e coefficiente di porosità.
Sulla scorta dei valori dei pesi specifici reale ed apparente sono stati calcolati il grado di compattezza ed il coefficiente di porosità.
Per grado di compattezza s’intende il rapporto tra il peso spe¬ cifico e quello reale. Esso raggiunge l’unità nel caso che la roccia sia priva di pori.
Per coefficiente di porosità s’intende il volume dei vuoti in per¬ centuale del volume della roccia ; esso corrisponde al rapporto tra il volume dei pori ed il volume totale della roccia allo stato naturale espresso in centesimi.
I valori ricavati per i singoli provini e le medie dei due para¬ metri sono riportati rispettivamente nelle tabelle VI e VII.
TABELLA VI.
|
GRADO DI COMPATTEZZA |
|||||
|
Campione N. 1 |
Campione N. 2 |
||||
|
Valori |
Valore |
Valori |
Valore |
||
|
Provini |
singoli |
medio |
Provini |
singoli |
medio |
|
r |
0.870 |
2 ' |
0,891 |
||
|
i" |
0,858 |
2" |
0,893 |
||
|
1 a |
0,856 |
2 A |
0,914 |
||
|
1 b |
0,859 |
2 B |
0,912 |
||
|
1 c |
0,872 |
2 C |
0,909 |
||
|
ld |
0,885 |
2 D |
0,918 |
||
|
0,903 |
2 E |
0,914 |
|||
|
2 F |
0,897 |
||||
|
| |
0,872 |
0,906 |
Il grado di compattezza dei due campioni esaminati dimostra che trattasi di rocce poco compatte, ciò è messo in evidenza anche dal valore del coefficiente di porosità che è al limite tra le categorie delle rocce molto porose e di quelle abbastanza porose avendo valori del¬ l’ordine del 9% - 12%.
Tali valori del coefficiente di porosità corrispondono ai calcari poco compatti ed ai travertini.
|
0050- |
|
|
0 045- |
|
|
0 040- |
|
|
0 0 35- •v 0 a |
|
|
0.030 - |
Y |
|
0.025 - |
|
|
0020- |
|
|
0.015 - 0 010 - 0 005- |
' |
|
0.000 |
|
|
0 |
2 4 IO |
Fig. 1.
— 55 —
TABELLA VII.
|
COEFFICIENTE |
DI POROSITÀ’ |
||||
|
Campione N. 1 |
Campione N. 2 |
||||
|
Valori |
Valore |
Valori |
Valore |
||
|
Provini |
singoli |
medio |
Provini |
singoli |
medio |
|
1' |
13,01 |
2' |
10,91 |
||
|
1" |
14,18 |
2" |
10,66 |
||
|
la |
14,40 |
2 A |
8,56 |
||
|
1 b |
14,10 |
2 B |
8,74 |
||
|
1 c |
12,82 |
2 C |
9,08 |
||
|
1 d |
11,96 |
2 D |
8,20 |
||
|
1 e I |
9,70 |
2 E |
8,56 |
||
|
2 F |
10,25 |
||||
|
12,81 |
9,37 |
3 — Coefficiente d’ imbibizione e grado di saturazione.
Per determinare il coefficiente d’imbibizione riferito al peso si sono adoperati tre provini per ogni campione del peso variabile da 20 a 55 gr. La determinazione del coefficiente d’imbibizione riferito al volume è stata condotta su provini di forma cubica del peso va¬ riante tra 20 e 30 gr. e con volumi dell’ordine di 10-12 cc.
I provini sono stati essiccati in stufa a 110° fino a peso costante e sono stati poi immersi in acqua distillata per un tempo prolungato fino al raggiungimento del peso costante. Le prove sono state eseguite con temperature oscillanti tra 16°C e 19°C ed a pressione atmosferica.
I due coefficienti d’imbibizione rappresentano l’acqua assorbita dall’unità di peso della roccia e l’acqua assorbita dall’unità di volume.
II coefficiente d’imbibizione riferito al volume risulta il più utile in quanto è indipendente dal peso specifico della roccia.
Nelle prove di imbibizione, la quantità d’acqua assorbita dai provini è in funzione del tempo fino al raggiungimento dell’imbibi¬ zione totale che può avvenire in tempi diversi a seconda del tipo di roccia. I provini qui esaminati hanno impiegato un tempo di trenta- quaranta giorni per raggiungere il peso costante.
— 56 —
Per avere dei dati confrontabili con quelli ottenuti in altri labo¬ ratori ed in conformità a quanto in uso nel laboratorio di geotecnica del Politecnico di Zurigo, si sono calcolati i coefficienti d'imbibizione riferendoli alla quantità d’acqua imbibita dopo 28 giorni di im¬ mersione.
I coefficienti così ottenuti espressi in percento del peso e del volume di roccia hanno dato valori elevati corrispondenti a rocce molto porose del tipo dei travertini, come risulta anche evidente dal grado di compattezza e del coefficiente di porosità. Dei due campioni esaminati il primo raggiunge i valori più elevati.
Nella fig. 1 sono riportate le curve di imbibizione. Il loro anda¬ mento mostra che il campione n. 1, a parità di tempo, ha assorbito, inizialmente, una maggiore quantità di acqua per poi raggiungere gradualmente il limite di imbibizione. Il campione n. 2 si è avvi¬ cinato più rapidamente del primo al limite di imbibizione.
Nella tabella Vili sono riportati i valori dei coefficienti d’imbi-
TABELLA Vili.
|
Campione N. |
1 |
Campione N. 2 |
||||
|
Caratteristiche fisiche |
Provini |
Valori singolli |
Valori medi |
Provini |
Valori singoli |
Valori medi |
|
Coefficiente d’imbibizione |
lf |
0,0413 |
2 G |
0,0260 |
||
|
riferito al peso a 28 giorni |
Ir |
0,0389 |
2 H |
0,0222 |
||
|
i h |
0,0426 |
0,0409 |
21 |
0,0221 |
0,0234 |
|
|
Coefficiente d’imbibizione |
i' |
0,0696 |
2' |
0,0481 |
||
|
riferito al volume a 28 giorni |
i" |
0,0715 |
2" |
0,0515 |
||
|
1 a |
0,0855 |
2 A |
0,0420 |
|||
|
1 b |
0,0788 |
2 B |
0,0485 |
|||
|
1 c |
0,0791 |
2 C |
0,0481 |
|||
|
1 d |
0,0757 |
2 D |
0,0436 |
|||
|
1 e |
0,0663 |
2 E |
0,0418 |
|||
|
0,0752 |
2 F |
0,0509 |
0,0468 |
|||
|
Percentuale dei pori sa¬ |
||||||
|
turati d’acqua a pres¬ |
— |
— |
58,70 |
— |
— |
49,95 |
|
sione atm. |
1 |
— 57 -
bizione ed i valori delle percentuali dei vuoti saturati a pressione atmosferica nella imbibizione riferita a 28 giorni.
Tali valori rappresentano il grado di saturazione della roccia e corrispondono al rapporto tra il coefficiente di imbibizione riferito al volume ed il coefficiente di porosità.
b) Prove di resistenza meccanica.
Tra le prove di resistenza meccanica si sono eseguite quelle di resistenza a compressione e quella di logoramento per attrito radente.
Le prove sono state effettuate su provini opportunamente squa¬ drati e, per quanto possibile si sono mantenute le condizioni naturali della roccia specialmente per quanto riguarda il contenuto in acqua che è dello 0,58% per il campione n. 1 e dello 0,38% per il cam¬ pione n. 2.
Le esperienze si sono svolte nel Laboratorio Prove Materiali dell’Istituto di Scienze delle Costruzioni del Politecnico di Napoli (2).
1 — Resistenza a compressione e gelività.
Le prove di resistenza a compressione sono state eseguite con una pressa AMSLER da 100 tonn., su provini di roccia squadrati in cubi aventi il lato di cm. 7,1 circa e con una superficie di 50 cmq.
Per ogni campione si sono eseguite quattro prove su provini allo stato naturale e quattro su provini congelati. I risultati di queste espe¬ rienze sono riportati nella tabella IX.
Il congelamento si è ottenuto mediante immersione dei provini, già saturi d’acqua, in acqua distillata a + 35° C per la durata di 15 ore. Successivamente essi sono stati posti alternativamente di tre ore in tre ore in un frigorifero a — 10° C e poi di nuovo in acqua distil¬ lata a + 35° C. Questo ciclo, della durata di 24 ore si è susseguito per dieci volte.
Alla fine di questo trattamento non erano visibili macroscopica¬ mente, modificazioni strutturali della roccia o segni di sgretolamento.
Il campione n. 1 non presenta stratificazione interna, esso è uni¬ forme in massa, con vacui distribuiti uniformemente sulla superficie
(2) Ringrazio sentitamente il Prof. Vincenzo Franciosi, Direttore delFIstituto di Scienza delle Costruzioni del Politecnico di Napoli, per avermi consentito di effettuare le prove di laboratorio.
— 58 —
dei provini. Nella massa si notano delle piezoclasi che durante lo svolgimento delle prove hanno rappresentato le prime direzioni di rottura dei provini ; questi, successivamente, all’aumentare del carico, si sono frantumati con distacchi disordinati delle parti.
Il campione n. 2 è meno uniforme. In esso si notano alternanze di straterelli dello spessore variabile da 0,5 a 1,5 cm. formati da accumuli a granulometria diversa.
Negli strati a grana fine, più compatti, sono rari i vacui mentre laddove la roccia è formata da accumuli grossolani si notano vacui di notevole grandezza ed in discreta quantità.
I provini occorrenti per le prove di compressione sono stati rica¬ vati in modo da mettere bene in evidenza il maggior numero di stra¬ terelli, e le prove, come si vedrà in seguito, sono state eseguite con modalità diverse per mettere in risalto le variazioni del coefficiente di compressibilità al variare della direzione di carico rispetto alla direzione di stratificazione.
Dai risultati ottenuti dalle singole prove dei due campioni si nota che il campione n. 1, più omogeneo, non presenta notevoli varia¬ zioni nei valori singoli sia nelle prove eseguite su provini allo stato naturale che su quelli congelati. Anche i valori medi dei due gruppi di prove possono ritenersi prossimi quindi è lecito supporre che il congelamento non abbia influenzato lo stato fisico dei provini lasciando inalterate quelle che erano le condizioni iniziali.
I valori delle singole prove eseguite sul campione n. 2, sia sui provini allo stato naturale che su quelli congelati, presentano due massimi e due minimi. Tali differenze sono dovute alle diverse moda¬ lità di esecuzione delle prove, i valori massimi corrispondono a carichi normali alla direzione di stratificazione e i valori minimi corrispondono a carichi paralleli.
Inoltre le prove a compressione per questo campione hanno dato valori notevolmente diversi a seconda dello stato fisico dei provini, precisamente il coefficiente di compressione corrispondente ai provini congelati risulta inferiore del 62% a quello calcolato su provini allo stato naturale. Possiamo quindi considerare geliva questa roccia.
Dei due campioni di roccia esaminati il campione numero 1 pre¬ senta valori più elevati sia del coefficiente di porosità che del coef¬ ficiente di imbibizione e risulta essere poco o nulla gelivo ; il cam¬ pione n. 2 pur presentando valori più bassi dei predetti coefficienti deve invece considerarsi gelivo.
L’esiguo numero di prove effettuate non permette di addentrarsi
— 59 -
in considerazioni relative alle relazioni esistenti tra porosità, imbibi¬ zione e gelività, ma consente di trarre alcune conclusioni abbastanza orientative ai fini delle applicazioni pratiche del materiale esaminato. I risultati delle prove sono esposti nella tabella IX.
TABELLA IX.
|
Campione' N. 1 |
Campione N. 2 |
|||
|
Resistenza a compressione |
Valori |
Valori |
Valori |
Valori |
|
singoli |
medi |
singoli |
medi |
|
|
Resistenza a compressio¬ |
377,62 |
|||
|
ne su provini allo stato |
436,73 |
|||
|
naturale, kg/cm2 |
328,61 |
|||
|
425,14 |
||||
|
316,32 |
||||
|
326,53 |
||||
|
365,33 |
||||
|
338,12 |
||||
|
346,97 |
381,63 |
|||
|
Resistenza a compressio¬ |
299,61 |
240,49 |
||
|
ne su provini congelati, |
1 |
|||
|
kg/cm2 |
308,93 |
249,51 |
||
|
330,99 |
||||
|
234,19 |
||||
|
321,67 |
||||
|
225,17 |
||||
|
315,30 |
1 |
237,24 |
Confrontando tali risultati con quelli riportati da altri Autori,
possiamo considerare le rocce in esame come calcari discretamente compatti.
2 — Logoramento per attrito radente.
Queste prove sono state eseguite con un tribometro di AMSLER. I provini esaminati di forma prismatica, a base quadrata, con lato di cm. 7,1 circa, con altezza variabile da cm. 2,5 a cm. 2,7, del peso di circa gr. 354 sono stati sottoposti ad un carico di gr. 4158 corrispon¬ dente a 0,3 kg/cmq, come prescrivono le norme codificate per l’ac¬ cettazione delle prove.
È stato misurato lo spessore dello strato abraso dopo 613 giri del piatto della macchia, corrispondenti ad un chilometro di percorso. Quale sostanza abrasiva si è usato il carborundum a grana 90, umet¬ tato con olio minerale.
Per ogni campione si sono eseguite quattro prove di cui le prime
— 60 —
due operando su provini dello stesso campione e le secondo dispo¬ nendo contemporaneamente il provino da analizzare ed un saggio tipo di granito di S. Fedelino.
Da queste prove quindi è stato possibile, misurando lo spessore dello strato abraso espresso in millimetri, conoscere l’indice di usura assoluto e, riportandolo all’indice di usura del granito di S. Fedelino, conoscere anche il coefficiente di usura relativo a questa roccia che viene considerata quale roccia tipo.
Assumendo come unità l’indice di usura assoluta del granito di S. Fedelino è risultato che il campione n. 1 ha un indice di usura di 1,99 ed il campione n. 2 di 2,17.
I dati relativi alle singole prove e le medie dei due campioni esaminati sono riportate nella tabella X.
TABELLA X.
|
LOGORAMENTO PER |
A T T R |
ITO R |
ADEN |
T E |
|
|
Granito |
Campione N. 1 |
Campione N. 2 |
|||
|
Indici di usura |
San |
Valori |
Valori |
Valori |
Valori |
|
Fedelino |
singoli |
medi |
singoli |
medi |
|
|
Indice di usura assoluto |
11,70 |
9,93 |
|||
|
( spessore dello strato |
|||||
|
abraso in nini.) |
10,29 |
11,15 |
|||
|
9.68 |
11,09 |
||||
|
9,93 |
13,17 |
1 |
|||
|
5,21 |
10,40 |
11.33 |
|||
|
Indice di usura riferito |
|||||
|
al granito San Fede¬ |
|||||
|
lino |
1 |
— |
1,99 |
— |
2.17 |
Tali valori consentono di rilevare che le rocce in esame presen¬ tano un indice di usura discretamente elevato e rientrano nella cate¬ goria delle rocce semidure.
§ 4 — Conclusioni.
Le esperienze svolte permettono di trarre alcune conclusioni circa Futilizzazione delle rocce esaminate.
Per la loro struttura e tessitura non si prestano ad essere lucidate
— 61 —
e non presentano particolari doti di pregio per essere adoperate come pietre ornamentali.
Entrambi i tipi di rocce sono facilmente spaccabili e segabili, possono fornire conci anche di notevoli dimensioni.
Sono rocce discretamente compatte, molto porose e facilmente usurabili.
TABELLA XI.
|
1 Tabella riassuntiva |
Campione N. 1 |
Campione N. 2 |
|
Calcimetria |
89,78 |
80,15 |
|
Peso specifico reale |
2,722 |
2,721 |
|
Peso specifico apparente |
2,373 |
2,466 |
|
Grado di compattezza |
0,872 |
0,906 |
|
Coeff. di porosità |
12,81 |
9,37 |
|
Coeff. d’imbibizione riferito al peso (%) |
4,09 |
2,34 |
|
Coeff. d’imbibizione riferito al volume ( % ) |
7,52 |
4,68 |
|
Grado di saturazione |
58,70 |
49,95 |
|
Resistenza a compressione |
346,97 |
381,63 |
|
Coeff. di usura assoluto |
10,40 |
11,33 |
|
Coeff. di usura riferito al gra¬ nito San Fedelino |
1,99 |
2,17 |
Il loro impiego risulta buono per murature ordinarie quali muri di controriva, rivestimenti di scarpate, muri di sostegno.
Per l’elevata porosità, per il modesto grado di compattezza, per la notevole imbibizione e per l’alta usurazione si sconsiglia l’uso di tali rocce per murature a secco e si esclude la loro utilizzazione in ambiente subacqueo.
Il loro impiego più comune, nella regione di estrazione, è per costruzioni di muri di sostegno e edilizia rurale.
La disponibilità di tali rocce è notevole in quanto esse rappre¬ sentano un livello abbastanza potente e continuo che permette di cavarne cospicue quantità.
— 62 —
A volte, per l’estrazione del materiale, è necessario provvedere allo sbancamento delle argille ed argille-sabbiose alle (piali questi livelli sono intercalati. In questi casi il materiale argilloso viene local¬ mente utilizzato per la fabbricazione di mattoni.
Nella tabella XI sono riassunti i dati delie esperienze di labo¬ ratorio.
Napoli , Istituto di Geologia , aprile , 1963.
RIASSUNTO
Dopo una sommaria descrizione delle formazioni plioceniche affioranti nella valle del fiume Amato, vengono studiate le caratteristiche petrografiche e tecniche delle rocce in esame.
Alle determinazioni chimiche e petrografiche seguono le proprietà tecniche che sono state suddivise in caratteristiche fìsiche (peso specifico reale, peso speci¬ fico apparente, grado di compattezza, coefficiente di porosità, coefficiente d’inibizione riferito al peso ed al volume e grado di saturazione) e prove di resistenza meccanica (resistenza a compressione e gelività e logoramento per attrito radente).
Si analizzano infine i risultati ottenuti traendone adeguate conclusioni per lo impiego di tali rocce come materiali da costruzione.
SUMMARY
After a brief description of thè Pliocene formation outeropping in thè valley of Amato river, are studied thè petrographyc and technical properties of thè rocks in examination.
To thè chemical and petrographyc test are follcwing thè technical properties which have been subdivided in physical characteristics (reai specific gravity, apparent specific gravity, degree of compactness, coefficient of porosity, soaking coefficient related to thè weight, volume, and degree of saturation) and test of mechanical resistence (compressimi resistence, freezing, and wearing out by rolling friction).
At last are analysed thè results cbtained, inferring adeguate conclusions to use these stones as building materials.
BIBLIOGRAFIA
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— 63 —
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Talobre J. La mécanique des roches appliquée aux travaux publiques. Dunod, Paris, 1957.
TAVOLA I.
igg. 1 e
Calcarenite con granuli di quarzo con Ampi liste gina, Briozoi, radioli di Echinidi e frammenti di Molluschi.
Campione n. 1, (12 x).
Boll. Soc. Nat. in Napoli, 1963.
A. Vallario. Caratteristiche tecniche ecc „ - Tav. I.
Fig. 2.
Fig. 1.
TAVOLA IL
Fig, 1. — Calcarenite con Elphidium crispum LinnÈ, Briozoi e Melobesie. Campione n. 2, (15 x ).
Fig. 2. — Calcarenite con Elphidium crispum LinnÈ, Globigerinidi e Briozoi. Campione n. 2, (12 x ).
Boll. Soc. Nat. in Napoli, 1963.
A. Vallario. Caratteristiche tecniche ecc. - Tav. II,
Fig. 2.
Il Paleocene nella zona di Pielravairano (Caserta), con alcune considerazioni sulla tettonica cretacica
Nota del socio ITALO SGROSSO (*)
(Tornata del 31 maggio 1963)
Nel corso del rilevamento della tavoletta 172-IV-NO-Pietramelara si sono riconosciuti come paleocenici alcuni piccoli lembi di calcari affioranti a circa 100 metri di quota sulle pendici occidentali della Montagna di Bruno, piccola altura situata nell’angolo nord-orientale della tavoletta in questione.
Questi lembi sono costituiti da calcari avana o biancastri, detritici, talora conglomeratici (1) e con plaghe rossastre, in placche trasgres¬ sive che si ritrovano su una superficie di oltre 500 metri quadrati, paggianti su calcari bianchi del Cretacico inferiore- (2).
Data l’esigua potenza e la posizione in placche di questi sedimenti, non è stato possibile eseguire una serie, ma soltanto una campiona¬ tura sparsa. Il materiale esaminato in sezione sottile si è rivelato molto ricco di microfauna; l’associazione tipica è la seguente.
Aeolisaccus kotori , fio Ialina, Spirolina , Quinqueloculina , Pyrgo . Triloculina , Alveolina, Microcodium, Orbitolites , Planorbulinidae V ernueìlinìdae , Rotalidae , Globorotalidae , Anomalinidae.
Si ritiene paleocenica (3), o facente passaggio all’Eocene questa associazione fossilifera riferendosi ai recenti lavori di R. Selli 1960 [7] e di S. Sartori e U. Crescenti 1962 [5] che segnalano terreni in facies
(*) La presente nota eseguita con il contributo del C.N.R. s’inquadra nei lavori di rilevamento e aggiornamento della Carta Geologica d’Italia sotto la direzione scientifica del prof, Francesco Scarseela.
(1) Gli elementi presenti nel conglomerato sono di età variabile dal Cretacico inferiore al Cretacico superiore ; sono occasionalmente presenti frammenti di R ih liste.
(2) In questo rilievo la serie è rappresentala sino al Cretacico superiore.
(3) Sedimenti paleocenici sono già stati segnalati anche' nel vicino Matese (T. Pescatore 1961 [4], R. Signorini-G. Devoto 1962 [9]) ma in facies litologica diversa e con differente microfauna.
— 66 —
analoga sopra al Cretacico superiore. Le Alveoline presenti però, che sono in corso di studio da parte del dott. Bruno Scotto Di Carlo, sembrano di tipo nettamente eocenico.
Frequenti, ma purtroppo indeterminabili sono resti spatizzati di Lamellibranchi cuoriformi a guscio molto spesso, che talora gremiscono la roccia (4).
Poiché questi sedimenti paleocenici non sono sovrapposti ai calcari cretacei, ma ad essi appoggiati « lateralmente » per contatto trasgres¬ sivo, si deve ricostruire una morfologia già delineata prima dell’ingres- sione paleocenica.
In un lasso di tempo relativamente così piccolo ( dal Senoniano inferiore) forze erosive subaeree non avrebbero potuto impiantar una morfologia così nettamente incisa (il Paleocene trasgredisce sui bordi di un rilievo) ; bisogna pertanto ricorrere a forze tettoniche che abbiano veramente innalzato ( 5) blocchi della pila calcareo-dolomitica già precedentemente fagliati.
La fase tettonica tardo-cretacica, che ha provocato questa parziale ingressione, rappresenterebbe quindi la continuazione di quei movi¬ menti che già nel corso del Cretacico avevano variamente dislocato la pila carbonatica, stabilendo talora differenti condizioni di sedimen¬ tazione anche in zone vicine tra loro.
Testimonianza di queste fasi tettoniche nelle serie del Casertano sono :
1) Le frequenti variazioni di facies nel Cretacico inferiore (6).
2) L’estesa lacuna stratigrafica generalmente marcata da bauxiti nel Cretacico medio (D’Argenio 1962 [2]).
(4) Resti di Lamellibranchi analoghi si ritrovano abbondanti in alcuni livelli dei calcari paleocenici di Sapri ed in quelli che affiorano nella dorsale di M. Vesole.
(5) Poiché il Miocene calcareo trasgredisce generalmente concordante (se discor¬ danza c’è è di pochi gradi) è da ritenersi che i varii spostamenti non abbiano avuto, almeno fino al Miocene, sensibili componenti orizzontali.
(6) Spesso a calcari omogenei corrispondono calcari conglomeratici a cemento verdino e grigio (Coste di M. Grande e M. Virgo, Ietto 1963 [4]). Già in calcari del Noecoiniano sono talora presenti numerosi livelli conglomeratici a cemento rosso (Montagna di Bruno, M. S. Nicola); ciò che testimonierebbe la vicinanza di una facies continentale (del resto nel vicino Matese occidentale il Cretacico trasgredisce anche sul Trias, Selli 1957 [6]). Anche nel Matese orientale sono state notate ete- ropie nelPambito del Cretacico inferiore (Catenacci, De Castro, Scrosso 1962 [1].
(7) Alle volte a tetto della lacuna, marcata dalle bauxiti, si ritrovano calcari ad Ippuriti del Turoniano superiore o Senoniano (M. Fosco, M. Fossa nei pressi di Pietramelara etc.), alle volte dolomie e calcari con Cisalveoline del Turoniano infe-
— 67
3) L’età variabile dei calcari a tetto della lacuna (7).
4) La presenza di serie continue, o in cui la lacuna non è chia¬ ramente dimostrabile, ma che comunque hanno caratteristiche litolo¬ giche e paleontologiche particolari, accostate a serie lacunose (8).
Nel Turoniano superiore o Senoniano inferiore si ristabiliscono uniformi condizioni di sedimentazione con i calcari ad Ippuriti (9), che generalmente chiudono la serie mesozoica.
Una generale emersione ha interessato le assise ealcareo-dolomi- tiche del Casertano e di buona parte dell’Italia meridionale dal Creta¬ cico superiore fino al Miocene (Selli 1957 [6]) (10).
È pertanto interessante documentare una ingressione marina paleo- cenico-eocenica in una zona che generalmente si supponeva emersa.
Ingressioni di questo tipo sono avvenute anche nel Cretacico ter¬ minale, ed infatti Ietto 1963 [3] segnala in una zona del Casertano (M. Virgo) un lembo di calcari e calcari conglomeratici maestrichtiani trasgressivi sul Cretacico inferiore (11).
riore (M. Grande presso Caiazzo, Sgrosso 1963 [8], Coste di M. Grande presso Triflisco, Ietto 1963 [3]). Questi elementi, a mio avviso, sono di notevole importanza per dimostrare che Fingressione del Cretacico superiore è avvenuta su un substrato con zolle variamente dislocate. Anche il fatto che a M. Grande presso Caiazzo si ritrovino nella serie cretacica due distinti livelli con bauxite (e ciascuno dei due testimonia una lacuna stratigrafica, Sgrosso 1963 [8]) può spiegarsi soltanto con Fammissione di una tettonica a blocchi.
(8) Nella Montagna di Bruno presso Pietravairano, per esempio, affiora una serie cretacica dolomitica e calcarea con frequenti livelli conglomeratici verdastri e rossi ; nella parte alta di questa nel cemento dei calcari conglomeratici si trovano Ippuriti, seguono infine calcari omogenei con Ippuriti ; si sono trovati inoltre al di sopra di un livello conglomeratico rosso calcari con microfauna del Cenomaniano superiore- Turoniano inferiore. Nel M. Fossa invece addossato per faglia alla Montagna di Bruno affiora il Cretacica con calcari a Requienie a letto del livello bauxitico e calcari ad Ippuriti del Turoniano superiore-Senoniano a tetto. Queste serie conglomeratiche, dove non sono documentabili lacune stratigrafiche e dove compaiono invece termini che mancano nelle serie normali, dovrebbero essersi, almeno in parte, sedimentate nello intervallo in cui in ambiente continentale si formavano le bauxiti.
(9) Anche nell’ambito dei calcari ad Ippuriti però compaiono frequenti livelli conglomeratici che dovrebbero testimoniare episodi di instabilità nelle normali con¬ dizioni di sedimentazione.
(10) Terreni paleocenici e paleogenici autoctoni (esclusi quelli delle serie fly- schoidi) sono stati recentemente segnalati (Selli 1960 [7]) in Italia meridionale soltanto a sud del fiume Seie.
(11) Sia litologicamente che paleontologicamente questi sedimenti possono acco¬ starsi alla formazione dei cosidetti « calcari pseudocristallini » che nel Matese centro¬ occidentale trasgrediscono su una superficie molto incisa e poggiano anche su terreni molto antichi (Trias, Infralias, Lias, Giura, Cretacico inferiore).
— 68 —
In una precedente nota scritta in collaborazione con Catenacci e De Castro [1] segnalammo il ritrovamento di un esiguo lembo di calcari detritici con Nummuliti, grosse Alveoline ed altre forme eoce¬ niche, trasgressivi sulle bauxiti che affiorano sulla sommità della Serra Cavallo di Pastonico (Matese orientale).
Questi lembi, che per caratteristiche litologiche e paleontologiche e per i loro stretti rapporti con la serie mesozoica sono da ritenersi autoctoni, rappresentano il residuo di affioramenti più vasti i cui elementi spesso si ritrovano rimaneggiati in terreni più recenti.
Napoli , Istituto di Geologia dell’ Università, Aprile 1963.
RIASSUNTO
Viene segnalata, per la prima volta in Italia meridionale a N del Fiume Seie, la presenza di sedimenti paleocenici in facies neritica. Poiché questi poggiano tra¬ sgressivi, con contatto laterale sul Cretacico inferiore, si ammette una tettonica pre¬ paleocenica che si ricollega ad altre fasi tettoniche cretaciche. Come prova della esi- sistenza nel Casertano di queste fasi tettoniche, che avrebbero agito innalzando variamente blocchi fagliati, vengono addotti i seguenti motivi :
1) Le frequenti variazioni di facies in sedimenti coevi nel Cretacico inferiore.
2) L’esistenza di un’estesa lacuna stratigrafica nel Cretacico medio.
3) L’età variabile dei calcari a tetto della lacuna.
4) La presenza di serie continue o pressocchè continue accostate a serie chia¬ ramente lacunose.
SUMMARY
It is recogmzed, for first time in Southern Italy at norih of « Seie » river, thè existence of paleocenic neritic formation.
Being these trasgressiv, with side contact, on lower Cretaceous it is admitted one pre-paleocenic tectonic wich is connected to other tectonic Cretaceous phases. As exemple of thè existence in Caserta country of these tectonic phases, wich could bave rised differently bloches faulted, fallowing demonstrative tests are cited :
1) The frequent variations of facies in thè formations of lower Cretaceous.
2) The large stratigraphic lack in thè middle Cretaceous.
3) The variable age of thè limestones lying on thè lack.
4) The presence of continuai serìes or almost continuai accosted at clearly lackly series.
BIBLIOGRAFIA
[1] Catenacci E.-De Castro P.-Sgrosso I., Complessi-guida del Mesozoico calcareo- dolomitico nella zona orientale del Massiccio del Matese. Mein. Soc. Geol. It. voi. IV, in corso di stampa.
[2] D’Argenio B., Una trasgressione del Cretacico superiore nell' Appennino campano. Meni. Soc. Geol. It., voi. IV, in corso di stampa.
— 69 —
[3] Ietto A., Osservazioni stratigrafiche e tettoniche sul Cretacico dei Monti di Caserta . Boll. Soc. dei Naturalisti in Napoli, in corso di stampa.
[4] Pescatore T., Una serie stratigrafica nel flysch a Sud-est del Matese ( Sannia ). Boll. Soc. Geol. It., voi. LXXX, fase. Ili, Roma 1961.
[5] Sartoni S.-Crescenti U., Ricerche biostratigrafiche nel Mesozoico dell’ Appennino meridionale. Gior. Geol. XXIX, Bologna 1962.
[6] Selli R., Sulla trasgressione del Miocene nelVItalia meridionale. Gior. Geol. XXVI, Bologna 1957.
[7] Selli R., Il Paleogene nel quadro della geologia dell’ Italia meridionale. Mem. Soc. Geol. It., voi. III, Pavia 1962.
[8] Sgrosso I., Il rilevamento geologico della Tav. 11 2-1 -NE Alife e 1-SE-Caiazzo. In via di pubblicazione sul Boll, del Serv. geol. d’It.
[9] Signorini R.-Devoto G., Il Paleogene nel Molise. Mem. Soc. Geol. It., voi. Ili, Roma 1962.
TAVOLA I.
Fig. 1 - Spirolina sp.
Associazione costituita da :
Spirolina, Miliolidae, Alveolinidae, Planorbulinidae e Rotalidae. Calcare detritico talora conglomeratico.
Preparato: A. 624 b (circa 28,5 x ).
Località: Montagna di Bruno (Tav. 172 IV NO-Pietramelara). Età: Eocene (Paleocene?).
Fig. 2 — Planorbulinidae.
Associazione costituita da: Aeolisaccus kotori. Rotalina , Spirolina , Micro- codium, Orbitolites, Alveolina . Planorbulinidae, Miliolidae, Globorotalidae, Anomalinidae .
Calcare detritico talora conglomeratico.
Preparato: A. 624,1 (circa 28,5 x):
Località: Montagna di Bruno (Tav. 172 IV NO-Pietramelara)
Età: Eocene (Paleocene?).
Boll. Soc. Nat. in Napoli, 1963.
1. Sgrosso, Il Paleocene nella zona di Pietravairano - Tav. I.
TAVOLA II.
Fig. 1 — Alveolina sp.
Associazione costituita da: Aeolisaccus kotori. Spirolina. Rotalina , Mi- crocodium. Orbitolites, Planorbulinidae , Verneulinidae, Rotalidae, Glo- borotalidae . Anomalinidae .
Calcare detritico talora conglomeratico.
Preparato: A. 624,6 (circa 33 x ).
Località: Montagna di Bruno (Tav. 172 IV NO-Pietramelara).
Età: Eocene (Paleocene?).
Boll. Soc. Nat. in Napoli, 1963.
I. Sgrosso, Il Paleocene nella zona di Pietravairano - Tav. II.
Cuneolina scarsellai n. sp. nel Cretacico dell’Appennino meridionale
Nota del socio PIERO DE CASTRO
(Tornata del dì 31 maggio 1963)
Genere CUNEOLINA d’Orbigny, 1839 Cuneolina scarsellai n. sp.
Tav. I; Tav. Il, figg. 1, 2.
1959 Cuneolina sp. (indicata come primitiva), Agip Miner., Micr. ital., Tav. LXXI11
GC 631 sez. 12583.
Il materiale a disposizione è costituito oltre che da esemplari in sezione sottile anche da individui interi isolati dai residui di lavaggio provenienti dal «livello ad Orbitolina » (De Castro P.. 1963). Le cuneoline isolate provengono più esattamente dall’affiora- mento del predetto livello a S. Maria la Foce (tavoletta I.G.M.: 185 III NE, Sarno) ; la ricerca delle stesse in materiale analogo proveniente da Sorgente Sperlonga (tavoletta I.G.M. : 184 II SE, Punta Orlando) ha dato risultati praticamente negativi.
Derivazione del nome : La specie viene dedicata al prof. Francesco Scarsella direttore dell’Istituto di Geologia dell’Università di Napoli.
Descrizione : Guscio calcareo, imperforato, microgranulare, gene¬ ralmente conico compresso con sezione trasversale ellittica o ovale (quest’ultima sembra prevalere negli stadi giovanili). Eccezionalmente si riscontrano esemplari lievemente flabelliformi in corrispondenza delle ultime logge dello stadio adulto.
In sezione longitudinale perpendicolare ai setti radiali le camere primarie sono subrettangolari, debolmente arcuate, con altezza della porzione interna della loggia maggiore dello spessore dei setti primari; l’altezza delle logge cresce, anche se con progressione non regolare, dall’apice alla base. Lo spessore delle pareti esterne delle logge è un pò minore o uguale a quello dei setti primari delle logge stesse. (*)
(*) Lavoro eseguito col contributo del C.N.R.
— 72 —
Si riscontrano per lo più da sette ad otto coppie di logge; il numero massimo osservato è di 15.
Setti primari debolmente convessi e di spessore crescente, anche se spesso con progressione non regolare, dall’apice alla base.
Setti radiali a spessore variabile, per lo più compreso tra 0.006 e 0,013 mm., poco numerosi, diretti in senso radiale, talora obliquo, talora ondulati, spesso rudimentali e rappresentati in questo caso da semplici appendici che si dipartono dal tetto o dal pavimento della loggia arrestandosi ad una certa distanza da esso. A causa del loro sviluppo limitato o perchè mancanti, generalmente non sono osser¬ vabili nelle prime quattro logge (dopo lo stadio iniziale); si fanno via via più numerosi col progredire del numero d’ordine della loggia: una sezione trasversale in una loggia di uno stadio adulto avanzato ne ha messi in evidenza circa una diecina per lo più rudimentali.
Setti secondari (short partitions di Henson 1948) rudimentali o mancanti; raramente osservabili ed in tal caso generalmente in logge dello stadio adulto.
Stadio iniziale costituito da una loggia circolare dal diametro esterno variabile per lo più tra 0,044 e 0,063 mm., cui fa seguito pro¬ babilmente un brevissimo stadio di logge avvolte.
Apertura stretta, allungata, alla base della camera.
Misure più frequentemente riscontrate, espresse in min. :
|
Altezza tra la prima loggia e la 4a |
loggia (1) |
0.133-0.165 |
|
Spessore del setto primario della 4 |
a loggia |
0.009-0.019 |
|
Altezza totale (2) della 4a loggia |
0.038-0.045 |
|
|
Altezza tra la prima loggia e la 8a |
loggia |
0.318-0.414 |
|
Spessore del setto primario della 8 |
0.013-0.025 |
|
|
Altezza totale della 8a loggia |
0.051-0.068 |
|
|
Altezza tra la prima loggia e la 12a |
loggia |
0.674-0.751 |
|
Spessore del setto primario della 12a loggia |
0.023-0.028 |
|
|
Altezza totale della 12a loggia |
0.070-0.105 |
(1) Ogni loggia è contata, dopo lo stadio iniziale, lungo una delle due file di logge contrapposte.
(2) Comprendiamo nell’altezza totale della loggia anche lo spessore del setto primario.
— 73 —
spessore setto primario
Rapporto - alla 4a loggia
altezza totale della loggia
» » » 8a »
yy y > yy 12a »
Camere per min. tra la prima loggia e la 4a loggia yy yy » » » » 8a »
yy yy yy yy yy yy 12a »
0.29-0.33
0.24-0.38
0.17-0.54
24.0-30.0
23.2-25.1
16.0-17.8
Olotipo: Campione 767; preparato 767.33.
Località dell’olotipo : S. Maria la Foce (tavoletta I.G.M.: 185 III NE, Sarno).
Livello dell’olotipo : Livello ad Orbitolina.
Tanatocenosi del livello dell’olotipo : alghe verdi ( Salpinge* por ella dinarica Radoicic+, oogoni di caracee-), foraminiferi ( Orbitolina spp.+ + , Miliolidae+ , Lituolidae~ tra cui Haplophragmoides e Ammo- baculites , Cuneolina scarsellai n. sp.~, altre cuneoline primitive), la- mellibranchi ( Neithaea atavo , Pholadomya cornueliana~ ), piccoli ga¬ steropodi-, piccoli radioli d’echinoidi~, ostracodi- ( Trachyleberididae ed Hemicytheridae ) (3).
Altre località: Cava grande (tavoletta I.G.M. : 184 II SE, Punta Orlando), Monte Tobenna (tavoletta I.G.M. : 185 II SE, S. Cipriano Picentino), località Cavère della Civita di Pietraroia (tavoletta I.G.M.: 162 III SW, Cusano Mutri), Monte Castellone (tavoletta I.G.M. : 172 II NE, Castelmorrone), pendici meridionali di Monte la Foresta (ta¬ voletta I.G.M.: 185 III NE, Sarno).
Distribuzione stratigrafica: Cuneolina scarsellai è stata riscontrata nelle serie neritiche del Cretacico inferiore. La sua dispersione verti¬ cale eguaglia, con buona approssimazione, quella riscontrata da Sartoni e Crescenti per Cuneolina laurenlii e C. Camposauri. Nella successione stratigrafica del Cretacico del Salernitano settentrionale ( fig. 1), Cuneolina scarsellai compare dopo C. camposauri e si estingue prima di C. laurentii all’altezza dei livelli a Barkerina riferibili con ogni probabilità all’Albiano. La dispersione verticale di C. laurentii
(3) ++ = abbondante; + = frequente; = raro o oceasionale.
— 74 —
sembra nelle successione esaminata contenere sia quella di C. cam¬ posauri che quella di C. scar sellai.
Rapporti e differenze: La specie descritta appartiene, assieme a C. Laurentii e C. camposauri , a quel gruppo di forme indicate nella letteratura come euneoline primitive a causa, o delle dimensioni generalmente piccole (4), o della scarsezza e della irregolare distri¬ buzione dei setti radiali e dei setti secondari.
È solo con le due specie sopracitate che C. scarsellai presenta affinità. Essa si differenzia, però, nettamente da C. camposauri prin¬ cipalmente perchè quest’ultima è fornita di setti radiali regolari, numerosi, tutti di spessore pressoché uguale il quale eguaglia a sua volta quello dei setti primari, che risultano anch’essi, in prima appros¬ simazione, fra loro eguali.
In comune con C. laurentii , C. scarsellai presenta la irregolarità della distribuzione dei setti radiali, sicché la distinzione delle due specie in sezione longitudinale normale ai setti radiali, può riuscire dubbiosa; Laltezza delle logge, gradatamente crescente in C. scarsellai , ed invece debolmente crescente in C. laurentii ; come pure il numero generalmente maggiore di logge per mm. osservabile in C. scarsellai , possono anche in questo caso fornire ottimi criteri per differenziare le due specie. In sezione longitudinale parallela ai setti radiali, la differenza tra le due specie è molto netta essendo questa sezione a Y in C. scarsellai ed a U in C. laurentii.
Osservazioni: Delle tre specie menzionate C. laurentii è quella più abbondante; C. scarsellai e C. camposauri sono molto meno fre¬ quenti. C. scarsellai , in particolare, sembra raggiungere la maggiore diffusione da poco prima a poco dopo Laltezza stratigrafica del livello ad Orbitolina.
Napoli , Istituto di Paleontologia , Maggio 1963.
RIASSUNTO
Viene descritta Cuneolina scarsellai, una nuova specie del Cretacico dell’Appen- nino meridionale, da annoverare assieme a Cuneolina laurentii e C. camposauri, con le quali presenta maggiori affinità, tra le forme indicate spesso come « cuneoline primitive ».
(4) Non si esclude, in proposito, che la specie Textularia biarritzensis, istituita da Halkiard, possa essere una Cuneolina.
Boll. Soc
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AtÀ
Cuneolina scarsellai n. sp. sul Cretacico delV Appennino meridionale.
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Nella successione dei sedimenti cretacici, da noi esaminata (fig. 1) Cuneolina scarscllai compare quasi alla stessa altezza stratigrafica delle altre due specie sopra citate e si estingue all’altezza dei livelli a Barkerina.
Cuneolina scarsellai sembra così limitata, come C. laurentii e C. camposauri ai sedimenti di facies neritica del Cretacico inferiore.
SUMMARY
Description : Test calcareous, imperforate, microgranular, usually conic eompressed, elliptical or ovale in trasversai section ; thè ovale trasversai section seems to prevail in thè young stage, Exceptionally are found specimens sliglitly flabelliform in thè last chambers of thè adult stage. In longitudinal section, perpendicularlv to thè radiai septa, thè primary chambers are subrectangular, slightly areuated, with thè height of thè inner portion bigger than thè thickness of thè primary septa. The height of thè chambers increases whith nearly regular progression from thè apex to thè base. The radiai septa are variable in thickness and range between 0,006-0,013 mm. They are few numerous, radiai, semetimes oblique or wavy, often rudimentary and represented, in this case, by stups from thè floor or thè roof of thè chambers; because of its limitated growth or absence, they are not seen in thè first four or fi ve chambers (after thè initial stage); later thè radiai septa become more numerous as thè chambers increase in number : a trasversai chamber section in thè final stage of one specimen with many chambers, have pointed out about ten. Secondary septa (short partitions by Henson) rudimentary or absent; when observable they are in final chambers mostly. Initial stage made from a circular chamber with extern diameter variable between 0,044-0,063 mm. ; it is followed, probably, by a very little stage of coiled chambers.
Cuneolina scarsellai occurs in neritic facies of lower Cretaceous.
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TAVOLA I
Cuneolina scarsellai n. sp.
F.g. 1. - Olotipo.
Preparato: 767.33.
1. a : visto dal lato appiattito che mostra l’apertura ;
1. b : visto dal lato opposto al precedente;
l.c: visto trasversalmente dalla parte delFultima camera;
l.d: visto dal lato più stretto.
Figg. 2, 3, 4, 5.
Sezioni longitudinali perpendicolari ai setti radiali.
Preparati: 767.25, 767.24, 767.21, 767.20.
Fig. 8.
Sezione trasversale.
Preparato: 767.23.
Figg. 6, 7, 9, 10.
Preparati: 767.30, 767.19, 767.26, 767.27.
Per tutti gli esemplari :
1 preparati sono tutti relativi allo stesso campione 767 (livello ad Orbi- tolina ).
Ingrandimento : circa 55 x .
Età probabile : Aptiano.
Nota: gli stadi iniziali, ombreggiati, delle figg. 7, 9, 10 non lasciano chiara¬ mente vedere la loro struttura, a causa delle cattive condizioni di fossilizzazione.
Le figure 2-10 sono disegni di sezioni sottili eseguite su esemplari isolati dai residui di lavaggio delle marne del livello dell’olatipo.
Boll. Soc. Nat. in Napoli, 1963,
P. De Castro. Cuneolina scarsellai , ecc. - Tav. I.
TAVOLA II
Fig. 1. — Cuneolina scarsellai n. sp.
Calearenite organogena con gasteropodi. Miliolidae ( tra cui Quinquelo- culina sp.. Spiroloculina sp., Sigmoilina sp.), Ophthalmidiidae , V alvu- linidae , Glomospira sp.. Cuneolina scarsellai n. sp., C. laurentii. Cuneolina sp.
Preparato: A. 23.1 : (38.5x).
Località: M. Tobenna (tav.: 185 II SE. S. Cipriano Picentino).
Albi ano.
Fig. 2. — Cuneolina scarsellai n. sp.
Calearenite roganogena con Miliolidae (tra cui Quinqueloculina sp. e Spiroloculina sp.), Textulariidae, Valvulinidae , Trochamminidae , Lituo - lidae, Cuneolina scarsellai n. sp., Cuneolina laurentii , Cuneolina sp., dasicladacee e rari esacoralli.
Preparato: A. 275 ; (38.5 x).
Località: M. Castellone (tav.: 172 II NE, Castelmorrone).
Cretacico inferiore.
Figg. 3 e 4. — Cuneolina cfr. scarsellai.
Calcare compatto con spicole di spugne, Miliolidae (tra cui Quinquelo¬ culina sp. e Spiroloculina sp.), Textulariidae, Valvulinidae . Trochammi¬ nidae, Cuneolina camposauri, C. laurentii. C. scarsellai. Cuneolina sp.. rari foraminiferi a guscio calcareo perforato.
Preparati: A. 779. b. 4, A. 779. b. 10: (38.5x).
Località: Cavère, Civita di Pietraroia (tav.: 162 III SW : Cusano Mutrii. Il campione A. 779. b. proviene dai noti livelli ad ittioliti di Pietraroia. Età probabile: Barremiano-Aptiano.
Boll. Soc. Nat. in Napoli. 1963. 1
P. De Castro. Cuneolina scarsellai, ecc. - Tav. II.
2
La tettonica del gruppo del Monte Maggiore
Nota dei soci BRUNO DARGENIO e TULLIO PESCATORE
(Tornata del 31 maggio 196*)
Premessa
Il gruppo del M. Maggiore è costituito dai rilievi mesozoici che si estendono a sud del Matese, nell’ampia ansa del Volturno tra Capua e Pietravairano.
In una nota precedente ( D’Argenio e Pescatore, 1962), si è trat¬ teggiata la stratigrafia del Mesozoico di questa regione, ma quasi nulla si è detto della tettonica.
L’argomento ci è sembrato interessante e non privo di addentel¬ lati con i più ampi problemi strutturali che riguardano tutto l’Ap- pennino campano ; pertanto nella descrizione dei fatti tettonici osser¬ vati, si cercherà sempre di tener presente il quadro più generale e significativo della tettonica campana.
I — Cenni di stratigrafia.
La stratigrafia del gruppo del M. Maggiore, per quel che riguarda il Mesozoico, è stata oggetto di un nostro lavoro precedente (D’Ar- genio e Pescatore, 1962) e, successivamente, di uno studio crono- stratigrafico (Pescatore e Vallario, 1963).
Il Cenozoico è stato ampiamente illustrato da Ogniben (1957, 1958).
Diamo sommariamente alcune notizie sulla stratigrafia soffer¬ mandoci su qualche particolare della successione litostratigrafica che ci sembra interessante per la esatta comprensione dei fatti tettonici che si descriveranno.
Per i riferimenti ai lavori precedenti, rimandiamo, per il Meso¬ zoico, ai citati lavori di D’Argenio e Pescatore e Pescatore e Val- lario e per il Cenozoico a quelli di Ogniben.
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a) Mesozoico.
Nella successione straligrafica del Mesozoico possiamo distinguere due parti che hanno subito una evoluzione diversa.
Una parte inferiore rappresentata da quasi mille metri di dolomie, calcari dolomitici e calcari che si sedimentarono in conti¬ nuità dal Lias inferiore al Cretacico inferiore (Albiano) e una parte superiore rappresentata dai calcari del Turoniano-Senoniano ; le due parti sono quasi dovunque separate da un orizzonte hauxitico, testi¬ monianza della emersione cenomaniana.
Un cenno merita la parte superiore che è costituita : in basso da un complesso calcareo-dolomitico con rapide variazioni laterali di facies, che rappresenta il primo ingredire del mare turoniano sul¬ l’area d emersione mediocretacica e, verso l alto, da un'alternanza di calcari e calcareniti con episodi biostromali (calcari a rudiste).
L’area del M. Maggiore rappresentava, durante il Cenomaniano, il limite sud occidentale d’emersione della Piattaforma centrale con bauxiti (D’Argenio, 1962); pertanto, all’inizio del Turoniano la zona costituiva il primo fronte d’ingressione.
A tale circostanza sono dovuti perciò i rapidi mutamenti laterali di facies del complesso basale.
Notevole interesse presenta il sottogruppo del M. Maiulo (M.ti Maiulo-Caruso e Forca) e il M. Friento, nella parte sud orientale del gruppo, per le particolari situazioni stratigrafiche ivi esistenti. Vi sono infatti qui dei conglomerati attribuibili al Cretacico superiore che sono trasgressivi sul Lias e sul Giura, mettendo così in evidenza dei fatti tettonici d’età medio cretacica di un certo rilievo.
Nel complesso il Mesozoico della nostra zona, mentre per la parte inferiore si presenta del tutto simile a quello del resto del- l’Appennino campano, salvo qualche riduzione negli spessori, nella parte superiore, turoniano-senoniana, si differenzia da parte dei coevi affioramenti dell’Appennino campano e per la presenza di una lacuna stratigrafica e perchè appartenente a differenti unità paleogeo¬ grafiche ( piattaforma centrale con bauxiti e fascia di transizione , D’Argenio, 1962).
b) Cenozoico.
I terreni cenozoici, costituiti essenzialmente dal Miocene, sono stati segnalati e descritti in dettaglio da Ogniben (1957, 1958) in due
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lavori che, insieme a quello di Selli (1957) sono da considerare basilari per la conoscenza e lo studio del Miocene campano.
Pertanto, mentre rimandiamo a Ogniben (1957, 1959) per una descrizione più particolareggiata della stratigrafia del Miocene, ci sembra interessante mettere in evidenza come, nella sua distribuzione
areale, la parte basale del Miocene (Formazioni di Mastroianni e di Montagnella) termina verso sud con la bassa Valle del Volturno, tra Limatola e Capua, limite meridionale della nostra zona. Questo limite per le facies mioceniche biostromali a nord del Seie, coincide, con buona approssimazione, col limite meridionale della piattaforma cen¬ trale con bauxiti, denunciando nel Miocene una persistenza di facies neritiche, biostromali, analoghe a quelle cretacee e limitate da linee strutturali di questa età ringiovanite.
Il — Unità strutturali.
Nel suo complesso il gruppo di M. Maggiore ha un perimetro grossolanamente rombico, le cui diagonali misurano ciascuna poco più di 20 chilometri e i cui angoli, corrispondenti ai quattro punti
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cardinali, sono dati da Monte Fossato a nord, M.te Santa Croce a est, M.te Raggelo a sud e M.te Coricuzzo a ovest ; entro questi limiti possiamo distinguere le seguenti unità strutturali :
— a. le dorsali occidentali, ad andamento appenninico, tra M.te La Costa e M.te Raggeto
Fig. 2. — Ubicazione delle sezioni della tavola 1.
— b. la dorsale orientale, ad andamento appenninico, tra M.te Fos¬
sato e M.te Grande
— c. la dorsale settentrionale, ad andamento est-ovest e a pianta
grossolanamente triangolare
— d. la dorsale centrale di M.te Friento e M.te Maiulo
— e. graben di Formicola e di Riardo.
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a) Dorsali occidentali.
Le due dorsali occidentali, parallele Ira loro, hanno andamento appenninico e sono separate dalla faglia di Bellona-Rocchetta il cui rigetto aumenta da sud est verso nord ovest, dove supera i mille metri, mettendo a contatto l’Infralias col Miocene calcareo, trasgressivo sul Cretacico superiore. In entrambe le dorsali gli strati immergono debol¬ mente verso est e verso est nord est.
La dorsale esterna, spostata verso ovest, costituisce il tetto della grande faglia, la quale, specialmente verso sud est è quasi del tutto rasata ; questa dorsale, compresa tra M.te Tutuli e M.te Coricuzzo, è formata da ampi dossi, isolati da faglie d’andamento tirrenico e di modesto rigetto ; vi affiorano i calcari del Cretacico superiore con qualche lembo di Miocene trasgressivo.
La dorsale interna, spostata verso est, è costituita da terreni che, procedendo verso la estremità meridionale, dall’Infralias giungono al Cretacico superiore ; anch’essa è limitata da faglie trasversali di mo¬ desto rigetto. Verso nord, infine, intervengono alcune complicazioni strutturali dovute alla vicinanza della più rilevata dorsale settentrio¬ nale, per cui, nella zona d’incontro, le direttrici tettoniche si discosta¬ no dalla media, ruotando anche di molti gradi.
La dorsale interna è limitata anche ad est da una faglia appen¬ ninica, geometricamente analoga a quella tra le due dorsali (faglia di Bellona-Rocchetta) ma con rigetti minori.
Sull’estremo bordo occidentale, infine, abbiamo elementi per supporre un'altra faglia ad andamento appenninico, ma non ne abbia¬ mo per giudicare dell’entità del suo rigetto.
b) Dorsale orientale.
Questa unità strutturale presenta molte analogie con le dorsali occidentali, a parte il rigetto delle faglie appenniniche periferiche che qui non supera i 300 metri.
Gli strati immergono verso est e nord-est ma possono frequen¬ temente avere dei bruschi cambiamenti di direzione in relazione a faglie trasversali di minore entità.
I terreni affioranti sono dati dal Cretacico inferiore e superiore e da placche di Miocene trasgressivo.
In questa dorsale possiamo distinguere una parte settentrionale, tra M.te Fossato e i Monti della Costa, in cui affiora prevalentemente
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il Cretacico inferiore e una parte meridionale, che risulta leggermente ribassata rispetto a questa, e in cui affiora prevalentemente il Cre¬ taceo superiore.
c) Dorsale settentrionale.
La dorsale settentrionale ha una forma grossolanamente trian golare e vi si può distinguere una parte settentrionale (M.te Maggiore, Pizzo Madama Marta, M.te Melilo, M.te S. Angelo) e una parte meridionale (M.te Serrone, M.te S. Erasmo. M.te Etna).
I terreni affioranti sono compresi tra l’Infralias, ad ovest ed il Cretacico superiore ad est.
Una grande faglia, orientata da est-nord-est ad ovest-sud-ovest, limita il versante settentrionale di questa dorsale, con un rigetto decrescente verso oriente.
Questa faglia maschera probabilmente una originaria struttura di compressione, come si può desumere, non solo dai rapporti geome¬ trici con i terreni adiacenti, ma anche dalle analogie nell’orientamento di queste direttrici che, nella parte meridionale della nostra zona, si riconoscono agevolmente come direzioni di compressione.
I versanti meridionali di questa dorsale sono delimitati da faglie ad andamento appenninico.
Altre faglie trasversali hanno un andamento meridiano e, verso est stabiliscono un graduale raccordo con la dorsale orientale.
d) Il Sottogruppo del M. Maiulo e il M.te Friento.
I rilievi che costituiscono il piccolo sottogruppo del M.te Maiulo (monti Maiulo, Caruso e Forca) sono limitati sul versante settentrio¬ nale da una faglia inversa che ripete il motivo caratteristico del versante meridionale della Valle del Volturno tra Limatola e Capua.
Questa faglia che porta l’Infralias a sovrapporsi alle Arenarie di Caiazzo è orientata da est sud est a ovest nord ovest e giunge, leggermente deviando verso nord, fino al M. Fallano.
II M. Friento, infine, sembra ripetere sul suo versante setten¬ trionale le situazioni dei Monti Maiulo, Caruso e Forca, anche se in condizioni d’osservazione non così evidenti.
e) Graben di Formicola e di Riardo.
11 gra ben di Formicola ha un andamento quasi meridiano ed è dato da una zolla ribassata di forma irregolare, a tratti affiorante,
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compresa tra la dorsale settentrionale, il M.te Friento e la dorsale occidentale. Paragonabile a questo è la fossa di Riardo che ha un contorno grossolanamente quadrangolare ed è disposta con i lati mag¬ giori in direzione appenninica, in prosecuzione del graben di Formi¬ cola da cui è separato dalla dorsale settentrionale, precedentemente descritta.
Ili — Conclusioni.
Nel gruppo del M. Maggiore abbiamo distinte quattro dorsali ad andamento appenninico e una dorsale settentrionale ad andamento tirrenico.
Quest’ultima costituisce un elemento di raccordo tra le dorsali occidentali e quelle orientali.
Queste unità strutturali elementari (dorsali) sono tutte determi¬ nate da fatti disgiuntivi caratteristici di una tettonica che, nel com¬ plessivo stile rigido delFAppennino campano, possiamo definire, come si dirà meglio più avanti, di « tipo finale ».
Possiamo individuare nel gruppo del Monte Maggiore una serie di eventi tettonici che hanno interessato questa zona fin dal Creta¬ cico medio.
Si è infatti accennato ad un orizzonte bauxitico, presente al Monte Maggiore con notevole continuità.
Questo orizzonte attesta una emersione avvenuta alla fine dell’Al- biano e protrattasi per tutto il Cenomaniano.
La nostra zona costituisce la parte meridionale della piattaforma centrale con bauxiti che si estende verso nord ovest fin quasi alla altezza dell’Aquila e fa passaggio con una fascia di transizione (Sotto¬ gruppo del M.te Maiulo) ad un’area più meridionale con sedimenta¬ zione continua ( area esterna) (D’Argenio, 1962).
Sull’orizzonte bauxitico trasgredisce in subconcordanza il Turo- niano con le facies di cui si è fatto cenno nella prima parte di questa nota.
Possiamo pertanto datare come mediocretacei i primi eventi tettonici che interessano la nostra zona ; infatti il bordo meridionale, con i bruschi passaggi a zone con sedimentazione continua, è limitato da dislocazioni disgiuntive eli cui sono testimonianza le facies conglo- meratiche del M. Maiulo.
Una oscillazione positiva possiamo registrarla probabilmente alla fine del Cretacico testimoniata dalla lacuna stratigrafica esistente tra
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Senoniano e Paleocene nei finitimi M. Aurunci orientali, o tra Infra* cretaceo ed Eocene sul bordo nord occidentale del gruppo (Sgrosso, 1963).
A questa emersione seguono le trasgressioni del Paleocene (al¬ meno sul bordo settentrionale del Gruppo) e del Miocene medio-infe¬ riore. Tutti questi fenomeni di tipo epeirogenetico furono accompa¬ gnati con ogni probabilità da dislocazioni disgiuntive riprese succes¬ sivamente dalla tettonica tardomiocenica e pliocenica.
L’evoluzione della sedimentazione miocenica, in relazione alla tettonica di questo periodo è stata esaurientemente trattata da Ogniben (1958).
La successione delle unità litostratigrafiche ci permette di rico¬ noscere un progressivo approfondimento del bacino, con passaggio da calcari organogeni, parzialmente biostromali, a sedimenti in parte dovuti ad accumuli di torbida e a risedimentazione.
Secondo Ogniben (1958) verso ovest o verso sud ovest avveniva la sedimentazione delle Arenarie di Caiazzo , parzialmente eteropiche del Miocene autoctono e, probabilmente, ancora più a ovest o a sud ovest vi era il bacino di sedimentazione delle Argille Varicolori (Ogniben 1957, 1958).
Alla fine del Miocene per la migrazione verso nord est del corru¬ gamento appenninico, si ebbe l’arrivo di coltri gravitative costituite dalle arenarie di Caiazzo e dalle Argille Varicolori.
È probabile che si sia verificato dapprima la sovrapposizione delle A. V. alle arenarie, nella sede della normale giacitura di queste ultime, e poi la traslazione di ambedue le formazioni sull’autoctono del M. Maggiore.
Per quanto riguarda l’età precisa di questi primi fatti traslativi, prodromi del più intenso sollevamento della nostra zona, non abbiamo elementi che ci permettano di determinarla con maggiore approssima¬ zione (tardo tortoniana o post-tortoniana) di quanto abbia fatto Ogniben.
Nel finitimo gruppo del Taburno è stata possibile ad uno di noi (D’Argenio, 1963) distinguere e datare una prima fase « preorogene¬ tica », di età tardo miocenica, in cui si verificarono fatti gravitativi che hanno sovrapposto tettonicamente al Mesozoico coltri di arenarie molassiche e A. V., con lo stesso meccanismo illustrato da Ogniben (1957, 1958); una seconda fase orogenetica di compressione di età tardomioeenica-infrapliocenica con la formazione di dorsali allungate da est a ovest e limitate a nord da faglie inverse e locali sovrascorri-
Boll. Soc. Nat. in Naj D’Argenio B., Pesca i)^- f CASERTA J
Maggiore - Tav
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menti ; una terza fase di sollevamento, di età medio pliocenica ; una fase finale di rilassamento tardopliocenica (e forse anche pleistoce¬ nica), che oblitera, con faglie distensive d’andamento appenninico e tirrenico, la iniziale tettonica di compressione. Possiamo pertanto rite¬ nere con buona approssimazione non improbabile una comunanza e una contemporaneità di vicende tettoniche.
Nel Taburno, queste fasi sono più chiaramente ricostruibili nella loro successione, mentre ai M. Maggiore risulta particolarmente evi¬ dente la fase finale di distensione con allineamenti di faglie appen¬ niniche e tirreniche che hanno giocato un importante ruolo morfo¬ logico (tettonica di « tipo finale »).
La seconda fase di compressione è però ancora visibile agli estre¬ mi meridionali (M.ti Maiulo, Forca, Caruso, M.te Friento) e setten¬ trionali (M.ti di Pietravairano) del gruppo.
Possiamo pertanto supporre anche nella evoluzione tettonica re¬ cente del M. Maggiore quattro momenti elementari.
La fase distensiva ha obliterato molte linee di compressione : ad esempio sul bordo nord della dorsale settentrionale, dove molti elementi fanno ritenere possibile una iniziale linea di compressione.
Pertanto il gruppo di M. Maggiore rappresenta nell’Appennino campano un « complesso strutturale », caratterizzato principalmente da linee disgiuntive semplici e regolari e da limitate zone di intenso disturbo.
Napoli, Istituto di Geologia delVUniversità, marzo, 1963.
RIASSUNTO
Dopo un breve riepilogo stratigrafico si esamina dettagliatamente la tettonica del gruppo del M. Maggiore, riconoscendovi alcune unità strutturali elementari che, nelTinsieme, caratterizzano nello stile rigido del Mesozoico campano, un tipo di tettonica in cui predominano le dislocazioni distensive a linee semplici, e in cui i fatti dovuti a compressione sono presenti solo sugli estremi bordi meridionale e settentrionale.
Seguono alcune considerazioni sulla paleogeografia della regione e sulla suc¬ cessione degli eventi tettonici recenti.
SUMMARY
After short stratigraphic accounts, we examine in detail thè tectonic of thè « Gruppo del Monte Maggiore », and we acknowledge some elementary strutturai unities, which characterize in chìef rigid style of thè Mesozoic of Campania, a kind of tectonic where distension simple-lines dominate, and where coinpression lines are present only on thè extreme southern northen limits.
There are then some considerations about thè paleogeography of that region and about thè suceession of thè recent tectonic events.
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Brecce di disseccamento intraiormazionali ( edgewise breccias) nel Cretacico inferiore del Matese
Nota del socio BRUNO D ARGENIO (Tornata del 31 maggio 196J)
Nello scorso anno avevo segnalato, a tetto delle bauxiti della Regia Piana, nel Matese orientale (F. 162, III SO), la presenza di impronte di disseccamento (sun cracks) e mi ero soffermato ad illustrarne le caratteristiche genetiche e il significato ambientale (D’Argenio, 1962 a).
Successivamente ho rinvenuto anche nei calcari ad ittioliti del Matese, alla Civita di Pietraroia, località ben nota per le ricche faune di vertebrati fossili, questi poligoni di disseccamento, associati a brecce intraformazionali di tipo speciale (edgewise breccias della letteratura anglo-americana).
Per l’interesse che presentano tali strutture sedimentarie, desi¬ dero segnalarle ed illustrarle brevemente, rimandando ad un lavoro di maggiore impegno l’esame sedimentologico e paleoambientale dei calcari ad ittioliti.
Gli elementi delle brecce intraformazionali che vanno sotto il nome di « edgewise breccias », derivano dallo smantellamento di superfici disseccatesi per un momentaneo ritiro delle acque e sono sempre di trasporto molto limitato, in modo che non si verificano fenomeni di arrotondamento.
Queste brecce di disseccamento non sono associate a deforma¬ zioni contemporanee ma si rinvengono insieme a zone disseccate e ad altre strutture caratteristiche delle linee di riva.
Pertanto esse non indicano alcuna notevole lacuna nella sedi¬ mentazione (Pettijohn, 1957).
Le « edgewise breccias » sono sempre in livelli sottili, gli elemen¬ ti sono piatti e monogenici.
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A volte però possono essere anche in relazione con piegamenti subaquei, con strati gradati o con scogliere o possono, in casi parti¬ colari essere prodotte da correnti di torbidità (Natland e Kuenen, 1951).
È evidente che queste ultime ipotesi genetiche non sono adatte al nostro caso.
Le brecce intraformazionali della Civita di Pietraroia sono for¬ mate da elementi poligonali appiattiti, di dimensioni variabili tra i pochi millimetri e i 4-5 cm. di lato e si rinvengono intercalate in esili livelli nei calcari sublitografici che costituiscono il litotipo fon¬ damentale dei calcari ad ittioli ti.
Gli elementi di queste brecce si presentano per lo più silicizzati, ma vi sono anche elementi francamente calcarei ed altri in cui la sili- cizzazione è avvenuta solo parzialmente.
Le brecce sono originate dal rimaneggiamento intraformazionale di superfici disseccate di cui si rinvengono ancora pochi e limitatis¬ simi affioramenti.
Sulle testate di alcuni strati infatti si possono osservare delle caratteristiche sua cracks , che hanno però dimensioni differenti da quelle descritte per la Regia Piana ( D’Argenio, 1962 a); poiché mentre quelle sono alquanto più grandi, queste rientrano perfetta¬ mente nella media indicata da Shrock (1948), (1).
Anche le superfici disseccate, come gli elementi delle brecce, sono quasi sempre silicizzate.
Altri elementi di differenza stanno nel contorno che qui è irrego¬ larmente triangolare o trapezoidale, mentre alla Regia Piana i poli¬ goni sono regolari ed esagonali ; e nel profilo che qui è piatto, mentre alla Regia Piana è piano-convesso.
Il motivo di tali differenze può ricercarsi nella diversa granulo¬ metria del materiale disseccato e forse anche nel diverso ambiente in cui avvenne il disseccamento (D’Argenzo, 1962 a).
Dal punto di vista ambientale risulta interessante Fassociazione di queste due strutture : impronte di disseccamento e brecce intra¬ formazionali.
Le impronte di disseccamento ben si accordano con le caratteri-
fi) Le dimensioni medie dei poligoni di disseccamento oscillerebbero tra i 2.5 e i 5 cm. di lato (Shrock, 1948). Alla Civita di Pietraraia ho però successivamente rinvenuto anche altre superfici disseccate, indisturbate e non silicizzate, i cui poligoni sono ugualmente irregolari, ma hanno maggiori dimensioni (fino a 15-20 cm. di lato).
90 -
stiche ambientali dei calcari ad ittioliti . così come sono state somma¬ riamente descritte (D’Argenio, 1962 b). Infatti tali strutture furono originate da una breve emersione che permise l’essiccamento del fango calcareo del fondo. Ciò fu possibile agevolmente in acque calme e molto basse, quali dovevano essere quelle in cui andavano depositan¬ dosi i calcari ad ittioliti (ambiente lagunare).
Il rimaneggiamento dei poligoni invece rappresenta un elemento perturbatore in questo ambiente normalmente calmo, e sta ad indi¬ care un saltuario rapporto col mare aperto.
RIASSUNTO
Si segnala la presenza di brecce di disseccamento intraformazionali nei calcari ad ittioliti del Cretacico inferiore del Matese orientale ; se ne descrivono le carat¬ teristiche e se ne illustra brevemente il significato ambientale.
SUMMARY
Edgewise breccias in lower cretaceous calcari ad ittioliti of eastern Matese are pointed out and described, and their paleoenvironmental significance is shortly outlined.
BIBLIOGRAFIA
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TAVOLA I.
Fig. 1 . — Civita di Pietraroia, località Le Cavere, calcari ad ittioliti. Impronte di disseccamento sulla superbe e di uno strato. I poligoni di disseccamento sono conservati solo nella parte superiore del campione ; in basso si può osservare il riempimento delle fessure in rilievo. Un terzo circa della gran¬ dezza naturale.
Fig. 2. — Civita di Pietraroia, località Le Cavere, calcari ad ittioliti . Brecce di dis¬ seccamento (edgewise breccia) nel corpo di uno strato. Gli elementi, pro¬ venienti dalle superfìci disseccate sono silicizzati e sono stati messi in evidenza dalla dissoluzione del calcare. Un terzo circa della grandezza naturale.
Fig. 3. — Civita di Pietraroia, località le cavere, calcari ad ittioliti. Breccia di dis¬ seccamento ( edgewise breccia ) ad elementi calcari (il campione è leg¬ germente ingrandito).
Fig. 4. — Civita di Pietraroia, località Le Cavere, calcari ad ittioliti. Breccia di dis¬ seccamento ( edgewise breccia ) ad elementi parzialmente silicizzati. Il campione è leggermente impiccolito.
Boll. Soc. Nat. in Napoli, 1963.
D’Argenio B. Brecce di disseccamento, ecc. - Tav. I.
Kilianina PFENDER ed Orbitammioa BERTHELIN (?) (Foraminifera) nella zona a Pfenderina (Batoniano) dell’Appennino meridionale
Nota del socio PIERO DE CASTRO
(Tornata del 31 maggio 1963)
Le ricerche biostratigrafiche che l’Istituto di Paleontologia con¬ duce sui gruppi montuosi delPAppennino meridionale hanno per¬ messo di esaminare nuovo materiale proveniente dai livelli giurassici di facies neritica dei Monti Lattari (Penisola sorrentina) (De Castro P., 1962).
I dati emersi si aggiungono a quelli precedentemente resi noti confermando l’età (Batoniano) già supposta per la zona a Pfenderina (De Castro P., 1962, 1963).
Lo studio di numerose sezioni sottili relative a campioni dei pre¬ detti livelli, provenienti dai dintorni di Positano (località: i Cannati), ha permesso infatti di riscontrare, tra l’altro, numerosi esemplari di Kilianina blandisti Pfender ed altri riferibili, probabilmente, ad Orbitammina elliptica D’Archiac ; riferisco solo dubitativamente alcuni esemplari a quest’ultima specie a causa del loro cattivo stato di conservazione e del numero ridotto degli individui osservati,
II materiale che ha fornito le specie citate è rappresentato da una calcarenite grigio scura, lievemente marnosa, fetida alla percus¬ sione, contenente la seguente associazione:
Pfenderina salernitana Sartoni e Crescenti Pfenderina sp.
M eyendorffìna bathonica Aurouze e Bizon Kilianina blancheti Pfender (?) Orbitammina elliptica D’Archiac P scudo dir ysalidina sp. (?) (*)
(*) Lavoro eseguito col contributo del C.N.R.
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Arninob acuii te s sp.
Pseudocy clamm ina sp.
Trocholina sp.
V alvulinidae
T haumato por ella pari ovesiculif era (Raineri) dasicladacee, probabili codiacee, esacoralli.
La presenza, nella zona a Pfenderina, di livelli con Meyendorffina bathonica e, probabilmente, con Orbitammina elliptica riveste una notevole importanza; riferendosi al bacino di Parigi, Maync (1961), in¬ fatti, scrive: « Dans tous les sondages effectués dans le bassin de Paris où Orbitammina elliptica fut trouvée, elle est strictement limitee aux calcaires du Bathonien supérieur ( zone à Clydoniceras discus ) et elle y est toujours associée à Meyendorffina bathonica Aijrouze et Bizon qui est cependant beaucoup plus commune... V apparition de Meyen¬ dorffina bathonica et d’ Orbitammina elliptica constitue un repère Constant et important pour fixer le toit du Bathonien supérieur ».
La presenza di Kilianina blancheti , non ancora segnalata, mi sembra, in queste zone delPAppennino, costituisce una ulteriore con¬ ferma a quanto sojira; questa specie, che ricorre frequente nel Ba- toniano di Francia (Dufaure, 1958; Nouet, 1958; Aurouze et Bizon, 1958), compare spesso, infatti, nelle stesse associazioni conte¬ nenti sia Meyendorffina che Orbitammina (Aurouze et Bizon, 1958).
Napoli , Istituto di Paleontologia, Maggio 1963.
RIASSUNTO
Viene segnalata, nei Monti Lattari (Penisola Sorrentina), la presenza di Kilianina blancheti Pfender e di forme attribuibili, forse, al genere Orbitammina Berthelin. Questi dati confermano l’età (Betoniano) già assegnata dallo scrivente ai livelli giurassici con Pfenderina.
SUMMARY
Kilianina bianchetti Pfender and specimens perhaps referring to Orbitammina Berthelin are pointed out in Monti Lattari (Penisola sorrentina). By this way is confirmed thè age ( Bathonian) asribed jet, by thè Author, to jurassic levels with Pfenderina.
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TAVOLA 1
Fig. 1. — (?) Orbìtammina elliptica (D’Archiac), sezione obliqua. Preparato 556.15.
Fig. 2. — (?) Orbitammina elliptica (D’Archiac), sezione trasversale.
Preparato: 556.28.
Fig. 3. — Kilianina blancheti Pfender, sezione longitudinale subassiale.
Preparato: 556.28.
Fig. 4. — Kilianina blancheti Pfender, sezione longitudinale obliqua.
Preparato: 556.15.
Fig. 5. — Kilianina blancheti Pfender, sezione trasversale.
Preparato: 556.18.
Per tutti gli esemplari :
Ingrandimento : 26.7 x .
Località: I Cannati (tav.: 197 IV NW, Positano).
Età : Batoniano.
Boll. Soc. Nat. in Napoli. 1963.
P. De Castro. Kilianina Pfender , ecc, - Tav. I.
Osservazioni stratigrafiche e tettoniche sul Cretacico dei monti di Caserta (*)
Nota del socio ANTONINO IETTO (Tornata del 28 Giugno 1963)
1. — Premessa,
Oggetto delle osservazoni esposte nel presente lavoro, sono le formazioni cretaciche che costituiscono quasi tutti i rilievi circostanti Caserta e compresi, precisamente, tra Nola, S. Agata dei Goti, For¬ micola e Caserta.
La bibliografia relativa, anche se scarsa nel complesso, data co¬ munque a partire dal 1867 con i lavori di G. Tenore (1867-1872) [22- 23]. Ritroviamo successivamente i lavori di M. Cassetti (1894-95- 1913) [2-3-4], al quale è anche dovuto il primo rilevamento della zona, e Parona (1901-18) [16-17]. Tra gli autori più recenti, si ri¬ cordano B. D’Argenio (1962) [5], B. D’Argenio e T. Pescatore (1962) [6], A. Ietto (1963) [12] al quale è anche dovuto l’ultimo rilevamento dei dintorni di Caserta [20], A. Ietto e I. Sgrosso (1963) [13] ed I. Sgrosso (1963) [21].
Dal punto di vista geologico, l’area presa in esame, presenta delle serie calcareo-dolomitiche mesozoiche, continue dall’Infralias al Cre¬ tacico, le quali costituiscono le zone più rilevate. Le zone pedemontane risultano invece costituite prevalentemente da terreni terziari in facies di flysch arenaceo-argilloso con estese coperture di materiali pirocla¬ stici ed alluvioni.
Le serie mesozoiche presentano, dalPInfralias al Giura superiore, facies piuttosto monotone, calcareo-dolomitiche o calcaree, con depositi
(1) La presente nota si inquadra nei lavori di aggiornamento e rilevamento della Carta geologica d’Italia, condotti sotto la direzione scientifica del Prof. Fran¬ cesco Scarsella, direttore dell’Istituto di geologia deUTJniversità di Napoli. In parte è stata anche svolta con contributi del C.N.R.
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di tipo neritico. Denotano cioè un ambiente di sedimentazione piut¬ tosto costante nel tempo con caratteristiche del tutto simili a quello in cui si sono depositate le serie coeve della penisola sorrentina e del gruppo dei Picentini [8],
Durante il Cretacico inferiore, però, tale ambiente di sedimenta¬ zione subisce una notevole evoluzione, specie nelle aree subito a nord di Caserta. La litologia delle serie corrispondenti mostra, infatti, gli effetti di condizioni di forti instabilità batimetriche (calcari con¬ glomeratici monogenici ad elementi e cemento coevi), le quali poi, nel Cretacico medio, culminano nell’emersione delle zone a setten¬ trione del Volturno (gruppo del monte Maggiore). In conseguenza di ciò, quindi, l’area in esame presenta, dal Cretacico inferiore al Turo- niano, ambienti di sedimentazione notevolmente diversi tra loro, i quali, comunque, possono essere distinti in due principali : uno settentrionale sede di notevole instabilità del fondo e caratterizzato da momenti di parossismo tettonico nel Cretacico medio (emersione del gruppo del monte Maggiore) con tutti i fenomeni ad esso connessi (formazione di bauxite sulle zone emerse e conglomerati poligenici ai bordi di esse) ed uno meridionale dove le condizioni di sedimenta¬ zione permangono pressocchè eguali a quelle dei periodi più antichi e che risente solo occasionalmente (formazione degli ammassi di brecce intrafonnazionali di contrada Palombara) dei fenomeni che si succedono più a nord. Col Cretacico superiore (Turoniano-Senoniano p.p.) sia per l’ambiente settentrionale che per quello meridionale si ripristinano condizioni eguali di sedimentazione (calcari detritici a Cisalveolina, livelli biostromali a Rudiste s.s.).
Per comodità di esposizione, indichiamo rispettivamente questi due ambienti con i termini di: « Zona meridionale » e « Zona set¬ tentrionale )>.
2. — Stratigrafia.
Zona meridionale
(Fig. 2. - Serie di M. S. Angelo)
Questa zona comprende tutti i rilievi a S e SE della piana di Valle di Maddaloni. Qui i sedimenti del Cretacico, in facies neritica. sono generalmente costituiti, salvo rare intercalazioni dolomitiche, da calcareniti e calcilutiti di colore prevalente avana o grigio chiaro con resti frequenti di diceratidi, nerinee ed acteonidi, specie nella parte media e inferiore della serie. A questi fossili vanno via via
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sostituendosi verso l’alto le Rudiste s.s. le quali, nella porzione som¬ mitale, diventano tanto abbondanti da dare luogo a facies semicostruite ( Turoniano-Senoniano).
La serie, però, dei terreni cretacici, con una potenza di circa 1000 metri, presenta nell’insieme una certa monotonia, la quale viene interrotta soltanto da alcuni livelli tipici e di facile riconoscimento in campagna: livello ad Orbitolina (Aptiano); calcari a Cisalveolina (Turoniano); livelli biostromali a Rudiste s.s. (Turoniano-Senoniano).
In alcuni affioramenti della serie cretacica, poco al di sotto dei calcari a Cisalveolina , si osservano ammassi di « brecce intraforma- zionali » [11], ad elementi dolomitizzati e cemento dolomitico. Tali brecce sono osservabili, nel loro migliore affioramento, in contrada Palombara, nei rilievi al limite nord-occidentale della tavoletta Nola. La formazione ha uno spessore massimo sui 20 metri ed include elementi con diametro da pochi centimetri fino 1-2 metri.
Lo studio delle microfacies della serie cretacica, ha permesso di osservare come l’intera successione dei terreni risulti ricca di fora- miniferi, ostracodi ed alghe.
Per il Cretacico inferiore, tra i foraminiferi, si riscontra l’abbon¬ danza di Miliolidi cui si accompagnano Orbitolinidi, Valvulinidi, Textularidi. Alcuni rappresentanti di queste famiglie assumono im¬ portanza stratigrafìea soltanto in considerazione dell’abbondanza o meno dei propri individui in alcuni livelli. Così, mentre, per esempio, le Cuneoline primitive (C. scarsellai , C. camposauri ) sono esclusive o quasi di tutto il Cretacico inferiore, Orbitolina assume notevole importanza stratigrafica a causa di un suo particolare addensamento di individui in un piccolo intervallo di pochi metri, pur essendo più ampia la sua distribuzione. È questo il cc livello ad OrbitoUna » Auctorum.
Le alghe, sempre nel Cretacico inferiore, assumono una grande importanza. Sono infatti indicative per alcuni generi determinate specie e per altri generi le quantità con cui si presenta una specie determinata. È quest’ultimo, per esempio, il caso di Salpingoporella annulala che, per quanto presente già nei livelli giurassici, la sua ricorrenza in numerosi individui nei livelli del Cretacico, indica gene¬ ralmente terreni più antichi o al più coincidenti col Barremiano. Una maggiore importanza, a causa della sua ben localizzata distri¬ buzione stratigrafica, ha Salpingoporella dinarica abbracciarne, secon¬ do Radoieic, un intervallo compreso tra il Barremiano e l’Aptiano. Le dasycladacee permettono poi, in particolare, di localizzare delle
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altezze stratigrafìehe molto precise eom’è, per esempio, il caso di Neomacro por ella cretacica Sartoni e Crescenti.
Come si rileva per i macrofossili, anche in microfacies, è diffìcile, come per tutti i terreni di transizione, stabilire quale sia il limite tra Cretacico inferiore e Cretacico superiore. Lo stato attuale delle conoscenze ei consente di porlo in un punto imprecisato di un inter¬ vallo compreso tra la estremità superiore della zona a Salpingo por ella dinarica ed i primi livelli cenomaniani a Sellialveolina viallii [4].
La successione microfaunistica che segue la zona a Salpingo por ella dinarica , per quanto abbia caratteri propri che la differenziano dai livelli sottoposti, presenta comunque uno spessore sensibile in cui difficilmente si riescono a rintracciare livelli caratteristici, come, per esempio, i livelli a Barkerina . A questo spessore di successione distinto da Crescenti e Sartoni [18] come « cenozona a Cuneolina pavonia parva », seguono i livelli a Sellialveolina viallii e quindi quelli a Cisalveolina , riferiti rispettivamente al Cenomaniano ed alla base del Turoniano. Col Turoniano, la comparsa di forme nuove ( Dicyclina schlumbergeri ) e l’affermarsi di forme che, se già presenti, erano molto poveramente rappresentati ( foraminiferi a guscio calcareo perforato, Aeolisaccus kotori , Tanniate por ella parvovesiculifera) rende agevole il riconoscimento dei piani successivi.
Zona settentrionale
Sono compresi nella zona settentrionale tutti i rilievi a NO della piana di Valle di Maddaloni fino alle propaggini meridionali del gruppo del monte Maggiore.
La successione dei terreni cretacici mostra una sedimentazione continua fino ai livelli biostromali a Rudiste s.s. (Turoniano-Seno- niano) eccetto che nei rilievi più settentrionali e cioè Monte Raggelo e Costa di Monte Grande. Qui la normale successione presenta una lacuna mediocretacica marcata da un livello di bauxite di spessore dai 60-70 cm.